Archive for novembre 2009

Giro di boa

novembre 30, 2009

Siamo a un giro di boa. Berlusconi rilancia e apre il fuoco alzo zero sulla magistratura e sull’opposizione (?) chiarendo che un’indagine o un avviso di garanzia da Firenze o da Palermo comporta nientemeno che la guerra civile. Questo si chiama parlar chiaro. E temo sarà apprezzato nell’elettorato di centrodestra e forse persino oltre. Spero di sbagliare. Tuttavia la sensazione netta è che Berlusconi sia riuscito da tempo a introdurre un senso comune assai diffuso in base al quale la persecuzione nei suoi confronti è un fatto acclarato. La risposta del Presidente della Repubblica, al netto del linguaggio istituzionale, denota e segnala una gravissima preoccupazione. A ruota, da Firenze si chiarisce subito che non ci sono indagini a carico del presidente del consiglio. Il PD appare smarrito e incerto sul da farsi. Il neosegretario si limita ad un’intervista slavata sull’house organ del suo partito con la quale temporeggia. Togliete di mezzo il “processo breve” e può iniziare il dialogo sulle riforme , giustizia compresa, sulla base della bozza di proposte messa a punto da Violante. Così non va, come non andò con la bicamerale. Tutte le volte che il Berlusca picchia duro, riesce a intimorire gli avversari. Lo sa e gli piace pure. Dimostra ancora una volta che ce l’ha più lungo sapendo che una parte dell’Italia non disdegna l’esser posseduta con robusta, rigida fermezza. Aprire un cosiddetto dialogo in tali condizioni non è mossa tattica e furba per evidenziare ,indi far leva, sulle contraddizioni e sui contrasti del PdL magari in vista di una rimonta alle regionali. No. E’ puro e semplice suicidio. Il dialogo al tempo del populismo non funziona. Se ti chiamano allo scontro duro, fallo. Non tergiversare. Dimostra quello che vali. Se vali. Indica un traguardo e cerca di raggiungerlo. Dopo verrà il tempo del confronto e anche del dialogo per porre le basi della terza repubblica. Ma non sarà con Berlusconi e i suoi ascari.

PS.Ultim’ora. Enrico Letta vicesegretario del PD spiega che Berlusconi ha diritto legittimamente di difendersi nel processo e dal processo. Si può eventualmente discutere su quel “diritto legittimo”, tuttavia il messaggio è assai chiaro. Se Cicchitto davvero pensa ciò che dice (ed è legittimo il dubitarne) e cioè che il PD vuol portare ad un tavolo di trattiva il PdL per “spennarci come polli”. Beh, adesso è rassicurato. A rimetterci le penne sarà Bersani.

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Gradoli

novembre 25, 2009

Via Gradoli. Roma. Ancora dopo trent’anni al centro di misteriose e torbide vicende. Un detto e ridetto (la cui origine mi è al momento sconosciuta) afferma che la realtà supera spesso la fantasia. Te lo credo. La parola Gradoli si compose magicamente, una lettera dopo l’altra, una prima volta negli anni settanta del secolo scorso durante il rapimento Moro. Avvenne nel corso di una seduta spiritica , per chi ci vuole credere, convocata nella bassa bolognese, cui partecipò anche Romano Prodi. Subito gli inquirenti diretti da un comitato di crisi presieduto dal ministro degli interni, diressero le loro indagini sul paese di Gradoli. Fu  inutile e vana  l’insistenza della moglie di Moro , signora Noretta, volta ad attirare l’attenzione sul fatto ,accertato tramite elenco telefonico , che nella capitale esisteva anche una via Gradoli. Quella stessa strada intorno alla quale oggi si appunta l’interesse della magistratura inquirente dopo che si sono verificate ben due morti sospette. Per dirla in chiaro  due omicidi collegati ,con ogni probabilità, pur solo di sbieco e incidentalmente al caso Marazzo. Si coprono , a prezzo di vite umane, segreti inconfessabili che, evidentemente, non possono divenire di pubblico dominio. E che ,infatti a parer mio mai e poi mai lo diventeranno. Come non lo sono mai davvero diventati quelli di trent’anni fa. Ce lo ricorda ancora Sergio Flamigni famoso complottista, ex senatore del PCI e uomo arguto e tenace che per primo svolse minuziose ricerche intorno al covo del capo delle BR Mario Moretti che proprio in via Gradoli aveva posto la sua residenza clandestina. Clandestina? Oddio, non poi tanto. Dato che a un certo punto, prima dell’assassinio di Aldo Moro, il covo (così si chiamavano allora le basi delle BR) si scoprì da sé (ancora una volta magicamente) grazie a una provvidenziale perdita d’acqua. Gli sbadati clandestini delle BR si erano dimenticati aperta la doccia nel bagno. E così i pompieri scoprirono ciò che tutte le polizie e gli investigatori d’Italia, pur col supporto d’intelligence dello specialista americano Steve Pieczenik, non avevano mai scoperto. Solo che le Br si erano già involate, pur lasciando nella tana numerosi indizi mai sfruttati a dovere dagli inquirenti. Eppure non doveva esser del tutto difficile catturare il capo delle BR e salvare così , con tutta probabilità la vita di Moro, come in seguito avvenne con  il Generale Dozier. Infatti Flamigni rivela che al numero 89 di via Gradoli nell’edificio di fronte al civico 96 dov’era collocata la base Br, prima e durante il sequestro Moro,abitava un sottufficiale dei carabinieri ch’era anche un agente del Sismi compaesano di Mario Moretti. Quando si dice il caso e la coincidenza. D’altro canto Mario Borghi (alias Mario Moretti) stipula il contratto d’affitto , senza che sia mai stato registrato, con la moglie di tal Giancarlo Ferrero, ottenendo anche , senza che risultasse nel contratto di locazione, l’uso del garage sito al numero 75 di via Gradoli anch’esso di proprietà dei coniugi Ferrero. Val la pena notare , sempre con spirito complottista, che il Ferrero successivamente al 1978 ha fatto una brillantissima carriera con incarichi nel campo dell’informatica e delle telecomunicazioni che richiedevano  il cosiddetto NOS (nulla osta di sicurezza ) rilasciato dalla Nato previo parere positivo dei i servizi di sicurezza italiani. Ma la storia di via Gradoli non finisce qui. Dal 1979 al 1986 il prefetto Parisi capo della polizia dal 1987 , acquista  ben cinque appartamenti , tutti in via Gradoli tra il civico 75 e il 96. Sempre il caso. Com’è un caso che società in vario modo collegate al Sisde (servizio di sicurezza interno) avessero cointeressenze con l’immobiliare Gradoli. Insomma si può dire che, da che mondo è mondo, via Gradoli è stata  densamente  popolata e molto frequentata non solo dalle BR ma anche dai servizi di sicurezza , che tuttavia rivolsero la loro attenzione al paese di Gradoli situato sul lago di Bolsena. Forse perché leggenda narra che poco fuori dal paese in una profonda grotta vivesse anticamente un demonio. E così sulla scorta degli spiriti evocati nella pianura bolognese giustamente ci si precipitò sul lago di Bolsena a dar la caccia alle streghe mentre il civico 96 di via Gradoli più prosaicamente abitato dal capo delle Br fu quasi del tutto ignorato. Quasi perchè ci fu in verità ad un certo punto una visita della polizia. Un agente bussò alla porta di Moretti..ma non gli fu aperto,come si legge nel suo rapportino e la cosa fini lì. D’altro canto se cerchi terroristi e quelli non ti aprono perchè ti devi insospettire? Comunque sempre  civico 96 : quello stesso palazzo, se ho ben compreso, dove Marrazzo trent’anni dopo fu preso in mezzo da una squadretta di carabinieri deviati.

PS. A parte ogni altra considerazione, che non m’interessa più di tanto, in via Gradoli tutto resta avvolto nel mistero. E’ un mistero per me che uomini politici di lungo corso  dopo trent’anni si trovino a passeggiare lungo quella strada o che addirittura, com’è stato il caso dell’ex presidente della regione Lazio entrino al civico 96 verosimilmente sotto gli occhi delle barbe finte.

No Berlusconi day

novembre 24, 2009

La storia degli ultimi vent’anni è stata fatta dalla destra, ma ha dato ragione alla sinistra, secondo Curzio Maltese (La bolla . ed Feltrinelli) “ Non ne hanno azzeccata una. La crisi economica e quella ambientale, il fallimento militare in Iraq e in Afghanistan, gli sconquassi della globalizzazione selvaggia e il tramonto definitivo dell’idea di un mondo governato unilateralmente dalla potenza americana”. Ora –prosegue Maltese “la domanda da un milione di dollari sulla quale si arrovellano le migliori menti del riformismo è la seguente: se la destra ha avuto torto e la sinistra ragione, perché nella crisi i partiti di sinistra perdono consensi? Ma la risposta è banale: perché la sinistra in questi vent’anni non ha mai fatto la sinistra. Ha imitato la destra. Si è proposta di fare lo stesso lavoro del liberismo, ma in maniera più gentile e moderata, promettendo di applicare le ricette conservatrici con un grado inferiore di conflitto sociale.” Beh , mi pare una buona sintesi. In effetti le cose stanno proprio così. Chi mi segue sa che l’ho detto e ripetuto in tutte le salse, fino alla noia. Purtroppo la nascita del PD ha sprecato l’occasione per costruire quella sinistra moderna ed efficace a cui molti pensavano, ponendo fine ad una ritirata , non so quanto strategica, che durava da almeno tre lustri. E adesso è molto difficile, anche con l’abilità di un Bersani, raddrizzare il legno storto. Non quello dell’umanità naturalmente ma più semplicemente, per rimanere intra moenia, quello della cultura e della politica della sinistra italiana. Si dice  adesso che è importante fare opposizione lasciando intendere che è più importante ancora predisporre una nuova offerta politica, alternativa a quella del Berlusca. Slittamento semantico a parte (che tuttavia conferma la subalternità agli stilemi mercatisti messi in voga dalla destra) a me sembra fuorviante la separazione che, di fatto, viene introdotta tra il fare opposizione e il predisporre una proposta politica alternativa. Perché? Ma perché non si tratta semplicemente di predisporre  a tavolino, nello stato maggiore, un piano di nuova alleanza politica e nel frattempo tener occupate le truppe con un addestramento formale in parlamento o in mille piazze. Per conto mio bisogna venir su da una buca e per farlo bisogna, nel tempo, riguadagnare fiducia e consensi in profondità nella società. In profondità significa che non è sufficiente uscirsene ad un certo punto con una qualche proposta di alleanza tra centrosinistra e centro o qualcosa altro ancora (vedi alla voce Sinistra e Libertà). Andare in profondità mai come adesso significa assumere un chiaro ruolino di marcia in cui tutti, dai generali ai soldati semplici, possano riconoscersi. Al primo posto non può che stare ,ad esempio, il grande scandalo della distribuzione del reddito. Capisco che la cosa, per i teologi del riformismo (o neoriformisti), ha un cuore troppo antico, ma chi non si fa carico, di questa enorme ingiustizia non avrà mai la credibilità per avanzare una proposta alternativa e vincente. Si dovrebbe intanto fare forte sponda  a chi sta perdendo il proprio posto di lavoro e (a pari merito, nel senso di priorità) alla moltitudine di giovani costretti ad accettare ogni sorta di umiliazioni sociali e umane a partire da un impiego (non lo definerei lavoro) precario e malpagato. C’è tutta una parte di società che va tolta da una solitudine ormai disperante. Solo la politica, pur tra mille difficoltà, può farlo. Se vuole. Eppure, ricordo che il primo provvedimento del secondo governo di centrosinistra fu l’intervento sul cuneo fiscale , a vantaggio quasi del tutto degli imprenditori, i quali non ringraziarono neppure e due anni dopo votarono in massa per Berlusconi. Inutile dire che il PD ha presentato in questa legislatura tot proposte di legge su questo e su quello. E’ certo vero. Ma  qual è la priorità conosciuta e conoscibile? In altre parole qual è la faccia che il PD mostra al paese? A mio avviso se si vuole risalire la china di quell’ annosa subalternità  descritta da Curzio Maltese, bisogna assumere con intransigenza la ridistribuzione della ricchezza della nazione come priorità assoluta. Sempre Maltese riporta i dati relativi alle dichiarazioni dei redditi del 2007. Ebbene gli italiani denunciano un reddito medio di 18.324 euro. I pensionati con 16.100 euro sono più ricchi dei ristoratori e degli albergatori. I costruttori vivono maluccio con appena 21.000 euro e non se la passano bene neppure gli industriali del tessile con ii loro 18.000 euro. E così via proseguendo. Non esiste a mia conoscenza un paese in Europa messo in queste condizioni. Nello stesso tempo a proposito di costruzione di una nuova offerta politica, (la quale ripeto deve crescere anche dal basso tramite una convinzione e un consenso sempre più diffusi), sarebbe utile fare sponda(un’altra) a quanti hanno indetto il No Berlusconi day  invece di riservarsi di valutarne le parole d’ordine col ditino alzato, come negli anni settanta del secolo scorso. E per farlo non c’è bisogno di mutuare per forza la furbastra positura demagogica di un Di Pietro. E già che ci siamo sarebbe utile anche mettersi di traverso su talune significative azioni del governo come la proposta di legge volta a mettere all’asta i beni confiscati alle varie mafie sottraendone  la gestione a varie associazioni cooperative o di volontariato sociale. Ci vuol poco a capire che la mafie hanno tutti i mezzi e la liquidità necessaria per recuperare ciò che hanno momentaneamente perduto. Pio la Torre è morto invano? E, ancora, far sapere ben  più di come lo si è già (in parte) fatto che si è drasticamente contrari alla privatizzazione dell’acqua. Insomma alla fin fine ciò che ancora e sempre manca  non riguarda tanto il rapporto tra opposizione e proposta politica quanto piuttosto un nuovo atteggiamento mentale. Una nuova predisposizione d’animo. Un assetto di marcia politico che deve fregarsene allegramente dell’accusa di antiberlusconismo. Bisogna finalmente dire : sissignore siamo contro Berlusconi , lo siamo coerentemente, con tutte le nostre forze, perché ci schieriamo a favore di un’idea di società diversa e radicalmente opposta a quella da lui avanzata in tutti questi anni. Solo così si prepara il dopo Berlusconi. Combattendo non tanto la sua persona(anche) quanto il berlusconismo: fase avanzata, marcia e putrescente, del neoliberismo all’italiana. O lo si lascia fare al compagno Fini?

PS. Ultim’ora. Bersani si è fatto una segreteria innovativa. Dodici persone. Metà maschi, metà femmine. Nessun parlamentare. Tutti quarantenni. Nessun problema. E avanti così. Col partito nuovo.

Tortuga.

novembre 18, 2009

Qualcuno (sospetto a colpo sicuro adventur) ha fatto prigioniero un mio commento al post “La Bolognina”, e l’ha trascinato in catene nello spazio infetto di Quarantenopoli (quarantenopoli.blogspot.com), per di più collocandolo, con perfida arte, al numero 100 dei commenti in calce ad un pezzo di Fausto Anderlini. Si tratta di una cattiva azione eseguita da un(forse) cattivissimo soggetto al quale tuttavia non voglio poi male e dunque non lo trascinerò in giudizio (davanti al giudice di pace?) per avermi catturato al solo fine di usarmi come esca per trarre in inganno i suoi interlocutori. Non lo farò perché intuisco che la cattiva azione è stata ideata e poi eseguita a fin di bene. Intanto perché s’incrementano i commenti, ed è noto che tra i bloggers molti commenti equivalgono a molto onore , anche se si svolgono tra sole tre persone, e poi perché Anderlini dal freddo di Albukerke si è detto felice(a prescindere dal contenuto peraltro del tutto fuori contesto) dopo avermi letto : “vado a letto contento”. Bene. Son contento anch’io. Oddio, sarei ancora più contento se voi tre (due col resto di uno) trovaste , prima o poi , un altro boccino per effettuare le vostre dialettiche, raffinate (e colte ,oh molto colte e dotte, oh molto dotte) triangolazioni. Capisco che la ciurma quarantenata ristretta nella vostra Tortuga ha bisogno di un certo sgavazzo  finché non torna bel tempo e salute e vento propizio per tornare a spiegar l’imponente velatura, di cui è (indubbiamente) dotato il vostro vascello. Nondimeno non dovrebbe esser così difficile(coi tempi che corrono) trovare qualcun altro su cui svogliatamente maramaldeggiare in attesa di tornare a solcare i mari  al seguito di nuovi condottieri. Abbiate pazienza presto, molto presto, potrete porre fine alla quarantena. Non mancano nuovi capitani coraggiosi disposti a concedervi una nuova lettera di corsa . Già qualcuno tra loro si scorge all’orizzonte mentre si dirada la spessa bruma partecipazionista  alzata nella  stagione monsonica di congressi e primarie. Democratici , si capisce. Gente niente male, giovani volitivi, sintonici alla parlata emiliana come scrive Anderlini, forse ( mea culpa) ricordando lo ieratico sordomutismo dei (del ) precedente. Come che sia, così va il mondo. Proprio mentre impazza la febbre maiala ti rapiscono col favore dell’oscurità e ti trasportano di peso in un luogo malsano e infetto esponendoti inerme al contagio. E’ peggio di un ambaradan con la emme.

PS. Il mio approccio ai rapporti di amicizia può in effetti essere “sinceramente discutibile”,come scrive MA. Anche quello di Anderlini, devo aggiungere, non è male. Fatto è che ciascuno ha (ed ha avuto) suoi problemi. Meglio non addentrarsi in questa giungla di cavoli miei (nostri). Comunque io resto grato(qualsiasi cosa voglia dire questa parola*) a Mariangiola per tanti stimoli intellettuali , molte discussioni, e diversi suoi scritti , alcuni dei quali conservo ancor oggi tra seppiate carte. Ne ricordo uno dal titolo sempreverde “Tra stato e supermercato”. Sono invidioso invece dell ’ardimento del giovane Fausto,sempreverde anche lui, che gira in lungo e in largo per l’universo mondo. Mi piacerebbe traversare  il Texas orientale di Lansdale ( vedo già adventur che arriccia schifato il naso) e l’America profonda , melmosa  cenciosa, barcollante, rabbiosa , vitale e non disperata,  dipinta/narrata nella prosa di Cormac McCarthy. Quella descritta in “Suttree” per intenderci, ma anche in “Figlio di Dio”. A questo punto adventur, se non fosse quella persona polite che è, s’appresterebbe a scaracchiare disgustato all’eccesso. Mi piacerebbe. Ma sono pigro, stanco e(a torto o ragione) ipocondriaco. E le medicine? Come la mettiamo. Dove diavolo le trovo nei posti remoti nei quali vorrei andare? Vabbè. S’è fatto tardi. Ormai.

* Quel “qualsiasi cosa voglia dire…” ricorreva frequentemente nei testi di Mariangiola e da questi l’ho trasfuso nel mio modo di scrivere e di parlare ,quasi altrettanto frequentemente.

Ritorno alla Bolognina

novembre 16, 2009

Alla fine, dopo che Antonio La Forgia mi ha inviato un sms recante l’invito al raduno degli ex combattenti e reduci, mi sono deciso ad andare alla Bolognina, nel locale circolo del PD in occasione del ventennale della svolta. Molte facce note. Ressa di militanti d’antan insieme a più giovani leve democratiche. Cordialità nei miei confronti. Non del tutto attesa, ma gradita. La carne è debole. Anche la mia. Parla per primo De Maria, forse un pochino a lungo data l’occasione. Poi Occhetto che ho rivisto con molto piacere dopo un certo tempo. Un intervento persino scarno, essenziale rispetto ai moduli oratori che usava vent’anni fa. Ricorda il suo tormento dei mesi e dei giorni precedenti quel 12 novembre. In sostanza descrive la tensione prima dell’azione liberatoria. Cerca di far capire il grado di consapevolezza “geopolitica” che ci animava in quel periodo. In breve, la caduta di quel muro rendeva la vita difficile non solo ai comunisti ma anche agli anticomunisti , in particolare alla Dc trincerata per tutto un lungo dopoguerra dietro lo scudo crociato e anche al PSI di Craxi tutto proteso a incrementare la propria rendita di posizione in un sistema politico ideologicamente congelato dalla guerra fredda. Non capirono , naturalmente. Per i democristiani e per i socialisti italiani era in effetti più difficile e apparentemente meno vitale e urgente capire che il grande disgelo liberava forze da sempre ristrette nella camicia di forza bipolare. Il loro anacronismo non era minore del nostro. Del resto ancora oggi c’è gente che considera l’offensiva della magistratura ,con tangentopoli, alla stregua di un fulmine a ciel sereno. La reiterata denuncia politica di Berlinguer sull’esistenza di una questione morale, di tipo sistemico, nell’intreccio tra politica ed economia non aveva sortito, fino ad allora, alcun effetto nel mondo separato dal muro. Senza la caduta di quest’ultimo tangentopoli non sarebbe mai esistita. Non in quelle dimensioni. Non con quell’effetto domino ch’essa ebbe nei confronti di un intero sistema politico che, al pari del socialismo reale, si dileguò e scomparve dalla sera alla mattina. Non so se tra chi ascoltava Occhetto è venuto fatto di pensare , com’è accaduto a me, che anche oggi molti nodi stanno venendo al pettine. Nessuna similitudine con gli eventi di vent’anni orsono, e tuttavia vorrà pur dir qualcosa l’angoscia del Cavaliere espressa nella forma: “non mi farete fare la fine di Craxi”. A maggior ragione, credo, Occhetto si è rivolto al PD con tono e intento interlocutorio. Per quanto mi riguarda, a me sembra corrano tempi di vigilia. Si avvicina un altro cambiamento. Bisognerebbe tenersi pronti. Valutare possibilità, vie d’uscita dalla crisi incombente del berlusconismo. Sventare tempestivamente possibili colpi di mano. Anche tentativi estremi. L’ho già scritto altre volte in questo spazio. Berlusconi è uno che non molla. Mai. Nello stesso tempo il sistema politico post – tangentopoli non ha retto alla prova dei fatti. Va delineata un’alternativa praticabile al di là della suggestione bipartitica epperò senza nostalgiche fughe all’indietro. Tutt’altro che facile. Ma non impossibile. E’ comunque un compito e una responsabilità della politica. Per questo si vorrebbe avere il PD come interlocutore. All’apertura di Occhetto accompagnata da alcune condizioni tra cui la sempreverde idea di discontinuità nella forma partito (espressa, ora come allora, in termini di reale contaminazione tra le diverse origini e culture) e un’opportuna intransigenza sulla riemergente questione morale, non è venuta , da Fassino l’altra sera, una risposta soddisfacente. Certo Occhetto, in realtà (quante divisioni ha Occhetto?) non è in condizione di porre condizioni. Nemmeno io. Neppure noi, quattro gatti, che non abbiamo aderito al PD dopo che le condizioni minime per farlo sono state del tutto ignorate. Tra queste v’era l’idea, semplice ma non banale, di costruire il progetto politico di un partito nuovo attorno ad una riflessione critica sulla democrazia dei tempi post-moderni. Della serie : se fai un partito democratico metti a tema e anche nella tua agenda politica, la prospettiva di un cambiamento concreto dell’attuale assetto democratico. Smettila di concionare ideologicamente sulla democrazia alla stregua di un qualsiasi parvenu. Anche perché , tu , la democrazia l’hai sempre difesa anche nei tempi più difficili. Dunque mettiti al lavoro per ridare smalto, credibilità ed efficacia sociale al suo concreto funzionamento e alle sue istituzioni svuotate e svilite dal dominio incontrastato di altri poteri. Tutto ciò è molto, molto attuale, non solo in Italia. Ma Fassino risponde ad Occhetto nel modo peggiore: le tue condizioni sono già in essere nell’attuale PD, dunque cosa aspetti? E’ il modo peggiore perché non offre il sia pur minimo grado di dignità alle diverse posizioni di Occhetto, come alle mie e a quelle di altri. Occhetto, io, e altri insieme a noi, non meritano discussione, né attenzione alcuna. O si mangia la minestra o si salta dalla finestra. Spiacente. Per quanto mi riguarda desidero partecipare alla preparazione del pasto, o almeno controllare da vicino che non ci siano mosche nel piatto.

PS. C’era nell’apertura di Occhetto una singolare ingenuità. Non ho mancato di farglielo notare. Attualmente, anche nel PD di Bersani e D’Alema, non si vogliono rompicoglioni. Il confronto è considerato uno stress inutile e controproducente. Altra e diversa cosa è l’organizzazione per correnti del potere interno al partito nuovo. Dato per scontato che Occhetto non ha dietro di sé alcuna divisione e forse neppure un battaglione della riserva, rimane dunque una sola possibilità: la resa senza condizioni. E’ esattamente ciò che gli ha intimato Fassino. Per quanto mi riguarda risponderei come Cambronne, il quale non profferì mai quella parolaccia che gli fu attribuita e neppure la nobile frase, “la guardia muore ma non s’arrende”, ma a suo dire: “all’intimazione di deporre le armi ho risposto con parole meno brillanti, ma certo dotate di una naturale energia.”

La bolognina

novembre 5, 2009

Ovvio che il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino si accompagni in Italia ad una rievocazione della cosiddetta svolta della Bolognina. E’ anche scontato che si cerchino testimonianze di protagonisti, comprimari e spettatori di quest’ultimo evento. Anche se quel 12 novembre alla Bolognina è già stato descritto in vario modo nel corso degli ultimi vent’anni in numerosi libri, compreso in quello recente di Luca Telese. Scrive Telese che il blitz di Occhetto fu preparato in gran segreto e che persino il sottoscritto , a quel tempo segretario della federazione del PCI di Bologna, ne era del tutto all’oscuro. Da qui, seppur controvoglia, muovo per uno di quei flash back preannunciati nella presentazione di questo blog. Devo anzitutto confessare che nel caos del recente  trasloco non trovo più gli appunti che avevo disordinatamente buttato giù all’epoca. Vabbè. Li rintraccerò per il quarantennale. Intanto vado sul filo della memoria e mi scuso per eventuali imprecisioni . Sabato sera, 10 novembre 1989, sul presto. Sono , con mia moglie, a casa di Sergio Sabattini,autorevole membro della segretaria federale (allora non si diceva :la mia segreteria) che ci ha invitato a cena , presumo anche per appianare le frequenti malmostose, ma sempre civili (direbbe lui) incomprensioni che erano corse tra noi negli ultimi tempi. Ah. Per chi non lo sa, Sergio ,se ci lavori assieme ,è un rompicoglioni di prima grandezza, permaloso come una peripatetica e per di più egocentrico come, se non più, di me. Se ha anche solo la vaga sensazione che non lo prendi nella giusta considerazione ti rende la vita difficile. Ma d’altra parte io, sbagliando di grosso, non ho mai amato gli yes man. Dunque non mi posso lamentare. Per di più entrambi mordiamo il freno da tempo di fronte all’impasse del “nuovo PCI” . Pensiamo sia ora di mollare gli ormeggi. Sappiamo che anche nei paraggi di Botteghe Oscure la nouvelle vague Occhettiana si pone ormai interrogativi radicali. A Berlino è caduto il muro. Ieri. E’ ora di muoversi rapidamente se non altro per non rimanerci sotto. Di questo parliamo quando arriva una telefonata di Aureliana Alberici , la compagna di Occhetto, che c’invita a cena in quel di Castel San Pietro. Alla fidanzata di Sergio che si alterna al telefono con mia moglie dico che andiamo senz’altro a patto che il segretario si renda disponibile ad un confronto stringente sul tema del grande cambiamento.  Detto fatto partiamo in velocità (non c’erano ancora gli autovelox) alla volta dell’amena località dell’imolese dove Aureliana ha la sua residenza e dove Occhetto si reca appena può per gustare gli speciali tortellini in brodo preparati da un’ amica di famiglia. La serata si annuncia promettente, tanto sul piano politico che su quello culinario. Occhetto appare subito in gran forma. Battute su questo e su quello, imitazioni esilaranti di Ingrao e Amendola, grammelot arabesco del richiamo del muezzin. Gli chiedo come mai si trova a Bologna e mi risponde con naturalezza che ha deciso di accettare l’invito (“ha tanto insistito”) di William Michelini – il compagno che lo segue nei suoi spostamenti bolognesi ed emiliani- per partecipare l’indomani alla celebrazione dell’anniversario della battaglia della Bolognina. Un impegno di routine. Mah. Viene a Bologna e me lo dice all’ultimo momento, quasi incidentalmente. A quel punto interpreto al meglio il mio personaggio( o almeno quello che mi viene unanimemente attribuito) e gli dico che così mi fotte la mia unica domenica libera dopo tanto tempo: “non contare su di me,facile che  non vengo”. Ovviamente so già che dovrò andare. E lo sa anche lui. Comunque cominciamo ad entrare nel merito. Il nuovo PCI non basta più , bisogna andare oltre , nuovo partito, nuovo nome, nuova appartenenza internazionale, senza abiure ma con inequivoca radicalità. Della serie vogliamo tutto dalla vita. Una nuova e grande sinistra, nessuna concessione al centro e tanto meno al riformismo craxiano dell’Unita Socialista. Occhetto si dice d’accordo, ma appare cauteloso, persino incerto. Soprattutto indeciso su come compiere il primo passo. “Quelli mi bloccano in una discussione infinita, ve l’immaginate?” Quelli sono,naturalmente, gli uomini più in vista della  Classe Dirigente del PCI. “Certo, alla fine, a percorso iniziato, forse Ingrao potrà anche starci o comunque non opporsi duramente, ma gli altri? E’ un’impresa ardua. Anche se in un nuovo partito che va oltre il comunismo, ci sarebbe la possibilità di raccogliere molte e qualificate forze. Per esempio Tina Anselmi , che ne dite?”. Altro che- pensai. Occhetto suonava la musica che volevo sentire. Morale della lunga serata, dopo aver dissertato intorno alle varie possibilità a proposito del nome da dare al nuovo partito ,( per la maggiore mi pare andasse Sinistra Democratica, anche perché Giustizia e Libertà l’avevano già usato altri), il mio pressante consiglio al segretario fu il seguente: “ hai come tempo massimo un mese per compiere l’operazione, dopodiché siamo nella merda e ci resteremo”. Un mese è un tempo breve rispose dubbioso il simpatico furbastro. Difatti di lì a poche ore parlò ai partigiani. Poi s’infilò rapido in auto per correre verso Roma. Non senza aver lasciato una risposta apparentemente sibillina alla domanda del cronista dell’Unità sulla questione del nome. In sostanza Occhetto aveva fatto con noi un test fino a notte fonda. Voleva esser certo del sostegno di Bologna. Più tardi mi domanderà, conoscendo già la risposta, se ero disposto a “stare insieme fino alla fine”. E così fu in effetti. Anche dopo quel congresso di Rimini che non lo rielesse alla segreteria. Il lunedì mattina comunque si presentò alla segreteria nazionale “con i capelli ritti in testa e la faccia di chi non ha dormito un minuto”, come poi mi disse D’Alema . Si sa come andò. Maluccio. I ragazzi della segreteria si piegarono, chi più chi meno, sotto il peso e poi ci s’incamminò lungo il percorso di guerra di ben due congressi e fu durissima. Roba da non arrivare vivi alla mèta. Quello che forse Occhetto non valutò appieno fu la vera e propria ondata d’odio che si riversò su di lui e in parte su di noi. Andar via dal PCI non era e non fu come passare dai DS al PD. Fu un trauma di proporzioni gigantesche. E lo scontro interno fu semplicemente feroce. Altro che primarie. Si è molto discusso in seguito e ancora si discute sui modi e i tempi scelti da Occhetto per avviare il cosiddetto processo costituente. Sì , certo possiamo aver sbagliato a gettare d’un colpo il cuore oltre l’ostacolo assieme ad Occhetto. E può anche darsi che quest’ultimo non avesse tutte le caratteristiche e le doti personali per intraprendere una tale impresa. Però lo fece. Ne ebbe il coraggio. Se avesse proceduto in modo più “democratico”, la festa sarebbe finita prima di cominciare. Naturalmente il modo più democratico consisteva nel conseguire a priori , tramite estenuanti (e a mio parere del tutto infruttuose) consultazioni riservate, il consenso dell’elite nazionale del PCI. Per quanto mi riguarda e per concludere non solo dunque ero informato delle intenzioni di Occhetto ma fui un pasdaran della svolta della Bolognina. E, non me ne sono mai pentito. Quanto ad Occhetto, il suo vero problema , quello che lo ha sempre assillato e amareggiato fino ad oggi, consiste semplicemente nel non aver voluto comprendere che chi osava assumere su di sé la responsabilità di forzare quel passaggio a nord-ovest, non poteva in alcun modo andare molto oltre. Aveva già compiuto la sua missione. Con molto spargimento di sangue. Il suo compreso. Ad altri andava la responsabilità di procedere su di un terreno reso più sgombro e fertile. Ma qui inizia un’altra storia sulla quale magari ritornerò più avanti. Quando avrò maggior voglia d’inoltrarmi nell’intricata giungla costituita dalla vicenda del PDS e poi DS. Per farlo bene bisognerebbe adoperare il machete e non sono ancora pronto.

PS. Va sempre ricordato che quanti tra i comunisti di allora , a cose fatte, scoprirono e criticarono il ritardo con il quale s’effettuò la svolta non sono da prendere in seria considerazione. Infatti  non c’è valida traccia di loro prima del 12 novembre dell’89. Imboscati?