Spiriti

Perché affermo(vedi prima puntata) che tornare all’Ulivo rivela una debolezza strategica? Semplice. Quell’esperienza , nel bene e nel male , si è del tutto consumata. E’ stato bello. Ma non c’è più. Nacque, sulla base di una felice intuizione, nel 1996 come alleanza elettorale dopo la sconfitta dei progressisti. L’ambizione o per meglio dire la suggestione era anche quella di far evolvere l’alleanza in un vero e proprio soggetto politico. Cosa sarà mai un “soggetto politico? Un partito, un movimento,un’associazione? Tutto rimaneva abbastanza sfocato. Sullo sfondo. Idee diverse. Nel PDS di allora, sotto traccia , già si avvertivano varie correnti di pensiero intorno ad un’eventuale evoluzione dell’Ulivo di Romano Prodi. Comunque,al momento di costituire le liste con la definizione delle candidature nei collegi elettorali uninominali, fu messa in campo un’alleanza alquanto eterogenea. PDS, PPI, prodiani, verdi del Sole che ride, Rinnovamento Italiano di Dini e Donatella con dentro i socialisti di Boselli, e una piccola formazione messa in piedi dal solito Bordon per assicurare a sé stesso una qualche sopravvivenza politica. Posso testimoniare che al tavolo della trattativa costituito al quarto piano di Botteghe Oscure, non aleggiava lo spirito dell’Ulivo come soggetto politico. Qualsiasi cosa sia un soggetto politico. Tutt’altro. Qualcuno del PDS, chiarì subito che Romano Prodi ,il candidato a premier senza partito, si sarebbe accontentato di una trentina di seggi in collegi elettorali ragionevolmente sicuri e dunque si poteva subito operare uno stralcio positivo in tal senso. Qualcun altro, autorevole, del PPI di rimando: “Vabbè vedremo. Secondo me possono bastare anche quindici”. Poi in iniziarono le danze che si protrassero, praticamente senza pause, per circa una quindicina di giorni comprese sette o otto notti. Ci vuole un fisico bestiale non solo per bere e per fumare ma anche per condurre una trattativa democratica vertente sul destino di molte persone. Basti pensare , per avere un’idea del clima, che fuori dalla porta lungo tutto il corridoio, bivaccarono per alcuni giorni(fino a che non mi risolsi a sgombrare la baracca) intere delegazioni regionali o locali con al seguito persino parenti di questo o quell’aspirante candidato ,tutte abbondantemente munite di succulente colazioni al sacco. Somma tentazione per chi , come me, aveva deciso sin dall’inizio di bere solo acqua e caffè d’orzo memore della trattativa del 1992 quando compresi appieno l’importanza della tenuta fisica. Ti distrai un attimo a mangiare un panino e ti fottono un collegio. Alla fine la vicenda si concluse nel migliore dei modi. Salvo che per i seggi prodiani e socialisti. D’altro canto l’asse della trattativa si era costruito intorno al confronto -scontro tra PDS e PPI e Franco Marini (che saluto con affetto e stima in omaggio alla sua tempra di combattente ) si dimostrò un osso particolarmente duro sul tema dei seggi a Prodi. D’altra parte quella era la sua zona d’influenza : “popolari per Prodi” , appunto. Così come del resto i socialisti ricadevano nell’area Dini e signora e per riuscire a candidare Boselli dovetti spiegare a muso duro alla famiglia che i socialisti in Italia avevano cent’anni di storia e non si potevano lasciar fuori dal parlamento ,nonostante la bufera mediatico-giudiziaria che li aveva investiti. Il PDS comunque ottenne il 50% più uno delle candidature, anche grazie allo sbarramento opposto ad una penetrazione massiccia nelle ubertose e rosse terre dell’Emilia, della Toscana e dell’Umbria da parte di torme di candidati provenienti dal resto della penisola. Era il mandato che mi aveva affidato il Massimo del partito prima di abbandonare il palazzo, per tutto il tempo della trattativa,onde chiarire che Lui non s’occupava di posti, ma di Politica. Vincemmo di stretta misura, grazie anche(e forse soprattutto) ad un’accorta scelta dei candidati nelle varie realtà territoriali. Alla Camera la maggioranza di Prodi poteva contare (se ben ricordo) su soli sette seggi, con Rifondazione comunista che onorava la promessa elettorale di non opporsi al varo di un governo di centro –sinistra. Il resto è noto. Fu subito casino. Mentre l’idea dell’Ulivo come soggetto politico si faceva una certa strada nell’elettorato (o se volete nel popolo di sinistra), gli interessi personali e di partito tenevano banco dentro la coalizione. Nel governo Veltroni vice –premier si stagliava come custode dell’eterodossia ulivistica. Nel PDS, per contro,correvano simpatiche minacce di ricorrere alle risorse europee per “estirpare gli ulivi”. Insomma diamo pure la colpa a Bertinotti che certo ha fatto la sua parte nella caduta del primo governo Prodi. Resta che l’Ulivo appariva fin dall’esordio una strana e irrisolta creatura concepita anzitutto per arrestare l’ascesa di Berlusconi. Non a caso nel 2006, dieci anni dopo, si vara la più vasta alleanza dell’Unione per tornare a vincere con Prodi. Sempre di strettissima misura. Tutti sapevano (mo) che con il solo Ulivo si perdeva. Da qui si fa strada l’idea del partito democratico già avanzata da Veltroni molto tempo prima. Per questo tornare all’Ulivo o al suo spirito è un’operazione che si presta alla critica di conservatorismo ed è ,in ogni caso, operazione ingannevole. Com’era, a suo tempo, ingannevole la predicazione di Fassino, quando per tranquillarci, ci spiegava che il PD era semplicemente il compimento formale  dell’Ulivo: “ il PD , in realtà esiste già da dieci anni”. A questo punto direi che non c’è da evocare spiriti . Lo spiritismo anche per quanto riguarda l’idea di sinistra non può bastare. Serve un progetto politico. Il PD fin’ora non lo è stato. Se non nella formula indicata genericamente da Veltroni che si è riassunta nell’andar via dalla sinistra. Parola, quest’ultima, radicalmente espunta da ogni discorso del PD nei suoi primi due anni di vita. L’agente Orange del voto utile, irrorato dal PD sulla residua sinistra nelle elezioni politiche, aveva in sé un valore fortemente simbolico oltre che corrispondere ad una necessità elettorale. Adesso sembra che la parola sinistra ritorni in Bersani come in D’Alema. Un pochino tardi in verità. Tuttavia almeno s’avverte un tentativo di correggere la rotta oltre oceano che si era imboccata. Ma bisognerebbe far sul serio. Evocando un partito radicato nei territori, o lo spirito della sinistra si può forse vincere un congresso. Per le primarie si vedrà. Ma non basta per varare un progetto politico all’altezza delle sfide moderne. Bisogna fare un passo indietro per farne , forse, due avanti. Ripartire dall’inizio. E l’inizio è costituito da una vera , onesta e sincera autocritica per la lunga subalternità culturale della sinistra riformista e di tutto il centrosinistra nei confronti dell’epopea neoliberista. E’ esattamente questo che è mancato nell’avvio del PD. E’ la sua falsa partenza. E si capisce perché, dato che tutta la vulgata sulla necessità di andar oltre il novecento, con tutti gli annessi e connessi, puttanate comprese (come quella ,principale, che il secolo breve è stato solo foriero di guerre e dittature) si è affermata anche grazie alla responsabilità (o irresponsabilità) di un’intera classe dirigente che non ha saputo scorgere il disastro sociale largamente preannunciato dall’offensiva del pensiero unico. C’è stato un tempo (recente) nel quale era divenuto del tutto impossibile avanzare, dentro la sinistra riformista, qualche seppur timida obiezione intorno all’idea malsana che tutti i parametri sociali dovessero piegarsi alle magnifiche e progressive sorti del mercato globale. Adesso il problema per un partito che si definisce democratico non è dunque quello di evocare gli spettri o di menar il torrone (omaggio a Fassino) di una mistica della sinistra. Non me ne faccio un bel nulla di una sinistra transustanziata. Lo spirito santo riguarda la sfera della religione. Mi serve il progetto di una nuova e più grande sinistra la cui identità è molto più importante della sua forma organizzativa. E una tale identità, per una sinistra che viva in concreto in un partito democratico di tipo nuovo, deve necessariamente muovere da una critica alla democrazia in questa fase storica, alla sua impotenza nel governare il processo economico e nel dettare l’agenda “democratica” di un possibile sviluppo umano. Difendere la democrazia oggi significa assumere l’onere, insieme a molti nel mondo, di concepire un progetto democratico a livello globale. E , a un tale progetto, non sono affatto estranee le ragioni fondative di quel socialismo europeo oggi tanto(troppo) bistrattato, quanto ieri tanto(troppo)  osannato. Di tutto ciò alla prossima puntata.

PS.1Oggi Bersani dice che preferisce un partito delle riforme alla definizione di riformista.Alla buon’ora. Sembran passati anni luce dal congresso di scioglimento dei DS quand’era in vigore la teologia del riformismo.

PS2 D’Alema non arriva a tanto quando, sempre oggi, dice che ci vuole una dose di riformismo emiliano nel PD. Tuttavia anche qui,siamo a molti parsec di distanza da quando gli emiliani erano buoni solo a fare i tortellini.

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21 Risposte to “Spiriti”

  1. Carlo Ranocchia Says:

    Caro Zani, forse qualcuno te lo avrà gia proposto, ma perchè non scrivi un libro per raccontarci per bene la tua esperienza. Ricordo a tutti gli smemorati che tu sei stato membro della segreteria del PDS e non l’ultima ruota del carro.

    • maurozani Says:

      Sono stato membro anche della segreteria dei DS con Veltroni segretario, ma non è una buona ragione per scrivere un libro. Preferisco intrattenermi e dialogare con te e con voi.

  2. hallo spank Says:

    la lettera di Diotallevi… troppo carina per non riproporla a chi se la fosse persa!

    Io sto con Bersani!

    … eh si’!
    Nonostante il moderatismo di alcuni passaggi, e qualche indecisione nella guida politica non si puo’ cedere al ribellissmo, all’estremismo qualunquista e liquidare l’esperienza del centro-sinistra di questi anni recenti, l’esperienza dell’unione tra le forse democratiche. Non possiamo assecondare la logica del “tanto peggio, tanto meglio”. Non ci si puo’ isolare e cosi’ tener fuori dal gioco politico nazionale i lavoratori e le gente comune. Abbiamo un compito storico e le circostanze si presentano, a volte, con profili diversi da quelli che desideravamo.
    Le grandi eseperienze dei socialisti europei, nello scorso decennio, in Gran Bretagna, Germania, Francia rappresentano una indicazione che non dobbiamo accettare acriticamente ma che dobbiamo cogliere e portare ad una piu’ compita espressione.
    L’incontro tra socialisti, laici e cattolici non ha piu’ alibi, deve avvenire sul terreno che anche la gerarchi Ecclesiastica ha riconosciuto, quello della Pace, della laicita’, della rottura con il moderatismo, quello della autonomia delle realta’ temporali e dunque della politica.
    Cosi’ potremo incarnare le giuste aspettative per le riforme, ma anche la prudenza che ci fa conservare i grandi valori del passato.
    La grande tradizione del socialismo europeo, certo non esente da critiche e da contraddizioni, ha bisogno del nostro apporto per essere rigenerata, ma noi dobbiamo riagganciare quel cammino da cui gli eventi storici drammatici ci hanno separato per esprimere a pieno la nostra capacita’ di introdurre finalmente sulla scena politica un vero ed audace riformismo, capace di “riforme di struttura”.
    Battere l’estremismo e far crescere il socialismo nella democrazia: per questo io sosterro’ la candidatura di Bersani al prossimo, XI, Congresso del PCI, perche’ questo 1966 sia davvero l’anno della svolta!

    Ps.
    Senza mediazioni e senza cedimenti. Sento che potrebbe spuntare un candidato di compromesso come Enrico Berlinguer. Una scelta del genere paralizzerebbe il nostro cammino.

  3. Fausto Anderlini Says:

    Caro Mauro, interessante il tuo blog, ma desolatamente solitario (come il mio sito del resto) e anche molto (troppo) spartano. Ma perchè non li mettiamo insieme ? Mi piace molto accapigliarmi con te. Ogni tanto ne sento nostalgia. Potremmo divertirci e far divertire, approfondendo in via del tutto polemica qualche discorso. Comunque anche questa volta dici diverse cose interessanti ma inerpicate su un sentiero sbagliato. Non per via del fatto che non incrocia il Pd, ma perchè fuori della realtà dal punto di vista dell’analisi. Se non tutta, almeno di una parte. Per questo ho preso spunto da alcune tue frasi per sviluppare un approfondimento al quale ti rinvio digitando l’indirizzo sottostante. Ciao Fausto.

    http://sites.google.com/site/quarantena2009/

    • maurozani Says:

      Per Anderlini.Ho letto il tuo approfondimento.Interessante.Mi permetto di dire che il mio modesto scritto non c’entra granchè. Non c’era alcun bisogno di prendermi a pretesto stralciando una frase a casaccio e ignorando l’asse e il senso del mio ragionamento sul PD, non sulla Lega. Forse perchè è più complicato da affrontare. Di petto.

    • Fausto Anderlini Says:

      Ma come non c’era bisogno di prenderti a pretesto ? Io leggo sempre
      con attenzione quello che gli altri scrivono. E sto sul pezzo, se questo, soprattutto con i suoi errori, mi stimola. Così rendo anche merito all’autore. Ora l”intero impianto
      del tuo intervento dal titolo l’estate calda del Pd prima puntata era
      centrato su una critica della commistione lavoro/impresa. E’
      esattamente su questo, che è un tema strategico cruciale, che ho
      cercato di sviluppare un approfondimento. Con una differenza. Tu
      arrivi alla Lega en passant, mentre io approfondisco analiticamente
      il tema Lega proprio per arrivare a toccare il cuore del problema.
      Perchè il tuo discorso è interessante come pretesto ? Perchè se la
      sinistra si limita a gestire un discorso vetero-fordista sul lavoro, è condannata in partenza a restare un ‘residuo’ (con qualche peso da qualche parte, ma sempre residuo – ciò che stupisce nel tuo discorso
      è che viene da un ex dirigente del Pci emiliano-romagnolo, non del Piemonte). Mi viene addirittura da pensare che se il Pci è stato in Emilia quello che è stato è anche perchè ha capito che il modo di valorizzare il lavoro era quello di capirne la natura imprenditoriale. Per questo è nato
      come il partito del proletariato agrario, ma poi non è eclissato
      col mondo agrario. Perchè è diventato il partito della modernità
      industriale diffusa. Per il resto il tuo discorso sulla ‘debolezza della ri-proposta dell’Ulivo’ mi trova assolutamente consenziente. E’ la parte più caduca
      della proposta di Bersani. Forse necessitata dall’aggancio tattico del
      prodismo, ma senza alcuna prospettiva.

      • maurozani Says:

        Non ho scritto che prendi a pretesto me, all’intero. Bensì, dato che avevi voglia di scrivere sulla Lega , hai preso a pretesto un mio lieve passaggio. Infatti adesso correggi dando conto del senso del mio post che riguardava la riesumazione dell’Ulivo che ha certo a che vedere con la tattica congressuale…tuttavia per me è sintomatico, anche della situazione locale. Ciò che stupisce me è che tu pensi (o fai finta di pensare per ragioni di mera polemica) di aver a che fare con un “discorso vetero -fordista” costruendo così il solito falso bersaglio facile da colpire. No. Io torno ,insistentemente sulla subalternità culturale della sinistra alla vulgata neo-liberista.Penso che da una sana autocritica su questo punto non si possa prescindere per rimediare alla falsa partenza. Se non fosse stata una falsa partenza il segretario e fondatore del PD non si sarebbe dimesso dopo poco più di un anno.

  4. maurozani Says:

    Solitario.Non desolato. Non m’inerpico.Se non quando vado per funghi. (tra parentesi non ne trovo).Scrivo solo per tener in azione la massa neuronale. Per null’altro. Di preciso.E poi anche per raccontare qualcosa del back stage. Poco per volta però. Lievemente. Per non infastidire alcuno. C’è chi scrive libri e non mi piace. Io racconto per i miei quattro(letteralmente) lettori cui sono molto affezionato. Persone che sanno come son fatto o che lo intuiscono. A loro sono molto grato. Per il resto leggerò ,naturalmente, il tuo approfondimento.

    • Fausto Anderlini Says:

      ma se la solitudine non è desolata, non è vera solitudine. Marcare la desolazione non è che un mdo per rendere alla solitudine quella sofferenza che la rende degna. E comunque la mia era un’umile proposta di stare in blog-compagnia. Per alleviarla appunto.

  5. jaia Says:

    chissà perchè si ritiene sia utile condividere stati d’animo, specie se abbastanza sfigati….
    e poi le sfumature sono tante, i caratteri e gli approcci diversi… solitario, per esempio, può essere:
    a) triste, solitario y final …
    b) onanistico
    c) a culo col mondo
    mah…

    • maurozani Says:

      Solitario può anche essere una scelta politica….più o meno contingente o anche forzata. Contingente: aspetto che il polverone cali per scorgere cosa c’è dietro. Forzata: quelli del PD vorrebbero pubblica autocritica da me dopo che non ne hanno azzeccata una che è una. Io me l’aspetto invece da loro. Situazione di stallo. per quanto mi riguarda: campa cavallo!

    • Fausto Anderlini Says:

      Binario, tristi parallele della vita…triste e soluitario…La mia solitudine sei tu….soli si muore senza un amore…ora sei rimasta sola…A parte le canzonette, forse per Zani non sarebbe male l’esegesi del leopardiano Passero solitario (in tal caso Passerone – che alla campagna cantando va finchè non more il giorno, con il finale: Ahi pentirornmi, e spesso,
      Ma sconsolato, volgerommi indietro). Anch’io razzolo fra i passeracei (gulp, sovviemmi un dubbio, non è che anche la gallina ne faccia parte ?), resta, cara Jaia, che la più forte comunanza è quella che nasce dalla sfiga. A ben pensarci alla solidarietà come catartica coscienza per sè l’individuo non potrebbe accedere senza il viatico malinconico della solitudine. In ultimo è da rimarcare che il training autogeno ha una efficacia che non dovrebbe essere sottovalutata….

    • Fausto Anderlini Says:

      Dal lieto passero solitario al passerone malinconico

      A questo punto è doverosa un po’ di esegesi leopardiana. Cosa di meglio del ‘Passero solitario’. Ricordiamo i primi versi:
      “D’in su la vetta della torre antica,
      Passero solitario, alla campagna
      Cantando vai finchè non more il giorno;
      Ed erra l’armonia per questa valle.
      Primavera dintorno
      Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
      Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
      Odi greggi belar, muggire armenti;
      Gli altri augelli contenti, a gara insieme
      Per lo libero ciel fan mille giri,
      Pur festeggiando il lor tempo migliore:
      Tu pensoso in disparte il tutto miri;
      Non compagni, non voli,
      Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
      Canti, e così trapassi
      Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.”
      Il passero solitario di Leopardi ripropone una condizione di straneamento felice come è tipico (e possibile) solo nella giovinezza.
      Ma poi si arriva alla fine:
      “Tu solingo augellin, venuto a sera
      Del viver che daranno a te le stelle,
      Certo del tuo costume
      Non ti dorrai; che di natura è frutto
      Ogni nostra vaghezza
      A me, se di vecchiezza
      La detestata soglia
      Evitar non impetro,
      Quando muti questi occhi all’altrui core,
      E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
      Del dì presente più noioso e tetro,
      Che parrà di tal voglia?
      Che di quest’anni miei? Che di me stesso?
      Ahi pentiromi, e spesso,
      Ma sconsolato, volgerommi indietro.”
      Qui il passero è diventato un vecchio e rancido passerone antropomorfo con il quale il poeta s’identifica (e noi con lui).

      • maurozani Says:

        Gli ultimi due commenti di Anderlini per WordPress sono classificati tra gli spam. In omaggio a Leopardi mi sembra il caso di consentirli. A prescindere. Del resto come potrei relegare Leopardi tra gli spam quando fin dalla più tenera età (alle elementari di Osteria Nuova di Sala Bolognese) ho cominciato ad amarlo? Non potrei. Appunto. Più tardi mi è piaciuto (sissignori) persin D’Annunzio: Non solo l’amplesso della “Pioggia nel pineto”, ma anche l’altro, d’altro tipo, della Canzone del Carnaro: “Siamo trenta con la morte e trentuno con la sorte, siamo trenta su tre gusci , su tre tavole di ponte, secco fegato , cuor duro, cuoia dure e dura fronte, mani, macchine, armi pronte, e la morte , a paro paro.” L’ho scritto a memoria, senza Wikipedia o altro cartaceo ausilio. Il resto non me lo ricordo anche perchè è lunghissimo, brutto e inessenziale. Se il Vate si fosse limitato all’ouverture sarebbe stato perfetto. Come “perfetto” fu il bordello a cielo aperto in cui per otto mesi fu trasformata la “libera” citta di Fiume: pubbliche orge di futuristi , arditi, anarchici e socialisti fin quando il regio esercito , con la benedizione di Mussolini non riportò l’ordine. Questo per dire che è operazione perigliosa e vana cercar d’incasellarmi in un qualche schema para-psico-sociologico. Ci sono persone che hai conosciuto, con le quali hai avuto consuetudine per anni , ma non le hai mai davvero conosciute . Nè tampoco, comprese. Io nei confronti di Fausto Anderlini prendo atto di aver preso un abbaglio. Conoscevo l’Anderlini che offriva paste alle puttane in via Irnerio, di fronte a Fisica occupata; conoscevo quello che componeva canzoni (o mi hai preso per il culo e le hai copiate?) del tipo: “il colmo per una domenica di sangue è star sul davanzale in mutande”. Bella! Conoscevo colui che ideava manifesti serigrafici, come quello che appicicai nottetempo sui muri di Santa Viola che recava , “Autunno: governo operaio”. Bello! Correva l’anno 1969. Mi valse una scomunica che dura ancora adesso. Conoscevo quello che a palazzo Re Enzo, durante la contestazione del Congresso internazionale di medicina del lavoro, scagliava per aria il berretto di un poliziotto. Quest’ultimo non lo approvavo, pur riconoscendogli l’ardimento, perchè in fondo la pensavo come Pasolini anche se non avevo il coraggio di dirlo. Insomma conoscevo un tale molto anticonformista che interveniva, tra lo scandalo generale nella sala del CF (comitato federale) con un cagnolino al guinzaglio. Trent’anni dopo, da “potente segretario dei DS dell’Emilia-Romagna” lo volli al mio fianco(sì è leggermente enfatico) contro il parere, praticamente unanime di tutti. E questo perchè mi ricordavo del suo contributo(suo e di pochi altri) alla non scontata campagna per eleggere Arturo Parisi in difficili elezioni supplettive, dopo la vittoria di Guazzaloca.Poi nella “caduta” me lo ritrovai di fronte, anzi (è peggio) di sbieco, anzi forse(molto peggio) di dietro. Non c’è training autogeno che tenga. Tutto ciò non toglie nulla alla dignità delle opinioni che vanno, eventualmente, contestate ma non considerate,nell’epoca digitale, alla stregua di spam.

  6. Carlo Ranocchia Says:

    Si fa fatica delle volte a capire Anderlini. Non di rado le sue analisi risultano alquanto indigeste. Sulla sua teorizzazione che Lega vince perchè la sua proposta politica piace Anderlini scopre l’acqua calda. Ci sarebbe da chiedersi perchè al Nord la gente vota la Lega e non il PD. Forse perchè il PD non rappresenta quasi più nessuno e men che mai i lavoratori e gli impiegati? Lasciamo perdere poi l’idea veltroniana di “lavoro e impresa” e la bellissima idea di candidare Calearo (superfalco confindustriale) e Antonio Boccuzzi vittima dei Calearo di turno. Si possono fare tutte le analisi sociologiche di questo mondo e apparecchiarle per il politico di riferimento ma quando la poltica non è in grado di fare alcuna scelta e non delinea un modello alternativo a quello vincente della sestra non c’è partita. Ed è per questo che condivido per larga parte le considerazioni di Mauro Zani. Ma si sa questo tipo di politici non sono più in voga ..

    • Fausto Anderlini Says:

      Caro Ranocchia, cercherò di farmi capire meglio, ma restando indigesto.
      Mi sembra però che hai capito bene il senso del dibattito su ‘lavoro e impresa’. Per questo ti schieri con Zani (sbagliando con lui). Però mi preme reiterare ciò che più ti scandalizza. Perchè un falco confindustriale non dovrebbe poter essere redento ? Marx non considerava il capitalista industriale un mero parassita. Gli attribuiva una funzione attiva nel processo sociale, con una abilità particolare: ‘estorcere’ il plusvalore
      facendolo ingrandire. Contrariamente al rentier che lo esterce per dissiparlo. Perciò ripeto: meglio Calearo (che poi il suo servizio l’ha reso – a Vicenza la sinistra, nel 2008, ha conquistato il comune e il Pd è diventato il primo partito). Meglio Calearo, l’originale capo-stipite, che i figli
      cadetti della borghesia, tra l’altro spesso nenache industriale, ma burocratico-terziaria. Meglio Calearo, sanguigno capitalista applicato alla produzione, che Sangalli, rappresentante burocratico di una organizzazione sindacale di impresa. E ancora mi scandalizzo che Calearo abbia generato scandalo, mentre Sangalli no.

      • maurozani Says:

        Calearo scandalizza perchè è l’ex capo della federmeccanica.Non perchè è un capitalista rinato.Definisce in via simbolica una scelta politica o ,al limite di campo. Il resto è far finta di non capire. Sangalli a parte…

      • Carlo Ranocchia Says:

        Caro Anderlini, il bello delle discussioni è che le si possono portare avanti anche con le tesi più strampalate come quella che tu sostieni su Calearo. La tua idea ha sicuramente una giustificazione ideologica-sociologica-storica ma come è possibile sostenere che in quel di Vicenza il comune sia stato vinto per merito di Calearo (ricordo agli smemorati che è sostanzialmente un parlamentare nominato). Nei comuni, i cittadini votano i Sindaci cioè persone che si misurano quotidianamente con i problemi e sono a contatto con la realtà locale. Quanto a Sangalli vale esattamente lo stesso discorso fatto per Calearo: anch’egli nominato da Veltroni, scelto con un criterio discutibile e peraltro questi personaggi che dovrebbero rappresentare i nostri territori in Parlamento se ne fregano altamente.

  7. hallo spank Says:

    @anderlini. non è un problema di stomaco. o meglio: non di digestione.

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