Archive for agosto 2009

democrazie coloniali

agosto 22, 2009

Il giorno stesso delle elezioni afghane, ad urne appena chiuse, tutti i tiggì nazionali , nessuno escluso battevano la grancassa sullo straordinario successo della democrazia da esportazione confermata, come già in Irak, dalla grande partecipazione al voto nonostante le minacce e gli attacchi dei Talebani. Lo stesso Europa , giornale del PD, si accodava al mainstream mondiale con un titolo a tutta pagina nel quale si sottolineava la necessità di mantenere la nostra presenza in Afghanistan. E lo faceva proprio il giorno in cui in Irak si scatenava l’inferno in terra con 100 morti e oltre 500 feriti. Da questa stupidissima versione non si scostavano di molto la maggioranza dei fogli quotidiani. La tesi è sempre quella e si riassume all’incirca così. Certo non è carino portare la democrazia attraverso il mondo sulla punta delle baionette o, piuttosto,sotto il peso devastante di bombe da cinque tonnellate (le “taglia margherite”) sperimentate sulle vette e nelle valli di Tora Bora, o con l’ausilio del fosforo bianco (vedi Falluya), tuttavia una volta che si è sul terreno bisogna dare una mano a quelle popolazioni decimate, in vario modo (e in principal modo dalla guerra al terrorismo) , a  prendere in mano il proprio destino. Per farlo bisogna restare in campo. Armati fino ai denti. Prima per organizzare libere elezioni e poi per difenderne l’esito. A nessuno viene in mente che quando le urne vengono affidate ai militari di una o più potenze d’invasione è abbastanza difficile e non è comunque decente considerare libere quelle elezioni. Gli osservatori dell’UE ,non per caso spiegano in modo anodino ,che “le elezioni sono state regolari ma non ovunque libere”. Tanto per dare un colpo al cerchio e uno alla botte. In generale le elezioni non sono libere anche quando un esercito nazionale s’incarica di trasportare le urne piene in una capitale per poi procedere a conteggi centralizzati che durano in genere svariate settimane . Dovrebbe esser noto, almeno dalla notte dei tempi, che gli eserciti non sono organismi super partes ma rispondono ai governi, i quali vincono regolarmente le elezioni proprio grazie al controllo e alla manipolazione capillare effettuata da quell’unica organizzazione(militare o di polizia)  diffusa capillarmente in tutto un vasto territorio. A prescindere. Il caso delle ultime elezioni in Etiopia, nel 2006 è, a suo modo, tipico. Il governo espresso dalla minoranza tigrina, che ebbe certamente il merito di cacciare il dittatore Menghistu, sembrava aver perso nettamente le elezioni. Ad Addis Abeba , dov’ero dislocato in qualità di osservatore dell’UE, non sentii assolutamente nessuno, tra la moltitudine di popolo ordinata in file chilometriche davanti ai seggi elettorali, che appoggiasse il governo in carica. A urne chiuse, tutto era per gli osservatori dell’UE scontato: con ogni probabilità,il governo aveva perso. Già si era aperto tra noi un preoccupato dibattito sull’evidente complicazione che una tale sconfitta poteva comportare, a fronte del ruolo di stabilizzazione che l’Etiopia garantiva in tutta l’area . Il dibattito fu interrotto proprio mentre avevamo il piede sulla scaletta dell’aereo che ci riportava a casa. Anzitutto un breve comunicato dell’ex presidente Carter, presente ad Addis con la sua fondazione regolarmente accreditata presso l’ONU (US Carter Center), nel quale si inneggiava al regolarissimo svolgimento delle elezioni e si offriva piena copertura politica al governo in carica. A seguire il comunicato del suddetto governo che decretava lo stato di emergenza in tutto il paese per la durata di un mese. Il tempo necessario a svolgere un’ordinata conta dei voti al riparo da osservatori rompicoglioni. Il giorno dopo iniziò la mattanza di studenti universitari che protestavano ad opera delle truppe speciali: i temuti berretti rossi che avevo intravisto sfilare velocissimi a bordo di tecniche con mitragliera sul tettuccio, fieri e minacciosi nelle loro mimetiche da combattimento. Una cinquantina di morti accertati ma forse molti di più e buonanotte ai suonatori e agli osservatori. Il mainstream tacque. Ma la democrazia del governo aveva vinto. Perché? Semplice. Gli USA avevano bisogno del governo etiope per tenere sotto controllo tutta la zona del corno d’Africa. In particolare la Somalia, quella terra di nessuno dove l’operazione clintoniana di Restore Hope finì nel sanguinoso “Black hawk down”. E chi combatte oggi in Somalia contro le truppe dei fondamentalisti musulmani se non l’esercito etiope? Eh , sì. C’è democrazia e democrazia. Dietro questa parola ormai divenuta comodo feticcio ideologico,si scontrano  interessi: economici, strategici, politici e di potere. Il popolo vada pure alle urne . Anzi deve assolutamente andarci, magari accompagnato dai militari, per far vincere il migliore: cioè il nostro amico. Così è stato anche in Irak e, oggi, in Afghanistan. Nel primo caso i soldati americani hanno garantito tutta la logistica dall’inizio alla fine , compreso naturalmente il trasporto delle schede elettorali, all’andata e al ritorno. E la democrazia, naturalmente ha vinto. Assieme al nostro amico. Salvo che il risultato non può che essere una spartizione dell’ex Irak , quello stato artificiale inventato da un’amica di Churchill per conto del colonialismo inglese. Nel nord dell’Irak i Curdi, quelli buoni e democratici,(a quelli cattivi ci pensano i turchi) hanno già da molto tempo il loro stato con relativi confini, parlamento e bandiera ,comprese armi e molto petrolio sotto i piedi. Gli sciti cercano la loro rinascita nel sud. Anche qui , armi (spesso iraniane ma non solo) e petrolio. I sunniti gettano bombe a profusione , macellando carne umana alla rinfusa,fino a che la nuova democrazia non  garantirà  un posto e un ruolo per la loro etnia che ,per quanto minoranza, poté spadroneggiare a lungo grazie al regime di quel Saddam Hussein che, la suddetta  nuova democrazia irakena, ha lestamente appeso per il collo, “finchè morte sopraggiunga”. All’americana. In tutto questo Al Qaeda , per quanto non lesini sforzi, c’entra come i cavoli a merenda. E tuttavia serve ottimamente a legittimare il particolare processo democratico che s’instaura in Irak : la democrazia neo-coloniale. Si tratta di quel particolare regime politico a sovranità limitata che viene instaurato dopo il tempo storico del colonialismo e dopo quello delle rivoluzioni nazionali, laddove non trionfa ancora un regime teocratico. E’ lo stesso tipo di democrazia che gli occidentali cercano di far avanzare in Afghanistan in faccia ai religiosi talebani. Anche qui , come si può notare già in questi giorni, dopo i primi peana innalzati al trionfo della democrazia si è aperta la vera partita nello scontro tribale ed etnico che oppone il nord tagiko al sud pashtun con i mezzo una miriade di altre etnie e sottogruppi di delinquenti e predoni ( i cosiddetti signori della guerra dediti al commercio di armi e droga), che si contendono la loro fetta di torta  della democrazia neo-coloniale. Ma per il momento a Kabul domina il caos, come a Bagdad. Karzai e Abdullah si accusano reciprocamente di brogli e ciascuno si attribuisce la vittoria. L’affluenza alle urne non sarà mai nota con certezza, a meno che non vi sia ancora qualcuno che ritiene davvero indipendente la solita “Commissione elettorale indipendente”. Nella zuffa sanguinosa che minaccia di riaprirsi con nuova violenza in Afghanistan non si capisce cosa ci stiamo a fare noi, noi italiani. Soprattutto non si capisce cosa (e se ) pensano coloro che ci governano. A cosa , esattamente , sono serviti i morti di Nassirya se non a gettare nel lutto le loro famiglie? C’è stato un tempo in cui un pugno di bersaglieri, preferibilmente morti, potevano essere gettati su di un tavolo di trattativa. Ma adesso, nella democrazia neo-coloniale afghana, qualora il “nuovo inizio” di Obama contempli (com’è verosimile) una qualche forma di trattativa sottobanco con i meno cattivi tra i talebani, a noi che ce ne viene, esattamente? Saranno pur sempre gli angloamericani ad eventualmente usufruire, in vari campi, dei concreti vantaggi della democrazia neo-coloniale. Anche perché l’hanno inventata loro.

Annunci

Abbiamo sbagliato tutto

agosto 18, 2009

Prodi dice che “abbiamo sbagliato tutto”. Esatto. La sinistra riformista in Europa e in Italia da quindici anni a questa parte si è accodata, portando anzi un suo contributo nient’affatto originale, alle teorie balzane e alla prassi del neoliberismo. Tutti ad inchinarsi di fronte agli imperativi assoluti del mercato. Tutti a cianciare di PIL e di innovazione. La strada l’ha aperta quel falso socialista di Tony Blair. Sì, l’ho già detto ma giova ripeterlo. In Italia , in particolare, tutti a discutere di compatibilità e competitività. Idoli. Categorie astratte, concetti banali, ripetuti all’infinito per plasmare il senso comune. Cazzate insomma. Robaccia maleodorante da ammannire al solito popolo bue. E con che scioltezza la sinistra riformista ha aderito a questo cumulo di bugie e luoghi comuni. Da qui , adesso , è ora di ripartire. Dicendo pane al pane e vino al vino. Caro Bersani tu che sei generalmente apprezzato per la tua competenza e moderazione presso i più qualificati ambienti imprenditoriali e contemporaneamente interprete della tradizione popolare degli ex DS, che fai ? Dopo lo “sfogo” di Prodi, intendo. Leggo che la Bindi , democristiana integrale e coerente, si fa garante per la tua corrente: “la mia presenza è garanzia per un PD che non sarà mai socialista”. Ma proprio qui è il punto. Ben vero che tutto il centrosinistra europeo- come dice Prodi- si è limitato ad inseguire gli avversari sul loro proprio terreno. Ma qualsiasi imbecille oggi vede che la logica perversa di una società dedicata interamente e totalitariamente al mercato è qualcosa che contrasta aspramente con qualsiasi possibilità di miglioramento della condizione umana nel terzo millennio. Non è forse giunta l’ora di divenire davvero e fino in fondo pragmatici , cioè capaci di prendere atto del fallimento di quel riformismo ideologico che ha improntato di sé tutta la sinistra europea? Beh! Allora ci vuole coraggio, lungimiranza, capacità di scorgere nella crisi attuale nuove forme di organizzazione della società degli umani. “ Pensieri lunghi” in altri termini. Il mondo cambia e cambierà. Scorciatoie non se ne vedono. L’abilità e la tattica e persino l’intelligenza individuale non bastano. Neppure Vasco Rossi può bastare per dare un senso a ciò che (il PD) un senso non ce l’ha mai avuto, se non quello di completare un lungo ciclo di assenza di pensiero davvero innovativo, per approdare alfine ad una normalizzazione culturale in base alla quale basta definirsi “democratici” con l’aggiunta di “riformisti” per far sbarcare il lunario ad una classe dirigente del tutto imbelle, preoccupata solo dei propri destini. Caro Bersani, fai attenzione, o trovi il coraggio (posto che tu ne abbia la convinzione, e me lo augurerei) di dire che il re è nudo , o la scissione silenziosa dalla politica e da quel poco di sinistra che continua a sopravvivere, per lo più nelle coscienze, non sarà mai riassorbita. Neppure da un congresso nel quale, senza dubbio, uscirai da trionfatore. Non basta vincere un congresso. Per quanto ciò non sia certo disprezzabile in politica. Importa però vincere ipocrisia e pavidità. Troppi e troppo grandi sono stati gli errori del passato. Anche quando , naturalmente erano il risultato , scontato, di convinzioni politiche e culturali. Ci vuole un atto di vera rottura. Non so se Prodi si prefiggeva questo nel suo articolo su il Messaggero. Certo si è messo (almeno) in sintonia con ciò che da tempo pensa quella vasta platea di cittadini elettori che non parteciperanno a congressi democratici e a primarie ugualmente democratiche. Gente che ne ha piene le palle di comparsate, più o meno riuscite, nei talk show. E’ ora di sapere se il malnato e peggio vissuto PD vuole aprire una stagione di riflessione critica sul passato della sinistra riformista in Italia e in Europa, o se vuole semplicemente introdurre qualche correttivo alla sua sbiadita immagine di partito color pastello, tanto per accontentare ,momentaneamente, militanti ed elettori che non sanno più dove sbattere la testa. C’è poco da fare , e ancor meno da cincischiare. Siamo(siete) a Rodi. E’ ora di fare il grande salto. Verso dove? Semplice: verso l’affermazione di un’idea diversa di società nella quale la democrazia non sia una vuota affermazione retorica, e pesante coltre ideologica per far mercato e guerre. La questione è tutta e sempre qui. Si chiama stallo della democrazia, suo svuotamento da parte di altri e immensamente più forti poteri informali. Bisogna decidersi. O si fa ginnastica nelle primarie, tanto per rimanere alle forme, oppure si mette in causa con un progetto politico di stampo socialista, l’ancora(forse) resistibile evoluzione della democrazia nella plutocrazia. Più prosaicamente dopo esser stati proni per troppo tempo è ora di mettersi di traverso. Se lo si farà tornerà la fiducia. Si comincerà ad intravedere una via nuova. Viceversa la festa è finita.

Forte Cacciari

agosto 13, 2009

Forte,Cacciari. Un vero anticonformista ,secondo cui il problema è un altro. “E’ indecente che un giovane esca dalla maturità sapendo, magari malamente, chi è Manzoni,chi è Platone e non chi è Gesù cristo”. Di conseguenza l’ora di religione deve divenire materia di studio obbligatoria. Altro che proteste insensate di laicisti sinistramente illuminati da un “bieco illuminismo”, come dicono all’unisono i vescovi. Forte Cacciari quando aggiunge -ne do una libera interpretazione- non mi venite a sfruculiare i coglioni con la trita storia dell’insegnamento della storia delle religioni. “Non ha nessun senso insegnare storia delle religioni”. Forte Cacciari, quando conclude con :” E’ necessario almeno sapere cosa dicono le grandi tradizioni monoteistiche”. Tanto per avvolgere con obiettiva probità intellettuale la sua convinzione intorno alla necessità di modificare il Concordato rendendo obbligatorio l’insegnamento della religione. Forte Cacciari, ma non particolarmente abile, nel sostenere le gerarchie con  il suo sapere in un modo meno banale, più raffinato rispetto alla cruda Binetti che si appella , a testa alta, a quanto scritto dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede nel 2002. Forte Cacciari ,infine, quando con sana temerarietà avanza una critica alla Chiesa che “dovrebbe liberarsi delle sue paure per battersi perché nella scuola pubblica venga insegnata la religione da docenti come gli altri”. Non solo da preti insomma.O ,come accade adesso, da personale insegnante da loro indicato. Poi aggiunge :”chi vuole che vada ad insegnare religione se non una persona motivata a questo tipo di studi?”. Facile rispondere. Chi può essere più motivato e credibile in senso forte  di un sacerdote,o comunque di un laico che,parimenti, ha scelto di mettere la sua intera esistenza umana al servizio della religione? Naturalmente Cacciari, da par suo, potrebbe obiettare che anche un sacerdote,o chi per lui, può essere incompetente.Capace altresì di amare Cristo con tutti i santi, ma non d’insegnare ad altri ad amarlo. Poiché la religione e il suo insegnamento in ciò consistono. Nevvero? Dato che, appunto, non stiamo parlando di storia o di cultura delle religioni. Poiché altrimenti anche Piergiorgio Odifreddi sarebbe pienamente legittimato e , sospetto, anche interessato, ad un tal tipo d’insegnamento. Intanto dal PD non viene un sospiro. Non stormisce foglia che Vaticano non voglia? Non lo voglio ancora del tutto credere. Penso piuttosto che l’attacco all’illuminismo operato da Santa Romana Chiesa con logica da Sant’Uffizio, risulti alquanto imbarazzante per quanti nel PD pensano di dover ancora liberarsi definitivamente del giacobinismo . Qualcuno lo ritiene un danno collaterale prodotto dall’illuminismo.Da qui l’imbarazzo. Altri lo collocano invece pienamente dentro l’età dei lumi: suo figlio legittimo. Da qui l’idea di venir via  non solo dall’orrorifico novecento, ma anche dalla(sanguinosa e terroristica) rivoluzione del 1789 per approdare alfine ,con coraggioso balzo all’indietro, a quella democratica del 1776. Affondano qui le nuove radici storiche, e culturali del partito nuovo? Beh, allora sarebbe utile un confronto un pochino stringente sulla storia della rivoluzione americana. Tanto per sapere in quanti piedi d’acqua siamo. O per meglio dire :siete.

I Giusti

agosto 5, 2009

Tra le notizie/curiosità estive c’è la proposta avanzata dal movimento ebreo ultraortodosso Chabad di annoverare Wilhelm Canaris fra i Giusti delle Nazioni. Consesso di cui –confesso la mia inescusabile ignoranza – non sospettavo fino ad ora l’esistenza. Il motivo di questa proposta riguarda essenzialmente l’impegno di Canaris per mettere in salvo un importante rappresentate del movimento. A parte ogni altra considerazione riguardante l’opportunità, sul piano storico e morale, di rivalutare a tal punto la figura del capo del controspionaggio del Terzo Reich, la notizia mi offre il destro per segnalare un libro forse dimenticato di Joachim Fest (Obiettivo Hitler), lo storico liberale autore di una monumentale biografia di Hitler. Si tratta di un’interessante e minuziosa ricostruzione di ciò che Fest chiama , la “resistenza tedesca”.L’analisi documentale e la tesi storico-politica di Fest è tutta rivolta a smentire la vulgata secondo la quale l’opposizione tedesca al nazionalsocialismo cominciò ad esprimersi solo quando la Germania aveva ormai evidentemente perso la partita. Fest cerca di dimostrare , anche se ci riesce solo in parte,che vi è stata una continuità nella “resistenza tedesca” , la quale muove dai primi tentativi di colpo di stato nel 1938 per arrivare fino all’operazione Walkiria quando, alfine, Stauffenberg colloca la bomba nella “tana del lupo” a Rastemburg. Dico alfine perché Stauffenberg gira con l’esplosivo al seguito in quasi tutte le occasioni che gli si presentano di avvicinare “la bestiaccia”. Per esempio lo porta con sé persino all’Obersalzberg (il nido dell’aquila) quartier generale del Fuhrer. Solo che per una serie di circostanze e dettagli tecnici ,prima del 20 luglio del 1944 ,non riesce mai nel suo intento. Al punto che vista la difficoltà di agire con la bomba uno dei congiurati se ne uscì a chiarire che :” Alla fin fine quel maiale ha anche un grugno su cui sparare”. Si trovò subito chi si dichiarò pronto a provarci. Poi , ancora una volta ,non se ne fece nulla. La cosa curiosa e ,in ogni caso piuttosto impressionante -secondo il lungo e documentato racconto di Fest- risiede nel fatto che per anni tra gli alti gradi militari è tutto un gran parlare intorno ai modi, ai tempi e alle circostanze per schiacciare la “bestiaccia”. Non importa se aquila o lupo. Se ne parla quasi liberamente in una cerchia piuttosto larga. A riprova , quando un’anima bella facente capo al comando supremo dell’esercito chiede a Stauffenberg “come faremo a dire a Hitler tutta la verità (come se la bestiaccia non la sapesse già per averla programmata lui stesso) intorno allo sterminio in atto nei territori orientali” ,la risposta è semplice: “Non si tratta di dirgli la verità ma di farlo fuori”. Si era nel 1942. In seguito, quando Stauffenberg, il primo luglio del ’44 promosso colonnello prende servizio come capo di stato maggiore delle truppe territoriali  si presenta al suo superiore chiarendo subito di essere impegnato a preparare un colpo di stato e  la sua scoperta dichiarazione d’intenti non suscita alcun particolare commento. La ragione di un tale “disinteresse” nota anche Fest, risiede nell’opportunismo dei generali che attendono l’azione degli ufficiali più giovani e determinati per decidere se compiere, a loro volta, il grande passo. Molti spiegano che non sono affatto contrari all’ammazzamento del maiale ma bisogna che qualcun altro se ne incarichi. L’atteggiamento di Canaris , è in parte diverso e più determinato di quello degli altri alti ufficiali . Della serie : provateci . Se ci riuscite sono senz’altro della partita. Quando poi il 20 luglio del ’44 ci provarono anche l’ammiraglio non riuscì a scampare. In sostanza la figura di Canaris si staglia come quella di un personaggio complesso e contraddittorio, cinico e coraggioso ad un tempo. Ma è piuttosto Stauffenberg che andrebbe ricordato in ben altra misura e maniera rispetto a quella modesta visita che ogni anno una sparuta pattuglia di autorità compie discretamente alla sua tomba. E ciò perché fu lui a rompere gli indugi e anche a collegare politicamente l’opposizione militare a quella civile tramite la sua amicizia e vicinanza al sindacalista socialdemocratico Julius Lieber che cadrà con lui dopo il 20 luglio. Contrariamente a quanto ci ha tramandato nel corso del tempo la storia ufficiale, Stauffenberg non è stato semplicemente un militare di origini aristocratiche mosso prevalentemente da antichi impulsi riguardanti l’onore, il dovere o lo spirito di servizio , ma un uomo dotato di visione politica, che già nell’ottobre del 1942 , quando l’operazione Barbarossa era in pieno e vincente corso, aveva il coraggio, morale ed umano ,di chiarire pubblicamente la sua netta contrarietà: “al corso sciagurato impresso dalla politica tedesca nei territori orientali”. Dunque perché non inserire il suo nome in quell’album dei Giusti di cui apprendiamo tardivamente l’esistenza?

2 agosto.Tre osservazioni.

agosto 4, 2009

Uno. Il sondaggio che sta effettuando Repubblica sulla proposta di cambiare forma alla celebrazione del 2 agosto comincia a registrare una certa prevalenza per il no. La cosa in sé non è significativa sotto il profilo strettamente statistico , dato che in questi sondaggi si esprime sempre una minoranza. Si fanno avanti coloro che più sono interessati ,in un senso o nell’altro, al tema posto in discussione. Ma d’altro canto questi stessi sondaggi sono concepiti per far esprimere proprio coloro che sono più sensibili al tema in oggetto. Chiamiamoli gli attivisti in senso lato. Una sorta di zoccolo duro d’opinione. Ma, proprio per questo quest’area di persone è quella che , alla fine, risulta sempre decisiva, in quanto attiva, formata e informata e dunque qualificata ad esprimere un parere consapevole. Si conta in quanto si prende una posizione, la si argomenta e la si difende. Dunque nessuno (e meno che mai i partiti e le istituzioni) può permettersi il lusso di contrapporre il presunto parere opposto di un’eventuale maggioranza silente e passiva che magari preferirebbe , come me, riformare la ricorrenza del 2 agosto. La fischiata di domenica potrebbe non essere stata indirizzata al solo Bondi.E’ giusto prenderne atto.
Due. Fioravanti , condannato per la strage insieme alla Mambro, è a piede libero. Il suo primo atto consiste in una raffica d’interviste nelle quali si rilanciano piste alternative alla sentenza definitiva che qualifica il massacro di Bologna come “strage fascista.” Ed è noto che da molti anni ormai il tentativo di delegittimare quella sentenza trova crescenti adepti sia a destra che a sinistra. Ripartirà sull’onda dell’attivismo dei killers dei NAR una campagna d’opinione a vasto raggio. Ciò anche al di là della tesi ridicola avanzata a suo tempo da Cossiga e subito rilanciata da Fioravanti dell’esplosione casuale durante un trasporto clandestino effettuato dai palestinesi sotto l’occhio benevolo de servizi italiani. Qui mi permetto una breve digressione. Tanto per non dimenticare. La tesi non è solo ridicola è bensì sommamente provocatoria e intrisa di cinico dileggio nei confronti di tutti noi bolognesi. Dopo esser stati ripetutamente colpiti dobbiamo anche accettare di passare per poveri fessi. Ma tali non siamo. Il 2 agosto viene dopo altri due gravissimi attentati aventi come obiettivo sempre Bologna : quello dell’ Italicus, il 4 agosto 1974 e quello dell’antivigilia di Natale il 23 dicembre 1984. In quest’ultimo caso sappiamo con certezza che la strage fu concepita ed attuata da terroristi neofascisti, camorristi e mafiosi con la partecipazione straordinaria della banda della Magliana, sodalizio criminale ben addentro a settori della politica il cui capo, Enrico De Pedis detto Renatino, fu seppellito con gli onori vaticani all’interno della chiesa di Sant’Appollinare. Privilegio riservato a ben pochi, forse a perenne ricordo della collaborazione con la finanza vaticana di monsignor Marcinkus. Fine della digressione. Resta comunque un’operazione insidiosa e ancora una volta depistante : sia che si chiami in campo l’onnipresente Carlos,(padre e madre di tutti i terrorismi) che la pista libica o altre ancora. Insidiosa perché l’impegno profuso dalla magistratura bolognese ha potuto far luce solo fino a un certo punto. Mancano sempre all’appello dopo trent’anni i mandanti. Come per l’Italicus e Ustica rimane una zona d’ombra mai rischiarata. D’altro canto la magistratura può restituirci solo una verità parziale di fronte all’intreccio di omertà e coperture sempre offerte da qualificati settori dello stato, come dimostra la stessa condanna di due alti esponenti del Sismi per il depistaggio effettuato dopo la strage del 2 agosto. Secondo l’ex capo della polizia Parisi, da tempo defunto, (cito sul filo della memoria) “quando si manda un messaggio (strage di Ustica) e questo non viene colto nel suo vero significato, allora se ne manda un altro(2 agosto) più devastante e chiaro,in rapida successione”. Al di là della spericolatezza di questa ipotesi colpisce che sia stato proprio il capo della polizia ad accreditare in questo modo un conflitto in atto nel cuore stesso dello stato.
Tre. In questo guazzabuglio di piste alternative alla “strage fascista” -sola qualifica parziale che possiamo fino ad ora e forse per sempre stabilire- qual è il rischio ancora attuale, se non quello che tutto torni in alto mare nella memoria stessa di tutte le stragi? La cosa che davvero sappiamo, al di là di ogni ragionevole dubbio, è che i fascisti, a Bologna e altrove, come a Brescia, sono stati una componente fondamentale di quel complesso intreccio criminale di poteri che ha organizzato e diretto la strategia della tensione in Italia a partire dal 12 dicembre 1969 a Milano. A proposito dell’11 settembre, Noam Chomsky ha detto che tutta la verità la sapremo forse solo tra cent’anni. Anche per il 2 agosto noi sappiamo solo una verità parziale. Non dico che dobbiamo accontentarci. Penso semplicemente che sarebbe utile fissare questa raggiunta e sofferta verità storica nella memoria delle generazioni che verranno nella lunga attesa di una verità più completa. La quale, proprio come per l’11 settembre, non considero necessariamente contrastante con ciò che già sappiamo, anche se forse non è molto. Per questo a me sembra utile, anzi necessario, scolpire nel marmo, il ricordo di ciò che abbiamo vissuto e di ciò che sappiamo ora in una forma più duratura, meno contingente e meno esposta ad una “revisionistica” contestazione dell’annuale manifestazione. Coi tempi che corrono è facile contrapporre tesi a tesi, persino innestandosi in un senso comune nel quale ,oltre alla cerchia di quanti si ritrovano nel piazzale della stazione, il ricordo inevitabilmente sbiadisce. Va scattata una foto indelebile. Sulla quale nessuno possa più mettere le mani. Può darsi che ormai sia tardi. Ma varrebbe la pena di provarci.

Africa?

agosto 1, 2009

Rispondendo ad un articolo molto critico di Marco vitale sul Corriere, il direttore generale del ministero degli esteri, spiega che il G8 dell’Aquila “ha posto il tema dello sviluppo in Africa con un approccio innovativo”. Tale approccio sarebbe incentrato sul sempre celebrato “sistema paese”. In burocratese si tratterebbe di un “approccio integrato e sistemico” per mobilitare le risorse nazionali, sotto forma di investimenti privati a favore di progetti di sviluppo nei punti più critici, per paesi e per settori economici. Non capisco cosa ci sia di innovativo in un approccio siffatto. Da un bel paio di decenni ,infatti ogni paese con le sue imprese, va per la sua strada nel cercare di sfruttare al meglio le opportunità che può fornire il continente africano. Dal commercio , al saccheggio delle materie prime. L’esempio della RDA (Repubblica democratica del Congo) è a tal proposito emblematico. Se ho ben compreso, Vitale parlava della necessità di un intervento generalizzato nella logistica, come ad esempio la grande potenzialità data dalla mobilità fluviale e anche dalla necessità di far confluire , indirizzandole opportunamente, le risorse private verso l’obiettivo strategico del diritto all’acqua. Da un tale contesto, che richiederebbe interventi finalizzati e strettamente coordinati, i singoli sistemi paese si sono sempre sottratti. Certo l’UE con il suo sistema di APS(aiuto pubblico allo sviluppo) e con la procedura delle cosiddette “preferenze generalizzate” nell’ambito dei rapporti commerciali ha svolto un ruolo di una certa importanza in passato. Non può esser ,tuttavia ipocritamente ignorato che nell’ambito di una tale politica unitaria verso tutti i paesi ACP(Africa, Caraibi, Pacifico) la parte del leone in termini di convenienze nazionali l’hanno sempre fatta un gruppo ristretto di “sistemi paese” , a partire dal regno Unito e dalla Francia e, a seguire, il Belgio e l’Olanda. Più recentemente due novità di rilievo sono intervenute a modificare lo status quo coincidente con uno stallo drammatico nell’efficacia delle politiche di sviluppo. La prima consiste nella decisione, conseguente alle nuove regole del commercio globale dettate dall’organizzazione mondiale del commercio( WTO o OMC come volete voi), volte a liberalizzare gli scambi commerciali in tutta l’area ACP. Questo dopo che il FMI ha messo letteralmente in ginocchio una moltitudine  di paesi , a partire quelli più poveri dell’area sub-sahariana, con le sue politiche di privatizzazione e liberalizzazione selvaggia. Tutti sanno di cosa si è trattato. Vuoi un prestito per sopravvivere? In questo caso metti il tuo paese nelle nostre mani. Ti dettiamo noi l’agenda del tuo sviluppo. Il risultato , com’è noto, è stato catastrofico. Comunque ,adesso l’UE , per rientrare nelle regole del commercio mondiale, deve sostituire progressivamente il complesso degli interventi ( peraltro dimostratisi inefficaci nel lungo periodo) con un altro tipo di presenza . Da qui, a suo tempo, l’idea di Mandelsson (ex braccio destro di Blair e Commissario europeo al commercio) di istituire con la collaborazione del Commissario per gli aiuti allo sviluppo le cosiddette aree di libero scambio entro la zona ACP. Si tratta ,in sostanza di costituire mercati regionali integrati con l’aiuto dell’UE nell’ambito di accordi di partenariato economico (APE o EPA ). Solo che tali accordi prevedono una ristrutturazione complessiva dei rapporti commerciali tra UE e ACP che vanno ad incidere fortemente su quell’asimmetria che era conseguente al vecchio sistema e che consentiva ,con gli introiti di dazi e dogane, ai paesi poveri di sbarcare il lunario. Ecco perché gli africani sono tutt’ora alquanto riottosi ad aderire agli accordi di partenariato. Subodorano la fregatura. E , di conseguenza, cercano di allungare il brodo almeno per ciò che riguarda i tempi d’applicazione degli APE. D’altro canto la promessa del round di Doha ( ristrutturazione del commercio mondiale) che doveva finalizzare il commercio allo sviluppo facendone una leva per l’auto-sviluppo dei paesi più poveri, non è stata fino ad ora mantenuta. Le trattative proseguono solo formalmente tra un rinvio e l’altro nel contrasto tra UE, USA, Brasile e Cina. Quest’ultima costituisce  la seconda novità in Africa. Con la sua  presenza massiccia e molto articolata approfitta dello stallo per penetrare in molte aree regionali attraverso accordi bilaterali con singoli paesi. La Cina non proclama obiettivi di sviluppo: propone affari, commercia, costruisce le infrastrutture necessarie allo sviluppo del proprio business. Gli africani, immagino, penseranno che piuttosto che niente è meglio piuttosto. In altri parole valutano in termini di costi-benefici l’agguerrita presenza cinese. Obama , naturalmente è consapevole di tutto ciò e intensifica la propria attenzione verso il continente africano. Anche per un’altra ragione che attiene all’urgenza di arginare la crescita esponenziale dell’integralismo islamico in Africa. Siamo al punto che in Nigeria , grazie alle malefatte delle multinazionali del petrolio e ad un governo da sempre corrotto fino al midollo, i guerriglieri islamici della setta Boko Haram si definiscono come i nuovi talebani. La definizione della setta ,non per caso sembra significhi: “l’educazione occidentale è un peccato”. D’altro canto la Nigeria è uno dei principali produttori di petrolio ma anche un paese poverissimo dominato da un sistema criminale. Proprio l’altro giorno il numero due della setta appena catturato dalle forze governative è morto “in condizioni di detenzione”. Dunque è ormai urgente, per tutto l’occidente farsi carico dei problemi del continente africano anche cessando di rendersi complici delle peggiori oligarchie che spadroneggiano in molti paesi. Ma , appunto , in assenza di un approccio globale condiviso, i “sistemi paese” dell’occidente non vanno troppo per il sottile per continuare a portare a casa il malloppo, come hanno fatto sempre . In tutto ciò il sistema Italia appare come un piccolo guscio in balìa dei marosi. Fatta esclusione per l’Agip che, tuttavia, non sembra (proprio in Nigeria), caratterizzarsi in modo sufficientemente autonomo rispetto alle logiche di pura rapina delle altre principali multinazionali. Morale della favola. Il G8 dell’Aquila: solo fuffa.