Archive for settembre 2009

L’autunno caldo del PD

settembre 30, 2009

Autunno caldo quello che si preannuncia nel PD verso il congresso. Rutelli presentando il suo libro dall’originale titolo “La svolta” dice, contro Bersani che sostiene il contrario, che non è in atto un dibattito ma una semplice conta. Ed ha sostanzialmente ragione. Nessuno di noi , spettatori più o meno informati saprebbe dire quali sono nel dettaglio i famosi contenuti della contesa interna. Tuttavia la contesa c’è. E riguarda nientemeno che l’identità del nuovo partito. Veltroni ne aveva delineato i tratti essenziali che si ritrovavano tutti , coerentemente e per negativo, in un distacco radicale e definitivo dall’esperienza sin qui condotta dalla sinistra italiana ed europea. Il suo progetto, per quanto spesso descritto in termini volutamente ambigui ai fini di far trangugiare ai militanti (o come si chiamano adesso)l’amara medicina, conservava tuttavia una sua organicità. Un solo esempio. Penso che Veltroni ben difficilmente si sarebbe accomodato nell’Asde l’alleanza dei socialisti e dei democratici europei. Nello stesso tempo ben capiva che una soluzione diversa ben altrettanto difficilmente sarebbe passata nell’attuale PD ancora intriso di vecchie memorie e suggestioni rossastre. Le quali peraltro riemergevano con forza in varie forme dopo la sconfitta, pur onorevole, alle elezioni politiche. Da qui, per coerenza le sue dimissioni. Dimissioni offensive e difensive ad un tempo. Offensive perché volte a gettare una sfida su di un futuro incerto e periglioso. Difensive per non intestarsi quel 26% che è poi rapidamente toccato in sorte a Franceschini. Insomma : provate a far meglio se vi riesce. Talché si può dire che Veltroni è solo virtualmente ai margini del campo di gioco. Infatti il nocciolo della contesa tra due visioni diverse del progetto democratico riemerge con nettezza nelle parole di Rutelli: “ troppa sinistra nel PD”. Il problema , all’ingrosso è tutto qui. E può esser descritto e reso comprensibile agli iscritti e agli elettori nel seguente modo. Semplificato. Una sinistra identitaria,( per me il termine non è necessariamente spregiativo) per quanto in vario modo raggruppata, vale circa un terzo dell’elettorato. Quando riesce a far il pieno , naturalmente. Quando cioè non delude le aspettative del suo campo di forze, peraltro sempre più sfrangiato e complesso. Dunque per vincere bisogna andar oltre la sinistra,cercando di sfondare al centro. Lo si può fare con un sistema di alleanze. E lo si è fatto a suo tempo con L’Ulivo. Solo che l’Ulivo non sfonda veramente. Piuttosto, quando va bene rosicchia, un pochino fortunosamente, e dunque vince di stretta misura. Troppo stretta per governare stabilmente nel tempo un cambiamento visibile. Anche perché si può, com’è avvenuto, rosicchiare al centro e perdere pezzi a sinistra. Alle prese con questo problema si cercò la via dell’Unione. In sostanza una grande alleanza tra ciò che si presumeva(secondo me a torto) come un soggetto politico omogeneo e cioè l’Ulivo, cui si aggiungeva il resto del mondo. E’ noto il risultato: due anni di governo debole , esposto ad ogni sorta di ricatto. Nella premiata ditta dell’Unione la coperta era sempre troppo corta mentre veniva tirata da opposte parti. E nessuno che s’interrogasse sulle cose da fare per consolidare e qualificare un’offerta politica all’altezza delle aspettative diffuse. All’epoca c’era un sacco di gente delusa e anche decisamente schifata dei cinque anni di governo di Berlusconi. Il governo dell’Unione fin dall’inizio , in ostaggio alla sua debolezza,non andò incontro alle aspettative. Il cuneo fiscale regalato a Montezemolo senza averne un bel nulla in cambio inaugurò subito la discesa agli inferi. Vabbè , sia come sia, tutto andò a rotoli. Rapidamente. Consumato l’Ulivo, deprecata l’ammucchiata dell’Unione cosa restava da fare? Anche qui nessuna discussione seria su ciò che i cittadini elettori si aspettavano da uno schieramento contrapposto a quello di Berlusconi. Si decise invece di tentare il gran colpo , come nel gioco della roulette: o la va o la spacca. Per cui : semplificazione del sistema politico; avanti verso un bipartitismo all’americana; dopo vent’anni di teologia del riformismo riscoperta del progressismo; bandiera della nazione nel simbolo; siamo finalmente democratici e avanti verso una nuova epoca. Yes, we can e buonanotte ai suonatori. Rutelli riparte da qui, portando però allo scoperto, senza infingimenti il disegno originario che ancora consiste nel costruire un partitone di centro dove la sinistra appaia e sia in effetti solo un pallido residuo di un passato ormai remoto. A differenza di Veltroni che obiettivamente incontrava maggiori difficoltà nel farlo apertamente, l’ambizione di Rutelli è quella, come dicono i giornali, di provocare un vero e proprio big bang con il quale sconvolgere l’intero panorama politico e ricomporlo in altra e nuova forma. Non mi è del tutto chiaro cosa pensa davvero Bersani. Certo non sembra condividere quest’approccio nella misura in cui torna a far circolare la parola sinistra. Per conto mio penso sarebbe oltremodo utile capire che c’è una domanda di sinistra che non va elusa. Tale domanda si articola in vari modi , anche confusi ma pur sempre pressanti: c’è un’insofferenza crescente e radicale verso i tratti illiberali, arroganti, intimidatori e di regime che sta sempre più assumendo la destra al governo, una richiesta di giustizia sociale, ma anche di vera e semplice protezione sociale a fronte di una crisi che dispiegherà i suoi effetti sul piano occupazionale nei prossimi mesi. Sono in ballo i piani di vita di tantissimi giovani ma anche, mi sia consentito, i piani di avvio alla morte di tantissimi vecchi. E tanto altro ancora. Insomma la sinistra da sola non basta , ma senza di essa, si ottengono solo risultati effimeri inseguendo l’avversario, la sua agenda politica e in genere abbandonandosi al corso degli eventi razionalizzandoli a posteriori. La cosa da fare sarebbe ricostruire la sinistra nel tempo attuale per rilanciare su basi diverse e più solide il progetto di un partito nuovo che , a questo punto non può esser altro che il PD. Insisto. Fino alla noia. Una sinistra che faccia il pieno dei suoi elettori è la condizione necessaria per ogni altro progetto di centrosinistra. Volete un partito di centro sinistra senza trattino come dice adesso (la pensava ben diversamente dieci anni orsono) D’Alema? Allora dovete fare l’esatto contrario di ciò che pensa e vuole Rutelli. Ma dovete essere almeno altrettanto chiari. In un partito di centro sinistra le idee , quelle tipiche e quelle eventualmente nuove della sinistra italiana ed europea, devono trovare il massimo spazio. Solo in questo modo avrete la forza – poiché in politica la forza è fattore decisivo- per attrarre nuovi elettori e per estendere alleanze, politiche e sociali, a schiena diritta e alla luce del sole. Per vincere. Se invece continuerete a considerare l’egemonia politica e culturale come una parolaccia del secolo scorso: perderete non solo le elezioni ma anche l’anima.(Qualunque cosa sia quest’ultima).
PS. Nel frattempo sarebbe anche utile smettere di farsi riempire la faccia di schiaffi senza reagire. La gente, il popolo, non ama i deboli. Riflettete. Si pensa che se c’è una mancata reazione vuol dire che si è colto nel segno. Avete presente quel vergogna ripetuto tre volte da Berlusconi. Ebbene è una tecnica , rozza ma efficace, per mettere all’angolo l’avversario. E funziona. Avete presente (Ballarò ieri sera) l’aggressione manu militari di Gasparri ai poveri e attoniti Marino e Caselli? Anche in questo caso la tecnica della destra funziona. Questi sparano alzo zero e se ne fregano della verità , della coerenza, del rigore argomentativo. Picchiano. E picchiano duro. Preferibilmente sotto la cintura. Del resto sono allenati da tutta la loro storia. Sanno che chi picchia per primo picchia due volte. Toglietevi dalla vostra testolina l’idea che in Italia, ma anche in molti altri luoghi, possa mai esistere una destra pulita, educata, rispettosa dell’avversario. La destra odierna non è la DC di ieri. Vorrà pur dire qualcosa se il direttore del giornale di proprietà del presidente del consiglio esibisce sul suo tavolo, in favore di telecamera, un bronzo con la testaccia di Mussolini. Date retta, cari ragazzi e miei coetanei del PD. Toglietevi i guanti bianchi. Mentre voi fate i signori quelli scatenano un tifo a loro favore pestandovi a sangue. E più scorre il sangue (vostro) più il Berlusca cresce nei sondaggi.Questo anche è il populismo.

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L’autunno del PD

settembre 27, 2009

Due rapide osservazioni. Tanto per riprendere il discorso. Sul PD. Naturalmente. Nel frattempo , cioè nel tempo che è trascorso dall’ultimo post, mi sono dedicato a lavori manuali. Alcuni pesanti: tipo vangare l’orto. Tanto per mettersi “avanti coi lavori” per dirla con il simpatetico lessico del prossimo segretario del PD. Del resto, a fine settembre, la natura impone atti dovuti che vanno compiuti in tempi certi. Costi quel che costi. Non vorrei mai che il generale inverno non trovasse zolle opportunamente rivoltate, esposte alla sua benefica e gelida morsa. La schiena comunque ne risente. Per cui mi accomodo,stracco, davanti alla tivvu. Anno zero con quel saraffo di Santoro che , per non saper né leggere né scrivere, mette in onda un largo stralcio della conferenza stampa di Berlusconi insieme al malcapitato Zapatero. La gente può così vedere dal vivo il Berlusconi ruspante che non aveva visto nei tiggì ormai tutti di regime, i quali avevano dedicato all’episodio una striminzita e depurata manciata di secondi. E dunque , pensa Santoro , o almeno io credo pensi, che in questo modo la suddetta gente si può fare un’opinione più verace del miglior presidente del consiglio in cui l’Italia abbia mai avuto la ventura d’incappare dalla sua nascita come stato unitario ai giorni nostri. Sul momento trovo la trovata impeccabile. Impossibile infatti protestare contro una conferenza stampa riproposta senza commenti. Invece no. Leggo sui giornali di oggi (solo i titoli per carità) che il governo apre un’inchiesta sulla trasmissione Anno zero. Mah. Al Berlusca, comprensibilmente stressato dalla campagna di Repubblica, dev’essere caduta la catena. E’ uscita dal rocchetto e adesso pedala in folle. Ma , attenzione: in queste condizioni più pedala e più s’incazza. Fossi nel PD , e fortunosamente non lo sono, non sottovaluterei per nulla al mondo un tal stato d’animo. L’uomo è capace di tutto. E’ di quelli che non molla. Mai. L’uomo di Arcore è un tale (mi si perdoni la metafora poco elegante e ancor meno profumata) che più sprofonda in quella tal vischiosa materia e più si fa un punto d’orgoglio nel cercar di spiegare agli italiani che son tutte rose e fiori. E il bello (si fa per dire) è che spesso ci riesce. E alla grande. Alla campagna anglosassone di Repubblica Lui oppone un appello al popolo che tocca corde (in verità pance e sottopance) profonde. Un solo esempio. Lui dice che non ha mai avuto bisogno di pagare una donna poiché altrimenti non ci sarebbe gusto. Della serie non sono un puttaniere ma un tomber de femmes. Vabbè lasciamo pure da parte Tarantini o Tarantino che invece pagava eccome. E lasciamo anche da parte il povero Boffo sputtanato da Feltri con la qualifica di omosessuale che ancor oggi orrorifica la stragrande maggioranze di maschi e femmine italiane, compresi quei maschi che (secondo ogni statistica) non disdegnano d’accompagnarsi (passivamente o meno)con trans, ad ogni buon conto, superdotati. Lasciamo da parte tutto. Anche perché ciascuno è , (o dovrebbe esser libero) di far ciò che vuole, salvo non far del male ad alcuno. Ma almeno comprendiamo , ovvero il PD capisca, che è guerra aperta da quando il segretario pro tempore del PD Ezio Mauro (Maurizio Crozza dixit) ha aperto le ostilità sollevando coltri e cortine. L’attacco ad Anno Zero assume così un significato inequivoco. Vuol dire : adesso basta. In Italia comanda Lui. Ed è in grado di promettere(o prevedere o minacciare) pubblicamente ben 18 anni di galera ad una cosiddetta escort senza che nessuno sollevi il benché minimo problema. Come ai bei tempi. Ergo cari amici ed ex compagni del PD o siete in grado d’organizzare un colpo di palazzo (in parlamento naturalmente) oppure non vi resta che andare in guerra. Muro contro muro. E al bando le mezze misure. In quest’ultimo caso bisogna però aver il coraggio d’esporre i petti al fuoco dell’avversario, e più di qualcuno è destinato a cadere. Come in tutte le guerre. Decidete voi. Se conservate ancora la lucidità per farlo. Per conto mio il fine vale il mezzo . In ogni caso. Bisogna far presto però.
Seconda osservazione: elezioni in Germania. L’esito era scontato , ovviamente. Perché mai gli elettori avrebbero dovuto votare per l’SPD un partito che è apparso, ed è in effetti stato, del tutto subalterno alla Merkel? Di solito non si vota per i portatori d’acqua. Sì d’accordo l’analisi è leggermente brutale ma la sostanza non cambia. Lo dico perché sento già le sirene del PD, il partito nuovo per eccellenza, suonare a distesa in vista dell’imminente congresso. “Vedete, il socialismo europeo è colpito a morte, giace agonizzante anche in Germania e dunque bisogna andar oltre, presto e in fretta. Avevamo ragione noi a scappar via dal secolo maledetto, breve o lungo che sia stato. Via , via da tutto, dal socialismo, dalla sinistra, dall’illuminismo. Via da concetti obsoleti partoriti in un’epoca morta e ormai sepolta dalla Nuova Storia. Via dalle ideologie e già che ci siamo dalle idee. Da ogni idea. Chi ha un’idea dev’esser guardato con circospezione se non con sospetto. E’ un tizio che s’immagina, o cerca di farlo, un altro mondo. Un mondo che non c’è. In sostanza è un matto. Un disadattato. Uno che deve andare a “morir ammazzato” come dice il teorico Brunetta, vero gigante del pensiero e dell’azione.” Bene. Fin qui la mia libera interpretazione del “pensiero” dei padri fondatori del PD italiano. Salvo Bersani che ha intuito da tempo , forse fin dall’inizio, che proprio questa “terza via” di giddensiana memoria avrebbe comportato , a breve e a medio termine una dura replica, se non della storia , almeno della cronaca elettorale. E forse (va mò là) l’ha pensato anche prima di D’Alema che ha il difetto umano( troppo umano) di cadere vittima di fascinazioni diverse , da Blair alla non rimpianta Rice. Solo che il nostro (Bersani intendo) appare sempre un tantino attardato e torpido (non torbido) nel far appello ad un partitone che non c’è e non ci sarà mai più. Naturalmente Parigi val bene una messa. Capisco. E, tuttavia non è più tempo di messe ,cantate o meno. Vasco (inteso come Rossi) non basta a dare un senso a questa storia. Ci vorrebbe un atto di coraggio. Non un occhettiano beau geste, per carità. Ma, almeno scrollarsi di dosso quella ormai pesante palandrana di cautelose metafore padane, quel dico e non dico, ma lascio intendere a tutti quel che ognuno, singolarmente, vuole e ama intendere. Per far cosa? Intanto per prender atto che nella crisi dell’SPD cresce la Die Linke che diventa, per la prima volta, in Germania la terza forza. Preso atto di questo dato (al momento mi baso su sondaggi e proiezioni) si potrebbe , forse , giunger a comprendere che costruire un PD più moderato e centrista dell’SPD e in genere della socialdemocrazia europea è una strategia politica perdente in partenza. Soprattutto in Italia.

Pearl Harbor

settembre 12, 2009

Ieri ricordo dell’11 settembre. Tono dimesso. Parole di circostanza. Nelle televisioni italiane ripassa la finzione cinematografica del massacro. Eppure, dopo quasi un decennio la versione ufficiale non convince. Forse la verità su quel tragico evento la “sapremo tra cent’anni” come ebbe a dire Noam Chomsky. Non convince neppure la versione opposta, più estrema e complottarda fatta circolare, nella suo confezionamento più organico e illustrata con larghezza e “precisione” di dettagli, da Thierry Meyssan. E’ semplicemente mostruoso e fuorviante pensare che davvero quella strage se la sono fatta da soli. Nello stesso tempo,anche dall’esperienza italiana dal 1969 in poi, abbiamo appreso che la realtà spesso supera  ogni più morbosa fantasia. Di conseguenza la cura maniacale nel cercar di scovare la verità nei dettagli porta poco lontano. Ci saranno sempre versioni tra loro opposte, difficili da penetrare nella loro tecnica complessità. Anche seguendo i più ragionevoli interrogativi rimasti senza risposta efficace si rischia di avventurarsi su di un terreno impervio. Gli esempi sono innumerevoli. Da quel passaporto del capo del commando che , appena bruciacchiato, viene giù dalle torri gemelle volteggiando dolcemente nelle mani della polizia; all’incredibile durata dell’attacco (quasi due ore) durante il quale la superpotenza non riesce a far alzare neppure un paio di caccia armati per compiere l’unica dolorosissima ma indispensabile azione volta ad abbattere gli aerei diretti verso i loro obiettivi: il World Trade Center, simbolo del potere economico e finanziario mondiale , già oggetto di un devastante attentato terroristico nel 1993, e il Pentagono, cuore e cervello del più formidabile apparato militare del pianeta, roccaforte inespugnabile collocata nell’area più sorvegliata al mondo. Niente da fare. I beduini di bin Laden, a cavallo di modernissimi Boeing, vanno dritti a colpire con precisione impressionante. Questo ed altro ancora induce il sospetto, ma non avvalora davvero alcuna una versione unilaterale e preconcetta. Resta la politica. Quella dei rivoluzionari neocon descritta in diversi documenti che delineano la nuova strategia USA sulla sicurezza nazionale dopo la fine della guerra fredda. Leggendo quei documenti non c’è bisogno di sottoporre le proprie meningi ad alcun particolare stress per comprenderne appieno il senso. Si tratta di prendere in carico unilateralmente, con l’uso della forza militare, la complessità del mondo globalizzato. E’ per i rivoluzionari neocon “un imperativo morale” dietro il quale  mal si cela il timore di una perdita di egemonia e controllo nella crisi economica e finanziaria che già si preannuncia. “Possiamo combattere e vincere un paio di guerre locali anche a distanza di migliaia di chilometri”, è autorevolmente detto. Si accenna anche all’occasione che potrebbe esser fornita da una nuova Pearl Harbor. Le due guerre in Afghanistan e in Irak sono già pianificate ai fini di riportare sotto controllo zone nevralgiche per la sicurezza degli USA. Sicurezza significa, ancora e sempre, dominio sulle risorse energetiche da attuare sotto l’usbergo della difesa dei diritti umani che comporta l’esportazione della democrazia laddove ci sono abbastanza idrocarburi e aree cruciali per impiantare basi militari permanenti. D’altro canto ormai troppo tempo era trascorso da quando il vecchio e ferreo ordine bipolare era caduto. Un altro ordine s’imponeva, unipolare, fuori da ipocrisie onusiane e da velleitari scenari multipolari che già da tempo andavano pericolosamente delineandosi con l’avanzata di nuove potenze economiche come la Cina, L’India , il Brasile. Troppo casino. Troppi protagonisti. Troppe suggestioni creative insite nella globalizzazione, sempre crescenti, peraltro, a fronte delle difficoltà delle ormai obsolete istituzioni di Bretton Woods concepite nel lontano 1944 e riformate unilateralmente dagli Usa con la dichiarazione d’inconvertibilità del dollaro di Nixoniana memoria. Nel nuovo millennio e nel XXI secolo americano la presa in ostaggio di FMI e Banca mondiale non appare più sufficiente. Occorre una riforma radicale,  ancor più necessaria dopo la riunificazione dell’Europa. Battere il ferro fin che è reso caldo dal perdurante disordine, mentre anche la vecchia Russia rialza la testa, e farlo con grande spiegamento di forza. Questa per i neocon è la condizione per anticipare e impedire l’eventuale collasso dell’impero. E’ necessario , in questa visione non priva di perspicacia strategica, anche un nuovo nemico. Un nemico tale da giustificare l’impiego permanente della forza militare di cui solo gli USA hanno ormai il monopolio. Dopo l’11 settembre, la nuova Pearl Harbor, è dunque dichiarata la guerra permanente al terrorismo di matrice islamica. Chi può obiettare? Del resto in una guerra di questo tipo che oppone la civiltà alla barbarie tutto diviene lecito. Anche la tortura, anche la limitazione di libertà e diritti fondamentali dei cittadini americani tramite l’USA Patriot Act, in seguito dichiarato incostituzionale dalla Corte suprema nel 2007. Tutto questo  non sarebbe potuto accadere, con il consenso della maggioranza degli americani, senza la nuova Pearl Harbor. Esattamente come, senza la vecchia Pearl Harbor, sarebbe stato assai difficile convincere i cittadini americani della necessità assoluta di impegnarsi, per la seconda volta nel giro di appena vent’anni, in un’altra guerra mondiale nata al di là dell’Atlantico. Certo non furono i governanti americani a sollecitare i giapponesi a bombardare la base aereonavale nelle Hawaii quel 7 dicembre del 1941. Esattamente come non sono stati certo i governanti americani a sollecitare, l’11 settembre del 2001, il massacro di New York . Ma nell’un caso e nell’altro non si può dire che fu fatto poi molto per impedirli anche a fronte delle molteplici e documentate informazioni ricevute nei giorni e nei mesi precedenti. Qui è una delle chiavi di lettura possibili di quell’incredibile sottovalutazione del pericolo e di quella criminale inefficienza dimostrata dalle autorità statunitensi in occasione della strage ,così largamente preannunciata, del World Trade Center. La politica a volte, proprio come la guerra , è una gran  brutta bestia.

Fede e Sviluppo

settembre 11, 2009

Quel falsone di Blair , reduce dal meeting di CL in quel di Rimini è ospitato da Repubblica dove spiega l’importanza del dialogo interreligioso e delle religioni in generale. In particolare la tesi avanzata in quest’articolo (stralcio della sua allocuzione ad una serie di seminari organizzati dalla Tony Blair Faith Fundation) è –sfrondando il nocciolo dai paludamenti lessicali- che per combattere la povertà nel mondo attuale bisogna indagare il rapporto tra fede e sviluppo. Sfrondando ancora:laddove sono attive comunità religiose ,al netto di “quelle ideologie religiose che negano il valore stesso dello sviluppo” e qui Blair cita Ratzinger,è più facile farsi carico dei problemi dello sviluppo. Naturalmente l’uomo è tutt’altro che sprovveduto e dunque si dilunga a spiegare ,laicamente, la differenza tra comunità di fede e ong, laddove le comunità religiose ,infatti, s’impegnano “nell’assistenza sanitaria e nella scuola a motivo della loro particolare spiritualità, o in nome di quella che ritengono una semplice esigenza di giustizia. Il loro obbligo è di rendere conto a Dio o ai Maestri fondatori del loro culto.” Alla fine , Blair, citando un giudizio di Willy Brandt, secondo cui a proposito dello sviluppo ci sono “ Troppi economisti e pochi antropologi” lo traduce nel seguente modo: “ignorare la pervasività delle idee e pratiche religiose nei paesi emergenti vuol dire compromettere l’efficacia di qualsiasi progetto di sviluppo”. Orbene – e tralasciando il fatto che Blair è attualmente strapagato per cercare una soluzione alla questione mediorientale per conto del cosiddetto Quartetto (USA, UE, ONU, Russia) e che non sta facendo , a tal proposito, un beneamato cavolo- la mia personale impressione è che un tal discorso è ormai ampiamente superato dagli eventi. Infatti,come denuncia Alex Zanotelli l’Africa intera è sottoposta attualmente alle logiche rapaci delle multinazionali e delle grandi potenze, Cina e Usa in testa, che stanno comprando milioni di ettari di quel continente. Avanza- aggiungo io- un neocolonialismo di rapina che non esita a ridurre in condizioni di schiavitù interi gruppi di popolazione. Grandi corporations della sicurezza sono al lavoro per intimidire e non di rado bastonare nottetempo quanti si oppongono alla rapina: dal Congo alla Nigeria e per ogni dove. Ci s’impadronisce dell’acqua e del territorio. Non si esita neppure di fronte all’assassinio per impadronirsi a bassissimo costo delle risorse dell’Africa: dal Coltan ,all’oro, ai diamanti, al petrolio. Tutto questo Blair lo sa. Ma si guarda bene dal dirlo. Lui, sveltamente sottrattosi all’agone politico nel momento in cui il suo New Labour precipitava al minimo storico, si occupa ora di temi più elevati. Fede e Sviluppo, appunto. Quanto al dialogo interreligioso, nonostante gli sforzi lodevoli di coloro che , come la comunità di Sant’Egidio, cercano di andare controcorrente, a me sembra che la partita sia ,almeno temporaneamente, perduta. La povertà estrema, assieme alla corruzione dei governanti che hanno aperto da tempo la svendita dell’Africa, genera ormai ,diffusamente, una spinta all’integralismo religioso difficile da arginare. La sciagurata guerra infinita al terrorismo aperta dal non compianto Bush, ha fatto il resto. Tutto ormai sembra precipitare verso la guerra di religione. Non verso il dialogo. La religione diventa l’ultimo rifugio. Di nuovo ,come un tempo. Mera falsa coscienza. Persa ogni speranza in una possibile e terrena emancipazione la religione non funge più da antidoto alla violenza e alla guerra ma si muta spesso nel suo contrario, nella forma dell’integralismo fondamentalista, e diventa così velenosa pozione inoculata strumentalmente nel corpo esausto dei dannati della terra. In parole povere, troppi furbi- tra politicanti , preti, e rispettabili esponenti del banditismo economico- si dedicano ad inoculare un tal veleno per nascondere le cause materiali di un conflitto mai rimosso ed anzi destinato ad acutizzarsi. Il rischio è evidente. O si svela l’arcano materiale che genera il conflitto globale tra i poveri e i ricchi del pianeta ,oppure presto, molto presto, le religioni non costituiranno più un mezzo (semmai lo sono state) per la soluzione del problema dello sviluppo ma diverranno parte integrante del problema stesso. Tutto ciò senza nulla togliere a quella moltitudine di religiosi che impegnano la propria intera esistenza per recare sollievo, confortare e aiutare, verso i quali, da ateo, nutro stima e rispetto.

Deroghe pesanti e partito leggero.

settembre 4, 2009

Salvatore Vassallo , uno dei massimi interpreti del “partito nuovo” di veltroniana memoria(poiché di memoria ormai si tratta) sembra non dare per scontata la ricandidatura dell’attuale presidente della regione Emilia-Romagna per il terzo mandato e per la quarta volta di Errani alla guida del governo regionale. Ora, Vassallo è persona seria che , di conseguenza, prende sul serio regole e norme statutarie da lui stesso in gran parte redatte. Dunque le difende. Ad oltranza. Vassallo è però anche persona intelligente e sa bene che la sua obiezione statutaria secondo cui Errani per ricandidarsi ha “bisogno di una deroga pesante da parte dell’assemblea regionale del PD”, è semplicemente una mossa politica nella battaglia interna al “partito nuovo”. Intanto non è realistico invocare una delega pesante in un partito leggero. E poi,i giochi sono fatti. Da gran tempo e contemplano l’assoluta garanzia per la ricandidatura di Errani nel momento in cui Bologna e provincia sono governate da esponenti della ex margherita. Questo stato di fatto vale ben più dell’ottenimento di una qualsiasi deroga dentro le farraginose procedure interne del PD. Gli ex DS a Bologna contano ormai come il due di coppe quando briscola è bastoni. Vuoi non garantire questa componente , peraltro largamente maggioritaria, con un ruolo istituzionale di rilievo almeno sufficiente a mantenere un passabile equilibrio ? Senza contare che è in gioco anche un problema di consenso elettorale. A conferma, se Bersani( futuro segretario PD) appoggia Errani, mentre Prodi (padre nobile del PD) sostiene a sua volta Bersani vuol dire che la deroga pesante è già stata ottenuta con la negoziazione di un accordo politico inerente il potere locale e regionale. Tale accordo è reso ancor più solido e perfezionato dal consenso informato dei principali poteri della società civile. Anche per questo la possibile avanzata elettorale costituita dalla Lega nord, paventata dall’ex segretario regionale del PD, non sembra ancora in grado di impensierire seriamente. Salvo errori pacchiani in corso d’opera, che non mi aspetto. Certo , in tutto questo, ha giocato un ruolo anche lo stesso Errani che con il suo low profile , abilmente mantenuto ormai da oltre un decennio alla presidenza della regione viene a costituire, di per sé , garanzia di affidabilità agli occhi degli elettori. In altri termini se si guarda all’esperienza, in vario modo contrastata di altri “governatori” del PD, l’esperienza di Errani, proprio in virtù di questo “basso profilo” rende obiettivamente la sua ricandidatura come logica , normale , scontata. C’è qualche robusto argomento da avanzare contro la solidità di un Errani, e c’è qualcuno che la vuole sfidare in nome di una generica innovazione? Sembra davvero di no. Soprattutto in assenza di un qualsiasi serio contenzioso programmatico. Qualcuno , da qualche parte, ha mai discusso delle e sulle politiche regionali? Per quale strana ragione si dovrebbe cambiare un presidente verso il cui operato mai nessuno ha avanzato, che io sappia, la benché minima osservazione critica? Dunque c’è da ritenere che l’obiezione di Vassallo serva solo a piantare una bandierina (neanche una banderillas ) nella speranza (a mio avviso del tutto vana) che nel congresso del PD si riaprono giochi , di fatto chiusi da quando Bersani si è candidato. Quanto poi all’idea di svolgere primarie, quand’anche non obbligatorie per una ricandidatura- “se fossi nel presidente(leggi nei panni di..) sarei il primo a chiederle”, dice il capogruppo PD in regione- beh , qui siamo alle solite. Ginnastica e un volar di stracci tanto per salvar le apparenze . Se poi nella zucca di qualcheduno, balenasse un vago riflesso nostalgico dell’antica e ormai inattuale questione della centralità di Bologna: pazienza, passerà. Bologna, nel breve volger di un decennio, è stata variamente espugnata. Da ultimo da Cofferati. In queste condizioni non ci son deroghe che tengano. L’asse Roma –Bisanzio si è fortemente consolidato ed è destinato a durare a lungo.