Archive for gennaio 2010

Il Re è nudo.

gennaio 30, 2010

Il re è nudo. Un progetto mal concepito, intempestivamente varato e peggio condotto, in soli due anni e tre segretari, ha esaurito la sua spinta propulsiva. La quale consisteva sul piano “ideale” semplicemente nella necessità di andar via dalla sinistra il più in fretta possibile. Su quello programmatico, in coerenza con quest’impianto ideale, il partito nuovo pose al centro l’obiettivo di una riforma del sistema politico, da attuare con una convergenza bipartisan, in senso bipartitico. Con gli applausi dell’establishement, il PD, in coerenza a un tal disegno “epocale”, subito si dimostrò intransigente nell’affermare la sua vocazione maggioritaria. E si disinteressò alquanto alla sorte di un “governo amico”- varato con la variopinta e risicata maggioranza dell ‘Unione- che difatti cadde. Ma è storia , anzi cronaca nota. Adesso con Bersani è in corso un’operazione di revisione : dal bipartitismo al bipolarismo; dal meglio soli che mal accompagnati, all’alleanza con l’UDC oltre che con l’IDV e con una sinistra  ecologica e libertaria considerata innocua. Ma s’è fatto tardi ormai. Pezzi di centro se ne sono andati a seguire la loro vocazione fondando un nuovo partito. (Va notato che stavolta nessuno si è scandalizzato per la nascita di un nuovo partitino).Intanto la miriade di sodalizi e gruppi interni (vedi anche alla voce balcanizzazione) che di tanto arricchisce la vita democratica del PD s’appresta ad arrotar coltelli per l’inevitabile resa dei conti post elettorale. In quest’ambito, mentre i democratici che costituiscono la base del PD s’appassionano a difendere la taumaturgica bontà delle primarie in salsa italiana, Walter spiega che lui non è Garabombo l’invisibile (vedi il meraviglioso libro di Manuel Scorza) e s’appresta a dar battaglia con una sua Fondazione. Mica ce la può avere solo D’Alema la Fondazione! Il quale D’Alema, l’altra sera a Modena, si è intrattenuto a razionalizzare a posteriori la cocente sconfitta personale subita nella sua Puglia. Eh, certo c’è sempre un’intelligenza all’opera anche nella sconfitta. Tutto sta a scorgerla. E i democratici applaudono sia il primo che il secondo. Partitamente. Intanto Bersani alza i toni su processo breve e dintorni incalzato dallo scaltro Di Pietro ferinamente calato a Bologna la settimana scorsa a rivendicare le dimissioni del sindaco. Si sperava che Bersani potesse almeno dare un colpo di barra se non proprio invertire la rotta. Si sperava insomma che si potesse quantomeno avviare una revisione critica. Solo che l’operazione tentata da Bersani è subito apparsa contraddittoriamente ,ad un tempo, radicale e pudibonda .Troppo radicale per Rutelli che se n’è subito andato,ma anche per i veltroniani doc che certo non se ne vanno potendosi peraltro intestare , con qualche buona ragione , la nascita del PD. (Va ricordato che il progetto di fusione tra DS e Margherita era già morente quando fu chiamato Veltroni a rianimarlo con terapia d’urgenza). Troppo timida, implicita e sotto traccia l’opera di Bersani per quanti invece pensano (io sono tra questi) che, per cambiare uno stato di fatto deludente e persino disperante occorra preliminarmente ammettere una falsa partenza. O almeno la crisi conclamata di un progetto politico. In sostanza Bersani non può stare più a lungo in bilico. Anche la storia del partito plurale (e che sarà mai?) o del nuovo Ulivo fa venire il mal di testa. Le mezze misure alla lunga uccidono il malato. C’è, con ogni evidenza un progetto da rifondare su basi altre e diverse. Questo è il segnale da dare: forte e chiaro. Qualcuno ancora se ne andrà , ma è verosimile che molti di più torneranno o arriveranno per la prima volta nel PD. Specie quando il PD si disporrà ad accogliere al suo interno le ragioni elementari e sempiterne della sinistra senz’altri aggettivi. Abolendo ogni settarismo di partito. Se invece ci s’accontenta di mostrare soddisfazione per l’andamento del tesseramento (l’ho sentita e anche detta mille volte questa)….allora : buonanotte ai suonatori.

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Il retroterra.

gennaio 28, 2010

Su “il Fatto Quotidiano” di oggi, Travaglio si dilunga, da par suo, a spiegare che nel PdL non ci si dimette neanche quando si è rinviati a giudizio, o condannati per favoreggiamento nei confronti di mafia o camorra. La lista è invero lunga e significativa assai. Nel centrosinistra invece ci si dimette per “scandaletti da film di Jenny Tamburi e Bombolo”. Giusta osservazione. A Bologna peraltro non sono poi pochissimi coloro i quali ritengono che Del Bono non avrebbe dovuto dimettersi sol per il fatto di esser nella condizione d’indagato, quindi innocente fino a prova contraria. Sembra che anche il sindaco la pensasse in questo modo. Salvo cambiare repentinamente idea dalla sera alla mattina. E , in effetti, anch’io ritengo che in linea generale non ci si deve dimettere per un avviso di garanzia, salvo fattispecie criminose che suscitano ben altro allarme sociale rispetto ad una vicenda che , per il momento riguarda un’eccessiva disinvoltura nel gestire, (sia pure col sospetto di un uso improprio di risorse pubbliche) la conclusione di un rapporto, per così dire, personale. Questo in linea generale. Solo che a Bologna ciò che altrove non susciterebbe nessuna particolare e prolungata attenzione, “laicamente” considerando che così fan tutti, assume immediatamente un ben diverso spessore , d’ordine etico e morale. Il quale , a sua volta, impone una e una sola decisione politica. E’, essenzialmente, questa consapevolezza che alla fine ha consigliato a Del Bono e al PD di procedere rapidamente all’annuncio delle dimissioni. La sensibilità media dei bolognesi avrebbe mal tollerato che un sindaco comunque “chiacchierato” s’inchiavardasse sulla poltrona di Palazzo D’Accursio. Così come non credo che l’opinione pubblica abbia ben accolto l’iniziale slittamento berlusconiano secondo cui Del Bono è stato votato dai cittadini e dunque la magistratura svolga pure il suo ruolo ma la politica tira avanti comunque. “Non mischiamo la politica con le vicende giudiziarie”, anche questo ci si è lasciati sfuggire sotto botta. Frase che ben si presta ad essere variamente e, per lo più, malamente interpretata. La verità è che a Bologna non è consentito neppure ciò che altrove verrebbe rapidamente declassato e infine archiviato nella memoria dei più ad una storia di amorazzi gestita con “leggerezza” senza particolare importanza. Una volta su questo blog (o in quello precedente), mi dilungai a notare quanto grave (nel senso di pesante e faticoso) fosse ancora da portare il fardello del mito di Bologna. Va ricordato che la sinistra in Italia , all’opposizione per mezzo secolo, non voleva “fare come in Russia”, bensì fare come a Bologna. Difficile ancor oggi prescindere da questo retroterra. Eppure da tempo si era giunti ad un bivio. Da prima ancora della vittoria di Guazzaloca nel 1999 per intenderci. E in quel bivio si è avuta anche una bipartizione del confronto interno alla sinistra bolognese . Vi era chi puntava ad una normalizzazione in chiave modernista che includeva ,seppur in via indiretta e in forma implicita, di declassare a vecchi tabù talune “rigidità” che s’opponevano alla necessaria innovazione. Il buon governo? Sì va bene, ma non basta più. La linearità e l’onestà nei comportamenti, la trasparenza garantita da un alto livello di partecipazione e controllo dei cittadini sull’operato delle amministrazioni? Sì va bene, ma tutto ciò deve esser dato ormai per scontato, viceversa si traduce in un vero e proprio ostacolo all’efficienza e all’innovazione. Ad un certo punto nessuno poteva più permettersi di iniziare e finire un discorso senza pronunciare per enne volte la parola magica :innovazione. Forse per questo il gattone Guazzaloca, scaltramente rifacendosi alla tradizione, riuscì a catturare qualche voto anche da un certo numero di elettori di sinistra. Dall’altra parte vi era chi perorava (confusamente assai) la causa di una nuova “narrazione” da parte della sinistra che potesse ricollocare (brutta parola, d’accordo) tutta una tradizione di buon governo nella nuova epoca del post guerra fredda rendendola di nuovo fertile di idee e progetti. Confusamente ho scritto. Perché se da un lato non si negava l’esigenza di rinnovare anche radicalmente tutta un’esperienza di governo che non poteva più contare sulla rendita ideologica del passato, dall’altro non si voleva correre il rischio di buttar via il bambino con l’acqua sporca. Un passaggio complicato alquanto da effettuare, per di più, entro un contesto di riferimento stressante, caratterizzato dalla sollecitazione continua, anche da parte dei media, a “svecchiare”, a utilizzare “competenze”, a valorizzare “società civile” (leggi, non cittadini ma essenzialmente lobbies economiche) e , infine ,a far spazio a gestioni privatistiche dell’interesse pubblico in ogni campo . In questa stretta la lunga transizione aperta nella sinistra italiana nei vent’anni che ci separano dalla svolta della Bolognina e mai risolta ,neppure con la nascita del PD, ha tenuto Bologna sospesa, in bilico, entro una zona grigia non rischiarata neppure dalla breve incursione di un elemento esterno come la candidatura di Cofferati che ci s’augurava (da molte ingenue e generose parti) potesse tagliare il nodo gordiano che stringeva Bologna , magari riunendo in felice sintesi l’ innovazione nel governo con una aggiornata partecipazione civica. In sostanza tra la componente tecnocratica e ultra-riformista e quella che andava cercando col lanternino(io ero tra questi) nuovi presupposti culturali per rinnovare il cammino del buon governo senza poter contare su di una solida sponda nazionale, lo stallo è proseguito , tra alti e bassi (più i secondi dei primi) fino ad oggi. E nessuno, proprio nessuno tra coloro che hanno avuto responsabilità politiche o di governo può trarsi facilmente d’impaccio. Epperò,alla fin dei conti, Bologna resta , a suo modo e ancor oggi diversa. L’idea che chi regge la cosa pubblica debba esser al di sopra di ogni sia pur minimo sospetto si è profondamente radicata in un’intera comunità. E anche nella sua componente più giovane . Non mi sembra un male. E non mi sembra neppure un riflesso di conservazione tout court. Ciò è essenzialmente dovuto al semplice fatto storico che quel (proverbiale) bambino, di cui sopra, non fu mai gettato via. Il che non esclude la presenza di qualche pozza d’acqua sporca. Dubito si tratti però , di residue tracce lasciate dalla risacca ideologica ante 1989. Semmai , se di ideologia si deve parlare , sarà utile tener conto che un’altra ideologia ha dettato legge (e comportamenti concreti) in questa lunga transizione e che da quest’ultima Bologna (insieme al resto del mondo) non è certo stata indenne. Lo dico (anzi lo scrivo) poiché vedo che Cofferati non esclude, addirittura, la possibilità che, dalla vicenda personale di Del Bono, si profili “un sistema”. Se è così forse qualcuno poteva (non dico doveva) scorgerlo anche nei cinque anni del suo mandato. Sia come sia,mi rendo benissimo conto che bisogna guardare al futuro. Va bene. d’accordo. Ma è dura da bestia. Tutti ce ne rendiamo conto. Ma proprio per questo è ora di smettere di banalizzare la necessità di un passaggio al futuro spazzando sotto il tappeto gli errori del passato. E’ questo atteggiamento tra l’altro, una delle cause della falsa partenza del PD. Classi dirigenti vecchie (non sempre anagraficamente) e per di più non particolarmente perspicue non faranno politiche nuove. Non ne sentono la necessità. Anzi , all’opposto cercheranno di affrontare la GRANDE CRISI (di questo si tratta) con mezzi ordinari. A meno che Bersani, non assuma direttamente l’onere di una decisione straordinaria. Fossi in lui non esiterei anche a proporre il candidato. Primarie o non primarie. A Bologna il PD e lui stesso si giocano,nientemeno che la pelle. La Puglia a confronto è roba da ridere:piccole scorticature, per quanto dolorose. Già la volta scorsa (son passati solo mesi) mi era venuto in testa che si fosse capita la necessità di ricorrere nel post Cofferati ad un candidato forte di cui avanzai anche il nome . Mi sbagliai. Ma sbagliarono molto più loro: quelli che dovevano decidere. Stavolta non avanzerò nomi. Non vorrei che giusto per non darmi ragione assumessero il comportamento del castoro narrato da Gramsci. E tutto ciò, al netto di una difficoltà che non sarà comunque superata solo dalla scelta del miglior candidato possibile.

PS. Per quanto riguarda gli altri, gli avversari tutto mi sembra ormai abbastanza chiaro.PDL+lega+ UDC con relativo candidato. Se ci riescono!

Per chi suona la campana?

gennaio 26, 2010

Mah. Giungo alle conclusioni che o io non capisco proprio più la politica, oppure nel PD sono fuori dai coppi. Livia Turco: <Massimo ha fatto bene.Non c’è alternativa all’alleanza con i centristi>. Neanche di fronte allo smacco pugliese, i realisti del PD riprendono contatto con la realtà. Un tempo era proprio il realismo politico che portava a considerare che quando si perde una partita così rilevante come quella voluta e imposta dal PD in Puglia da qualche parte si era senz’altro sbagliato. Ma procediamo con (relativo) ordine. Il PD si presentò alla sua prima campagna elettorale all’insegna dell’autosufficienza con la veste della “vocazione maggioritaria”. L’unica idea riconoscibile, alla quale tutto veniva sacrificato e posto in secondo ordine, era quella di rendersi disponibili ad una riforma in senso nettamente bipartitico del sistema politico italiano per uscire, con un accordo bipartisan, dalla lunga transizione apertasi con la fine della prima repubblica. A ciò s’aggiungeva una sorta di tardo-blairismo (mentre Blair era già politicamente morto e sepolto) che consigliò tutti i dirigenti del neonato PD a non pronunciare mai l’ormai “sinistra” parola Sinistra. A Berlusconi non parve vero di poter accettare la sfida “riformista” che veniva portata sul suo terreno d’elezione. Si sa come andò rapidamente a finire, nonostante una performance elettorale del PD, che per quanto al di sotto delle aspettative generate anche da una mirabile propaganda (“ stiamo realizzando una formidabile rimonta”) fu, tuttavia, tutt’altro che disprezzabile. Epperò ben distante dal rendere credibile un confronto alla pari con un centro-destra che mentre plaudiva al coraggioso progetto di Veltroni manteneva ben saldo il suo sistema dall’alleanze . Da questo fallimento strategico , dopo l’intermezzo “radicale” di Franceschini che, a differenza del suo predecessore, si sgolava da mane a sera contro Berlusconi è subentrato Bersani con una linea del tutto diversa che riassumo in breve. Le alleanze. Il PD non pretende più di vincere da solo e rientra nell’alveo di una visione più realistica e conforme alla storia nazionale : non più bipartitismo, ma bipolarismo. La sinistra non è più parola impronunciabile, anche se Bersani ne ha sempre dato una versione transunstanziata . Un po’ come quei militanti del PCI che aderendo alla svolta dell’89 dicevano di conservare pur sempre il comunismo nei propri cuori. Inoltre ,con l’elezione di Bersani, c’è un evidente cambio di linea politica sostanziato anche da un tentativo di maggior attenzione alla questione sociale. A ciò s’aggiunge un’evidente presa di distanze dall’antiberlusconismo urlato di Franceschini. Si lascia cioè aperta la via ,non più del dialogo veltroniano (“dialogo è una parola malata”) ma del confronto sulle famose riforme. Si accetta la sfida non dialogando ma confrontandosi in parlamento. Intanto Violante, ormai molto apprezzato nel PdL prepara bozze dietro le quinte. Se non è zuppa è pan bagnato. Ma questo è un altro discorso. Ciò che spicca è la questione delle alleanze. Quella che ha visto il PD soccombere a Vendola. Concentriamoci dunque su questo punto. Tranquilli non la faccio troppo lunga!Come affronta la nuova direzione del PD sotto l’egida di D’Alema la questione delle alleanze? E’ presto detto : inseguendo il passato senza accorgersi benché minimamente che proprio su questo punto c’è bisogno di un passaggio al futuro considerando analiticamente un presente molto cambiato , da molto tempo. Insomma con una logica restauratrice anche rispetto alle suggestioni positive o comunque volenterose che si erano pur aggirate nelle migliori versioni relative alla necessità di un partito nuovo. Cosa diavolo c’è di innovativo nel riproporre in una situazione del tutto cambiata e persin stravolta sul piano sociale un’idea della politica delle alleanze del tutto statica , novecentesca, verrebbe da dire parafrasando la melopea che accompagnò la nascita del PD? La verità è che nel PD si pensa ancora che un’alleanza politica si possa proporre impunemente, prescindendo da un senso comune ormai molto diffuso che non obbedisce più da gran tempo alle logiche degli stati maggiori. La gente ragiona in un altro modo, vive la politica in un altro modo, solo un’ormai ristretto ceto attivistico s’acconcia a fare una del tutto virtuale conta di voti sulla carta. PD+UDC+Di Pietro e avanti coi carri. NO. Non è così che funziona. Non ci sono più partiti in grado di farsi obbedire dagli elettori. Non a caso proprio ieri sera Vendola se n’è venuto fuori con una gramsciana “connessione sentimentale” alludendo (così mi pare) ad una politica che non rinuncia al ruolo di “fertilizzazione” del terreno sociale. Complicato? Non poi tanto. Si può, più sbrigativamente, cercar di capire che dalla dinamica sociale odierna viene una domanda (più o meno direttamente espressa) di una politica altra e diversa che sottopone le alleanze al rigoroso vaglio di un progetto socialmente condiviso. Il centro si conquista assumendo questa consapevolezza e non attardandosi in ormai decrepite tattiche politiciste. Lo dimostra il fatto (lo diceva Carofiglio senatore PD) che alle primarie sono andati a votare anche elettori di centrodestra, ma non per inquinarne l’esito bensì convinti di votare Vendola anche nelle elezioni secondarie. E così,potrebbe persino avvenire che un comunista, cattolico, omosessuale possa sfondare al centro, o più verosimilmente conquistare comunque più voti, di quanto possa farlo un PD che si muove sul terreno delle alleanze politiche come se nulla fosse cambiato nella testa delle persone o se volete nella soggettività di classi e gruppi sociali.(mi scuso per questa “soggettività). Aggiungo ancora che quest’abbozzo di ragionamento vale anche al netto della particolare abilità e intelligenza di un Vendola che consiste nell’aver compreso il berlusconismo (carisma +populismo) fino al punto da poter , almeno in Puglia, rovesciarlo a suo favore. Si può discutere naturalmente su quell’appello alla “connessione sentimentale” che al limite se mal agito, può portare ad esiti anche sorprendenti e non voluti, tuttavia resta valido e moderno quell’approccio soprattutto a fronte di un partito nuovo nato vecchio. Infine, e poi smetto di tediarvi, va notato che una riflessione su questi temi andrebbe condotta anche a Bologna, dove da almeno un decennio non se n’imbrocca una che è una. Non è semplicemente questione di persone. E’ piuttosto problema che riguarda una logica conservatrice e autoreferenziale del PD cui s’accompagna una disinvolta propensione trasformistica di cui sempre più elettori s’accorgono. Il PD a Bologna come altrove pensa a sé stesso , ai suoi equilibri interni, alla sua posizione di potere (legittimamente acquisita beninteso)insomma a conservarsi proprio mentre si consuma poco per volta nell’assenza di un progetto politico in grado di far luogo ad una riconoscibile identità. Un partito senza fissa dimora ha detto Diamanti, o come mi sovvenne di dire una volta, in modo più prosaico e granguignolesco : un partito disossato. Sbaglierò, ma mi sembra che la campana pugliese rintocchi già anche sotto le due torri.

Anatra zoppa

gennaio 25, 2010

Sabato scorso ,interpellato da L’Espresso, a proposito delle dimissioni del sindaco di Bologna , ho risposto con una sola frase.<Nella situazione bolognese Del Bono è ormai l’ultimo domicilio conosciuto>. Mentre si attende l’esito del consiglio comunale che aprirà i suoi lavori tra breve, sembra che mi sia sbagliato. Si dice addirittura che il Sindaco rassegnerà le sue dimissioni o che quantomeno le inserirà (a differenza di quanto aveva dichiarato solo due giorni fa) nel novero delle cose possibili. Vedremo tra qualche ora. Intanto continuo a ritenere che quella mia frase che esprimeva un certo scetticismo sulle dimissioni, continui a riassumere ,icasticamente, un’analisi della situazione non troppo distante dalla realtà. Mi sembra arduo , infatti, sfuggire al dato di fatto conclusivo di un ciclo discendente che si è aperto clamorosamente nell’ormai lontano 1999 ma che era in incubazione da molto tempo. In questo periodo ,( lungo per i tempi della politica), il centrosinistra e, segnatamente prima i DS e poi il PD, ha (per dirla in modo diretto) sbagliato nella scelta dei candidati. Diversamente sbagliato , ma pur sempre sbagliato. A meno che non si consideri azzeccata la scelta di Cofferati. Dopo Guazzaloca si torna a vincere, prima con Cofferati e poi con Del Bono , ma (sempre per ragioni diverse) non si afferma un progetto di governo per Bologna. Del Bono rappresentava il ritorno alla normalità. La restaurazione ,non carismatica, ma pragmatica di una normale amministrazione nel solco storico del buon governo contando anche sulla solida sponda della regione. La scelta , entro l’asse di governabilità del PD bolognese, fu compiuta da  Errani con la partecipazione straordinaria di Prodi e Bersani . Un endorsement di notevolissimo rilievo cui obtorto collo si acconciò lo stesso Cofferati. Le primarie all’emiliana (molto diverse da quelle pugliesi ), confermarono come sempre la scelta compiuta. Ora se in Puglia D’Alema esce  sconfitto, e , in seconda fila anche Bersani, a Bologna con le eventuali dimissioni di Del Bono ne risulterebbe sconquassata l’intera  plancia di comando del PD. Non sembra un evento di poco rilievo. Per ciò, al di là della vicenda personale del sindaco in carica, mi sembra complicato imporre a Del Bono le dimissioni e restarne indenni. Le dimissioni del sindaco renderebbero esplicito un fallimento tutt’altro che contingente. Segnerebbero , con ogni probabilità , la fine di un ciclo storico-politico, mettendo, contemporaneamente, a nudo la precarietà e la debolezza del progetto politico del PD nel punto di suo maggior consenso. Per questo avevo pensato, fino a ieri, che nel PD si sarebbe scelta un’altra strada , quasi obbligata nell’imminenza delle elezioni regionali: quella volta a cercar di curare nel tempo l’anatra zoppa. Comunque se non si adotta la strategia della riduzione del danno, significa che gli uomini al comando nel PD non la ritengono più realistica. In questo caso (e qui Del Bono c’entra ,come suole dirsi a Bologna ,solo fino a mezzogiorno) uno come me si augura che , anche con riferimento al contesto nazionale, dopo le regionali si riapra una riflessione impietosa e finalmente critica sulla nascita del partito mal nato. Solo così i maggiorenti del PD potrebbero giustificare il sacrificio di Del Bono che loro stessi hanno scelto e per il quale hanno garantito tutti noi. La speranza è sempre l’ultima a morire.

PS. Ore 16,30.E’ già successo. Il sindaco si è dimesso. Mi sembra , al momento che il PD si sia piegato, dopo la batosta pugliese, alla richiesta di Di Pietro che  è giunto a Bologna oggi per rivendicare le dimissioni di Del Bono. Purtroppo Del Bono nella sua conferenza stampa  ha smozzicato qualcosa intorno all’uso della giustizia nella lotta politica. Bah!

Cinzia-gate?

gennaio 20, 2010

Ci sarà tempo per farsi un’idea più precisa e commentare con informazioni più complete e veritiere il cosiddetto Cinzia-gate. Posto che esista davvero un Cinzia-gate.Del che è del tutto lecito dubitare. Per il momento noto due aspetti: uno positivo e l’altro meno. Il primo è dato dalla richiesta del Sindaco di essere ascoltato al più presto dalla Procura. E’ non solo un suo diritto, di fronte al clamore sollevato dalla vicenda, ma anche una legittima aspettativa che accomuna quanti hanno votato per Del Bono. Non si può star in ballo, appesi al filo dei sospetti, delle maldicenze e degli attacchi degli avversari politici molto a lungo. Pena un danno politico e d’immagine rilevante e non facilmente rimediabile. Di ciò gli operatori di giustizia , nella misura del possibile, devono farsi sollecitamente carico. Il secondo è , appunto meno positivo. Riguarda la tentazione che sembra emergere (da alcuni commenti, anche on line), di serrare le file opponendo una sorta di ragion di partito al dibattito pubblico. Commenti del tipo :se ne deve parlare nelle sedi deputate e opportune. E quali sono di grazia tali sedi? O altri, velleitari al massimo grado, come :continuiamo a lavorare e non curiamoci di questi veleni. Ho trovato anche un Borelliano : resistere, resistere, resistere, alquanto fuori misura. E c’è persino chi afferma che la giustizia deve stare alla larga dalla politica. Di questo passo ciò che vale per l’avversario non rileva per il “partito nuovo”. Dopodiché non ci si lamenti se, tra i cittadini aumenta la propensione a far di tutta l’erba un fascio. In tal contesto capisco solo fino a un certo punto la battuta di Renato Zangheri (posto che sia riportata correttamente dai giornali) secondo cui “Quanta energia intellettuale si spende dietro questa questione”. Se si vuol segnalare che sono all’opera speculazioni politiche volte ad attaccare in modo improprio l’attuale amministrazione, ebbene ciò è del tutto scontato. Coi tempi che corrono ( ma anche in quelli passati) pare ovvio, anche se non certo edificante, che l’opposizione si aggrappi all’insperato “aiuto” fornito da questa vicenda. Dal lato del PD tuttavia mi sembra sbagliato dare l’impressione di una qualsiasi reticenza . Anche perché è francamente illusorio, al punto in cui son giunte le cose, adottare la tecnica dello struzzo, ovvero:continuiamo a lavorare e non ci curiamo d’altro . Non lo fa , giustamente, Del Bono, consapevole del rilievo ,ormai immediatamente politico ed elettorale (dato anche il contesto generale in cui avviene la lotta politica in Italia) che minaccia di assumere l’accusa di Cazzola e sodali. Non lo possono certo fare i democratici. Se non altro per non smentire in radice gli approdi riformistici (reali o presunti) che hanno portato alla nascita del PD. Non si può dare l’impressione che tutte le sofisticate analisi sulla società aperta, l’opinione pubblica, le primarie, la trasparenza e via dicendo diventano pura chiacchiera quando si è sotto attacco.

La riabilitazione di Craxi.

gennaio 15, 2010

Siamo in clima di piena riabilitazione di Bettino Craxi. Devo dire che non sono contrario al revisionismo storico . Nessuna persona ragionevole può esserlo. Man mano che passa il tempo gli storici nel loro lavoro di scavo metodico e consentendo (a volte) una ricontestualizzazione di figure , personaggi e fatti negli avvenimenti di epoche passate, possono restituire approcci più distesi , conclusioni , sempre parziali,comunque più veritiere. Solo che il revisionismo in atto è puramente politico, dunque contingente e strumentale . Lo dimostra la gaffe di Cicchitto che, nel corso di una dichiarazione ai tiggì ,in un moto improvviso e irrefrenabile dell’animo scambia Craxi con Berlusconi. Insomma si piega la figura del primo agli interessi del secondo. L’operazione, al momento è tutta qua. Basti aver ascoltato le rozze parole di Minzolini per rendersene pienamente conto. Per questo penso che a dieci anni dalla scomparsa di Craxi sarebbe  più opportuno riflettere,  alla luce degli avvenimenti attuali, sul craxismo più che sulla figura dell’uomo Craxi. Per esempio si potrebbe rintracciare il filo tenace che lega il craxismo, e cioè un certo modo d’intendere la politica e di praticarla anche nell’azione di governo, al berlusconismo. Non è un caso che molti ex socialisti siano parte integrante del gruppo dirigente e obbediente del partito di Berlusconi. Chi scrive ha avuto modo di confrontarsi proprio negli anni ruggenti con la nascita del craxismo . Oh, premetto che quando osservavo lo stile e il linguaggio di Craxi  non potevo far a meno di riconoscere i tratti di una leadership innovativa che usciva nettamente dagli schemi paludati dell’epoca precedente. Piccole cose forse, ma illuminanti di una figura nuova di politico. Ricordo Craxi uscire, di fronte alle telecamere, da uno dei tanti incontri di  vertice mentre si sta per affidare l’incarico per la formazione di un nuovo governo. <come valuta la situazione On Craxi?> Risposta del tutto fuori ordinanza. < Strisciano serpi sotto le foglie..> Una sola frase sfronda radicalmente le tortuosità del politichese per dare, plasticamente, a chi ascolta il senso pieno dell’intrigo e dei veleni che circolano nello scontro politico in corso. Non mi dispiaceva quest’approccio tranciante, a fronte dell’ arzigogolato e ipocrita diplomatismo dell’epoca precedente. E per di più ero costretto ad apprezzare l’abilità di Craxi nel circondarsi di un gruppo dirigente giovane, composto di persone di indubbia capacità professionale, posto che io continuo a ritenere che la politica è anche una professione, oltre che una vocazione. Insomma i Martelli, i De Michelis, e su un gradino più in basso (chiedo scusa ) i Signorile e gli Intini erano gente in grado di dare filo da torcere, non solo ai notabili democristiani ma anche ai grandi vecchi del PCI (chiedo scusa anche a loro). Quello che non mi è mai  piaciuto era invece l’estrema disinvoltura e l’eccesso di pragmatismo, che s’accompagnavano al nuovo corso e la scanzonata, esibita arroganza  con la  quale costoro perseguivano la loro ascesa politica. Non dico che tutti i mezzi erano buoni, ma quasi. Per di più quando si scendeva per li rami, ti trovavi spesso di fronte alle loro caricature : nelle regioni, nei comuni, ovunque. Individuavi subito i piccoli Martelli e così via. Molti, troppi di questi, erano entrati in politica avendo sciolto (chi più chi meno) gli ormeggi tra professionalità e vocazione . Anche in Emilia-Romagna il problema costante era quello di sgomitare, aprire spazi , e più concretamente guadagnare posizioni tramite la conquista di posti. Posti e posticini di potere, ad ogni livello, comunque, dovunque. Grandi o piccoli, non importava. Importava far vedere che una relativamente esigua  forza era in grado di sfidare l’egemonia comunista tramite l’occupazione di un potere concreto da cui agire per guadagnare clienti e consenso. In questo clima in troppi si limitavano a usare la politica come un autobus nel quale accomodarsi per migliorare il proprio personale welfare. Al punto che tante volte ho dovuto respingere a male parole quelli che , nell’allora PCI, mi dicevano qualcosa del tipo: <dobbiamo smetterla di fare i moralisti, dobbiamo fare come i socialisti, non è possibile ritrarsi e rinunciare..siamo più grandi e più forti..>Rinunciare a cosa esattamente se non ad una lunga tradizione di sostanziale correttezza e di autoregolazione della propria forza nella gestione del potere locale, in nome del così fan tutti? Di questo si trattava. Insomma la mia documentabile impressione è che a un certo punto, anche a Bologna e in Emilia-Romagna gli argini del buon governo fossero già messi in pericolo dall’alacre scavo di molte talpe. In chiaro: la tentazione di fare come i socialisti era ormai giunta ad un punto critico. Eravamo vicini all’effetto palla di neve. Maledettamente vicini! Anche per questo decidemmo di porre un freno , prendendoci un rischio politico non piccolo. Per la prima volta a Bologna varammo una giunta monocolore per il tempo necessario ad arrivare alle elezioni . Ricordo ancora le parole di Boselli , persona che stimo, il quale dichiarò alla stampa che la rottura era stata provocata dai comunisti perché “Zani trattava con l’orologio in mano”. Vero. Dopo una lunghissima estenuante  manfrina, caratterizzata da un “confronto programmatico” surreale, finalmente a mezzanotte in punto,  presi atto, con  faccia fintamente amareggiata, che non era possibile raggiungere un accordo. E fu un bene. Per tutti. Anche, e forse soprattutto, per i socialisti bolognesi.

PS. Naturalmente anche i socialisti, o almeno la parte maggioritaria di loro, si attendevano un tal esito, dato che puntavano ad ottenere il sindaco della città dopo la rottura. Sbagliarono i conti. Ma questa, come direbbe Luccarelli è un’altra storia.

La banda armata.

gennaio 14, 2010

Intendiamoci. Parlando della banda della Uno bianca dopo tanto tempo, non ho nessuna pretesa di conoscere la verità. Né intendo in alcun modo mettere in discussione dopo vent’anni l’operato della magistratura inquirente e giudicante. Magistrati e giudici hanno fatto il loro dovere. Semplicemente  ho , da sempre, una convinzione almeno in parte diversa. Come ho già argomentato ritengo che la banda della volante 4 sia stata dirottata secondo scopi in parte (forse addirittura in gran parte) ignoti anche ai loro componenti. In gran parte , ma non del tutto. Ritengo che gli assassini, e in particolare il killer Roberto Savi, non abbiano detto tutta la verità, sul proprio sanguinoso operato. Anche per questa ragione, oltre che per la particolare efferatezza dei crimini da loro commessi, gli assassini devono rimanere reclusi. Questo è lo scopo che mi ha mosso a rinvangare una vecchia storia. Non quello di scrivere in bozze un romanzo noir mettendo forzosamente a posto tutti i pezzi del puzzle. La cosa non mi tenta. Per molte ragioni. La prima delle quali riguarda la serietà e il rigore cui si deve attenere chi ha ricoperto a lungo un ruolo pubblico. Flash back dunque. Nulla di più. Illuminanti o meno non saprei. Giudicate voi. Ma da dove vengono questi ricordi? E perché li ho mantenuti così vividi nella mia mente e custoditi frammentariamente in vecchie carte? Forse c’è un inizio. Si tratta di un’analisi del Sisde (contenuta in un rapporto annuale sulla sicurezza del paese) che, riferendosi a quanto stava avvenendo in quegli anni in Emilia- Romagna affermava (cito a memoria, ma posso sempre cercarlo tra la cartaccia d’antan) che il fenomeno criminoso in atto (cioè gli ammazzamenti della uno bianca) affondava le sue radici nella particolarità del “tessuto sociale” della regione, che si presentava troppo compatto, omogeneo e coeso. Talchè, lasciavano intendere gli analisti dei servizi di sicurezza, i fenomeni criminosi in atto si potevano inquadrare in una forma di “reazione” nei confronti di un sistema socio-economico caratterizzato da un controllo sociale pervasivo, capillare, poco elastico e alla fine oppressivo. Oggi si direbbe una sorta di reazione al “totalitarismo” del sistema di governo locale. All’epoca mi venne fatto di pensare che gli analisti dei servizi di sicurezza considerassero (forzando un po’, spero, il loro acuto pensiero sociale) la banda di assassini alla stregua di un violento gruppo anticonformista. In ogni caso il messaggio per chi aveva orecchie politiche per capire era chiaro e forte. Come dire che , alla fin fine, la responsabilità indiretta e tuttavia originaria, quantomeno sul piano storico, di quanto stava accadendo era di chi governava il territorio oggetto delle scorrerie dei poliziotti assassini. Chi è causa del suo mal…. Si deve ammettere che quel tipo d’analisi sociale era quantomeno inficiata da un approccio ideologico e per di più si rendeva pubblica in un fase particolarissima, di passaggio, nella storia d’Italia. Era il periodo in cui Stay behind era messa a nudo e l’opposizione chiedeva l’impechement del Presidente della Repubblica. E’ bene ricordarlo. Ed era anche il periodo in cui imperversavano i comunicati (tipo Brigate Rosse) della cosiddetta Falange Armata, organizzazione di cui nessuno è mai venuto a capo. La prima rivendicazione (anche le date sono importanti) di quest’organizzazione fantasma riguarda l’assassinio di un educatore del carcere di Opera l’11 aprile del 1990. In sostanza senza riandare al clima e agli avvenimenti dell’epoca è assai difficile capire qualcosa della banda Savi. Ma a mio parere , qualcuno nello Stato capiva o almeno intuiva. Sembra , ad esempio che il capo della polizia Parisi nel corso di una riunione interna avesse a definire gli episodi delittuosi della uno bianca come “microstragi” e che fosse poi costretto a smentire in seguito sol perché qualcuno dei partecipanti aveva dato questa sua versione riservata in pasto alla stampa. Per inciso, Parisi è anche colui che spiega : < un attentato terroristico serve a inviare un messaggio e se questo non è compreso l’attentato si ripete. Bologna potrebbe aver rappresentato una replica alla strage di Ustica che era passata in sordina perchè banalizzata. La natura del delitto non venne compresa. …il fatto di Ustica è avvenuto dolosamente,sicuramente vi sono state forze interne ed esterne che si sono inserite per depistare con il possibile ausilio di qualche vertice dell’intelligence militare.> Faccio sommessamente notare che è il Capo della Polizia ad affermare che “sicuramente” vi fu depistaggio e con “alta probabilità” coinvolgimento d’intelligence. Non giurerei , naturalmente, sulla bontà di questa tesi, sostenuta tra l’altro per primo da Toni Bisaglia. Lo stesso Bisaglia che morì battendo il capo sulla tolda della sua barca. Un’onda anomala in un giorno di calma piatta, come fu detto. Il fratello, se ben ricordo, un prete , sollevò dubbi sulla sua morte e morì anch’esso in circostanze non del tutto chiare. L’uomo di chiesa fu trovato annegato in un laghetto alpino con le tasche della tonaca piene di sassi. E’ troppo inserire anche tali episodi nel contesto allargato dell’epoca? Forse. E forse no. Comunque ,sempre per la verità storica, contro la tesi Bisaglia(se non anche quella di Parisi) milita un documento del Sismi di cui si viene a conoscenza nell’ottobre del 1995 nel quale si afferma che fu proprio un collaboratore di Bisaglia ad effettuare la famosa (per chi la ricorda) telefonata depistante sulla presenza del neofascista Affatigato sull’aereo caduto a Ustica. Ma a parte questa digressione di sapore complottistico resta che in molti e autorevoli personaggi dell’epoca era forte la convinzione che gli attacchi militari della banda della uno bianca fossero da interpretare come un prolungamento della strategia terroristica che colpiva Bologna dal lontano 1974. Anche un prefetto di Bologna ad un certo punto nel corso di un’audizione della Commissione stragi affermò che si era trattato di una “strage continua” , mutuando una definizione dell’allora sindaco Imbeni. E, paradossalmente (e a ben vedere) al quadro delle convinzioni in tal senso fa da cornice proprio il citato documento del Sisde. Riassumendo: autorità e organi dello Stato parlano di “reazioni violente”, di “microstragi”, di “strage continua”. E’ utile ricordarselo poiché ciò fa ancor più emergere l’interrogativo inquietante, al quale non è stata mai data risposta convincente, o anche solo credibile, o più semplicemente verosimile: perché i Savi e i loro complici hanno ammazzato, in modo gratuito e per un così lungo periodo di tempo senza che nessuno li fermasse? La domanda resta ancor oggi pienamente giustificata e del tutto legittima , se non attuale, al di là della correttezza delle  sentenze. Vabbé, adesso che il Ministro Alfano ha tranquillizzato i parenti delle vittime ci si può fermare qui. Dunque concludo la mia incursione nel passato con qualche punto che, a quanto ne so, non è mai stato davvero sviscerato. Lo faccio personalmente senza dover ricorrere a dei relata refero.
1)all’epoca fu fortemente sottovalutata la caratura di un personaggio come il brigadiere Macauda. Costui fu definito un “depistatore abituale” e come tale condannato. A parte la suggestiva definizione (mai saputo esistesse il mestiere di depistatore) costui depistò per due volte. Ma non a casaccio,bensì sempre per coprire la responsabilità dei Savi.
2) all’epoca , dopo l’incidente occorso al magistrato inquirente con la messa in stato d’accusa dei fratelli Santagata per l’agguato del Pilastro e con la conseguente, suggestiva tesi relativa alla “quinta mafia del pilastro”, fu,( forse proprio perciò) sottovalutata la pista che portava a collegare i Savi alla criminalità organizzata tramite la figura di Marco Medda , un grosso calibro che sembra fosse addirittura il luogotenente di Cutolo.
3)all’epoca, abbastanza inspiegabilmente, non si presero in considerazione segnalazioni sui Savi che avrebbero potuto por termine ai loro sanguinosi attacchi. Un solo esempio: dopo che cominciava a circolare tra gli inquirenti (soprattutto a Pesaro) il dubbio che a sparare fossero poliziotti, i carabinieri effettuarono ricerche a tappeto in tutti i poligoni di tiro e redassero un rapporto che inviarono alla questura di Bologna nel quale si allegarono le foto segnaletiche dei Savi. Non se ne fece nulla.
Si potrebbe proseguire rimestando in tutta una serie di dettagli (altre auto rubate, altri personaggi della criminalità organizzata, altre sottovalutazioni con riferimento a fatti delittuosi del tutto inspiegabili e non attribuiti ai Savi) ma mi fermo qui. Lascio agli atti (si fa per dire) per la prima volta e per intero l’idea che mi sono fatto della vicenda che si svolse tra il 1987 e il 1994. La cosiddetta banda della Uno bianca fu parte di un disegno criminoso più ampio perseguito nell’ambito di un ‘agenzia poliedrica del crimine che aveva tra le sue finalità  quella di seminare paura e insicurezza tramite l’uso del terrore.

Primarie?

gennaio 12, 2010

<Sono il signor Wolf.Risolvo problemi>. Pulp fiction a parte ,più o meno così, con pragmatico approccio emiliano, Bersani aveva dato l’impressione di poter  districare l’intricata matassa del PD. Compito,invero,difficile  anche per un uomo dotato di esperienza, duttilità e non privo d’acume e d’intelligenza politica. Qualsiasi cosa sia quest’ultima. Purtroppo il partito mal nato, nel senso che nacque scontando la morte del secondo governo Prodi e, per di più con un progetto in tutto subalterno alla visione radicalmente bipartitica messa in campo da Berlusconi , è ormai un oggetto scivoloso da maneggiare. Una sorta di blob che ti sfugge da tutte le parti. La vicenda delle primarie è ,come suole dirsi, paradigmatica. L’amalgama mal riuscito (D’Alema dixit) mancando di un progetto politico alternativo al centro destra, si buttò subito sulle primarie avvalorandone  il  potere taumaturgico. Le primarie dovevano servire a coprire un vuoto politico e l’assenza di una visione antagonista al populismo modernista e autoritario di Berlusconi. Agli iscritti e militanti si doveva concedere di poter riscegliere,in seconda istanza, gli uomini e le donne, dopo che erano stati già stati scelti, in prima istanza, nel complicato gioco interno ai gruppi dirigenti. Decidiamo noi ma diamo a voi l’impressione, tramite le primarie, di essere i veri protagonisti. Tale è sempre stata la doppiezza insita nella statuizione delle primarie. Per dirla con un francesismo si trattava di una presa per il culo. Per un partito nuovo non fu un gran biglietto da visita. Tuttavia la “volontà di potenza” dei gruppi dirigenti in Puglia, a Firenze e altrove si scontrò con un senso comune ormai diffuso secondo cui non v’era nulla di traumatico nel cambiare a furor di popolo le scelte già effettuate in camera caritatis. Adesso per le regionali la faccenda si complica ulteriormente anche per via dell’alleanza con l’UDC. Il signor Wolf dunque s’affretta a chiarire che le primarie non sono vincolanti. E la presidente dell’Umbria (che mi è simpatica per affinità caratteriali) chiarisce a brutto muso che delle primarie non gliene può fregar di meno. Non può chiedere la deroga prevista dallo statuto perché farebbe fatica(a differenza di Errani ) a raggiungere la maggioranza qualificata per poter effettuare un terzo mandato e dunque s’incarica di mettere a nudo il Re delle primarie. Le primarie vanno bene quando i militanti del PD concordano con il gruppo dirigente e viceversa. Oppure  non c’è luogo a procedere. Con tanti saluti allo statuto e alla demagogia partecipazionista che accompagnò la nascita del partito nuovo. Spiace per quanti avevano confidato , sperato e scommesso che la nascita del Partito democratico avrebbe innescato, anzitutto tramite nuove procedure democratiche, un processo a cascata di democratizzazione e riforma della politica. A tutti loro converrebbe riflettere adesso sulla politica del PD e rivendicare ,in primo luogo, una possibilità di incidere su questo piano. Della serie :dialogare con B, ovvero chiarire che un’evidenza quindicennale dimostra che non si possono fare riforme serie con chi vuole solo liberarsi dai processi che lo riguardano? Non c’è bisogno di alzare troppo i famosi “toni” per dire che dialogo vi potrà essere solo quando Berlusconi non sarà più capo del governo. E intanto darsi da fare per contrapporre una visione della società altra e diversa rispetto a quella della destra italiana. Andare controcorrente insomma è la cosa più importante per preparare un futuro per il PD e per la sinistra. Per tutto il tempo che sarà necessario. Con calma e serenità. E’ una rinuncia a far politica? No. E’ far politica in modo diverso. Nei mesi e(temo) anni che verranno, per esempio, ci sarà da dare una mano, con proposte e azioni concrete, nel Parlamento e nel paese a chi sarà duramente colpito dagli effetti sociali della crisi. Davvero non si può tentare di cambiare o almeno incidere seriamente su quella che viene chiamata l’agenda politica del paese? Poi, anche in politica, da cosa può nascere cosa. Possono meglio definirsi identità e progetti. Possono aprirsi nuove prospettive che oggi è arduo scorgere. Ma se si va al traino degli interessi del signor B e magari si guarda con diffidenza o anche solo con sufficienza a quel popolo viola che ha riempito piazza San Giovanni a Roma con la legittima e democratica rivendicazione di mandar a casa il suddetto signore, allora, non ci sono primarie che tengano.

Perdono per i Savi?

gennaio 7, 2010

I familiari delle vittime degli assassini della Uno Bianca rifiutano all’unanimità di perdonarli. A parte le considerazioni filosofiche, umane o religiose che si potrebbero sviluppare intorno alla categoria del perdono, c’è una valutazione di carattere storico-politico che viene prima di ogni altra cosa. Si tratta del giudizio che ciascuno di noi si è fatto intorno ad una vicenda come quella della volante 4. Poliziotti che più che rubare,ammazzano a man salva. A Bologna, in Emilia-Romagna e nelle vicine Marche. Chi scrive si occupò a lungo (per ragioni d’ufficio, per così dire) di quella banda di assassini. Ebbi anche l’occasione di contestare, a palazzo San Macuto, la relazione del Dottor Di Pietro allora consulente per la Uno Bianca della Commissione parlamentare sulle stragi. Il mio(lunghissimo) intervento, tutto incentratosulla ricostruzione dell’agguato al Pilastro si trova ancora sul sito della commissione. Non m’entrava in testa che i Savi avessero costituito solo “una banda di tipo familiare”, com’era scritto nella relazione dell’illustre esperto. Teste calde , fascistoidi per tradizione familiare. Delinquenti, mele marce , ma insomma nulla di più. Ancor oggi dopo le sentenze che escludono qualsiasi collegamento con un qualche tipo d’eversione o di strategia della tensione, resto convinto che i Savi non hanno detto tutto ciò che potevano e dovevano dire per poter d’accedere ad una qualche forma di perdono, da eventualmente tradurre nella fattispecie di sconti di pena. Magistrati che stimavo e che stimo ancor oggi, di Bologna e di Rimini, non hanno mai acceduto all’idea di un back stage cospirativo. Con loro parlai all’epoca. Incontrai anche, su espressa richiesta , investigatori di polizia e carabinieri. Tra questi ultimi, anche un colonnello dell’Arma, immagino dei servizi informativi. Il tutto perché da tempo avevo pubblicamente reiterato l’idea “ di un gruppo di fuoco militarmente addestrato con il preciso scopo di seminar paura tra i cittadini”. In sostanza pensavo e penso ancor oggi che la “banda familiare” ad un certo punto della sua carriera venne intercettata e reindirizzata verso obiettivi diversi dalle semplici rapine. Naturalmente per un magistrato inquirente o giudicante sono necessarie prove concrete a supporto di questa tesi. Io non ne ho bisogno. Ho studiato questo dossier per diversi anni. Mentre scrivo ho di fianco un  faldone con molte carte e appunti vari che mi sono tenuto da parte dopo ogni colloquio. Potrei dunque diffondermi a lungo. Persino scrivere , a mia volta, un libercolo. Ma aggiungerei poco o nulla a quanto altri più attrezzati di me hanno già scritto.Mi limiterò quindi a fornire ai  quattro gatti che ancora hanno l’encomiabile tenacia di leggermi, (grazie!) alcuni flash back che qualsiasi persona dotata di un minimo di senno critico non può che considerare almeno inquietanti, se non proprio sospetti. Cominciamo. 1988, a Castelmaggiore i Savi ammazzano Erriu e Stasi due carabinieri in un agguato. Grazie ad un depistaggio ( preparato con una settimana d’anticipo sull’evento), dal brigadiere dei CC Macauda, viene incolpata in un primo tempo un’onesta famiglia del quartiere Pilastro. Pour cause erano iscritti al PCI. (Non è una rapina).23 dicembre 1990, i Savi sparano nel mucchio su di un campo nomadi. (Non è una rapina).4 gennaio 1991 i Savi uccidono tre carabinieri al Pilastro. Si accaniscono fino al colpo di grazia. Sembra (da un racconto che mi fece un poliziotto) che Roberto Savi prima di sparare in testa ad uno di quei giovani carabinieri che invocava la resa dopo aver osato difendersi gli gridò: “no, tu non t’arrendi più!”(Anche questa non è una rapina). in quell’occasione il magistrato inquirente s’inventa di sana pianta una “quinta mafia del Pilastro” che sarebbe responsabile del triplice omicidio . I capi sarebbero i fratelli William e Peter Santagata già noti alle cronache giudiziarie. Chi come me aveva la ventura di dirigere un partito diffuso capillarmente su tutto il territorio poteva capire al volo e senz’ombra di dubbio che la cosiddetta quinta mafia semplicemente non esisteva. Eppure i due fratelli finirono in galera e tutti davano per certa la loro colpevolezza. Fu una storia lunga. Si parlò di una partita di droga che i CC sequestrarono qualche tempo prima a Trezzano sul Naviglio e si accreditò la tesi assurda che i mafiosi del Pilastro avessero agito per vendetta nei confronti dell’Arma, anche  grazie ad un loro collegamento con tal Marco Medda mafioso di livello nazionale. (E qui ci sarebbe tutta un’altra storia da raccontare). Basti adesso notare le fantasiose ipotesi che correvano allora. 30 aprile 1991. Agguato nei pressi di  Rimini contro una pattuglia di tre carabinieri che si salvano per puro caso. E’ il chiarissimo tentativo di ripetere il Pilastro. (E non è una rapina).2 maggio 1991, i Savi ammazzano Licia Ansaloni e Pietro Capolungo dentro l’armeria Volturno ,in pieno centro storico a Bologna. (Fu rapinata solo una pistola Berretta).E si potrebbe proseguire con l’uccisione a freddo di tanti cittadini come Primo Zecchi, Adolfino Alessandri, Massimiliano Valenti ,sequestrato quest’ultimo, e poi ucciso e scaricato in un fosso a Zola Predosa. E  ancora le esecuzioni di due senegalesi , il ferimento di altri cittadini extracomunitari, benzinai, passanti; insomma terrore, terrore da spargere a piene mani contro gente comune. Sicuri , evidentemente dell’impunità. Su tutto ciò i Savi non hanno mai reso una testimonianza credibile. Roberto, il freddo bastardo capo della banda, secondo il racconto che mi fece un poliziotto che lo incontrò a Forte Boccea subito dopo il suo arresto, delirò informalmente intorno a pressoché tutti i misteri della Repubblica. Traggo dai miei seppiati appunti, alcune perle. Chiedo all’investigatore X qual è secondo lui il tratto psicologico del personaggio. Mi risponde che non è sicuro di cosa si tratti se non che si comporta come chi è del tutto preparato all’isolamento carcerario. Poi subito aggiunge che non ci si può fidare perché in isolamento uno non fa che pensare continuamente per affinare ciò che deve o vuole dire ,nei minimi particolari. Chiedo ancora se ha avuto l’impressione di un uomo intelligente. Mi risponde che è presto per dirlo e aggiunge che , in ogni caso, Savi gli ha lanciato subito una fitta serie di messaggi tra loro diversi, smozzicati e separati l’uno dall’altro, così riassumibili. E’ Savi che parla secondo il racconto dell’investigatore: <Ti piacerebbe sapere qual’era il progetto politico per Bologna? <Ti dice qualcosa Aubagne?> (E’ una sede della legione straniera sita nel sud della Francia).<Ti ricordi  la foto di un’alfetta bianca con i buchi dei proiettili?> (l’unica alfetta bianca che si ricordi è , naturalmente, quella di via Fani). <Hai presente il fotografo della scientifica che salì su quell’aereo caduto ad Ustica?> (Effettivamente l’investigatore mi conferma che c’era e che lui stesso lo conosceva). <Sai che via Volturno è stata una finta rapina? In realtà bisognava recuperare una borsa marrone chiaro in possesso di Capolungo che conteneva l’ultima copia di una serie di foto che ritraevano insieme persone che non si dovevano conoscere tra loro> < Ti ricordi la Fiat Tipo rubata in un garage di via Saragozza?>A tal proposito, in seguito l’investigatore svolge una rapida indagine e scopre che la rapina nel garage in questione c’è stata effettivamente, all’inizio del ’90. Due persone sono entrate nel garage; una di queste ,di alta statura, si è piegato sulle ginocchia e impugnando la pistola con tutt’e due le mani ha sparato al custode in una gamba. Il proiettile viene ritenuto e successivamente custodito come reperto balistico . Quando , un anno più tardi , lo si va a cercare per confrontarlo con il 38 special o il 357 magnum dei Savi ci si accorge che è stato buttato nel rusco solo tre giorni prima! Secondo l’investigatore questo è un episodio perlomeno sospetto, non si tratta di normale sciatteria. Poi prosegue parlandomi della strana storia della Fiat Tipo. L’auto viene ritrovata bruciata un anno dopo. Sono i carabinieri di Borgo Panigale che avvisano il proprietario. L’auto viene ritrovata in località San Biagio a Casalecchio proprio tre giorni dopo il furto della Uno bianca che viene usata per l’agguato del Pilastro e poi bruciata a San Lazzaro. I pompieri vanno a prendere la Tipo e la portano da un demolitore. Sul registro del demolitore non c’è il numero del telaio. Come hanno fatto i carabinieri (si chiede l’investigatore) a rintracciare il proprietario?) In ogni caso per i PM, per le forze di polizia, e per l’assicurazione l’auto risulta ancora rubata. Ma il piccolo mistero non finisce qui, poiché il 5 gennaio del 1991 (il giorno dopo l’agguato del pilastro) sul terminale della Digos di Palermo viene digitato il numero di targa di quella Fiat Tipo rubata nell’ormai lontano febbraio del 1990. (In base a quale delirio , ovvero volontà depistante, Savi indica questa contorta vicenda non è dato sapere. Infine l’assassino chiede all’investigatore carta e penna e scrive in un angolo del foglio la seguente sigla: CS 83 (4) BR. L’investigatore legge e poi Savi si mangia il pezzetto di carta. Dato che il sottoscritto è un tipo curioso e complottardo alquanto ha in seguito, a sua volta, investigato su vari documenti ed è giunto alla conclusione che si potrebbe trattare del centro di controspionaggio di Brescia* collegato al cosiddetto Supersismi. D’altro canto bisogna capirmi, correvano gli anni della rivelazione andreottiana su di un’organizzazione clandestina chiamata Gladio ,ovvero Stay Behind. Fin qui il racconto confidenziale , fuori verbale del capo degli assassini ad un investigatore bolognese. Tralascio il racconto , secretato, di Pietro Gugliotta definito da un questore come il minus, dove si disserta allegramente su Ustica, sul Mig caduto sulla Sila, e si descrive in buona sostanza Roberto Savi come un legionario/pilota di Mig/gladiatore. Vanterie , ammannite al minus naturalmente. Tuttavia i piccoli misteri proseguono. Ve ne dico solo un altro(sempre relata refero) prima di avviarmi alla conclusione. Il 2 maggio del 1991, il giorno del duplice omicidio di via Volturno, accade un fatto inspiegabile sotto il profilo meramente tecnico. I due cellulari dei Savi fanno chiamate dal territorio della regione ma tali chiamate passano sul ponte radio di Milano anziché per quello di Bologna. L’allora Sip (società italiana dei telefoni) non ha mai visto qualcosa di simile e non è in grado di offrire una qualsiasi spiegazione del fenomeno. Come promesso mi fermo. A puntate si potrebbe proseguire molto a lungo. Sempre misteri, piccoli e meno piccoli. Statisticamente è quasi impossibile siano tutti casuali e banali coincidenze. Bene. Tutto sto sproloquio per dire cosa?  Per me è ovvio che Roberto Savi ha mentito all’investigatore  facendo ricorso a tutto l’oscuro armamentario dei misteri italiani. Però. C’è sempre un però. Lo ha fatto, a mio avviso per una ragione precisa e cioè per rendersi non credibile sul piano politico. L’ha sparata grossa affinché a nessuno venisse in mente di credere ad un suo “semplice” , “banale” e però concreto  coinvolgimento in un progetto a valenza eversiva, del quale a lui stesso sfuggiva la reale portata. Un tale progetto a mio modesto avviso c’è stato. I Savi , da un certo punto in poi smettono di agire in proprio e si mettono , ovvero sono forzosamente messi, al servizio di un’operazione di terrorismo puro con il sempiterno fine di “destabilizzare per stabilizzare” nel momento di massima crisi del sistema politico istituzionale italiano.Va ricordato che il 23 ottobre del 1990 viene resa pubblica la struttura di Gladio, un affaire che tiene con grande clamore le pagine dei giornali dall’estate del ’90 all’estate del ’91 Fino a che gli assassini non ci dicono qual cosina di verosimile su loro ruolo, nel contesto storico di quell’epoca di tormentato passaggio, non si dovrebbe parlare di perdono. In galera. E si butti via la chiave.

PS. (continua..quando ne avrò voglia)

NB. Quel BR non è ovviamente la targa di Brescia(BS), sta forse per “raggruppamento” di Brescia. Per la precisone traggo, all’epoca, dalla  relazione sulla commissione Gladio la notizia della costituzione tra l’85 e l’87  nell’ambito della settima divisione Sismi di tre nuove sedi di cui una a Brescia denominata Libra. Si tratta di un GOS (gruppo operazioni speciali) , struttura rigidamente compartimentata e dotata di forte autonomia operativa e gestionale che risulta del tutto indipendente anche rispetto ai tre livelli (rosso, giallo e verde) dell’organizzazione Gladio. Da notare che l’investigatore che mi parlò di quella strana sigla mi chiarì anche che non era sicuro di quel numero perchè scritto male :83/84, forse 85. Dal che se ne traggono non certezze ma di sicuro il fatto che l’assassino era al corrente di strutture top secret di notevole spessore.

Terzo fronte?

gennaio 3, 2010

Scorrendo, sia pur distrattamente, i quotidiani (solo un paio) non trovo traccia dell’affermazione di Obama il quale (fonte tg3) mentre preannuncia la nuova offensiva contro Al Qaeda nello Yemen, ammette che “ci stiamo ritirando dall’Irak, paese che non aveva nulla a che fare col terrorismo”. Se corrisponde al vero l’affermazione non è di poco rilievo, tenuto conto che gli USA sono impegnati militarmente in Irak dall’ormai lontano 2003. Dopo aver preso i pozzi di petrolio e recentemente venduti all’incanto a multinazionali angloamericane e dopo aver compiuto ogni sorta di distruzione con almeno centomila morti tra la popolazione civile in nome della democrazia, il presidente americano , sia pure ai fini di aprire un terzo fronte, dopo Afghanistan e Irak , ristabilisce la verità storica: si è utilizzato l’attentato alle torri gemelle per riaffermare l’egemonia politica e militare degli USA in un’area cruciale del pianeta. Gli imbecilli della squadra neocon pensavano , non solo di rubare il petrolio irakeno di fronte ad una possibile difficoltà nel rapporto ultracinquantennale con il regno dei Saud, ma anche di provocare un effetto domino in una vasta area che dalla mesopotamia arriva fino all’Afghanistan passando per l’Iran e il Pakistan. E anche , nel frattempo, di risolvere in via definitiva e (of course) a favore di Israele la questione palestinese. Ben al contrario, la strategia rivoluzionaria e criminale dei trotskisti neocon ha provocato la diffusione del network terrorista e il suo stabile insediamento in tutta una lunga serie di enclaves : dalla Somalia, a molte altre zone dell’Africa, dello Yemen, del Pakistan senza dimenticare gli insediamenti nell’estremo oriente asiatico , e almeno in parte anche in India e in Cina.La rete di Al Qaeda (qualunque cosa davvero sia) ne è uscita enormemente rafforzata mettendo in difficoltà tutti i governi dell’Islam moderato e ,per inciso, rendendo la vita impossibile anche al capo, dell’ormai ex, autorità palestinese Abu Mazen. A questo punto va reso onore alla sincerità di Obama a proposito dell’Irak . La sincerità è merce molto rara tra i capi di stato e di governo da che mondo è mondo , naturalmente. Basti pensare al Gran Bugiardo, quel Tony Blair che s’inventò di sana pianta le armi di distruzione di massa (“possono colpire qualunque area del territorio europeo in soli in 45 minuti”) per conto di Giorgino Bush. Tuttavia l’ idea di aprire un terzo fronte di guerra nello Yemen ,magari in vista delle elezioni del prossimo novembre, si rivelerà (se praticata) ancora una volta un tragico e sanguinoso errore. “Per colpire i terroristi dateci informazioni, non bombardamenti” sembra abbia subito obiettato il governo yemenita che sta facendo accorrere truppe sulle montagne, nelle zone tribali dove si addestrano e si rifugiano i seguaci della rete di Al Qaeda. Forse il presidente Obama dovrebbe prendere sul serio un tal invito. Lo dovrebbe fare proprio nel momento in cui mette a nudo con la sua denuncia la clamorosa inefficienza dei servizi di sicurezza statunitensi che vengono ormai colpiti in modo devastante nelle proprie basi operative da informatori da loro stessi reclutati. Non si può inviare un messaggio positivo, in controtendenza rispetto a quello scontro di civiltà teorizzato dai neocon, come ha fatto il presidente americano inaugurando il suo mandato, e poi cadere nella trappola yemenita. Intanto in Italia ,anche dopo che le nostre truppe sono state impegnate in uno scontro prolungato della cui reale portata nessuno ha informato, si discute di bozza Violante, di super poteri al premier e di exit strategy (dai processi) per lo stesso. In attesa di cattive notizie dal pantano afghano che,purtroppo verosimilmente, non tarderanno ad arrivare. Forse, in Italia, mentre si apre il secondo decennio del terzo millennio, l’opposizione democratica potrebbe trovare il tempo, tra un tentativo di dialogo e un altro, di occuparsi di quanto sta per succedere nel tanto magnificato mondo globale. O no?