La morsa

Però. Se ,sempre in attesa del fatidico ottobre del PD, volete leggere un rapido (e poco costoso)compendio dell’ormai lungo lavoro di Loretta Napoleoni intorno alle cause della crisi globale mi permetterei di consigliare un libretto come “La morsa” Ed.Chiarelettere. Lo studio e l’analisi pluriennale della Napoleoni è ignorata quasi del tutto dal lungo corteo di economisti togati, esperti di finanza, super manager pubblici e privati. Insomma, da tutta quella varia e avariata umanità che ha campato una gran bella vita negli ultimi vent’anni sparando ottimistiche idiozie una dopo l’altra e formando così l’opinione generale dei media che , a loro volta, hanno plasmato quella della più larga opinione pubblica. La Napoleoni va contro corrente anche per quanto riguarda il grande inganno che ha inaugurato il ventunesimo secolo, la cosiddetta guerra al terrorismo, ch’ella considera alla stregua di un’orchestrata distrazione di massa utile a confondere le idee intorno ai principali nodi di un disastro finanziario annunciato e della conseguente crisi economica. A tal proposito come è noto,si fa un gran parlare di regole globali da introdurre al fine di riportare sotto controllo la situazione. In verità al momento sotto il vestito della propaganda non c’è nulla. Dobbiamo, anche in Italia, accontentarci dell’approccio populistico di un Tremonti sempre più stucchevole e infingardo. La verità è che le conseguenze del disastro le cominceremo a vedere appieno dopo la ripresa estiva. L’idea che mi sono formato è che ci vorrà all’incirca un decennio solo per ritornare ai livelli di PIL del 2007 con relativo tasso d’occupazione. Forse meglio andrà altrove in occidente sulla scorta dei tassi di crescita delle economie dei cosiddetti paesi emergenti (Cina, India e Brasile). Resta lo scandalo sociale dei super ricchi descritti, per quanto riguarda Londra, con minuzia di dettagli nel “compendio” dell’autrice. Varrebbe la pena leggere questo libretto solo per l’accurata descrizione della vita separata e ghettizzata di questo particolare strato sociale, costruito con il contributo di quel social-impostore di Blair. Solo uno stralcio per invogliarvi: “anche da Asprey, gioielliere ed emporio di lusso di New Bond Street, i super ricchi fanno shopping in privato. Quasi tutti si avvalgono dell’aiuto di un consulente, il cosiddetto personal shopper che facilita decisioni importanti, ad esempio se abbinare la nuova borsa di coccodrillo di Asprey (6 mila sterline) con una giacca di cashmere in tinta (1400 sterline) e coronare il tutto con una collana art déco di zaffiri e diamanti (22 mila sterline).” Prosegue poi la Napoleoni descrivendo la diaspora degli intellettuali londinesi : “costretti ad emigrare all’estero come il professor John Halliday, voce di spicco della London School of Economics negli anni settanta e ottanta il quale afferma che non sopportava più il qualunquismo edonistico della Londra del New Labour dove tutto ruota intorno al denaro. A rimpiazzare gli intellettuali nei salotti bene sono i politici del New Labour, finti socialisti aspiranti miliardari, come la coppia Blair che si è impegnata in mutui immobiliari per 4 milioni di sterline mentre risiedeva al numero 10 di Downing Street, o Tessa Jowel, ex ministro della cultura, moglie del rampante avvocato David Mills, implicato nell’ennesimo scandalo finanziario berlusconiano e da poco condannato.” Segue un’interessante e poco conosciuta analisi di Londra come paradiso fiscale, rifugio dei grandi evasori di ogni parte del mondo, in virtù di una legge dell’epoca vittoriana. Altro che nuove regole. Appare piuttosto lunga e accidentata la strada per costruire un sistema di regole efficaci quando la politica si è corrotta entrando fino al collo nel vecchio sistema. Ed anzi spesso svolgendo ,in esso,un ruolo di primo piano . Ancora Napoleoni: “ I politici hanno sempre usato la strategia della paura per conseguire i loro obiettivi e l’hanno fatto, sostanzialmente, seguendo modi affini a quelli con cui le organizzazioni armate terrorizzano le popolazioni. Lungi dall’essere un fenomeno nuovo, la politica della paura è uno strumento tradizionale ed efficacissimo per ottenere consenso , spesso in coincidenza con scelte impopolari.” In effetti così è andato il mondo, specie dopo l’11 settembre. Non a caso quel geniaccio di Albanese s’è inventato la performance sul ministro della paura. E così mentre noi eravamo costretti a toglierci anche le scarpe per poter prendere un aereo in qualsiasi parte del mondo, loro ci toglievano, con destrezza, anche le mutande. Ma ripeto la Napoleoni non se la fila nessuno. E non a caso. Sarà un gran giorno quando, eventualmente, nel PD qualcuno denuncerà il pregresso stato di fatto con relative responsabilità. Poiché solo sulla base di una tale aperta denuncia si potrà dar vita ad un progetto politico per questo nuovo secolo. Senza di questo, qualsiasi nuovo progetto avrà i piedi d’argilla.

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14 Risposte to “La morsa”

  1. Fausto Anderlini Says:

    Dopo il potere del cane, la morsa. Credevo stessimo procedendo sul sentiero zoofilo. Dopo l’ouverture ornitologica la diramazione cinofila. Ero pronto a intervenire con dotte dissertazioni su Konrad Lorenz e il rapporto uomo/cane. E invece si parla del cane di una pistola, dunque di armamenti, e di consumi di lusso, già moralmente detestati a suo tempo da un proto-liberal-conservatore come il Parini (in edificanti poesie fra le quali “La vergine cuccia”, qui meglio adatta con il pro-quo del caso). Comunque, caro, vecchio passerone, hai una memoria di ferro. Si vede che sei in una sindrome proustiana. Ti aggiri mesto fra le produzioni ortive ed eserciti il ricordo, gustando, come un sapiente sommelier, tutto il retrogusto di amare conclusioni. Infatti rammenti episodi che avevo completamente dimenticato. Beata gioventù ! Con quelle ‘gesta’ mi son tirato dietro un cumulo di pre-giudizi passati di bocca in bocca e destinati a marchiarmi per sempre. A nulla sono valsi anni e anni di disciplina intellettuale e di servigi al Mio partito. Anderlini è sempre rimasto, per tutti, un tipo che si reca al federale con una cagnetta (sempre il cane che torna, anche se in verità ho avuto solo gatti) e che perciò è meglio tenere lontano dalle cose che contano. Anche adesso mi chiamano ogni volta che c’è bonaccia e serve uno che faccia un po’ di provo-animazione. Pensa che anche di recente uno sul blog del Pd mi ha accusato di essere la faccia ‘scapigliata’ della medaglia cofferatiana (no, non temere, non ti infastidirò con alcuna reminescenza scolastica su Carlo Porta…). Restando in tema, comunque, ti certifico che di canzoni ne ho scritte tre (sempre sugli stessi accordi, mi sembra quelli di “Vision of Johanna” di Bob Dylan). Di quella che citi il refrein recitava esattamente così: “Il colmo per una domenica di sangue/ è di stare sul davanzale in mutande/ il colmo in uno [sic !] giorno interdetto/ è di dir disgraziato a un poveretto/ e per un piccolo Lenin lavoratore/ è di morir cadendo da un trattore/E’ un diesel a scoppio ecc. ecc.”. Un’altra, con ritmo più sincopato, recitava: “Ti ho regalato una lucidatrice/ perchè non fossi più una meretrice…. La terza, invece, l’avevo solo musicata. Il testo erano seriose strofe strappalacrime di Giovanni Mazzanti (alias Pio-Pio, per via di una esilarante piece basata sull’imitazione dei piccioni). Qui c’era una introduzione melanconica che partiva così: “Ed è bastato un istante/ perchè io dopo/ fra tanti attimi di impegeno intellettuale/ ritornassi veramente votato alla morte/ come un santo omosessuale…”. Indi la canzone evolveva verso una vera e propria esplosione catartica (suonata in re maggiore e cantata a squarciagola): “Nudo correvo sotto la pioggia/ corolle di lacrime celesti/ alla rinfusa….”. Anche se con le ragazze del popolo i tre accordi tre funzionavano abbastanza, decisi per tempo di lasciar perdere per concentrami nello studio dei classici. Però ancora adesso qualche volta mi capita di cantare in rare serate a casa di Ciavatti. Più di recente ho collaborato con Mingardi nella produzione di una cover dialettale sulle note di Mississippi blues, sempre nella versione dylaniana, dal titolo Sole mix. La versione è bellissima (un vero e proprio blues renano, un apologo del barbo e del pesce gatto) e se vuoi te la passo, assieme a una spassosissima (sempre mingardiana) “Obama da’ ban”. In conclusione. Spam o non Spam, arriveremo ben da qualche parte ! Ma non senti con quanto affetto, caro Passerone, interloquisco con te ? Come puoi pensare che io abbia cessato di volerti bene ? Come puoi tralignarmi dietro un ghigno traditore ? Se vuoi delle scuse dal Pd, te le faccio io. Anche per quel che mi riguarda. Basta che poi mi perdoni e non dici più che sono uno che non s’era conosciuto abbastanza. E poi non c’eravamo messi d’accordo di andare a mangiare insieme ?

  2. Fausto Anderlini Says:

    Ah, dimenticavo, il refrein della canzone di Fausto Anderlini (improbabile pittore dadaista dotato di basco) e Giovanni Mazzanti (Pio-Pio: improbabile poeta crepuscolare), coppia alla quale si sarebbe poi ispirata un celebre duo (Mogol-Battisti) recitava esattamente così:

    ” Nudo correvo sotto la pioggia
    Corolle di lacrime celesti
    Alla rinfusa
    Nella natura solitaria si ricuciva [(?)]
    Il mio urlo di guerra !”

    Prosaicamente: uno che corre dannunzianamente nudo, come un matto, in una foresta (forse pluviale, comunque mentre piove) urtando (o calpestando) corolle floreali composte di lacrime cadute dal cielo (celesti) però nello stesso tempo sparse alla rinfusa (forse fatte cadere o perchè disposte sotto ai suoi piedi da una mano divina). Poi questo indemoniato poeta svestito (forse scappato da un manicomio) s’arresta nella solitaria e misteriosa natura e non si sa perchè prende ago e filo e cucisce un tarzanesco urlo di guerra. Grandioso Pio-Pio! Non è da escludere che quando in un articolo su repubblica ti ho blandito paragonandoti al Jaguar-Paw di Apocalipto, fossi sospinto inconsciamente da questa canzone…..

  3. maurozani Says:

    Naturalmente capisci benissimo che “Il potere del cane” non ha niente ha che vedere con le armi. Secondo l’autore incarna ,ovviamente, la crudeltà e la ferocia del potere: quello politico e quello criminale. Ma tu fai il furbo come al solito ,infatti su “La morsa” sputtani con la “vergine cuccia”.
    Ah! Passerone vallo a dire …a tua sorello. Quanto al resto. Mingardi non mi piace in quanto cantore di un “regime”, a prescindere. Un pochino troppo volgarotto. Lo dico a ragion veduta e sentita. Recentemente in piazza 8 Agosto. Bolognesizzante in modo patetico e inutilmente scurrile. L’unico Mingardi che mi piaceva era quello di ” c’è un boa nella canoa, speriamo che muoa”. Credo fosse lui. Quanto a Jaguar-Paw non ho idea. Carenze culturali. Quanto al pranzo/cena , vale sempre. Compreso ciò che ti preconizzai, sull’altro sito. Della serie : non si sa come può finire. Ognuno a proprio rischio ed (eventuale) pericolo. Non sono un signore e nè figlio di signori, come sai. E..me ne vanto.

  4. Fausto Anderlini Says:

    Sì, però nel discorso sul cane ti sei perso a descrivere vari tipi di armi da fuoco per oltre i tre quarti del racconto. Sembrava di essere in un’armeria, più che sulla scena del dramma storico.
    Mingardi e la RossoBlu Brothers Band, per stare al tema di lavoro e impresa, è una mirabile sintesi di lavoro e imprenditorialità, creatività individuale e cooperazione sociale. Un classico modello disintegrato di organizzazione produttiva finalizzato alla vendita/promozione di servizi culturali e di intrattenimento. Una azienda che produce in proprio senza passare per i grandi intermediari, ma con una organizzazione particolare – misto di leadership carismatica, coadiuvantato familiare, comunità cooperativa, integrazione orizzontale (esternalizzazione, outsourcing).
    Su Mingardi dai giudizi affrettati. Non capisco cosa vuoi dire con cantore di ‘regime’ a prescindere. Ha una voce che col tempo è diventata profonda. E’ un grande interprete di blues, soul e rock&roll (di lui Vasco Rossi dice che il più grande roker italiano). Il suo discorso sul dialetto è tutt’altro che banale e sta sul glocal con uno stile che la sinistra dovrebbe apprezzare (prima che nella sua pretesa di ricercatezza sia fatta fessa da qualcun’altro, come è già avvenuto e sta avvenendo). E comunque, non bastasse tutto ciò, Mingardi ha socializzato al rock, cioè alla modernità, nei ’50-’60, la giovane classe operaia con lambretta e magliette a strisce. Che poi ha fatto il ’69. Di lui si dovrebbe parlare con il rispetto che si deve a Ray Charles come a Umberto Romagnoli (o altro capo sindacale), nonchè ai nostri padri (la cui dipartita significa anche la sepoltura di interi vocabolari). La sinistra oggi è fatta, in genere, di intellettualoidi fighetti che inseguono la ‘distinzione’ individualistica, pur professandosi acerrimi nemici del ‘liberismo’ (ne fanno parte, necessariamente, anche molti ‘esuli’ che si ritirano a coltivare solitudini malinconiche e sprezzanti…). Rifiutano l’idea, ritenendola volgare, di ‘narrare’ (interpretare/rappresentare) storie in cui la gente possa identificarsi. Hanno del tutto dimenticato la lezione gramsciana sulla cultura nazional-popolare (che oggi andrebbe tradotta in senso glocal-popolare, incrocio, più raffinatamente, di modelli ortogenetici territoriali e modelli etergonetici cosmopoliti) ed è in questo vuoto che il berlusconismo ha potuto veleggiare a proprio piacimento.
    Quanto a Jaguar Paw il riferimento è tratto dal noto film di Mel Gisbson (un giandone di destra, ma che certe volte ha uno sbuzzo originale, pur senza attingere alla maestria di Clint Eastwood). La storia di Apocalipto è ambientata a cavallo della crisi finale della culura Maya e dell’arrivo dei Conquistadores. Giaguar Paw ha visto sterminata la sua tribù e dopo molte peripezie si rifugia nella giungla alla ricerca di un ‘nuovo inizio’. Comunque è un grande combattente. E poi quel discorso sul ‘nuovo inizio’ è pieno di pathos….

    • maurozani Says:

      Capisco che può sembrare inconsueta la mia insistenza sulle armi. Invece dovrebbe essere normale porre grande attenzione a dettagli tecnici che hanno un peso specifico molto rilevante in contesti storici determinati. Certo gli uomini politici , di solito, non pongono nessuna particolare attenzione al fattore armi. E fanno male. Nel macro e nel micro.
      Nel macro. Adesso Obama è alle prese con la riforma sanitaria negli USA, ma, di fatto è anche di fronte ad un piccolo problema che riguarda l’impiego delle risorse, con il 48% del bilancio federale elargite al complesso militare-industriale. La cifra equivale all’intero bilancio statale dei 47 stati dell’Africa sub-sahariana. Solo nel 2007 mezzo trilione di dollari. Esempio: un missile da crociera del tipo Tomahawk costa 1 milione di dollari. In Irak attualmente sono presenti, oltre alle quattro più grandi multinazionali degli armamenti, la bellezza di 100 mila piccole aziende USA in qualità di sub-contractors. Tutto ciò determina , o almeno influenza pesantemente , tutte le principali scelte politiche con relativo impatto sociale oltre che di politica estera. Ma politici e sociologi non ne tengono regolarmente conto. Non è fine e politicamente corretto. Non se ne parla da anni. L’appello di Eisenhower nel suo discorso di congedo è caduto nel vuoto da oltre cinquant’anni: « Un elemento vitale nel mantenimento della pace sono le nostre istituzioni militari. Le nostre armi devono essere poderose, pronte all’azione istantanea, in modo che nessun aggressore potenziale possa essere tentato dal rischiare la propria distruzione. Questa congiunzione tra un immenso corpo di istituzioni militari ed un’enorme industria di armamenti è nuovo nell’esperienza americana. L’influenza totale nell’economia, nella politica, anche nella spiritualità; viene sentita in ogni città, in ogni organismo statale, in ogni ufficio del governo federale. Noi riconosciamo il bisogno imperativo di questo sviluppo. Ma tuttavia non dobbiamo mancare di comprendere le sue gravi implicazioni. La nostra filosofia ed etica, le nostre risorse ed il nostro stile di vita vengono coinvolti assieme alla struttura portante della nostra società.” Da allora nessuna scelta politica negli USA e per la verità in molti altri luoghi del pianeta è mai stata adottata senza passare per le forche caudine del complesso militare industriale. Eppure basterebbe tagliare il 5% delle spese militari dei soli USA per risolvere il problema , che s’aggrava di giorno in giorno, della fame nel mondo. Capisco. Discorso semplicistico, demagogico poco realistico. Ma è anche del tutto fuorviante e irrealistico porsi ,solennemente, l’obiettivo di dimezzare la povertà nel mondo entro il prossimo 2015 (Millenium Goals)se non si prende questo toro per le corna. O almeno non si comincia a infiggergli qualche banderilass per togliergli un pochino di sangue e d’energia da trasfondere altrove. (Naturalmente il toro in questione è una metafora soprattutto per me che ho firmato una risoluzione europea per abolire le corride).
      Veniamo al micro. E alla puzza al naso di quei politici (magari appassionati cacciatori) che non si occupano di dettagli tecnici. E così hanno sempre continuato a fregarsene di quei 93 bossoli ritrovati in via Fani la mattina del 16 marzo 1978. E dunque non hanno capito, o non hanno voluto capire che la dinamica della sparatoria contrasta apertamente col racconto dei brigatisti coinvolti. Dopo aver compulsato , da profano naturalmente, le perizie balistiche fornite alla commissione Stragi del parlamento, io ho per esempio compreso che , ancora una volta il diavolo si annida nei dettagli. I membri del commando delle BR ci hanno spiegato , fino alla noia, che tutte le loro armi si sono inceppate dopo qualche colpo. Eppure, con buona approssimazione, sono stati esplosi oltre un centinaio di colpi in circa un minuto di fuoco. Voi potete credere a Moretti e compagnia. Io no. Basta passare in rassegna alle armi che furono impiegate per capirlo. Ma bisogna necessariamente farlo. Per esempio i due mitra della Fabbrique armèe du Belgique: residuati bellici, costruiti negli anni ‘40 con le canne ormai completamente lisce, più qualche revolver(adesso vado a memoria) e un mitra MAB subito inceppato pure quello. Ma allora chi diavolo ha sparato ben 49 colpi con la stessa arma come risulta dalle perizie? Eppure è l’arma che ha prodotto il maggior danno. Al punto che, anni dopo, nell’anniversario degli 80 anni del signor Andrej Kalasnikov, il settimanale Diario dava per scontato (salvo mia tempestiva precisazione) che quei due rugginosi e inutili arnesi erano nientemeno che micidiali AK 47. L’incidente occorso a Diario non è che la normale conseguenza di questa scarsa attenzione ai dettagli, anche, e direi soprattutto, quando riguardano le armi. A dimostrazione ulteriore. Più tardi e fino ad oggi si è affermata l’idea , balzana, che le BR amassero ammazzare con la famigerata P38 che anzi è assurta a simbolo dei terroristi assassini. Altra svista. La “Pistole 1938” della Walther era già da tempo negli anni ’70 e ’80 un pezzo se non proprio da museo, da collezionisti magari nostalgici del nazismo. Nessuno si era preso la briga di notare la differenza tra un revolver calibro 38(definito in frazioni di pollice) e una pistola costruita nel 1938 calibro 9(definito in millimetri) parabellum. Dettagli, che però formano il cosiddetto (mi scuso per il termine) immaginario collettivo. D’altro canto nei cortei dell’autonomia operaia non s’inneggiava in slogans demenziali alla “compagna P38”? Tanto bastava. La realtà non è mai importante conta il simbolo. Come in via Fani. Contano le BR, non chi eventualmente loro complice, (è un’ipotesi) ha sparato quei 49 colpi. Conta la rivendicata “geometrica potenza” dispiegata da gente cui subito s’inceppava (loro dicono) la maggior parte delle armi. E chi cerca un’altra verità, sottostante a questa sequela di balle è solo un complottista che vuol negare la dura realtà del terrorismo brigatista. Il quale ci fu eccome, e fu un fenomeno maledettamente ampio, articolato, difficile da combattere e sconfiggere nel quadro storico dell’epoca. Solo che, in via Fani, grazie all’analisi dei dettagli, sembra di scorgere qualche aiutino. A partire dal piano “tecnico”. Ancora e poi termino. Dalla metà degli anni ’80 e l’inizio dei novanta, a Bologna, in Emilia-Romagna e nelle Marche agì com’è noto la Banda della Uno bianca. 24 morti, oltre cento feriti, per raggranellare poco oltre un miliardo di vecchie lire. Anche qui dettagli. Di tecniche militari e di armi impiegate. Rinvio (caso mai qualcuno ne avesse voglia) alla mia lunghissima requisitoria contro la relazione conclusiva di Di Pietro allora consulente per la Uno Bianca della già citata Commissione stragi. Il luogo istituzionale dove mi abituai a considerare con molta attenzione i dettagli relativi appunto alle armi. Di Pietro , come del resto anche la magistratura inquirente e giudicante giunsero alle conclusioni che si trattava di un gruppo di sbandati, delinquenti comuni senza alcuna particolare coloritura politica e che agivano, (anche quando sparavano ai nomadi, agli extracomunitari e ai carabinieri) del tutto in proprio. Ancora oggi , con tutto il rispetto per le sentenze, non sono del tutto d’accordo. Non foss’altro perché, dopo aver notato da tempo dettagli sull’operatività e sulle armi impiegate dalla banda ero giunto alle conclusioni , pubblicamente espresse, che era in azione “un vero e proprio gruppo di fuoco , ben addestrato, in grado di scegliere obiettivi con accuratezza, di sfuggire ad ogni ricerca….con l’evidente obiettivo di seminare paura …una squadra paramilitare svolgente un’azione di destabilizzazione…” Dopo quelle dichiarazioni , un Colonnello dei carabinieri (di cui non citerò il nome) venne a trovarmi nel mio ufficio al piano terra di via Barberia, “per scambiarci qualche impressione”. Appunto ce le scambiammo e nella sostanza concordammo. A lui deve sempre esser rimasta l’impressione che fossi in possesso di una qualche fonte. Non si poteva capacitare della cura specifica che un politico dedicava alle armi.

  5. Fausto Anderlini Says:

    Pardon Luciano Romagnoli, Umberto è il gius-lavorista bolognese, ancora vivo e in buona forma

  6. maurozani Says:

    Resta che dire cazzo ogni due parole(vedi piazza 8 agosto) per cercar di entrare in sintonia con un pubblico giovane, non è il massimo di ciò che intendo io per lezione nazional-popolare in senso gramsciano. Comunque non insisto . Sei tu l’esperto. Io Mingardi neppure lo conosco . Se , a pelle, non mi piace prendine atto. Non ho peraltro alcun interesse ad approfondire l’argomento.
    PS. Descrivo le armi da fuoco perchè quel libro ne è zeppo : Ad esempio c’è un tale Ramon che chiama la sua Uzi: mi esposa. Io non disdegno ciò che tu , senza alcun dubbio definiristi letteratura spazzatura. In alcuni casi però però non lo è , E lo si apprende dopo diversi anni. Ti potrei fare molti esempi. Apprendo dall’ultimo libro-conversazione di Umberto Eco che, lui, esattamente come me, ha tenuto sul comodino un grande classico ,come “La fiera delle vanità”. Poi non l’ha mai letto. E’ una piccola consolazione.

  7. fausto anderlini Says:

    Usare il cazzo è comunque meglio che fare un’analisi semiologica del cazzo. I seguaci di Eco (letteralmente: quelli che gli fanno eco) sono specialisti in materia. Con il loro linguaggio esoterico, che lascia (volutamente) in dubbio il lettore se il cretino sia lui o quello che legge (va da sè, che sarei propenso per la seconda). C’è un modo di frequentare la cd. cultura di massa che è uno di tanti modi pretestuosi attraverso cui una cerchia sociale marca la sua distintività dal resto (ovvero dalla massa medesima). A Bologna di questa gente ce n’è un tot. Una forma di dandismo intellettuale molto richiesto (e talvolta anche ben remunerato) negli happy our della politica….

  8. fausto anderlini Says:

    Ps. non frequento la letteratura, perciò non potrei mai dfinire alcunchè ‘spazzatura’. Se non lavoro (cioè maneggio dati, faccio analisi e scrivo saggi che nessuno legge), sto ai lavori domestici (forzati), solo interrotti dalle parole crociate, qualche film o cazzeggi sui pochi blog dove è permesso. Alla sera spesso devo fare da accompagnatore nei concertini barocchi nelle ville della provincia. Luoghi ameni (e freschi) nei quali ci si può assopire facendo finta d’essere rapiti dall’estasi. Questo recupero della cultura signorile, ad uso di una vasta piccola borghesia culturalista, nella quale la sinistra è impegnata da tempo, e che non ha eguali, è un tema che meriterebbe un approfondimento sociologico…..Lo stesso dicorso demo-socialista ne trarrebbe nutrimento. Quanto meno lo renderebbe meno prevedibile di quanto mi sembra di aver capito…

  9. maurozani Says:

    OK. Non c’è verso .Tu lavori.Io leggo cazzate.Va bene così

  10. fausto anderlini Says:

    trasecolo: come puoi aver sottoscritto una mozione contro le corride, tu che, peraltro, sei anche andato a far strage di selvaggina in lussureggianti riserve ? La corrida, oltre ad essere l’elemento costitutivo della cultura iberica (una Spagna senza tauromachia sarebbe come gli Stati Uniti senza il super bowl), è anche uno di quei pochi casi nei quali l’uomo sta davanti all’animale su un piede di quasi parità. E’ un duello cavalleresco nel quale il toro è temuto e rispettato, e l’uomo (o il cavallo)può anche venire infilzato. Nella festa di San Firmino poi, si arriva addirittura a trasformare l’uomo nella preda e il toro nel cacciatore.

  11. fausto anderlini Says:

    Interessanti le cnsiderazioni sul complesso militare-industriale e sui misteri d’Italia. La mia impressione, però, è che critichi l’uso (capitalistico) delle armi tanto quanto ne sei intimamente affascinato. Come ogni buon leninista, del resto. D’altro canto se c’è qualcosa che nel tuo pedigree politico ti rende interessante, è che hai sempra dato l’impressione di celare, fra tanti titubanze, un’idea della politica come rapporto di forza. Come cratos. Cosa temibile, ma neanche lontanamente paragonabile con cio’ che motiva gli innumerevoli (e innocui) officianti di nobili servizi a travestimento di una più prosaica aspirazione alle cariche. Però, mio rispettabile generale a riposo, oppure, se preferisci, imperturbabile tenente Colombo (così la facciamo finita col passerone), c’è un neo stilistico nella tua esposizione. Non c’è Stato, e men che meno Impero, che non si basi sulla forza militare e l’elogio delle virtù militari. Ne va della sua esistenza. Distogliere risorse dal bilancio militare per lenire la fame nel mondo ha, peraltro, una serie di contro-indicazioni. L’industria degli armamenti, come hanno insegnato a iosa i neo-marxisti d’impostazione ricardiana, ha il pregio di tenere alto il saggio generale di profitto, in quanto finalizzata alla produzione di merci di lusso (che, come tali, al pari della più fiammante delle Maserati) non rientrano, come costo necesario, nella produzione di tutte le altre. Insomma è un sovrappiù che ha una certa rilevanza per il funzionamento del sistema questo spiega perchè il sistema capitalista (Atene) riesce a integrare meglio economia e armamenti, mentre quello socialista che pure teneva in grande considerazione la sua ‘armata rossa’ (Sparta) alla fine è collassato.

  12. jaia Says:

    voi due messi insieme non vi si sopporta

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