democrazie coloniali

Il giorno stesso delle elezioni afghane, ad urne appena chiuse, tutti i tiggì nazionali , nessuno escluso battevano la grancassa sullo straordinario successo della democrazia da esportazione confermata, come già in Irak, dalla grande partecipazione al voto nonostante le minacce e gli attacchi dei Talebani. Lo stesso Europa , giornale del PD, si accodava al mainstream mondiale con un titolo a tutta pagina nel quale si sottolineava la necessità di mantenere la nostra presenza in Afghanistan. E lo faceva proprio il giorno in cui in Irak si scatenava l’inferno in terra con 100 morti e oltre 500 feriti. Da questa stupidissima versione non si scostavano di molto la maggioranza dei fogli quotidiani. La tesi è sempre quella e si riassume all’incirca così. Certo non è carino portare la democrazia attraverso il mondo sulla punta delle baionette o, piuttosto,sotto il peso devastante di bombe da cinque tonnellate (le “taglia margherite”) sperimentate sulle vette e nelle valli di Tora Bora, o con l’ausilio del fosforo bianco (vedi Falluya), tuttavia una volta che si è sul terreno bisogna dare una mano a quelle popolazioni decimate, in vario modo (e in principal modo dalla guerra al terrorismo) , a  prendere in mano il proprio destino. Per farlo bisogna restare in campo. Armati fino ai denti. Prima per organizzare libere elezioni e poi per difenderne l’esito. A nessuno viene in mente che quando le urne vengono affidate ai militari di una o più potenze d’invasione è abbastanza difficile e non è comunque decente considerare libere quelle elezioni. Gli osservatori dell’UE ,non per caso spiegano in modo anodino ,che “le elezioni sono state regolari ma non ovunque libere”. Tanto per dare un colpo al cerchio e uno alla botte. In generale le elezioni non sono libere anche quando un esercito nazionale s’incarica di trasportare le urne piene in una capitale per poi procedere a conteggi centralizzati che durano in genere svariate settimane . Dovrebbe esser noto, almeno dalla notte dei tempi, che gli eserciti non sono organismi super partes ma rispondono ai governi, i quali vincono regolarmente le elezioni proprio grazie al controllo e alla manipolazione capillare effettuata da quell’unica organizzazione(militare o di polizia)  diffusa capillarmente in tutto un vasto territorio. A prescindere. Il caso delle ultime elezioni in Etiopia, nel 2006 è, a suo modo, tipico. Il governo espresso dalla minoranza tigrina, che ebbe certamente il merito di cacciare il dittatore Menghistu, sembrava aver perso nettamente le elezioni. Ad Addis Abeba , dov’ero dislocato in qualità di osservatore dell’UE, non sentii assolutamente nessuno, tra la moltitudine di popolo ordinata in file chilometriche davanti ai seggi elettorali, che appoggiasse il governo in carica. A urne chiuse, tutto era per gli osservatori dell’UE scontato: con ogni probabilità,il governo aveva perso. Già si era aperto tra noi un preoccupato dibattito sull’evidente complicazione che una tale sconfitta poteva comportare, a fronte del ruolo di stabilizzazione che l’Etiopia garantiva in tutta l’area . Il dibattito fu interrotto proprio mentre avevamo il piede sulla scaletta dell’aereo che ci riportava a casa. Anzitutto un breve comunicato dell’ex presidente Carter, presente ad Addis con la sua fondazione regolarmente accreditata presso l’ONU (US Carter Center), nel quale si inneggiava al regolarissimo svolgimento delle elezioni e si offriva piena copertura politica al governo in carica. A seguire il comunicato del suddetto governo che decretava lo stato di emergenza in tutto il paese per la durata di un mese. Il tempo necessario a svolgere un’ordinata conta dei voti al riparo da osservatori rompicoglioni. Il giorno dopo iniziò la mattanza di studenti universitari che protestavano ad opera delle truppe speciali: i temuti berretti rossi che avevo intravisto sfilare velocissimi a bordo di tecniche con mitragliera sul tettuccio, fieri e minacciosi nelle loro mimetiche da combattimento. Una cinquantina di morti accertati ma forse molti di più e buonanotte ai suonatori e agli osservatori. Il mainstream tacque. Ma la democrazia del governo aveva vinto. Perché? Semplice. Gli USA avevano bisogno del governo etiope per tenere sotto controllo tutta la zona del corno d’Africa. In particolare la Somalia, quella terra di nessuno dove l’operazione clintoniana di Restore Hope finì nel sanguinoso “Black hawk down”. E chi combatte oggi in Somalia contro le truppe dei fondamentalisti musulmani se non l’esercito etiope? Eh , sì. C’è democrazia e democrazia. Dietro questa parola ormai divenuta comodo feticcio ideologico,si scontrano  interessi: economici, strategici, politici e di potere. Il popolo vada pure alle urne . Anzi deve assolutamente andarci, magari accompagnato dai militari, per far vincere il migliore: cioè il nostro amico. Così è stato anche in Irak e, oggi, in Afghanistan. Nel primo caso i soldati americani hanno garantito tutta la logistica dall’inizio alla fine , compreso naturalmente il trasporto delle schede elettorali, all’andata e al ritorno. E la democrazia, naturalmente ha vinto. Assieme al nostro amico. Salvo che il risultato non può che essere una spartizione dell’ex Irak , quello stato artificiale inventato da un’amica di Churchill per conto del colonialismo inglese. Nel nord dell’Irak i Curdi, quelli buoni e democratici,(a quelli cattivi ci pensano i turchi) hanno già da molto tempo il loro stato con relativi confini, parlamento e bandiera ,comprese armi e molto petrolio sotto i piedi. Gli sciti cercano la loro rinascita nel sud. Anche qui , armi (spesso iraniane ma non solo) e petrolio. I sunniti gettano bombe a profusione , macellando carne umana alla rinfusa,fino a che la nuova democrazia non  garantirà  un posto e un ruolo per la loro etnia che ,per quanto minoranza, poté spadroneggiare a lungo grazie al regime di quel Saddam Hussein che, la suddetta  nuova democrazia irakena, ha lestamente appeso per il collo, “finchè morte sopraggiunga”. All’americana. In tutto questo Al Qaeda , per quanto non lesini sforzi, c’entra come i cavoli a merenda. E tuttavia serve ottimamente a legittimare il particolare processo democratico che s’instaura in Irak : la democrazia neo-coloniale. Si tratta di quel particolare regime politico a sovranità limitata che viene instaurato dopo il tempo storico del colonialismo e dopo quello delle rivoluzioni nazionali, laddove non trionfa ancora un regime teocratico. E’ lo stesso tipo di democrazia che gli occidentali cercano di far avanzare in Afghanistan in faccia ai religiosi talebani. Anche qui , come si può notare già in questi giorni, dopo i primi peana innalzati al trionfo della democrazia si è aperta la vera partita nello scontro tribale ed etnico che oppone il nord tagiko al sud pashtun con i mezzo una miriade di altre etnie e sottogruppi di delinquenti e predoni ( i cosiddetti signori della guerra dediti al commercio di armi e droga), che si contendono la loro fetta di torta  della democrazia neo-coloniale. Ma per il momento a Kabul domina il caos, come a Bagdad. Karzai e Abdullah si accusano reciprocamente di brogli e ciascuno si attribuisce la vittoria. L’affluenza alle urne non sarà mai nota con certezza, a meno che non vi sia ancora qualcuno che ritiene davvero indipendente la solita “Commissione elettorale indipendente”. Nella zuffa sanguinosa che minaccia di riaprirsi con nuova violenza in Afghanistan non si capisce cosa ci stiamo a fare noi, noi italiani. Soprattutto non si capisce cosa (e se ) pensano coloro che ci governano. A cosa , esattamente , sono serviti i morti di Nassirya se non a gettare nel lutto le loro famiglie? C’è stato un tempo in cui un pugno di bersaglieri, preferibilmente morti, potevano essere gettati su di un tavolo di trattativa. Ma adesso, nella democrazia neo-coloniale afghana, qualora il “nuovo inizio” di Obama contempli (com’è verosimile) una qualche forma di trattativa sottobanco con i meno cattivi tra i talebani, a noi che ce ne viene, esattamente? Saranno pur sempre gli angloamericani ad eventualmente usufruire, in vari campi, dei concreti vantaggi della democrazia neo-coloniale. Anche perché l’hanno inventata loro.

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