Il potere del cane

Intanto che si consuma lentamente, tra un gran crescere di tesserati, la lunga estate del PD, raccolgo zucchine e leggo libri d’evasione. Per esempio Don Winslow (Il potere del cane, Ed. Einaudi). Settecentoquattordici pagine di ammazzamenti, torture super- efferate, tradimenti, intrighi politico-criminali, amori bollenti, killers e escort bellissime e intelligenti. Tutto sulla via del traffico di droga e di armi a ridosso della lunghissima frontiera tra gli USA e il Messico. Periodo compreso tra la fine degli anni settanta e la fine dei novanta.(dello scorso secolo ovviamente). Sullo sfondo il Nafta, e prima ancora, l’affaire Iran –Contras (do you remember?), le operazioni speciali della CIA: si fanno salire due uccellini su di un elicottero : uno vola e l’altro canta. Lo scrive Winslow,che scrive anche : “Miliardi di dollari in aiuti economici, miliardi di dollari in soldi per la droga. El Salvador, le squadre della morte fasciste avevano massacrato politici di sinistra e sindacalisti. Nel 1989,nel campus dell’università dell’America centrale a San Salvador, alcuni ufficiali dell’esercito avevano assassinato a colpi di fucili di precisione sei gesuiti, una domestica e la sua bambina. In quello stesso anno, il governo degli Stati Uniti aveva concesso aiuti per mezzo miliardo di dollari al governo salvadoregno. Alla fine degli anni ottanta , il numero delle persone uccise era stimato a circa settantacinquemila. In Guatemala se ne contavano il doppio. Nella lunga guerra contro i ribelli marxisti oltre centocinquantamila persone erano state uccise, e oltre quarantamila erano scomparse senza lasciar traccia…. Era stato così in tutta l’America Latina: la lunga guerra occulta tra ricchi e poveri, tra la destra e i marxisti, con i liberali intrappolati nel mezzo, paralizzati come un cervo davanti ai fari di un auto”. Ebbene sì i liberali, di solito nella storia, rimangono imbambolati, increduli o complici , comunque tremebondi. Come in Italia negli anni venti e in Germania negli anni trenta. Son signori.  Non si mischiano e non s’immischiano. Vabbè, il libro è più godibile di come lo si può descrivere in breve.Per esempio ci sono le armi. Il mio killer preferito, tra i tanti che sono descritti dall’autore, è un certo Callan. Origine irlandese, (ca va sans dire) che ammazza con fredda precisione (salvo scaldarsi un bel po’ frequentando la “ragazza”del boss della droga) usando una calibro 22, silenziata (of course). Due colpi. Sempre. In testa. Magnifico ritorno al passato quando adesso, in tutti i libri di genere noir e non solo, è molto pubblicizzata la Glock austriaca: un calibro nove corto con caricatore bifilare da quindici colpi che spara a colpo singolo e anche a raffica. Vero e proprio status simbol adottata anche dalle guardie svizzere per proteggere Sua Santità. Niente di che in realtà. La domestica Beretta calibro nove per ventuno è forse ,statisticamente, più affidabile con i suoi duecentomila colpi , senza incepparsi , al banco di prova. Va mò là. Un po’ di sano nazionalismo. D’altro canto, non vi stupite, io la penso come il progressista e democratico Lansdale  che ,passando per l’Italia,  si è spinto fino a dire che : “è giusto, negli USA, proibire la detenzione e il porto dei fucili d’assalto”. Tutto il resto , ovviamente, è lecito. Come potete constatare sono anch’io un democratico della più bell’acqua. Ma torniamo a Callan e alla ventidue. Lui pensa all’incirca così: un 22 nel cranio, nella maggior parte dei casi, non passa dall’altra parte. E’ vero. Epperò si mette a gironzolare come una pallina di flipper nel tuo cervello e ti sbalordisce. Sul momento. Con ogni sorta di luccicanti idee . Poi te le spegne. La citazione non è testuale perché non vale la pena cercarla tra settecento e passa pagine non trattandosi (questo mio post) di un saggio sulla balistica ma di puro e semplice cazzeggio. Comunque Callan è forte e alla fine si redime. Diverso è il caso dell’agente della CIA, contemporaneamente al servizio dei narcos messicani e del cartello di Medellin (ovviamente e purtroppo italoamericano e pure associato all’immancabile Opus Dei) che- dopo che noi lettori, ne imploriamo la morte ad ogni pagina sospinta- effettivamente ci lascia le penne. Mentre il protagonista , Art, uomo della DEA, che cerca vendetta (i narcos gli hanno ucciso un collega dopo averlo sottoposto ad ogni sorta di sevizie) per tutte le settecento pagine, a prezzo di ogni compromesso con i responsabili delle covert operations svolte in nome della lotta al comunismo , ci rimette solo il matrimonio e si ritira a vivere sotto copertura in un’imprecisata isola del pacifico. Lieto fine. Amaro però. Perché la lotta di Art contro il traffico di droga non ha ottenuto alcun successo. Il realismo della politica, vedi Nafta, è il vero vincitore. Tutto prosegue come prima. E’ il mercato bellezza! Insomma se avete tempo ,”Il potere del cane” (che poteva esser scritto con circa trecento pagine in meno) ve lo farà, tuttavia, passare in maniera godevole. D’altro canto è estate. E per quanto riguarda il PD vedremo.

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