Perdono per i Savi?

I familiari delle vittime degli assassini della Uno Bianca rifiutano all’unanimità di perdonarli. A parte le considerazioni filosofiche, umane o religiose che si potrebbero sviluppare intorno alla categoria del perdono, c’è una valutazione di carattere storico-politico che viene prima di ogni altra cosa. Si tratta del giudizio che ciascuno di noi si è fatto intorno ad una vicenda come quella della volante 4. Poliziotti che più che rubare,ammazzano a man salva. A Bologna, in Emilia-Romagna e nelle vicine Marche. Chi scrive si occupò a lungo (per ragioni d’ufficio, per così dire) di quella banda di assassini. Ebbi anche l’occasione di contestare, a palazzo San Macuto, la relazione del Dottor Di Pietro allora consulente per la Uno Bianca della Commissione parlamentare sulle stragi. Il mio(lunghissimo) intervento, tutto incentratosulla ricostruzione dell’agguato al Pilastro si trova ancora sul sito della commissione. Non m’entrava in testa che i Savi avessero costituito solo “una banda di tipo familiare”, com’era scritto nella relazione dell’illustre esperto. Teste calde , fascistoidi per tradizione familiare. Delinquenti, mele marce , ma insomma nulla di più. Ancor oggi dopo le sentenze che escludono qualsiasi collegamento con un qualche tipo d’eversione o di strategia della tensione, resto convinto che i Savi non hanno detto tutto ciò che potevano e dovevano dire per poter d’accedere ad una qualche forma di perdono, da eventualmente tradurre nella fattispecie di sconti di pena. Magistrati che stimavo e che stimo ancor oggi, di Bologna e di Rimini, non hanno mai acceduto all’idea di un back stage cospirativo. Con loro parlai all’epoca. Incontrai anche, su espressa richiesta , investigatori di polizia e carabinieri. Tra questi ultimi, anche un colonnello dell’Arma, immagino dei servizi informativi. Il tutto perché da tempo avevo pubblicamente reiterato l’idea “ di un gruppo di fuoco militarmente addestrato con il preciso scopo di seminar paura tra i cittadini”. In sostanza pensavo e penso ancor oggi che la “banda familiare” ad un certo punto della sua carriera venne intercettata e reindirizzata verso obiettivi diversi dalle semplici rapine. Naturalmente per un magistrato inquirente o giudicante sono necessarie prove concrete a supporto di questa tesi. Io non ne ho bisogno. Ho studiato questo dossier per diversi anni. Mentre scrivo ho di fianco un  faldone con molte carte e appunti vari che mi sono tenuto da parte dopo ogni colloquio. Potrei dunque diffondermi a lungo. Persino scrivere , a mia volta, un libercolo. Ma aggiungerei poco o nulla a quanto altri più attrezzati di me hanno già scritto.Mi limiterò quindi a fornire ai  quattro gatti che ancora hanno l’encomiabile tenacia di leggermi, (grazie!) alcuni flash back che qualsiasi persona dotata di un minimo di senno critico non può che considerare almeno inquietanti, se non proprio sospetti. Cominciamo. 1988, a Castelmaggiore i Savi ammazzano Erriu e Stasi due carabinieri in un agguato. Grazie ad un depistaggio ( preparato con una settimana d’anticipo sull’evento), dal brigadiere dei CC Macauda, viene incolpata in un primo tempo un’onesta famiglia del quartiere Pilastro. Pour cause erano iscritti al PCI. (Non è una rapina).23 dicembre 1990, i Savi sparano nel mucchio su di un campo nomadi. (Non è una rapina).4 gennaio 1991 i Savi uccidono tre carabinieri al Pilastro. Si accaniscono fino al colpo di grazia. Sembra (da un racconto che mi fece un poliziotto) che Roberto Savi prima di sparare in testa ad uno di quei giovani carabinieri che invocava la resa dopo aver osato difendersi gli gridò: “no, tu non t’arrendi più!”(Anche questa non è una rapina). in quell’occasione il magistrato inquirente s’inventa di sana pianta una “quinta mafia del Pilastro” che sarebbe responsabile del triplice omicidio . I capi sarebbero i fratelli William e Peter Santagata già noti alle cronache giudiziarie. Chi come me aveva la ventura di dirigere un partito diffuso capillarmente su tutto il territorio poteva capire al volo e senz’ombra di dubbio che la cosiddetta quinta mafia semplicemente non esisteva. Eppure i due fratelli finirono in galera e tutti davano per certa la loro colpevolezza. Fu una storia lunga. Si parlò di una partita di droga che i CC sequestrarono qualche tempo prima a Trezzano sul Naviglio e si accreditò la tesi assurda che i mafiosi del Pilastro avessero agito per vendetta nei confronti dell’Arma, anche  grazie ad un loro collegamento con tal Marco Medda mafioso di livello nazionale. (E qui ci sarebbe tutta un’altra storia da raccontare). Basti adesso notare le fantasiose ipotesi che correvano allora. 30 aprile 1991. Agguato nei pressi di  Rimini contro una pattuglia di tre carabinieri che si salvano per puro caso. E’ il chiarissimo tentativo di ripetere il Pilastro. (E non è una rapina).2 maggio 1991, i Savi ammazzano Licia Ansaloni e Pietro Capolungo dentro l’armeria Volturno ,in pieno centro storico a Bologna. (Fu rapinata solo una pistola Berretta).E si potrebbe proseguire con l’uccisione a freddo di tanti cittadini come Primo Zecchi, Adolfino Alessandri, Massimiliano Valenti ,sequestrato quest’ultimo, e poi ucciso e scaricato in un fosso a Zola Predosa. E  ancora le esecuzioni di due senegalesi , il ferimento di altri cittadini extracomunitari, benzinai, passanti; insomma terrore, terrore da spargere a piene mani contro gente comune. Sicuri , evidentemente dell’impunità. Su tutto ciò i Savi non hanno mai reso una testimonianza credibile. Roberto, il freddo bastardo capo della banda, secondo il racconto che mi fece un poliziotto che lo incontrò a Forte Boccea subito dopo il suo arresto, delirò informalmente intorno a pressoché tutti i misteri della Repubblica. Traggo dai miei seppiati appunti, alcune perle. Chiedo all’investigatore X qual è secondo lui il tratto psicologico del personaggio. Mi risponde che non è sicuro di cosa si tratti se non che si comporta come chi è del tutto preparato all’isolamento carcerario. Poi subito aggiunge che non ci si può fidare perché in isolamento uno non fa che pensare continuamente per affinare ciò che deve o vuole dire ,nei minimi particolari. Chiedo ancora se ha avuto l’impressione di un uomo intelligente. Mi risponde che è presto per dirlo e aggiunge che , in ogni caso, Savi gli ha lanciato subito una fitta serie di messaggi tra loro diversi, smozzicati e separati l’uno dall’altro, così riassumibili. E’ Savi che parla secondo il racconto dell’investigatore: <Ti piacerebbe sapere qual’era il progetto politico per Bologna? <Ti dice qualcosa Aubagne?> (E’ una sede della legione straniera sita nel sud della Francia).<Ti ricordi  la foto di un’alfetta bianca con i buchi dei proiettili?> (l’unica alfetta bianca che si ricordi è , naturalmente, quella di via Fani). <Hai presente il fotografo della scientifica che salì su quell’aereo caduto ad Ustica?> (Effettivamente l’investigatore mi conferma che c’era e che lui stesso lo conosceva). <Sai che via Volturno è stata una finta rapina? In realtà bisognava recuperare una borsa marrone chiaro in possesso di Capolungo che conteneva l’ultima copia di una serie di foto che ritraevano insieme persone che non si dovevano conoscere tra loro> < Ti ricordi la Fiat Tipo rubata in un garage di via Saragozza?>A tal proposito, in seguito l’investigatore svolge una rapida indagine e scopre che la rapina nel garage in questione c’è stata effettivamente, all’inizio del ’90. Due persone sono entrate nel garage; una di queste ,di alta statura, si è piegato sulle ginocchia e impugnando la pistola con tutt’e due le mani ha sparato al custode in una gamba. Il proiettile viene ritenuto e successivamente custodito come reperto balistico . Quando , un anno più tardi , lo si va a cercare per confrontarlo con il 38 special o il 357 magnum dei Savi ci si accorge che è stato buttato nel rusco solo tre giorni prima! Secondo l’investigatore questo è un episodio perlomeno sospetto, non si tratta di normale sciatteria. Poi prosegue parlandomi della strana storia della Fiat Tipo. L’auto viene ritrovata bruciata un anno dopo. Sono i carabinieri di Borgo Panigale che avvisano il proprietario. L’auto viene ritrovata in località San Biagio a Casalecchio proprio tre giorni dopo il furto della Uno bianca che viene usata per l’agguato del Pilastro e poi bruciata a San Lazzaro. I pompieri vanno a prendere la Tipo e la portano da un demolitore. Sul registro del demolitore non c’è il numero del telaio. Come hanno fatto i carabinieri (si chiede l’investigatore) a rintracciare il proprietario?) In ogni caso per i PM, per le forze di polizia, e per l’assicurazione l’auto risulta ancora rubata. Ma il piccolo mistero non finisce qui, poiché il 5 gennaio del 1991 (il giorno dopo l’agguato del pilastro) sul terminale della Digos di Palermo viene digitato il numero di targa di quella Fiat Tipo rubata nell’ormai lontano febbraio del 1990. (In base a quale delirio , ovvero volontà depistante, Savi indica questa contorta vicenda non è dato sapere. Infine l’assassino chiede all’investigatore carta e penna e scrive in un angolo del foglio la seguente sigla: CS 83 (4) BR. L’investigatore legge e poi Savi si mangia il pezzetto di carta. Dato che il sottoscritto è un tipo curioso e complottardo alquanto ha in seguito, a sua volta, investigato su vari documenti ed è giunto alla conclusione che si potrebbe trattare del centro di controspionaggio di Brescia* collegato al cosiddetto Supersismi. D’altro canto bisogna capirmi, correvano gli anni della rivelazione andreottiana su di un’organizzazione clandestina chiamata Gladio ,ovvero Stay Behind. Fin qui il racconto confidenziale , fuori verbale del capo degli assassini ad un investigatore bolognese. Tralascio il racconto , secretato, di Pietro Gugliotta definito da un questore come il minus, dove si disserta allegramente su Ustica, sul Mig caduto sulla Sila, e si descrive in buona sostanza Roberto Savi come un legionario/pilota di Mig/gladiatore. Vanterie , ammannite al minus naturalmente. Tuttavia i piccoli misteri proseguono. Ve ne dico solo un altro(sempre relata refero) prima di avviarmi alla conclusione. Il 2 maggio del 1991, il giorno del duplice omicidio di via Volturno, accade un fatto inspiegabile sotto il profilo meramente tecnico. I due cellulari dei Savi fanno chiamate dal territorio della regione ma tali chiamate passano sul ponte radio di Milano anziché per quello di Bologna. L’allora Sip (società italiana dei telefoni) non ha mai visto qualcosa di simile e non è in grado di offrire una qualsiasi spiegazione del fenomeno. Come promesso mi fermo. A puntate si potrebbe proseguire molto a lungo. Sempre misteri, piccoli e meno piccoli. Statisticamente è quasi impossibile siano tutti casuali e banali coincidenze. Bene. Tutto sto sproloquio per dire cosa?  Per me è ovvio che Roberto Savi ha mentito all’investigatore  facendo ricorso a tutto l’oscuro armamentario dei misteri italiani. Però. C’è sempre un però. Lo ha fatto, a mio avviso per una ragione precisa e cioè per rendersi non credibile sul piano politico. L’ha sparata grossa affinché a nessuno venisse in mente di credere ad un suo “semplice” , “banale” e però concreto  coinvolgimento in un progetto a valenza eversiva, del quale a lui stesso sfuggiva la reale portata. Un tale progetto a mio modesto avviso c’è stato. I Savi , da un certo punto in poi smettono di agire in proprio e si mettono , ovvero sono forzosamente messi, al servizio di un’operazione di terrorismo puro con il sempiterno fine di “destabilizzare per stabilizzare” nel momento di massima crisi del sistema politico istituzionale italiano.Va ricordato che il 23 ottobre del 1990 viene resa pubblica la struttura di Gladio, un affaire che tiene con grande clamore le pagine dei giornali dall’estate del ’90 all’estate del ’91 Fino a che gli assassini non ci dicono qual cosina di verosimile su loro ruolo, nel contesto storico di quell’epoca di tormentato passaggio, non si dovrebbe parlare di perdono. In galera. E si butti via la chiave.

PS. (continua..quando ne avrò voglia)

NB. Quel BR non è ovviamente la targa di Brescia(BS), sta forse per “raggruppamento” di Brescia. Per la precisone traggo, all’epoca, dalla  relazione sulla commissione Gladio la notizia della costituzione tra l’85 e l’87  nell’ambito della settima divisione Sismi di tre nuove sedi di cui una a Brescia denominata Libra. Si tratta di un GOS (gruppo operazioni speciali) , struttura rigidamente compartimentata e dotata di forte autonomia operativa e gestionale che risulta del tutto indipendente anche rispetto ai tre livelli (rosso, giallo e verde) dell’organizzazione Gladio. Da notare che l’investigatore che mi parlò di quella strana sigla mi chiarì anche che non era sicuro di quel numero perchè scritto male :83/84, forse 85. Dal che se ne traggono non certezze ma di sicuro il fatto che l’assassino era al corrente di strutture top secret di notevole spessore.

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