2 agosto.Tre osservazioni.

Uno. Il sondaggio che sta effettuando Repubblica sulla proposta di cambiare forma alla celebrazione del 2 agosto comincia a registrare una certa prevalenza per il no. La cosa in sé non è significativa sotto il profilo strettamente statistico , dato che in questi sondaggi si esprime sempre una minoranza. Si fanno avanti coloro che più sono interessati ,in un senso o nell’altro, al tema posto in discussione. Ma d’altro canto questi stessi sondaggi sono concepiti per far esprimere proprio coloro che sono più sensibili al tema in oggetto. Chiamiamoli gli attivisti in senso lato. Una sorta di zoccolo duro d’opinione. Ma, proprio per questo quest’area di persone è quella che , alla fine, risulta sempre decisiva, in quanto attiva, formata e informata e dunque qualificata ad esprimere un parere consapevole. Si conta in quanto si prende una posizione, la si argomenta e la si difende. Dunque nessuno (e meno che mai i partiti e le istituzioni) può permettersi il lusso di contrapporre il presunto parere opposto di un’eventuale maggioranza silente e passiva che magari preferirebbe , come me, riformare la ricorrenza del 2 agosto. La fischiata di domenica potrebbe non essere stata indirizzata al solo Bondi.E’ giusto prenderne atto.
Due. Fioravanti , condannato per la strage insieme alla Mambro, è a piede libero. Il suo primo atto consiste in una raffica d’interviste nelle quali si rilanciano piste alternative alla sentenza definitiva che qualifica il massacro di Bologna come “strage fascista.” Ed è noto che da molti anni ormai il tentativo di delegittimare quella sentenza trova crescenti adepti sia a destra che a sinistra. Ripartirà sull’onda dell’attivismo dei killers dei NAR una campagna d’opinione a vasto raggio. Ciò anche al di là della tesi ridicola avanzata a suo tempo da Cossiga e subito rilanciata da Fioravanti dell’esplosione casuale durante un trasporto clandestino effettuato dai palestinesi sotto l’occhio benevolo de servizi italiani. Qui mi permetto una breve digressione. Tanto per non dimenticare. La tesi non è solo ridicola è bensì sommamente provocatoria e intrisa di cinico dileggio nei confronti di tutti noi bolognesi. Dopo esser stati ripetutamente colpiti dobbiamo anche accettare di passare per poveri fessi. Ma tali non siamo. Il 2 agosto viene dopo altri due gravissimi attentati aventi come obiettivo sempre Bologna : quello dell’ Italicus, il 4 agosto 1974 e quello dell’antivigilia di Natale il 23 dicembre 1984. In quest’ultimo caso sappiamo con certezza che la strage fu concepita ed attuata da terroristi neofascisti, camorristi e mafiosi con la partecipazione straordinaria della banda della Magliana, sodalizio criminale ben addentro a settori della politica il cui capo, Enrico De Pedis detto Renatino, fu seppellito con gli onori vaticani all’interno della chiesa di Sant’Appollinare. Privilegio riservato a ben pochi, forse a perenne ricordo della collaborazione con la finanza vaticana di monsignor Marcinkus. Fine della digressione. Resta comunque un’operazione insidiosa e ancora una volta depistante : sia che si chiami in campo l’onnipresente Carlos,(padre e madre di tutti i terrorismi) che la pista libica o altre ancora. Insidiosa perché l’impegno profuso dalla magistratura bolognese ha potuto far luce solo fino a un certo punto. Mancano sempre all’appello dopo trent’anni i mandanti. Come per l’Italicus e Ustica rimane una zona d’ombra mai rischiarata. D’altro canto la magistratura può restituirci solo una verità parziale di fronte all’intreccio di omertà e coperture sempre offerte da qualificati settori dello stato, come dimostra la stessa condanna di due alti esponenti del Sismi per il depistaggio effettuato dopo la strage del 2 agosto. Secondo l’ex capo della polizia Parisi, da tempo defunto, (cito sul filo della memoria) “quando si manda un messaggio (strage di Ustica) e questo non viene colto nel suo vero significato, allora se ne manda un altro(2 agosto) più devastante e chiaro,in rapida successione”. Al di là della spericolatezza di questa ipotesi colpisce che sia stato proprio il capo della polizia ad accreditare in questo modo un conflitto in atto nel cuore stesso dello stato.
Tre. In questo guazzabuglio di piste alternative alla “strage fascista” -sola qualifica parziale che possiamo fino ad ora e forse per sempre stabilire- qual è il rischio ancora attuale, se non quello che tutto torni in alto mare nella memoria stessa di tutte le stragi? La cosa che davvero sappiamo, al di là di ogni ragionevole dubbio, è che i fascisti, a Bologna e altrove, come a Brescia, sono stati una componente fondamentale di quel complesso intreccio criminale di poteri che ha organizzato e diretto la strategia della tensione in Italia a partire dal 12 dicembre 1969 a Milano. A proposito dell’11 settembre, Noam Chomsky ha detto che tutta la verità la sapremo forse solo tra cent’anni. Anche per il 2 agosto noi sappiamo solo una verità parziale. Non dico che dobbiamo accontentarci. Penso semplicemente che sarebbe utile fissare questa raggiunta e sofferta verità storica nella memoria delle generazioni che verranno nella lunga attesa di una verità più completa. La quale, proprio come per l’11 settembre, non considero necessariamente contrastante con ciò che già sappiamo, anche se forse non è molto. Per questo a me sembra utile, anzi necessario, scolpire nel marmo, il ricordo di ciò che abbiamo vissuto e di ciò che sappiamo ora in una forma più duratura, meno contingente e meno esposta ad una “revisionistica” contestazione dell’annuale manifestazione. Coi tempi che corrono è facile contrapporre tesi a tesi, persino innestandosi in un senso comune nel quale ,oltre alla cerchia di quanti si ritrovano nel piazzale della stazione, il ricordo inevitabilmente sbiadisce. Va scattata una foto indelebile. Sulla quale nessuno possa più mettere le mani. Può darsi che ormai sia tardi. Ma varrebbe la pena di provarci.

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2 Risposte to “2 agosto.Tre osservazioni.”

  1. Fausto Anderlini Says:

    Ho definito ‘situazionale’ la tua convergenza con Balzanelli, non per sminuire il tuo ‘riformismo rituale’ (‘rituale’, solo perchè l’oggetto è il rito), bensì per segnalare una divaricazione che in linea di tendenza diverrà vieppiù sostanziosa.
    La tua proposta di ‘marmorizzare’ le vittime mi trova consenziente ed è felice l’ispirazione ai memorial statunitensi (che ai riti, contrariamente a quanto si pensa, proprio per la natura spettacolarista della loro cultura, ci tengono come pochi). Inoltre cogli perfettamente, in questo post, lo scenario che si prospetta, mentre nell’altro partivi giustamente dal disagio del ‘palco’, anzichè della ‘piazza’.
    Questo in effetti è il punto. Ciò che molti mandarini perorano è di spurgare il rito dalla presenza della ‘massa’, che essi vedono come caciarosa, e da chi sta in filo diretto con essa (l’associazione familiari, medium Bolognesi), mentre per me è una miracolosa transustanziazione che si ripete ogni anno. La quale acquista modalità altamente drammatiche proprio perchè la memoria (esattamente come a proposito di fascismo/resistenza) non è condivisa.
    In prospettiva, in alternativa allo status quo ante, vedo tre soluzioni. 1) la riforma della piazza. Viene sostanzialmente abolita mentre la cerimonia viene incanalata in rituali istituzionali vieppiù ‘neutri’. Questo sembrerebbe il prezzo da pagare per tenere ‘unita’ la rappresentazione evitando, al riparo della convergenza dei ‘buoni sentimenti’, stonature nel ‘concerto’ delle forze politiche. Mi sembra che questa sia la direzione verso la quale inclinano molti ‘riformatori’. 2) la riforma del palco. Qui è il palco ad essere abolito, o almeno una parte di esso. Mi sembra anche la tua soluzione e, più in generale, quella attorno alla quale ha più senso discutere. Restano però da valutare le possibili conseguenze. Non tanto la ri-configurazione che ne deriverebbe per la ‘massa’ (che col tempo è venuta caratterizzandosi nella peculiare dialettica ‘negativa’ con il palco), quanto il fatto che tale riforma potrebbe favorire il passaggio alla terza soluzione, ovvero: 3) lo sdoppiamento della cerimonia. Due percorsi distinti, ognuno al seguito della ‘sua’ memoria. Una memoria ‘autentica’ (cioè anti-fascista) coltivata dalla sinistra e una memoria ‘revisionista’ coltivata dalla destra.
    Al punto in cui stanno le cose (ovvero, il probabile esaurimento del ciclo dell’ultimo decennio – ripeto: per nulla indecoroso, bensì appassionato e denso di vita) sarei comunque per escludere la prima riforma. Se proprio ci si deve muovere si vada nella seconda, ben sapendo, tuttavia, che essa non impedirà la terza. Essa è nei fatti e avanza come un treno. Il problema è sapere quanta forza abbiamo in noi stessi e nelle nostre convinzioni per reggere la battaglia. Della serie: cercavano la quiete, trovarono la tempesta….

  2. maurozani Says:

    La “terza soluzione” è nei fatti da un gran mucchio di tempo. Non per caso mi chiedo se ormai non sia troppo tardi per fermare quel treno. Però bisogna provarci. In un modo possibilmente astuto, intelligente e sperabilmente efficace. Lo status quo non tiene più. Anzi favorisce quella manovra “revisionistica” a vasto raggio della destra che (tenerne conto) incontra il favore di quanti contrapposero , a suo tempo, la strage di stato alla strage fascista.Ancora una volta la “verità” va cercata invece brancolando tra le non mai dissolte nebbie di una terra di mezzo.Ciò non toglie , anzi consiglia urgentemente ,in corsa contro il tempo, di marmorizzare quanto è legittimo e giusto marmorizzare. Poichè se un giorno si ripartirà, lo si farà comunque da un roccioso caposaldo. Insomma star fermi nella piazza non giova, nè alla difesa nè al contrattacco. D’altro canto (mi obietto) è anche vero che le cariche di cavalleria , nella storia militare, si sono quasi sempre infrante contro il muro invalicabile della fanteria schierata in quadrato. Contro obiezione: quant’è solido , oggi, quel muro? No, no conviene muoversi. Rischierare le truppe su di una posizione più solida.
    PS. Così parlò il leninista! Tanto per non smentirmi.

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