Pearl Harbor

Ieri ricordo dell’11 settembre. Tono dimesso. Parole di circostanza. Nelle televisioni italiane ripassa la finzione cinematografica del massacro. Eppure, dopo quasi un decennio la versione ufficiale non convince. Forse la verità su quel tragico evento la “sapremo tra cent’anni” come ebbe a dire Noam Chomsky. Non convince neppure la versione opposta, più estrema e complottarda fatta circolare, nella suo confezionamento più organico e illustrata con larghezza e “precisione” di dettagli, da Thierry Meyssan. E’ semplicemente mostruoso e fuorviante pensare che davvero quella strage se la sono fatta da soli. Nello stesso tempo,anche dall’esperienza italiana dal 1969 in poi, abbiamo appreso che la realtà spesso supera  ogni più morbosa fantasia. Di conseguenza la cura maniacale nel cercar di scovare la verità nei dettagli porta poco lontano. Ci saranno sempre versioni tra loro opposte, difficili da penetrare nella loro tecnica complessità. Anche seguendo i più ragionevoli interrogativi rimasti senza risposta efficace si rischia di avventurarsi su di un terreno impervio. Gli esempi sono innumerevoli. Da quel passaporto del capo del commando che , appena bruciacchiato, viene giù dalle torri gemelle volteggiando dolcemente nelle mani della polizia; all’incredibile durata dell’attacco (quasi due ore) durante il quale la superpotenza non riesce a far alzare neppure un paio di caccia armati per compiere l’unica dolorosissima ma indispensabile azione volta ad abbattere gli aerei diretti verso i loro obiettivi: il World Trade Center, simbolo del potere economico e finanziario mondiale , già oggetto di un devastante attentato terroristico nel 1993, e il Pentagono, cuore e cervello del più formidabile apparato militare del pianeta, roccaforte inespugnabile collocata nell’area più sorvegliata al mondo. Niente da fare. I beduini di bin Laden, a cavallo di modernissimi Boeing, vanno dritti a colpire con precisione impressionante. Questo ed altro ancora induce il sospetto, ma non avvalora davvero alcuna una versione unilaterale e preconcetta. Resta la politica. Quella dei rivoluzionari neocon descritta in diversi documenti che delineano la nuova strategia USA sulla sicurezza nazionale dopo la fine della guerra fredda. Leggendo quei documenti non c’è bisogno di sottoporre le proprie meningi ad alcun particolare stress per comprenderne appieno il senso. Si tratta di prendere in carico unilateralmente, con l’uso della forza militare, la complessità del mondo globalizzato. E’ per i rivoluzionari neocon “un imperativo morale” dietro il quale  mal si cela il timore di una perdita di egemonia e controllo nella crisi economica e finanziaria che già si preannuncia. “Possiamo combattere e vincere un paio di guerre locali anche a distanza di migliaia di chilometri”, è autorevolmente detto. Si accenna anche all’occasione che potrebbe esser fornita da una nuova Pearl Harbor. Le due guerre in Afghanistan e in Irak sono già pianificate ai fini di riportare sotto controllo zone nevralgiche per la sicurezza degli USA. Sicurezza significa, ancora e sempre, dominio sulle risorse energetiche da attuare sotto l’usbergo della difesa dei diritti umani che comporta l’esportazione della democrazia laddove ci sono abbastanza idrocarburi e aree cruciali per impiantare basi militari permanenti. D’altro canto ormai troppo tempo era trascorso da quando il vecchio e ferreo ordine bipolare era caduto. Un altro ordine s’imponeva, unipolare, fuori da ipocrisie onusiane e da velleitari scenari multipolari che già da tempo andavano pericolosamente delineandosi con l’avanzata di nuove potenze economiche come la Cina, L’India , il Brasile. Troppo casino. Troppi protagonisti. Troppe suggestioni creative insite nella globalizzazione, sempre crescenti, peraltro, a fronte delle difficoltà delle ormai obsolete istituzioni di Bretton Woods concepite nel lontano 1944 e riformate unilateralmente dagli Usa con la dichiarazione d’inconvertibilità del dollaro di Nixoniana memoria. Nel nuovo millennio e nel XXI secolo americano la presa in ostaggio di FMI e Banca mondiale non appare più sufficiente. Occorre una riforma radicale,  ancor più necessaria dopo la riunificazione dell’Europa. Battere il ferro fin che è reso caldo dal perdurante disordine, mentre anche la vecchia Russia rialza la testa, e farlo con grande spiegamento di forza. Questa per i neocon è la condizione per anticipare e impedire l’eventuale collasso dell’impero. E’ necessario , in questa visione non priva di perspicacia strategica, anche un nuovo nemico. Un nemico tale da giustificare l’impiego permanente della forza militare di cui solo gli USA hanno ormai il monopolio. Dopo l’11 settembre, la nuova Pearl Harbor, è dunque dichiarata la guerra permanente al terrorismo di matrice islamica. Chi può obiettare? Del resto in una guerra di questo tipo che oppone la civiltà alla barbarie tutto diviene lecito. Anche la tortura, anche la limitazione di libertà e diritti fondamentali dei cittadini americani tramite l’USA Patriot Act, in seguito dichiarato incostituzionale dalla Corte suprema nel 2007. Tutto questo  non sarebbe potuto accadere, con il consenso della maggioranza degli americani, senza la nuova Pearl Harbor. Esattamente come, senza la vecchia Pearl Harbor, sarebbe stato assai difficile convincere i cittadini americani della necessità assoluta di impegnarsi, per la seconda volta nel giro di appena vent’anni, in un’altra guerra mondiale nata al di là dell’Atlantico. Certo non furono i governanti americani a sollecitare i giapponesi a bombardare la base aereonavale nelle Hawaii quel 7 dicembre del 1941. Esattamente come non sono stati certo i governanti americani a sollecitare, l’11 settembre del 2001, il massacro di New York . Ma nell’un caso e nell’altro non si può dire che fu fatto poi molto per impedirli anche a fronte delle molteplici e documentate informazioni ricevute nei giorni e nei mesi precedenti. Qui è una delle chiavi di lettura possibili di quell’incredibile sottovalutazione del pericolo e di quella criminale inefficienza dimostrata dalle autorità statunitensi in occasione della strage ,così largamente preannunciata, del World Trade Center. La politica a volte, proprio come la guerra , è una gran  brutta bestia.

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