Attendendo i prossimi eventi nel PD..

Pedro Anselmo Roca mormorò: “ In effetti la storia sociale di oggi non merita nemmeno una bandiera”. “Da anni ormai , disse Mendéz, “penso che il comunismo ha prodotto un grande risultato, che non verrà mai riconosciuto. Premetto che io non sono mai stato comunista, perché sono sempre stato un uomo solitario, uno che non crede alle gerarchie e che preferisce credere agli uomini. Ma il gran risultato del comunismo è che milioni di proletari hanno creduto al paradiso del proletariato, anche se quel paradiso non esisteva. Ma anche se quel paradiso non esisteva, milioni e milioni di persone ci hanno creduto e hanno smesso di credere al capitalismo. E il capitalismo ha dovuto dare in cambio qualcosa per farli smettere di credere a un paradiso che non avevano mai visto. Il capitalismo non ha mai dato nulla spontaneamente , ma stavolta non aveva scelta. E allora ha cercato di mostrare il suo volto umano. Ha concesso agevolazioni, previdenze, garanzie sindacali, spiccioli e pubblicità,vale a dire sogni. Il capitalismo contro cui lottava Lenin aveva poco a che vedere con quello di fronte al quale si è umiliato Gorbaciov, che era di gran lunga migliore. Ma ora il comunismo non c’è più , amico mio, e questo significa che non c’è più bisogno di un volto umano”. .. “ Mi fa paura il capitalismo futuro, perché non ha più bisogno di dare nulla a nessuno, perché ormai le masse gli obbediranno per sempre. Non avendo alternative, finiranno per credere al capitalismo, e invece di parlare di dignità del lavoro parleranno di dignità delle sovvenzioni”.

Francisco Gonzales Ledesma. Cinque donne e mezzo. Ed Giunti.

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8 Risposte to “Attendendo i prossimi eventi nel PD..”

  1. Andrea Ventura Says:

    A prescindere dal fatto se l’euristica della paura sia il motivo del successo del capitalismo riformato in senso sociale, è curioso notare come dalla fine del mondo sovietico la sinistra viva di apologhi, sotto forma di letteratura di genere giallo, scritta da furbi scrittori che coprono tutto l’arco della sinistra, da Cesare Battisti a Camilleri, dal sardo-bolognese Fois a Lucarelli alla “scuola” di Bologna (sintomatico) e, non paga, si internazionalizzi, soprattutto con gli iberici e i latinoamericani.
    Dashiell Hammett sarebbe contento (fu comunista), Raymond Chandler non saprei. Il genere nacque come letteratura d’evasione e non aveva nessuna pretesa d’impegno sociale: ora è addirittura assunta al ruolo di filosofia morale e i suoi autori interpretano il dissenso malinconico e lo spleen progressista dei militanti di una volta.
    Anche da questo si può constatare il progresso… della slavina culturale.
    Negli anni settanta si leggevano considerazioni morali, ma non erano scritte da giallisti di successo, bensì da impervi intellettuali ebrei-tedeschi impregnati anche di marxismo filosofico : Bloch, Adorno, Horkheimer, Benjamin… e si era visti molto male dall’ufficialità picista! Quanta strada…

  2. Andrea Ventura Says:

    Ti voglio raccontare anch’io un apologo.
    E’ l’avventura di economista di Friedrich List, che a 36 anni approdò sul suolo americano: era il 9 giugno 1825 (è sempre l’Ottocento che ci nutre).
    Arrivò negli Stati Uniti con il marchese Lafayette, che accompagnava.
    List approfittò dell’occasione e percorsero assieme il paese per vari mesi. Conobbe il presidente in carica (Adams) e il successivo (Jackson).
    “Qui si vedono stati ricchi e potenti crescere letteralmente dalla natura selvaggia. Qui mi è diventato chiaro come l’economia di un popolo si sviluppa grado a grado. Il processo che in Europa si svolge lungo i secoli, qui si produce sotto i vostri occhi: la transizione dallo stato selvaggio all’allevamento del bestiame, da questo all’agricoltura, seguita poi dalla manifattura e dal commercio”.
    Nel 1831 List tornò stabilmente in Europa come console americano nel Baden. Sognava di applicare alla sua amata terra quello che chiamava “il sistema americano”, l’economia per lo sviluppo.
    Strana ironia della storia, il “sistema americano” di List era l’esatto contrario del liberismo globale, perché l’America nacque CONTRO il liberismo. Le colonie americane erano parte dello spazio economico dell’impero britannico e, come tali, Londra imponeva loro L’interdipendenza economica con il resto dell’impero. Fornissero pure al mondo ogni sorta di prodotto agricolo facilmente coltivabile ma non creassero industria: i manufatti li produceva a prezzi più convenienti l’Inghilterra. La forza militare britannica manteneva il “libero mercato” in America, vietando manu militari la fabbricazione di prodotti finiti.
    Se i coloni si fossero rassegnati, ancor oggi l’America sarebbe un grande produttore di tabacco, cotone, materie prime e un potenza politica di terz’ordine.
    Gli Stati Uniti sorsero, anzi insorsero, contro Adam Smith e la sua dottrina. Non è noto a tutti il minaccioso avvertimento che Smith lanciò dalle pagine della sua opera principale (La ricchezza delle nazioni) contro la pretesa dei coloni americani di crescere e prosperare:
    “La causa del rapido progresso delle nostre colonie americane verso la ricchezza e la grandezza è consistita in questo: che quasi tutto il loro capitale è stato impiegato nell’agricoltura. Esse non hanno manifatture […] La gran parte delle esportazioni come del commercio costiero d’America è operato col capitale di commercianti che risiedono in Gran Bretagna […] Se dovesse accadere che gli americani, per associazione o per qualche sorta di violenza, interrompessero l’importazione di manufatti europei, sviando una parte considerevole del loro capitale, essi ritarderebbero la crescita e ostacolerebbero il progresso della loro terra. E sarebbe anche peggio se, allo stesso modo, tentassero di accaparrarsi essi stessi il loro commercio d’esportazione”.
    E’ l’eterno argomento del liberismo globale, esposto qui lucidamente dall’autore della dottrina: le forme diverse dal liberismo assoluto “sprecano capitale”; il consumatore pagherebbe prezzi troppo cari e lo sviluppo si bloccherebbe.
    Washington pensava precisamente il contrario. Non lo preoccupava l’espansione dell’esportazione, ma la crescita del mercato interno. E ancora più di lui, aveva le idee chiare il suo segretario al Tesoro, Alexander Hamilton.
    Nel 1791, Hamilton fondò la Banca Nazionale: la prima Banca Centrale dei tempi moderni. La potenzialità produttiva della nazione non può, né deve, essere condizionata dalla disponibilità dei banchieri privati a fare credito. La Banca Nazionale di Hamilton farà crediti di stato, secondo le possibilità offerte dalla presenza di manodopera, materie prime e bisogni, non secondo il profitto dei prestatori.
    Il capitale della Banca non sarà limitato alla quantità di oro e argento presente nelle sue casseforti, ma includerà titoli di debito del governo americano. E’ un prestito che la nazione fa a sé stessa, una anticipazione sulla sua ricchezza futura, che produrrà col proprio lavoro.
    Nel sistema di credito che vige oggi avviene il contrario: è la massa monetaria previamente dichiarata esistente a determinare l’ampiezza del credito. Per Hamilton, è invece la domanda di credito degli attori produttivi a creare la moneta necessaria. Letteralmente, è il lavoro che crea il suo capitale.
    Anche la Banca Nazionale americana crea dunque denaro ex nihilo, ma non nell’interesse dei prestatori. Anzi, la speculazione finanziaria viene esclusa, non le viene consentito di scremare un interesse, né di condizionare l’economia restringendo o espandendo il credito. E’ la banca di stato che regola l’economia: non farà mancare il denaro circolante (il credito), finché ci sarà un disoccupato, ma mai il credito sarà più abbondante di quello che occorre per soddisfare bisogni produttivi reali.
    Inoltre, Hamilton eleva dazi protettivi contro l’alluvione di beni a basso prezzo prodotti all’estero. Tali dazi resteranno in vigore finché è necessario proteggere l’industria nazionale ancora in crescita e non ancora capace di competere sui mercati mondiali: poi, gradualmente, verranno tolti. Hamilton sa che il protezionismo deve essere accuratamente misurato, in modo che non produca letargia, ma stimolo.
    Nemmeno a Hamilton si perdonò l’aver creato il credito di stato: sfidato a duello da uno spadaccino professionista, fu ucciso nel 1804, a soli 46 anni. La sua Banca Nazionale, su pressione dei latifondisti del tabacco e del cotone (e proprietari di schiavi), fedeli al libero mercato globale britannico, fu chiusa nel 1811.
    Negli anni in cui List abitò in Usa, la battaglia fra liberisti (cotonieri) e fautori del “sistema americano” per la mobilitazione delle forze produttive era ancora in corso. Egli partecipò alla battaglia, la osservò con acutezza e ne fece oggetto delle sue riflessioni.
    Il risultato fu il grande trattato – Il sistema nazionale di economia politica – che apparve in Usa, in traduzione inglese, nel 1885.
    Questo trattato è oggi dimenticato, l’economia ha preso altre strade.
    Eppure è stato per oltre un secolo la guida degli economisti pubblici che, da esso, hanno imparato a pensare l’economia come la scienza che accresce la ricchezza, anziché limitarsi a dettare le leggi dello scambio. List insegnò il metodo di suscitare le forze produttive della nazione. Grazie alla sua dottrina la Germania fu ricostruita tre volte: da Bismarck fino ad Adenauer e ai suoi economisti del “modello renano”.
    List dimostra che un altro capitalismo è possibile.

  3. Andrea Ventura Says:

    Per pura distorsione professionale (ma rivelatrice del tempo in cui ci tocca vivere) posso aggiungere che Adam Smith è continuamente ripubblicato da molte case editrici di prima grandezza e notorietà, compresi gli Editori Riuniti, mentre Friedrick List, in lingua italiana, è stato pubblicato un’unica volta nel 1972 (con una ristampa realizzata da una di esse nel 1976) da due distinte ma piccole e semisconosciute case editrici specializzate.

  4. maurozani Says:

    Apologo interessante e ..istruttivo. Per il resto purtroppo condivido appieno e amaramente il Ledesma : “la storia sociale di oggi non merita nemmeno una bandiera”. Sarà pure un “giallista” ma è un uomo di umili origini nato nel 1927 passato attraverso il franchismo e la transizione spagnola, capace di ironia nei confronti dei luoghi comuni del progressismo rampante alla Felipe Gonzales..e altre cose ancora. Insomma mi è simpatico e non vedo cosa c’entri con la “scuola bolognese”. In quest’ultima sarei per distinguere comunque.
    PS. Quanto agli impervi intellettuali ebrei-tedeschi , ricordo bene. Certo negli anni settanta si leggevano , o meglio qualcuno li leggeva, più spesso altri (la maggioranza) li citavano a casaccio senza averli letti nè tampoco capiti. In ogni caso nel PCI nessuno se la prendeva particolarmente calda.

  5. Andrea Ventura Says:

    Parlavo della fortuna odierna del genere giallo come popolarizzazione (tramite un protagonista che investe su dei delitti) e sbriciolmento di becchime morale per un pubblico affamato sia di storia sociale con bandiera monocromatica che di indicazioni su come prendere i giorni che si susseguono monotoni e senza più guide autorevoli.

  6. Fausto Anderlini Says:

    Da Ledesma (di cui esiste un omonimo che gioca centrocampista nella lazio, squadra della quale è noto l’ascendente sulle curve fasciste) a Federico Lizst. Ventura ha letto Lizst ed annuncia festante la grande scoperta: la via nazionale al capitalismo ! Non è l’unico. Ho scoperto un sito che propugna la nascita di uno Stato Duosiciliano – sorta di Lega del Sud – nel quale, assieme a novizi della cuola storica tedesca, si ritrovano anche marxistri filologicamente super attrezzati come La Grassa. Benvenuto a Ventura che ci ricorda – l’avessimo scordato – che protezionismo e liberismo sono sempre stati il freno e l’acceleratore a disposizione delle macchine economiche nazionali è ovvio. Accade così anche oggi, pure in un epoca nella quale l’economia mondiale è strutturata da grandi blocchi, interdipendenti ma concorrenti. Va notato che gli ultimi epigoni della scuola tedesca (ma di ogni altro paese dove premeva la necessità del momento: dalla Francia di Colbert e Vauban, all’America di Cooper….) sono stati i regimi socialisti, ora defunti o convertiti ad altra misura, nati dalle rivoluzioni nazionali nel terzo mondo. Va notato che ove l’Italia, paese che vive di esportazioni e che ha doppiato da un po’ il problema dello sviluppo economico nazionale, applicasse le ricette di Liszt finirebbe sul lastrico dall’oggi al domani. Al massimo ci si può concedere Tremonti e le sue chiacchiere. Fra un condono e l’altro (tutti rigorosamente nazionali) e un’invettiva contro i cinesi di turno…..

  7. maurozani Says:

    Va bene , va bene. Ledesma (non quello della Lazio)non merita tanto dispendio d’energia. Era solo un riempitivo in attesa di ulteriori sviluppi verso il congresso del PD. E per esprimere, nel contempo, un analogo stato d’animo verso la politica dei nostri tempi.

  8. Andrea Ventura Says:

    Buon congresso e un caro saluto a tutti.
    A tempi migliori, sperando che giungano.

    “Si stanca qualsiasi parola / Di più non puoi farle dire / Occhi avidi sempre di vedere / Orecchi mai riempiti di sentire / Quel che è stato sarà / Quel che si è fatto si farà ancora”.
    QOHELET 1, 8-9
    (Volli Qohélet nella traduzione di Ceronetti sul santino in morte della mia mamma)

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