Gradoli

Via Gradoli. Roma. Ancora dopo trent’anni al centro di misteriose e torbide vicende. Un detto e ridetto (la cui origine mi è al momento sconosciuta) afferma che la realtà supera spesso la fantasia. Te lo credo. La parola Gradoli si compose magicamente, una lettera dopo l’altra, una prima volta negli anni settanta del secolo scorso durante il rapimento Moro. Avvenne nel corso di una seduta spiritica , per chi ci vuole credere, convocata nella bassa bolognese, cui partecipò anche Romano Prodi. Subito gli inquirenti diretti da un comitato di crisi presieduto dal ministro degli interni, diressero le loro indagini sul paese di Gradoli. Fu  inutile e vana  l’insistenza della moglie di Moro , signora Noretta, volta ad attirare l’attenzione sul fatto ,accertato tramite elenco telefonico , che nella capitale esisteva anche una via Gradoli. Quella stessa strada intorno alla quale oggi si appunta l’interesse della magistratura inquirente dopo che si sono verificate ben due morti sospette. Per dirla in chiaro  due omicidi collegati ,con ogni probabilità, pur solo di sbieco e incidentalmente al caso Marazzo. Si coprono , a prezzo di vite umane, segreti inconfessabili che, evidentemente, non possono divenire di pubblico dominio. E che ,infatti a parer mio mai e poi mai lo diventeranno. Come non lo sono mai davvero diventati quelli di trent’anni fa. Ce lo ricorda ancora Sergio Flamigni famoso complottista, ex senatore del PCI e uomo arguto e tenace che per primo svolse minuziose ricerche intorno al covo del capo delle BR Mario Moretti che proprio in via Gradoli aveva posto la sua residenza clandestina. Clandestina? Oddio, non poi tanto. Dato che a un certo punto, prima dell’assassinio di Aldo Moro, il covo (così si chiamavano allora le basi delle BR) si scoprì da sé (ancora una volta magicamente) grazie a una provvidenziale perdita d’acqua. Gli sbadati clandestini delle BR si erano dimenticati aperta la doccia nel bagno. E così i pompieri scoprirono ciò che tutte le polizie e gli investigatori d’Italia, pur col supporto d’intelligence dello specialista americano Steve Pieczenik, non avevano mai scoperto. Solo che le Br si erano già involate, pur lasciando nella tana numerosi indizi mai sfruttati a dovere dagli inquirenti. Eppure non doveva esser del tutto difficile catturare il capo delle BR e salvare così , con tutta probabilità la vita di Moro, come in seguito avvenne con  il Generale Dozier. Infatti Flamigni rivela che al numero 89 di via Gradoli nell’edificio di fronte al civico 96 dov’era collocata la base Br, prima e durante il sequestro Moro,abitava un sottufficiale dei carabinieri ch’era anche un agente del Sismi compaesano di Mario Moretti. Quando si dice il caso e la coincidenza. D’altro canto Mario Borghi (alias Mario Moretti) stipula il contratto d’affitto , senza che sia mai stato registrato, con la moglie di tal Giancarlo Ferrero, ottenendo anche , senza che risultasse nel contratto di locazione, l’uso del garage sito al numero 75 di via Gradoli anch’esso di proprietà dei coniugi Ferrero. Val la pena notare , sempre con spirito complottista, che il Ferrero successivamente al 1978 ha fatto una brillantissima carriera con incarichi nel campo dell’informatica e delle telecomunicazioni che richiedevano  il cosiddetto NOS (nulla osta di sicurezza ) rilasciato dalla Nato previo parere positivo dei i servizi di sicurezza italiani. Ma la storia di via Gradoli non finisce qui. Dal 1979 al 1986 il prefetto Parisi capo della polizia dal 1987 , acquista  ben cinque appartamenti , tutti in via Gradoli tra il civico 75 e il 96. Sempre il caso. Com’è un caso che società in vario modo collegate al Sisde (servizio di sicurezza interno) avessero cointeressenze con l’immobiliare Gradoli. Insomma si può dire che, da che mondo è mondo, via Gradoli è stata  densamente  popolata e molto frequentata non solo dalle BR ma anche dai servizi di sicurezza , che tuttavia rivolsero la loro attenzione al paese di Gradoli situato sul lago di Bolsena. Forse perché leggenda narra che poco fuori dal paese in una profonda grotta vivesse anticamente un demonio. E così sulla scorta degli spiriti evocati nella pianura bolognese giustamente ci si precipitò sul lago di Bolsena a dar la caccia alle streghe mentre il civico 96 di via Gradoli più prosaicamente abitato dal capo delle Br fu quasi del tutto ignorato. Quasi perchè ci fu in verità ad un certo punto una visita della polizia. Un agente bussò alla porta di Moretti..ma non gli fu aperto,come si legge nel suo rapportino e la cosa fini lì. D’altro canto se cerchi terroristi e quelli non ti aprono perchè ti devi insospettire? Comunque sempre  civico 96 : quello stesso palazzo, se ho ben compreso, dove Marrazzo trent’anni dopo fu preso in mezzo da una squadretta di carabinieri deviati.

PS. A parte ogni altra considerazione, che non m’interessa più di tanto, in via Gradoli tutto resta avvolto nel mistero. E’ un mistero per me che uomini politici di lungo corso  dopo trent’anni si trovino a passeggiare lungo quella strada o che addirittura, com’è stato il caso dell’ex presidente della regione Lazio entrino al civico 96 verosimilmente sotto gli occhi delle barbe finte.

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2 Risposte to “Gradoli”

  1. Domenico Says:

    La debolezza umana porta a fare errori clamorosi, come quello di Marrazzo. La vera enormità sta nel fatto che l’opinione pubblica non senta la necessità di approfondire, non la morbosa vicenda dei trans, ma il coinvolgimento di personaggi vicini alle istituzioni. Ci sono ancora barbe finte in Via Gradoli? E magari in Via Due Ponti?

  2. maurozani Says:

    Ci sono domande destinate a rimanere senza risposte. D’altro canto ciò che, alla luce del retroterra “storico”, io considero verosimile può non esser vero. E comunque cercare la verità, con troppa ostinazione è sempre operazione impegnativa e pericolosa: a volte magari la trovi.

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