Aria fritta

La nebbiosa ipocrisia del tanto atteso raduno globale di Copenhagen , definito appuntamento epocale e, se non ultima, penultima spiaggia per combattere, far regredire e infine arrestare il temutissimo effetto serra, si è diradata rapidamente portando a nudo lo scontro geopolitico che cercava di occultare. I paesi in via di sviluppo infatti rivendicano (ca va sans dire) nientemeno che lo sviluppo. Il proprio sviluppo. Di questo scontro fa parte la contraddizione stridente tra ricchezza e povertà; tra coloro che hanno inquinato l’orbe terraqueo ininterrottamente e a ritmo accelerato per almeno mezzo secolo per garantire il proprio benessere economico in termini di reddito procapite disponibile e coloro che non hanno potuto, fino ad ora, farlo. Per ridurre la faccenda ai minimi termini le cose stanno così: da un lato nei paesi industrialmente avanzati si diffonde sempre più (giustamente) una larga sensibilità ambientale essendo stato generalmente assicurato da ormai molto tempo (al netto degli effetti di nuova povertà resi più evidenti dalla crisi in atto) il pranzo e la cena, dessert compreso; dall’altro i paesi poveri e anche i grandi paesi in via di sviluppo accelerato , come Cina, India, Brasile, aspirano a raggiungere il benessere che ha caratterizzato lo sviluppo nel nord del globo. Da qui ne deriva che la questione ambientale pur essendo finalmente percepita come problema globale che travalica frontiere e coinvolge i ricchi come i poveri non è mai stata, non è e non sarà anche in futuro neutra dal punto di vista sociale. In altri e più chiari termini non è vero che la questione ambientale, anche dopo la fine del famigerato novecento, non è né di destra , né di sinistra. Certo l’aria non ha confini. Peccato però che i confini tra ricchezza e povertà,nonostante lo crescita di grandi aree del mondo restino ben tracciati quando , per la prima volta nella storia, oltre un miliardo di persone sopravvivono sotto la soglia di povertà nonostante i risultati ottenuti grazie alla crescita delle potenze emergenti nel sud del pianeta. In un tale contesto è evidente e del tutto comprensibile che i paesi in via di sviluppo aspirino a far ciò che altri , più fortunati hanno già fatto. Compreso il diritto alla propria quota d’inquinamento. Per rispondere positivamente ad un tal rivendicazione mantenendo a livello globale una sostanziale coerenza con gli obiettivi di riduzione dell’inquinamento c’è una sola strada. Si tratta di finanziare , da parte dei paesi ricchi, uno sviluppo sostenibile nel sud del mondo, dimostrando così , nei fatti, che è oggi tecnicamente possibile raggiungere un accettabile livello di benessere economico anche abbattendo il rilascio di CO2 nell’atmosfera. In questo modo non sarebbe necessario per i paesi in via di sviluppo seguire tutte le fasi storiche d’industrializzazione del Nord per assicurare almeno pranzo e cena, se non dessert ai poveri della terra. Purtroppo ciò significa mettere a disposizione una massa critica di risorse che inevitabilmente sarebbero sottratte all’attuale stile di vita di coloro che vivono nel nord ormai postindustriale. D’altro canto tutte le strategie di lotta alla povertà tramite il cosiddetto APS(aiuto pubblico allo sviluppo) sono miseramente fallite. Qualcuno (non ricordo più chi) ha detto che tali strategie, dal punto di vista degli effetti concreti, si sono tradotte nel deprecabile stato di fatto secondo cui “i poveri dei paesi ricchi hanno finanziato i ricchi dei paesi poveri”. Esatto. I dati dimostrano che questo è il risultato di almeno trent’anni di aiuti ai paesi perennemente in via di sviluppo. Da qui forse, l’ulteriore ipocrisia nordista, europea e occidentale che giunse a suo tempo a coniare una nuova eufemistica definizione, quella di PMA: paesi meno avanzati . Si tratta di coloro che sono nella merda fino al collo senza speranza alcuna di uscirne mai. In queste condizioni appare semplicemente poetica (ancorché giusta in linea di principio) la proposta del responsabile della Commissione europea per i cambiamenti climatici, secondo cui è necessario che nuovi aiuti afferenti all’ambiente debbano consistere in soldi freschi e aggiuntivi rispetto ai fondi normalmente destinati ai paesi in via di sviluppo. Temo che ciò non avverrà. Il tanto strombazzato summit di Copenhagen si conclude in un soffio di aria fritta ulteriormente immessa nell’atmosfera.

PS. Solo quando dovesse verificarsi una straordinaria, ravvicinata e drammatica emergenza globale ci si deciderà forse, e sarà naturalmente troppo tardi, a metter mano ad un nuovo modello di sviluppo. Per il momento si rilancia in Italia il nucleare. Già è in atto una campagna propagandistica volta ad attenuare fino a far scomparire nell’opinione pubblica la grande paura di Chernobyl. Il nucleare di terza generazione(?) è pulito, come si sa. Ed è anche ormai sicuro. In più ci emancipa dalla dipendenza energetica e così via proseguendo con criminogene balle. Quanto ai costi della costruzione e, dopo poco meno di vent’anni, dello smantellamento degli impianti e infine dello stoccaggio delle scorie non se ne parla. Ma si sa in una penisola non mancano tratti di mare in cui affondare rifiuti radioattivi. Magari con l’aiuto delle varie mafie. Lontano dagli occhi , lontano dal cuore.

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