Archive for luglio 2009

Benvenuti!

luglio 31, 2009

Prosegue l’estate del PD. D’Alema spiega che tagliare i ponti con la tradizione dei DS e della Margherita “è stato un errore” e che tutto il marchingegno per l’elezione del segretario si rivela , addirittura “un danno per il paese.” Bersani, secondo Repubblica, fa piazza pulita della vocazione maggioritaria e rilancia l’idea di un sistema politico bipolare e non bipartitico: “ la nostra è una proposta politica che apre un discorso di alleanze..non vogliamo fare da soli” D’Alema rincara la dose: “E’ prevalsa l’idea di un partito leaderistico dove conta più il leader che gli iscritti”. Oh. Bene, bene , bene. Benvenuti,alfine, nel cuore stesso di quella terza mozione che proposi ,(e in gran parte scrissi)insieme ad altri, al congresso di scioglimento dei DS. Se tra tutt’e due aveste il coraggio della coerenza e della verità( sul mero piano della cronaca degli atti e dei fatti) dovreste cari compagni (se il termine non più v’offende) avere l’onestà di chiarire che noi avevamo ragione da vendere e voi torto marcio. Sì certo , forse avete peccato per omissione, ma voi sapete che in taluni frangenti l’omissione è peggio che un crimine: è un errore. A questo punto chapeau per Valter Veltroni che ha sostenuto una linea opposta alla vostra (silente) e alla mia (proclamata) senza mezze misure e poi si è dimesso prendendo atto di un fallimento. Voi invece siete rimasti ad aspettare sulla riva del fiume, anche quando qualcuno (segnatamente il sottoscritto più volte sull’organo semi-ufficiale dei DS, L’Unità) spiegava che far eleggere direttamente il segretario di un partito dal popolo era qualcosa di enorme: un partito democratico che assumeva , nel suo atto fondativo una procedura contraria alla prassi e alle regole di ogni regime democratico conosciuto in occidente. E avete spacciato quest’elezione diretta per un’elezione primaria. Una puttanata giustificata con un’altra. Quella secondo cui vi deve essere coincidenza tra la figura del segretario e quella del premier. Capisco la motivazione contingente. Mai più Prodi, o nel caso migliore , mai più un leader senza partito. Obama , naturalmente un partito ce l’ha ma non ne è il segretario. Ma voi eravate ancora e sempre sotto il residuo influsso di quel bugiardo (intelligente lo ammetto) di Blair che inventò il New Labour sol per uscire per sempre da tutto ciò che anche solo lontanamente ricordasse la tradizione laburista e socialista europea. Del resto gran parte del lavoro sporco l’aveva già fatto la Thacher. Al bel Tony restava solo da tirare diritto con l’aggiunta di una modica dose di capitalismo compassionevole condita con un appello (e più raramente un premio effettivo) al merito. Il famoso merito, la tanto celebrata equità, le riparatrici politiche per le pari opportunità alla partenza. Tutto per togliere di mezzo antichi e pigri pregiudizi storici e mentali: primo tra tutti il mito novecentesco della giustizia sociale che tanto sangue ha fatto versare. Adesso, di fronte ai guasti del turbo capitalismo (vecchia citazione dell’onesto conservatore Luttwak) arrivate almeno a capire, dopo tanti convegni di studio, che la logica interna (rapace) del sistema capitalistico deve essere imbrigliata, regolata, indirizzata dalla Politica? A voi , massimi esponenti di un partito democratico , non viene in mente che la democrazia è stata inventata per questo? E che al punto in cui siamo, nel mondo, e anche in ogni singola società sviluppata dell’occidente bisogna por mano, con urgenza, a politiche neokeynesiane, oltre lo stato assistenziale d’impronta bismarkiana e oltre il liberismo cialtrone che ha dominato un buon quarto del novecento? Sì. Certo voi sapete tutto , tutto questo ed altro. Molto altro ancora. Ma non basta. Un politico deve anche scegliere. Sfrondare col machete , dividere nettamente , nel linguaggio e nei fatti, non dico il bene dal male, ma almeno la realtà dalla propaganda. Fare piazza pulita sì. Da tutta la sofisticata paccottiglia riformista con la quale ci si è trastullati mentre la parte avversa procedeva a cambiare in concreto,(col banditismo economico e finanziario ) le logiche dello sviluppo globale. Cominciare a pensare ad una riforma del capitalismo reale, con la Democrazia. Tale è lo sfondo e , ad un tempo, l’orizzonte entro il quale assume un senso storico la nascita (la rinascita) di un partito democratico. Vabbè, quando e se rinascerete se ne potrà riparlare. Non con me che non conta nulla. Ma con tutta quella moltitudine di persone, spesso giovani che , nel deserto della sinistra sbarcano il lunario con fatica, a volte con motivato cinismo, senza un grammo di fiducia in un futuro possibile. Spazi siderali separano attualmente , tutti voi,(e anch’io) cari compagni, da tutti costoro. Ah. Infine, è giusto ritornare ad una sana politica di alleanze . Non concepisco la politica senza alleanze. Alleanze con partiti e con settori della società. Per farle però è necessaria un’identità chiara , forte e riconoscibile. E smettere di voler essere amici di tutti. L’amico di tutti è , per definizione, inaffidabile per tutti. Lo si vota , a volte. Come male minore. Poi si smette anche di votarlo.

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la strage

luglio 28, 2009

La proposta avanzata da Aldo Balzanelli per ricordare in diverso modo il 2 agosto 1980 circolava da molto tempo negli ambienti della politica bolognese. Ma , se ben ricordo, nessuno l’ha mai avanzata con la necessaria chiarezza. La manifestazione nella piazza della stazione non si poteva discutere. Un tabù. Da quando abbiamo giustamente giurato e deciso di “non dimenticare”. Solo che si può ricordare in modi diversi e diversamente efficaci. Per molti anni ho camminato in quel corteo lungo via Indipendenza. Sono salito su quel palco nella piazza della stazione. Sempre con uno stato d’animo particolare. Anche quando ricoprivo cariche istituzionali mi appartavo, con il pretesto dell’ennesima sigaretta, nelle ultime file per non confondermi con il nutrito drappello di colleghi che, con aspra destrezza, cercava un posto ben esposto al sole: nel passaggio delle telecamere. Quella ressa mi sembrava sconveniente. E non vedevo l’ora che tutto finisse per togliermi di mezzo. Il più rapidamente possibile. Poi da un paio d’anni, per una ragione o per l’altra, non sono più andato. Si trova sempre una ragione per schivare un disagio. Anno dopo anno, dopo quel 2 agosto, a ritrovarsi insieme, sempre gli stessi. Ad ascoltar discorsi sempre uguali e a scambiar pettegolezzi del più vario tipo. Un’occasione per salutarsi prima delle ferie estive. Non molto di più. Certo la ragion politica consigliava di fronte ai reiterati tentativi di rimettere in discussione la sentenza sulla strage fascista, di rimandare una decisione resa difficile anche di fronte alla sensibilità dei familiari delle vittime. Tuttavia restava il disagio e anche un senso d’impotenza. Adesso leggo Roversi e Balzanelli e penso che finalmente l’anno prossimo , nel 30° della strage qualcosa può cambiare . Non più discorsi. Tutte le parole sono già state pronunciate. Non più dispute e trattative diplomatiche per decidere quale esponente del governo accogliere su quel palco. Invece, un messaggio forte e (mi si scusi il termine reboante) imperituro. Si può fare: “zittire ogni suono e ripetere ad alta voce il nome dei martiri”. Cosa c’è di più forte di quel silenzio duro e compatto nel minuto che segue le 10,25? Si può fare in uno dei modi che indica Balzanelli e in altri ancora. La prima volta che vidi il lungo muro nero dei caduti americani in Vietnam, rimasi colpito e commosso dalla essenzialità e dall’efficace semplicità di quel modo di ricordare. Scolpire il ricordo nella mente di chi guarda e suscitare riflessione in chi quel tempo o quell’evento tragico non ha vissuto. E’ il
contrario di una rinuncia. E si può fare. Anzi si deve.

Democratici e democrazia

luglio 24, 2009

Riprendiamo col PD. Da dove l’avevo lasciato. Nei pressi della democrazia. Ho sempre trovato sconcertante fin dall’inizio (la falsa partenza) che al varo di un partito democratico non s’accompagnasse una base teorica, o più modestamente di riflessione, approfondimento e pubblico dibattito sui temi relativi alla democrazia nell’epoca odierna. Ci si è limitati a un percorso procedurale sulle elezioni primarie affiancandolo con un progetto per la riforma del sistema politico in senso bipartitico. Subito (quest’ultimo) abbracciato da Berlusconi. Anche adesso mentre infuria la contesa interna a nessuno sembra venir in mente che forse solide e durature basi per un partito democratico dovrebbero edificarsi , progressivamente (per carità) proprio da un aggiornamento del discorso pubblico sulla democrazia. Da quando Norberto Bobbio ha sviluppato la sua analisi intorno alle promesse non mantenute della democrazia, in Italia si è fatta ben poca strada. Non ho ,naturalmente , la pretesa di pormi a quell’altezza. Mi permetto solo di richiamare attenzione sul vero punto critico del progetto iniziale del PD. Le promesse non mantenute nei sistemi democratici, dopo che lo spauracchio delle “democrazie socialiste” è da tempo alle nostre spalle, dovrebbero esser oggetto di analisi , elaborazione per dar luogo a quella credibilità di programma di lungo periodo indispensabile a definire l’identità di un partito nuovo. Sempre che non voglia semplicemente (questo partito) vivere, indefinitamente come nuovo partito d’opposizione. Ricorderete certamente: ci avevano spiegato che non di un nuovo partito si trattava ma di un “partito nuovo”. (Togliattiano? Veniva spontaneo ironizzare). Ma lasciamo perdere. Ora ,secondo Bobbio la democrazia è difficile proprio in virtù della sua incompletezza, per gli ostacoli che continuamente si frappongono ad un pieno dispiegamento delle sue potenzialità. Da qui -senza adesso svolgere tutto il percorso che mi porta a quest’affermazione – ne viene la necessità di indicare nell’utopia democratica l’orizzonte ideale, irrinunciabile per un partito nuovo. Non si tratta di superare la democrazia difficile , di andar oltre. Questo lo sappiamo già. Da un sacco di tempo. Si tratta bensì di tenerla in tensione continua, di opporsi ai processi che negli ultimi cinque lustri rischiano di trasformare la democrazia difficile in una democratura . Dove la fanno da padroni le grandi lobbies del turbo capitalismo, l’enorme potere della finanza globalizzata, il potere dei media (la notizia è il fatto e il fatto è la notizia, scrive Massimo Fini nel suo ultimo libro), e dove viene continuamente rovesciata indietro proprio quella consapevolezza culturale e tutti quei processi sociali concreti che hanno dato luogo ad un’evoluzione continua dei diritti umani: dal diritto naturale alla libertà, a quelli storici alla vita, alla salute, all’ambiente e alla sicurezza economica. Su quest’ultimo aspetto, in particolare, casca l’asino di una democrazia che da normalmente difficile diviene straordinariamente impervia nella misura in cui non accoglie, anzi respinge istanze tipiche di una società evoluta come quelle del socialismo liberale. In breve, e a rischio di fraintendimento , da una tal riflessione (che non posso riportare tutta qui) mi venne in mente la definizione politica di demosocialismo per caratterizzare un progetto democratico avanzato, all’altezza (almeno in potenza) delle nuove sfide. Non , badate , un progetto socialdemocratico. Non il passato, ma l’intuizione di un futuro possibile dove la democrazia accoglie appieno dentro di sé (come condizione per la propria sopravvivenza) l’idea del socialismo liberale. Come aveva già argomentato Bobbio, il socialismo è del tutto compatibile con il liberalismo (non liberismo). E tale compatibilità si alimenta e cresce proprio sul terreno di una sintesi democratica avanzata. Salto una serie di passaggi e arrivo al punto che dovrebbe esser messo a tema dal processo di formazione di un partito democratico di tipo nuovo: quello del rapporto tra democrazia e capitalismo. Ne vogliamo, anzi ne volete, parlare? Avete presente l’accusa di socialismo che viene mossa in questi giorni ad Obama mentre sfida il capitalismo americano sulla riforma sanitaria? Poiché di questo si tratta. Obama propone una riforma del capitalismo. Altro che riformismo. Forse ci rimarrà sotto, come già tutti i suoi predecessori a partire da Truman. In ogni caso va al cuore della questione.
PS. So bene che nei dintorni del PD questi temi sono stati oggetto, in vario modo, di riflessione. Ma non sono mai divenuti fondamenti della condizione esistenziale primaria di un partito democratico. Si è solo perso tempo, credibilità e fiducia sproloquiando di “un grande partito riformista”. Così s’amministra solo una rendita per classi dirigenti, vecchie o nuove , non importa.

Ps 2. Bersani,mozione:

“Non si dica che i nostri problemi sono venuti dal presunto tradimento di un’ispirazione originaria.

Sono venuti dal non aver collocato il progetto su basi solide. Questo è il nodo che il Congresso deve

sciogliere. Un Congresso, quindi, fondativo del nostro partito.”

Ah ecco. Dunque non avevamo torto a parlar di falsa partenza ben due anni orsono. E’ adesso che si terrà il congresso fondativo del PD. Mi pareva bene. Se me lo dicevi prima….

La morsa

luglio 23, 2009

Però. Se ,sempre in attesa del fatidico ottobre del PD, volete leggere un rapido (e poco costoso)compendio dell’ormai lungo lavoro di Loretta Napoleoni intorno alle cause della crisi globale mi permetterei di consigliare un libretto come “La morsa” Ed.Chiarelettere. Lo studio e l’analisi pluriennale della Napoleoni è ignorata quasi del tutto dal lungo corteo di economisti togati, esperti di finanza, super manager pubblici e privati. Insomma, da tutta quella varia e avariata umanità che ha campato una gran bella vita negli ultimi vent’anni sparando ottimistiche idiozie una dopo l’altra e formando così l’opinione generale dei media che , a loro volta, hanno plasmato quella della più larga opinione pubblica. La Napoleoni va contro corrente anche per quanto riguarda il grande inganno che ha inaugurato il ventunesimo secolo, la cosiddetta guerra al terrorismo, ch’ella considera alla stregua di un’orchestrata distrazione di massa utile a confondere le idee intorno ai principali nodi di un disastro finanziario annunciato e della conseguente crisi economica. A tal proposito come è noto,si fa un gran parlare di regole globali da introdurre al fine di riportare sotto controllo la situazione. In verità al momento sotto il vestito della propaganda non c’è nulla. Dobbiamo, anche in Italia, accontentarci dell’approccio populistico di un Tremonti sempre più stucchevole e infingardo. La verità è che le conseguenze del disastro le cominceremo a vedere appieno dopo la ripresa estiva. L’idea che mi sono formato è che ci vorrà all’incirca un decennio solo per ritornare ai livelli di PIL del 2007 con relativo tasso d’occupazione. Forse meglio andrà altrove in occidente sulla scorta dei tassi di crescita delle economie dei cosiddetti paesi emergenti (Cina, India e Brasile). Resta lo scandalo sociale dei super ricchi descritti, per quanto riguarda Londra, con minuzia di dettagli nel “compendio” dell’autrice. Varrebbe la pena leggere questo libretto solo per l’accurata descrizione della vita separata e ghettizzata di questo particolare strato sociale, costruito con il contributo di quel social-impostore di Blair. Solo uno stralcio per invogliarvi: “anche da Asprey, gioielliere ed emporio di lusso di New Bond Street, i super ricchi fanno shopping in privato. Quasi tutti si avvalgono dell’aiuto di un consulente, il cosiddetto personal shopper che facilita decisioni importanti, ad esempio se abbinare la nuova borsa di coccodrillo di Asprey (6 mila sterline) con una giacca di cashmere in tinta (1400 sterline) e coronare il tutto con una collana art déco di zaffiri e diamanti (22 mila sterline).” Prosegue poi la Napoleoni descrivendo la diaspora degli intellettuali londinesi : “costretti ad emigrare all’estero come il professor John Halliday, voce di spicco della London School of Economics negli anni settanta e ottanta il quale afferma che non sopportava più il qualunquismo edonistico della Londra del New Labour dove tutto ruota intorno al denaro. A rimpiazzare gli intellettuali nei salotti bene sono i politici del New Labour, finti socialisti aspiranti miliardari, come la coppia Blair che si è impegnata in mutui immobiliari per 4 milioni di sterline mentre risiedeva al numero 10 di Downing Street, o Tessa Jowel, ex ministro della cultura, moglie del rampante avvocato David Mills, implicato nell’ennesimo scandalo finanziario berlusconiano e da poco condannato.” Segue un’interessante e poco conosciuta analisi di Londra come paradiso fiscale, rifugio dei grandi evasori di ogni parte del mondo, in virtù di una legge dell’epoca vittoriana. Altro che nuove regole. Appare piuttosto lunga e accidentata la strada per costruire un sistema di regole efficaci quando la politica si è corrotta entrando fino al collo nel vecchio sistema. Ed anzi spesso svolgendo ,in esso,un ruolo di primo piano . Ancora Napoleoni: “ I politici hanno sempre usato la strategia della paura per conseguire i loro obiettivi e l’hanno fatto, sostanzialmente, seguendo modi affini a quelli con cui le organizzazioni armate terrorizzano le popolazioni. Lungi dall’essere un fenomeno nuovo, la politica della paura è uno strumento tradizionale ed efficacissimo per ottenere consenso , spesso in coincidenza con scelte impopolari.” In effetti così è andato il mondo, specie dopo l’11 settembre. Non a caso quel geniaccio di Albanese s’è inventato la performance sul ministro della paura. E così mentre noi eravamo costretti a toglierci anche le scarpe per poter prendere un aereo in qualsiasi parte del mondo, loro ci toglievano, con destrezza, anche le mutande. Ma ripeto la Napoleoni non se la fila nessuno. E non a caso. Sarà un gran giorno quando, eventualmente, nel PD qualcuno denuncerà il pregresso stato di fatto con relative responsabilità. Poiché solo sulla base di una tale aperta denuncia si potrà dar vita ad un progetto politico per questo nuovo secolo. Senza di questo, qualsiasi nuovo progetto avrà i piedi d’argilla.

Il potere del cane

luglio 22, 2009

Intanto che si consuma lentamente, tra un gran crescere di tesserati, la lunga estate del PD, raccolgo zucchine e leggo libri d’evasione. Per esempio Don Winslow (Il potere del cane, Ed. Einaudi). Settecentoquattordici pagine di ammazzamenti, torture super- efferate, tradimenti, intrighi politico-criminali, amori bollenti, killers e escort bellissime e intelligenti. Tutto sulla via del traffico di droga e di armi a ridosso della lunghissima frontiera tra gli USA e il Messico. Periodo compreso tra la fine degli anni settanta e la fine dei novanta.(dello scorso secolo ovviamente). Sullo sfondo il Nafta, e prima ancora, l’affaire Iran –Contras (do you remember?), le operazioni speciali della CIA: si fanno salire due uccellini su di un elicottero : uno vola e l’altro canta. Lo scrive Winslow,che scrive anche : “Miliardi di dollari in aiuti economici, miliardi di dollari in soldi per la droga. El Salvador, le squadre della morte fasciste avevano massacrato politici di sinistra e sindacalisti. Nel 1989,nel campus dell’università dell’America centrale a San Salvador, alcuni ufficiali dell’esercito avevano assassinato a colpi di fucili di precisione sei gesuiti, una domestica e la sua bambina. In quello stesso anno, il governo degli Stati Uniti aveva concesso aiuti per mezzo miliardo di dollari al governo salvadoregno. Alla fine degli anni ottanta , il numero delle persone uccise era stimato a circa settantacinquemila. In Guatemala se ne contavano il doppio. Nella lunga guerra contro i ribelli marxisti oltre centocinquantamila persone erano state uccise, e oltre quarantamila erano scomparse senza lasciar traccia…. Era stato così in tutta l’America Latina: la lunga guerra occulta tra ricchi e poveri, tra la destra e i marxisti, con i liberali intrappolati nel mezzo, paralizzati come un cervo davanti ai fari di un auto”. Ebbene sì i liberali, di solito nella storia, rimangono imbambolati, increduli o complici , comunque tremebondi. Come in Italia negli anni venti e in Germania negli anni trenta. Son signori.  Non si mischiano e non s’immischiano. Vabbè, il libro è più godibile di come lo si può descrivere in breve.Per esempio ci sono le armi. Il mio killer preferito, tra i tanti che sono descritti dall’autore, è un certo Callan. Origine irlandese, (ca va sans dire) che ammazza con fredda precisione (salvo scaldarsi un bel po’ frequentando la “ragazza”del boss della droga) usando una calibro 22, silenziata (of course). Due colpi. Sempre. In testa. Magnifico ritorno al passato quando adesso, in tutti i libri di genere noir e non solo, è molto pubblicizzata la Glock austriaca: un calibro nove corto con caricatore bifilare da quindici colpi che spara a colpo singolo e anche a raffica. Vero e proprio status simbol adottata anche dalle guardie svizzere per proteggere Sua Santità. Niente di che in realtà. La domestica Beretta calibro nove per ventuno è forse ,statisticamente, più affidabile con i suoi duecentomila colpi , senza incepparsi , al banco di prova. Va mò là. Un po’ di sano nazionalismo. D’altro canto, non vi stupite, io la penso come il progressista e democratico Lansdale  che ,passando per l’Italia,  si è spinto fino a dire che : “è giusto, negli USA, proibire la detenzione e il porto dei fucili d’assalto”. Tutto il resto , ovviamente, è lecito. Come potete constatare sono anch’io un democratico della più bell’acqua. Ma torniamo a Callan e alla ventidue. Lui pensa all’incirca così: un 22 nel cranio, nella maggior parte dei casi, non passa dall’altra parte. E’ vero. Epperò si mette a gironzolare come una pallina di flipper nel tuo cervello e ti sbalordisce. Sul momento. Con ogni sorta di luccicanti idee . Poi te le spegne. La citazione non è testuale perché non vale la pena cercarla tra settecento e passa pagine non trattandosi (questo mio post) di un saggio sulla balistica ma di puro e semplice cazzeggio. Comunque Callan è forte e alla fine si redime. Diverso è il caso dell’agente della CIA, contemporaneamente al servizio dei narcos messicani e del cartello di Medellin (ovviamente e purtroppo italoamericano e pure associato all’immancabile Opus Dei) che- dopo che noi lettori, ne imploriamo la morte ad ogni pagina sospinta- effettivamente ci lascia le penne. Mentre il protagonista , Art, uomo della DEA, che cerca vendetta (i narcos gli hanno ucciso un collega dopo averlo sottoposto ad ogni sorta di sevizie) per tutte le settecento pagine, a prezzo di ogni compromesso con i responsabili delle covert operations svolte in nome della lotta al comunismo , ci rimette solo il matrimonio e si ritira a vivere sotto copertura in un’imprecisata isola del pacifico. Lieto fine. Amaro però. Perché la lotta di Art contro il traffico di droga non ha ottenuto alcun successo. Il realismo della politica, vedi Nafta, è il vero vincitore. Tutto prosegue come prima. E’ il mercato bellezza! Insomma se avete tempo ,”Il potere del cane” (che poteva esser scritto con circa trecento pagine in meno) ve lo farà, tuttavia, passare in maniera godevole. D’altro canto è estate. E per quanto riguarda il PD vedremo.

Spiriti

luglio 18, 2009

Perché affermo(vedi prima puntata) che tornare all’Ulivo rivela una debolezza strategica? Semplice. Quell’esperienza , nel bene e nel male , si è del tutto consumata. E’ stato bello. Ma non c’è più. Nacque, sulla base di una felice intuizione, nel 1996 come alleanza elettorale dopo la sconfitta dei progressisti. L’ambizione o per meglio dire la suggestione era anche quella di far evolvere l’alleanza in un vero e proprio soggetto politico. Cosa sarà mai un “soggetto politico? Un partito, un movimento,un’associazione? Tutto rimaneva abbastanza sfocato. Sullo sfondo. Idee diverse. Nel PDS di allora, sotto traccia , già si avvertivano varie correnti di pensiero intorno ad un’eventuale evoluzione dell’Ulivo di Romano Prodi. Comunque,al momento di costituire le liste con la definizione delle candidature nei collegi elettorali uninominali, fu messa in campo un’alleanza alquanto eterogenea. PDS, PPI, prodiani, verdi del Sole che ride, Rinnovamento Italiano di Dini e Donatella con dentro i socialisti di Boselli, e una piccola formazione messa in piedi dal solito Bordon per assicurare a sé stesso una qualche sopravvivenza politica. Posso testimoniare che al tavolo della trattativa costituito al quarto piano di Botteghe Oscure, non aleggiava lo spirito dell’Ulivo come soggetto politico. Qualsiasi cosa sia un soggetto politico. Tutt’altro. Qualcuno del PDS, chiarì subito che Romano Prodi ,il candidato a premier senza partito, si sarebbe accontentato di una trentina di seggi in collegi elettorali ragionevolmente sicuri e dunque si poteva subito operare uno stralcio positivo in tal senso. Qualcun altro, autorevole, del PPI di rimando: “Vabbè vedremo. Secondo me possono bastare anche quindici”. Poi in iniziarono le danze che si protrassero, praticamente senza pause, per circa una quindicina di giorni comprese sette o otto notti. Ci vuole un fisico bestiale non solo per bere e per fumare ma anche per condurre una trattativa democratica vertente sul destino di molte persone. Basti pensare , per avere un’idea del clima, che fuori dalla porta lungo tutto il corridoio, bivaccarono per alcuni giorni(fino a che non mi risolsi a sgombrare la baracca) intere delegazioni regionali o locali con al seguito persino parenti di questo o quell’aspirante candidato ,tutte abbondantemente munite di succulente colazioni al sacco. Somma tentazione per chi , come me, aveva deciso sin dall’inizio di bere solo acqua e caffè d’orzo memore della trattativa del 1992 quando compresi appieno l’importanza della tenuta fisica. Ti distrai un attimo a mangiare un panino e ti fottono un collegio. Alla fine la vicenda si concluse nel migliore dei modi. Salvo che per i seggi prodiani e socialisti. D’altro canto l’asse della trattativa si era costruito intorno al confronto -scontro tra PDS e PPI e Franco Marini (che saluto con affetto e stima in omaggio alla sua tempra di combattente ) si dimostrò un osso particolarmente duro sul tema dei seggi a Prodi. D’altra parte quella era la sua zona d’influenza : “popolari per Prodi” , appunto. Così come del resto i socialisti ricadevano nell’area Dini e signora e per riuscire a candidare Boselli dovetti spiegare a muso duro alla famiglia che i socialisti in Italia avevano cent’anni di storia e non si potevano lasciar fuori dal parlamento ,nonostante la bufera mediatico-giudiziaria che li aveva investiti. Il PDS comunque ottenne il 50% più uno delle candidature, anche grazie allo sbarramento opposto ad una penetrazione massiccia nelle ubertose e rosse terre dell’Emilia, della Toscana e dell’Umbria da parte di torme di candidati provenienti dal resto della penisola. Era il mandato che mi aveva affidato il Massimo del partito prima di abbandonare il palazzo, per tutto il tempo della trattativa,onde chiarire che Lui non s’occupava di posti, ma di Politica. Vincemmo di stretta misura, grazie anche(e forse soprattutto) ad un’accorta scelta dei candidati nelle varie realtà territoriali. Alla Camera la maggioranza di Prodi poteva contare (se ben ricordo) su soli sette seggi, con Rifondazione comunista che onorava la promessa elettorale di non opporsi al varo di un governo di centro –sinistra. Il resto è noto. Fu subito casino. Mentre l’idea dell’Ulivo come soggetto politico si faceva una certa strada nell’elettorato (o se volete nel popolo di sinistra), gli interessi personali e di partito tenevano banco dentro la coalizione. Nel governo Veltroni vice –premier si stagliava come custode dell’eterodossia ulivistica. Nel PDS, per contro,correvano simpatiche minacce di ricorrere alle risorse europee per “estirpare gli ulivi”. Insomma diamo pure la colpa a Bertinotti che certo ha fatto la sua parte nella caduta del primo governo Prodi. Resta che l’Ulivo appariva fin dall’esordio una strana e irrisolta creatura concepita anzitutto per arrestare l’ascesa di Berlusconi. Non a caso nel 2006, dieci anni dopo, si vara la più vasta alleanza dell’Unione per tornare a vincere con Prodi. Sempre di strettissima misura. Tutti sapevano (mo) che con il solo Ulivo si perdeva. Da qui si fa strada l’idea del partito democratico già avanzata da Veltroni molto tempo prima. Per questo tornare all’Ulivo o al suo spirito è un’operazione che si presta alla critica di conservatorismo ed è ,in ogni caso, operazione ingannevole. Com’era, a suo tempo, ingannevole la predicazione di Fassino, quando per tranquillarci, ci spiegava che il PD era semplicemente il compimento formale  dell’Ulivo: “ il PD , in realtà esiste già da dieci anni”. A questo punto direi che non c’è da evocare spiriti . Lo spiritismo anche per quanto riguarda l’idea di sinistra non può bastare. Serve un progetto politico. Il PD fin’ora non lo è stato. Se non nella formula indicata genericamente da Veltroni che si è riassunta nell’andar via dalla sinistra. Parola, quest’ultima, radicalmente espunta da ogni discorso del PD nei suoi primi due anni di vita. L’agente Orange del voto utile, irrorato dal PD sulla residua sinistra nelle elezioni politiche, aveva in sé un valore fortemente simbolico oltre che corrispondere ad una necessità elettorale. Adesso sembra che la parola sinistra ritorni in Bersani come in D’Alema. Un pochino tardi in verità. Tuttavia almeno s’avverte un tentativo di correggere la rotta oltre oceano che si era imboccata. Ma bisognerebbe far sul serio. Evocando un partito radicato nei territori, o lo spirito della sinistra si può forse vincere un congresso. Per le primarie si vedrà. Ma non basta per varare un progetto politico all’altezza delle sfide moderne. Bisogna fare un passo indietro per farne , forse, due avanti. Ripartire dall’inizio. E l’inizio è costituito da una vera , onesta e sincera autocritica per la lunga subalternità culturale della sinistra riformista e di tutto il centrosinistra nei confronti dell’epopea neoliberista. E’ esattamente questo che è mancato nell’avvio del PD. E’ la sua falsa partenza. E si capisce perché, dato che tutta la vulgata sulla necessità di andar oltre il novecento, con tutti gli annessi e connessi, puttanate comprese (come quella ,principale, che il secolo breve è stato solo foriero di guerre e dittature) si è affermata anche grazie alla responsabilità (o irresponsabilità) di un’intera classe dirigente che non ha saputo scorgere il disastro sociale largamente preannunciato dall’offensiva del pensiero unico. C’è stato un tempo (recente) nel quale era divenuto del tutto impossibile avanzare, dentro la sinistra riformista, qualche seppur timida obiezione intorno all’idea malsana che tutti i parametri sociali dovessero piegarsi alle magnifiche e progressive sorti del mercato globale. Adesso il problema per un partito che si definisce democratico non è dunque quello di evocare gli spettri o di menar il torrone (omaggio a Fassino) di una mistica della sinistra. Non me ne faccio un bel nulla di una sinistra transustanziata. Lo spirito santo riguarda la sfera della religione. Mi serve il progetto di una nuova e più grande sinistra la cui identità è molto più importante della sua forma organizzativa. E una tale identità, per una sinistra che viva in concreto in un partito democratico di tipo nuovo, deve necessariamente muovere da una critica alla democrazia in questa fase storica, alla sua impotenza nel governare il processo economico e nel dettare l’agenda “democratica” di un possibile sviluppo umano. Difendere la democrazia oggi significa assumere l’onere, insieme a molti nel mondo, di concepire un progetto democratico a livello globale. E , a un tale progetto, non sono affatto estranee le ragioni fondative di quel socialismo europeo oggi tanto(troppo) bistrattato, quanto ieri tanto(troppo)  osannato. Di tutto ciò alla prossima puntata.

PS.1Oggi Bersani dice che preferisce un partito delle riforme alla definizione di riformista.Alla buon’ora. Sembran passati anni luce dal congresso di scioglimento dei DS quand’era in vigore la teologia del riformismo.

PS2 D’Alema non arriva a tanto quando, sempre oggi, dice che ci vuole una dose di riformismo emiliano nel PD. Tuttavia anche qui,siamo a molti parsec di distanza da quando gli emiliani erano buoni solo a fare i tortellini.

La lunga estate calda del PD.Prima puntata.

luglio 15, 2009

E dunque veniamo al PD. Quanti due anni addietro temevano il peggio,come il sottoscritto,forse non avevano torto. Ci si trovava di fronte ad un progetto confuso con elevate dosi di opportunismo politico. A fronte del sicuro declino di DS e Margherita l’idea era di imboccare una scorciatoia nebbiosa. Unire due sole forze per costituire ciò che allora veniva definito un “baricentro riformista” per ricandidarsi alla guida del paese in un sistema politico riformato in senso bipartitico. Tutto il resto:profilo ideale, programma, insediamento territoriale si sarebbe precisato nel corso del tempo. On s’engage ..con quel che segue. Il comportamento di Veltroni, senza dubbio l’interprete più autentico del partito democratico come risposta,seppur tardiva, alla crisi della sinistra e del centrosinistra, ha tradotto nella campagna per le politiche questa visione in termini di “vocazione maggioritaria”: meglio soli che mal accompagnati. Ciò ha indubbiamente dato espressione politica ed elettorale ad un senso comune assai diffuso nel popolo dell’Ulivo: basta con le piccole rendite di posizioni e i ricatti conseguenti. Scaricare zavorra col voto utile era parsa la linea di condotta più conseguente ad un tale approccio. Poi le dimissioni di Veltroni furono la semplice conseguenza di un fallimento. Veltroni ha capito al volo (come suo solito) che da quel 33,2% arrotondato politicamente a 34% si poteva solo arretrare. Cosa che è puntualmente avvenuta alle europee e alle amministrative sotto la nuova guida di Franceschini. Veltroni resta quello del 34%. Chi può far meglio? Nessuno. Per il motivo duro e semplice che la sinistra italiana, anche radunando tutte le sue componenti non ha mai superato in sessant’anni quella soglia elettorale. E adesso la raggiunge solo con il contributo di ciò che residua dall’esperienza del PPI e della (successiva) Margherita. Ecco perché Bersani in alleanza con Prodi propone una riedizione dell’Ulivo. Questa alleanza, per inciso, si è tradotta com’è noto in una nuova sistemazione del sistema di potere locale e regionale in Emilia-Romagna. La presidenza della regione ad Errani, il capoluogo (comune e provincia di Bologna) per la prima volta agli uomini (e donne) di Prodi. Attenzione ,in questo caso non ” si mischia il sangue” secondo l’espressione ,non so quanto felice, di Franceschini. Al contrario di delimitano zone d’influenza: da potenza a potenza. Non c’è nulla di cui scandalizzarsi. Solo che questo modo di procedere non corrisponde propriamente all’idea fondante del PD. Si tratta di una politica di alleanze nella quale ciascuno rimane esattamente sé stesso. Con i suoi interessi di riferimento e soprattutto con le sue personali posizioni di prestigio e potere politico. Naturalmente tutto ciò si traduce nella contingenza attuale anche in un’alleanza interna con l’appoggio a Bersani del padre nobile del PD, ma meglio sarebbe dire dell’Ulivo. Risultati a breve ci saranno più o meno per tutti. Anche se, in prospettiva non sarà la ex sinistra degli ex DS a menar il gioco. Della qual cosa non ce ne potrebbe fregar di meno , se non fosse per il rischio effettivo di una accentuata perdita di contatto con il mondo del lavoro nell’equiparazione, in termini di referenti sociali, di questo con l’impresa. D’altro canto ciò non contraddice la linea fondativa del PD, Mai nel PD, partito innovatore alla rinfusa , si cita il lavoro senza l’impresa. Anzi , fateci caso il lavoro viene dopo. Della serie : vogliamo rappresentare insieme l’impresa e il lavoro. OK. E’ ben vero che un partito che vuol governare deve ,necessariamente assumere un profilo interclassista. Nessuno lo nega. Io neppure. Tuttavia , anche nella crisi attuale, chi è ormai del tutto sprovvisto di rappresentanza politica è il lavoro dipendente in tutte le sue variegate e precarie forme. Non certo l’impresa. Ed è proprio per ciò che la Lega accresce il proprio insediamento sociale e territoriale a spese della ex sinistra. E c’è da scommetterci, in futuro lo farà, in modo accentuato proprio in Emilia-Romagna, dove l’alleanza interna al PD lascia scoperto un vasto campo sociale. Ciò anche come conseguenza più generale dell’idiozia proclamata dal riformismo pieddino secondo cui non c’è ormai più differenza tra lavoratore e imprenditore. Non sono tutti lavoratori, a parte il reddito? E’ una particolarissima interpretazione del “patto tra produttori” che non ha senso politico alcuno nell’epoca odierna nella quale –come dovrebbe insegnarci il cosiddetto riformismo- la disarticolazione e la frantumazione del lavoro dipendente (e non solo) conseguenza della totale e selvaggia liberalizzazione del mercato del lavoro, attuata a livello globale, lascia intatto un solo campo:quello dell’impresa seppur opportunamente ristrutturata. Sì , lo so , l’obiezione può riguardare la piccola impresa o meglio, ormai, la micro impresa. Ma è un’obiezione pelosa poiché qui davvero stiamo parlando e da tempo, di lavoro autonomo, flessibile al massimo grado , spesso precario. Sarebbe il caso d’aggiornare l’analisi “storica” su questo punto, senza edulcorare per ragioni propagandistiche uno stato di fatto ormai molto cambiato. In sostanza sembra a me che ,in termini di analisi sociale, l’idea pieddina, ancora in voga, secondo la quale tutti i gatti sono bigi, siamo tutti nella stessa barca, e così via dicendo, è del tutto spiazzata rispetto ad una richiesta di tutela e difesa d’interessi vitali che , nella disperazione e nel vuoto di politica e di rappresentanza, s’indirizza altrove poiché non basta più la generica chiacchiera sulle inevitabili trasformazioni in atto. Bisogna starci dentro e almeno capire che, sempre più, ogni persona vale un voto. E , la grande maggioranza delle persone , impiegato , operaio , precario,ma anche altri ceti impegnati nelle libere e spesso povere professioni è in cerca di un riscatto sociale. Sissignore, proprio di questa cosa antica e mai tanto attuale e pressante: riscatto sociale. Tutta questa larga platea sociale ed elettorale cerca qualcosa di affidabile , sicuro, responsabile nel tempo. Un partito dotato di una propria visibile identità. Per tanti aspetti l’opposto di un partito dai contorni sfuggenti, incerti, con una dirigenza impegnata da mattina a sera in una contesa interna che dice e contraddice continuamente e in parlamento si astiene spesso e volentieri su aspetti cruciali anche di alto valore simbolico. Chissà se qualcuno nel PD capirà, prima o poi, che anche i simboli sono importanti. Qual è lo spazio simbolico che traduce il profilo ideale del PD? Dopo le ideologie qual è il sistema di valori del PD? No, non sto alludendo alle quattro misere chiacchiere sull’equità, le pari opportunità, la solidarietà che troppo spesso non traducono una ricerca e un’elaborazione innovativa quanto piuttosto valgono a mascherare una povertà culturale sconcertante. Volete recuperare e ricollocare “modernamente” nell’epoca della grande crisi globale, termini come giustizia sociale oppure intendete rimanere allo stato gassoso: imprendibili per la gente comune? “Non si pensi” –come dice Veltroni –Crozza che i guai del presidente del consiglio vi serviranno a sciogliere questi e altri nodi. L’anziano giovanotto è giunto forse all’inizio della fine. Ma non imboccherà un sereno viale del tramonto mentre voi siete impegnati a districare l’ingarbugliata matassa di procedure democratiche che paiono concepite da un ubriaco in una notte senza luna. E , il bello è (si fa per dire) che per impedire la candidatura di Grillo dovete, di fatto, smentire voi stessi. Sì perché se uno si iscrive al PD oggi , non vale, formalmente, quello che ha fatto ieri contro . A quello che vi dice :vengo anch’io, dovete per forza rispondere alla Jannacci. Anche perché in ciò che è stata giustamente definita la “democrazia del passante” uno così potrebbe persino vincere la posta in palio. Roba da matti! O no? Mentre ad uno come me , che vi diceva : per il momento vengo nel PD insieme ad altri, in forma collettiva, accettandone tutte le regole avete detto no. Perché? Perché no! Appunto. Unico caso al mondo di un partito che si è dato procedure formali di massima apertura per coprire un sostanziale e duro settarismo da vocazione maggioritaria. Salvo che adesso cambiate radicalmente linea. Per esempio in Europa siete approdati, seppur provvisoriamente e in stato di necessità, a quella sintesi demosocialista che vi era stata proposta e che avete rifiutato quasi fosse un diabolico marchingegno inventato da un perfido sabotatore. Benvenuti comunque. E poi riscoprite l’Ulivo, almeno alcuni di voi. Ed è proprio qui che si rileva la debolezza strategica (mi si passi questo termine passatista) di Bersani. Di questo ed altro ancora alla prossima puntata. Tanto c’è tempo fino a metà ottobre.

democrazia da esportazione

luglio 14, 2009

Se gli USA fossero quella grande democrazia da esportazione celebrata almeno dal 1945 ad oggi, Bush Cheney e compagnia di giro dovrebbero essere portati davanti ad un tribunale e processati per aver violato la legge americana che non consente l’uso dell’assassinio politico. Se poi gli USA avessero aderito ,cosa che si sono ben guardati dal fare, alla Corte Penale Internazionale, tutta la banda neocon sarebbe imputata di una lunga serie di reati: dalla violazione dei diritti umani fondamentali, all’ aperta e sprezzante violazione di almeno un paio di Convenzioni di Ginevra per aver consentito, in via del tutto normale , ordinaria e generalizzata l’uso della tortura contro i propri nemici , veri o presunti. Il fatto , nudo e crudo, però è che nel mondo attuale vale la regola della forza e non del diritto. Ironia della storia, i rivoluzionari neocon hanno riscoperto il vecchio Marx: “l’arma della critica non sostituisce la critica delle armi.” Si sono dimenticati che però “ l’arma della critica diviene forza materiale non appena s’impadronisce delle masse”. Infatti in Irak, dopo aver provocato oltre 100.000 morti e scatenato la Fitna, come dice Kepel, (una guerra civile infinita nel mondo islamico), hanno contemporaneamente offerto fior di munizioni alla guerra santa del loro ex amico Bin Laden. Quello stesso bin Laden nei confronti del quale fu emesso un mandato di cattura internazionale da Gheddafi all’inizio degli anni ’90. Gli americani se ne fregarono allegramente. Of course. Adesso o riescono ad ammazzarlo o son guai. Se non muore subito,capace che si mette a spiegare per filo e per segno il come e il quando gli USA, tramite i servizi pakistani, lo pagavano per far tagliare le teste a ragazzi di diciannove vent’anni inviati in Afghanistan con l’ex armata rossa.(E’ in quella campagna che gli integralisti hanno restaurato il rituale della decapitazione) . Capace che vien fuori che il terrorismo internazionale di matrice islamica è stato foraggiato, incentivato e adeguatamente armato e addestrato dai consiglieri della CIA. Gli stessi che hanno addestrato alla tortura (vedi “La ballata di Abu Ghraib” di Gourevitch e Morris edizioni Einaudi) i carcerieri made in USA. In ogni caso a far fuori , prima o poi , bin Laden deve semmai pensarci qualcun altro ,dato che in Arabia saudita e altrove una parte non secondaria dell’establishment s’ islamico s’incazzerebbe di brutto. Qualcun altro appunto. Oggi sappiamo che tal Dostum ,signore della guerra afghano, portato in palmo di mano dagli USA, scava alacremente fosse comuni per interrare i talebani . Un paio di migliaia, si dice. D’altro canto la pratica dello sterminio sistematico praticata dagli amici degli USA non è nuova. Già nella prigione di Mazar –i –sharif i talebani e malcapitati generici furono mitragliati con le mani legate dietro la schiena. Altri furono arrostiti dentro containers opportunamente esposti al caldo sole afghano. Crimini di guerra? Per carità si tratta sempre di “nemici combattenti”.Gente cui non può esser applicata alcuna legge o convenzione o statuto giuridico. Possono , anzi debbono esser massacrati all’ingrosso . Dietro congruo compenso, dato che i signori della guerra, non conoscono né democrazia né terrorismo, ma solo il color verde dei dollari. Leggo che l’ottimo analista pakistano Ahmed Rashid, i cui libri tradotti in italiano mi permetto di segnalare a chi non li avesse ancor letti, dice che “non è questo il momento di sbarazzarsi dei signori della guerra”. Non farebbe bene all’elezione di Karzai, che è un suo buon amico di lunga data. Sarà. Ma davvero i Talebani sono peggio degli uzbeki di Dostum e delle altre bande di assassini e tagliagole amici degli USA? La scelta è solo tra costoro? Forse bisogna prenderla più alla larga. Forse anche per Obama la via obbligata è quella di togliere di mezzo per sempre la sanguinosa idiozia di Bush il texano che ha inventato la guerra infinita al terrorismo al solo scopo di far passare in secondo piano il declino dell’impero nella sua organica incapacità a fronteggiare la grande crisi economica i cui effetti stanno appena adesso per abbattersi in modo devastante sulla vita delle persone. Insomma non basta la promessa di un’inchiesta, che comunque ben venga. E’ urgente prender atto che le possibilità per un cittadino dell’occidente di cadere vittima del terrorismo internazionale è pari a quella di venir colpito da un fulmine, come spiega nel suo ultimo libro,in modo ben documentato, Loretta Napoleoni. Cambiare radicalmente dunque agenda e priorità per fronteggiare la crisi globale. Intanto , anche in Italia , sarebbe utile piantarla con la caterva di stupidaggini propagandistiche sulla presenza dei “nostri ragazzi” in Afghanistan magari in attesa di celebrar loro solenni esequie. Per aiutare Obama a capire che dopo l’Irak anche in Afghanistan la partita non può esser giocata e vinta sul piano militare. E forse, almeno nel breve periodo, neppure più su quello politico.
PS. Se poi nel PD i vari candidati alla segreteria avessero qualcosa di men che banale e rituale da dire sulla vicenda afghana…..Le sfighe di Berlusconi non sono sufficienti a rimettere in asse un progetto deragliato a inizio corsa. Ne riparleremo.

L’Aquila bella non può mai perire

luglio 10, 2009

“L’Aquila bella non può mai perire”.E’scritto sulla targa appena scoperta alla presenza dei grandi della terra. L’operazione propagandistica del Berlusca è riassunta nell’imposta solennità di tale circostanza. Tanto per far passare in secondo piano l’imbarazzo dovuto al pasticciaccio brutto di palazzo Grazioli e dintorni. Mossa scaltra quella di far svolgere il G8 a l’Aquila. Ciò non toglie che il grande successo di questo summit , vantato dai berlusconidi non c’è stato. In nessun campo. Del resto da tempo ormai immemorabile questi vertici non concludono alcunché. Dichiarazioni d’intenti. Acqua fresca e nulla più. Dice il portavoce Bonaiuti in una trasmissione ancora in corso mentre scrivo, nel tiggi sdraiato, di Minzolini che c’è un forte impegno dell’Italia ,sulla scorta della volontà di Obama, verso l’Africa. Chi sa come stanno davvero le cose viene inevitabilmente colto da un irresistibile senso di nausea. Lo stomaco non può che rivoltarsi davanti ad una tale cinica sfrontatezza. Sono stato per cinque anni membro della commissione sviluppo del Parlamento europeo e posso ben testimoniare che tutte le volte che si è parlato di aiuto pubblico allo sviluppo (APS), con riferimento particolare alla percentuale di PIL nazionale (0,7%) da dedicare al raggiungimento degli obiettivi del millennio , primo tra tutti il dimezzamento della povertà nel mondo entro il 2015 ; ebbene l’Italia è sempre stata citata come esempio negativo. A tutt’oggi fanalino di coda di tutta l’Unione Europea. Roba da vergognarsi a far parte come italiano di quella commissione. E adesso il portavoce del Presidente del consiglio- che per inciso dice di non aver idea alcuna di quale sarà la politica estera americana,come fosse cosa normale per uno che sta al governo- spiega che l’Italia è impegnata contro la desertificazione e per l’emergenza acqua. Patetico e ridicolo insieme. Parla un tale che non sa un bel nulla di nulla. Improvvisa mettendo insieme un paio di banalità con l’aiuto di giornalisti minzoliniani smaniosi di darci a intendere che Bonaiuti, contro ogni evidenza, sa qualcosa dell’Africa e dei problemi dello sviluppo. Intanto corrono le immagini di un Obama che , poveretto, cerca disperatamente, nei limiti della buona educazione di sottrarsi, fosse pure con lo sguardo rivolto altrove, al tallonamento di Berlusconi che gli sta aggrappato come una mignatta concionando in non si sa quale lingua. Poi Obama volerà in Ghana e si occuperà seriamente dell’Africa perché a differenza di Bonaiuti e “dell’amico Bush” (Berlusconi dixit) sa che il vero grande problema strategico nel rapporto tra continente africano e occidente insorge nella presenza capillare e aggressiva della Cina, che per non saper né leggere né scrivere, non redige appunto dichiarazioni d’intenti, ma penetra profondamente in Africa con un business molto articolato e spesso vantaggioso, almeno nell’immediato, per molti territori di quel continente. “L’Aquila bella che non può mai perire” non meritava di esser ulteriormente umiliata e sfruttata a puri fini di propaganda interna. Adesso che il vertice si sta concludendo scade anche la moratoria, chiesta giustamente dal presidente Napolitano in omaggio alla dignità di un’intera nazione. Dunque credo di poter riassumere il senso più autentico dell’operazione messa in campo dal governo italiano con il G8 : ma che schifo!

blog

luglio 9, 2009

Il blog.

La piccola decisione di aprire questo blog ha una piccola storia alle spalle. Quella di un’associazione denominata democraticiesocialisti (tutt’attaccato) e relativo sito web oggi chiuso dopo quasi quattro anni di attività. La ragione sociale dell’associazione e relativo sito s’adunava  in un’ipotesi politica parzialmente alternativa al progetto del PD. Tener insieme in una sintesi nuova e sperabilmente felice un programma di rinnovamento democratico fortemente intriso di contenuti socialisti. A questo punto mi spiego meglio. Così (forse)continuate a leggermi. D’altro canto è tutto molto semplice. Si trattava e ancor oggi si tratta di raccogliere dalla polvere la bandiera della giustizia sociale, ivi gettata in quel genocidio della sinistra italiana causato da una subalternità culturale e politica degli ex comunisti(principalmente) al dominante pensiero unico neo liberista. Cinque lustri passati a far dimenticare un peccato originale. Quello di aver militato nel partito che fu di Enrico Berlinguer. Fate attenzione chi scrive , a suo tempo, fu un pasdaran della svolta che doveva portare la sinistra italiana fuori dal comunismo. Dunque non si tratta, nell’ipotesi demo socialista, di tornare indietro ma di andare avanti criticando un passato non sempre edificante ma senza rinnegare sé stessi. Possibile? Certo che sì. A patto di non nascondere la propria incapacità ad immaginare un futuro migliore dietro la paroletta  magica del riformismo. Se non sai chi sei e dove vuoi andare facendo dimenticare da dove vieni ti definisci un riformista. E così, sotto il vestito (del riformismo) niente. Vaghe stelle dell’Orsa…. Ci stanno tutti sotto quel vestito. Da destra a sinistra. Riformista diviene così, non un esperienza storica concreta coi suoi pregi e difetti, ma solo una parola vuota,priva  di significati cogenti. Parola da niente per buoni da niente. Per gente spaesata che tira a campare. Mentre la destra incalza col suo populismo tanto rozzo quanto efficace. Un grande partito riformista non definisce un bel nulla. Come infatti accade al PD. Nè carne , né pesce. Perché mai la gente di sinistra dovrebbe ancora a lungo identificarsi in un partito senza identità? Ed è poi vero che nel terzo millennio la contrapposizione destra –sinistra ha perso di significato? Anche alla luce dell’esperienza della cosiddetta “terza via” indicata, molto tempo addietro, da Giddens e praticata da quel falso socialista di Blair (la definizione è di Loretta Napoleoni), la mia risposta è semplice: si tratta di una balla inventata da quanti si sono dimostrati incapaci di immaginare e poi tener in campo un progetto innovativo per una grande sinistra democratica e popolare. Coloro che essendo entrati una volta, per breve tempo, nella stanza dei bottoni vogliono tornarci a prezzo di ogni compromesso, accompagnato da ogni sorta di revisioni all’ingrosso. Stolti che inebriati dalla nuova, tanto attesa condizione, concepiscono ormai il riformismo come una scorciatoia per il potere senza capire che per questa via dal potere si allontanano sempre più. E’ il riformismo senza popolo della sinistra , regolarmente surclassato dal populismo, scaltro e cinico della destra. Di tutto questo e altro ancora si parlerà in questo blog. Di “quell’altro ancora”, faranno parte anche ricordi personali riguardanti il passato, recente e ormai remoto. Ricordi, si badi bene, sempre documentati da appunti redatti a caldo negli ultimi trent’anni. Massimo  rispetto delle persone che saranno di volta in volta citate. Ma senza remore. Tanto perché i giovani sappiano…

Mauro Zani.

PS.1. Naturalmente, non appena mi sarò del tutto impratichito nella gestione tecnica del blog , stabilirò delle precise regole d’accesso.  Della serie : si astengano perditempo di destra e sinistra. Intervengano pure in libertà totale quanti sono in perfetto disaccordo . Non si accettano offese gratuite indirizzati a un politico di professione. Dato che mi onoro di esserlo stato (se non vi fa schifo) facendo sempre , dico sempre, prevalere l’interesse generale sopra quello della mia parte ,che pure ho difeso in ogni avversità con tutte le mie forze. Vabbè. Vedremo.