La banda armata.

Intendiamoci. Parlando della banda della Uno bianca dopo tanto tempo, non ho nessuna pretesa di conoscere la verità. Né intendo in alcun modo mettere in discussione dopo vent’anni l’operato della magistratura inquirente e giudicante. Magistrati e giudici hanno fatto il loro dovere. Semplicemente  ho , da sempre, una convinzione almeno in parte diversa. Come ho già argomentato ritengo che la banda della volante 4 sia stata dirottata secondo scopi in parte (forse addirittura in gran parte) ignoti anche ai loro componenti. In gran parte , ma non del tutto. Ritengo che gli assassini, e in particolare il killer Roberto Savi, non abbiano detto tutta la verità, sul proprio sanguinoso operato. Anche per questa ragione, oltre che per la particolare efferatezza dei crimini da loro commessi, gli assassini devono rimanere reclusi. Questo è lo scopo che mi ha mosso a rinvangare una vecchia storia. Non quello di scrivere in bozze un romanzo noir mettendo forzosamente a posto tutti i pezzi del puzzle. La cosa non mi tenta. Per molte ragioni. La prima delle quali riguarda la serietà e il rigore cui si deve attenere chi ha ricoperto a lungo un ruolo pubblico. Flash back dunque. Nulla di più. Illuminanti o meno non saprei. Giudicate voi. Ma da dove vengono questi ricordi? E perché li ho mantenuti così vividi nella mia mente e custoditi frammentariamente in vecchie carte? Forse c’è un inizio. Si tratta di un’analisi del Sisde (contenuta in un rapporto annuale sulla sicurezza del paese) che, riferendosi a quanto stava avvenendo in quegli anni in Emilia- Romagna affermava (cito a memoria, ma posso sempre cercarlo tra la cartaccia d’antan) che il fenomeno criminoso in atto (cioè gli ammazzamenti della uno bianca) affondava le sue radici nella particolarità del “tessuto sociale” della regione, che si presentava troppo compatto, omogeneo e coeso. Talchè, lasciavano intendere gli analisti dei servizi di sicurezza, i fenomeni criminosi in atto si potevano inquadrare in una forma di “reazione” nei confronti di un sistema socio-economico caratterizzato da un controllo sociale pervasivo, capillare, poco elastico e alla fine oppressivo. Oggi si direbbe una sorta di reazione al “totalitarismo” del sistema di governo locale. All’epoca mi venne fatto di pensare che gli analisti dei servizi di sicurezza considerassero (forzando un po’, spero, il loro acuto pensiero sociale) la banda di assassini alla stregua di un violento gruppo anticonformista. In ogni caso il messaggio per chi aveva orecchie politiche per capire era chiaro e forte. Come dire che , alla fin fine, la responsabilità indiretta e tuttavia originaria, quantomeno sul piano storico, di quanto stava accadendo era di chi governava il territorio oggetto delle scorrerie dei poliziotti assassini. Chi è causa del suo mal…. Si deve ammettere che quel tipo d’analisi sociale era quantomeno inficiata da un approccio ideologico e per di più si rendeva pubblica in un fase particolarissima, di passaggio, nella storia d’Italia. Era il periodo in cui Stay behind era messa a nudo e l’opposizione chiedeva l’impechement del Presidente della Repubblica. E’ bene ricordarlo. Ed era anche il periodo in cui imperversavano i comunicati (tipo Brigate Rosse) della cosiddetta Falange Armata, organizzazione di cui nessuno è mai venuto a capo. La prima rivendicazione (anche le date sono importanti) di quest’organizzazione fantasma riguarda l’assassinio di un educatore del carcere di Opera l’11 aprile del 1990. In sostanza senza riandare al clima e agli avvenimenti dell’epoca è assai difficile capire qualcosa della banda Savi. Ma a mio parere , qualcuno nello Stato capiva o almeno intuiva. Sembra , ad esempio che il capo della polizia Parisi nel corso di una riunione interna avesse a definire gli episodi delittuosi della uno bianca come “microstragi” e che fosse poi costretto a smentire in seguito sol perché qualcuno dei partecipanti aveva dato questa sua versione riservata in pasto alla stampa. Per inciso, Parisi è anche colui che spiega : < un attentato terroristico serve a inviare un messaggio e se questo non è compreso l’attentato si ripete. Bologna potrebbe aver rappresentato una replica alla strage di Ustica che era passata in sordina perchè banalizzata. La natura del delitto non venne compresa. …il fatto di Ustica è avvenuto dolosamente,sicuramente vi sono state forze interne ed esterne che si sono inserite per depistare con il possibile ausilio di qualche vertice dell’intelligence militare.> Faccio sommessamente notare che è il Capo della Polizia ad affermare che “sicuramente” vi fu depistaggio e con “alta probabilità” coinvolgimento d’intelligence. Non giurerei , naturalmente, sulla bontà di questa tesi, sostenuta tra l’altro per primo da Toni Bisaglia. Lo stesso Bisaglia che morì battendo il capo sulla tolda della sua barca. Un’onda anomala in un giorno di calma piatta, come fu detto. Il fratello, se ben ricordo, un prete , sollevò dubbi sulla sua morte e morì anch’esso in circostanze non del tutto chiare. L’uomo di chiesa fu trovato annegato in un laghetto alpino con le tasche della tonaca piene di sassi. E’ troppo inserire anche tali episodi nel contesto allargato dell’epoca? Forse. E forse no. Comunque ,sempre per la verità storica, contro la tesi Bisaglia(se non anche quella di Parisi) milita un documento del Sismi di cui si viene a conoscenza nell’ottobre del 1995 nel quale si afferma che fu proprio un collaboratore di Bisaglia ad effettuare la famosa (per chi la ricorda) telefonata depistante sulla presenza del neofascista Affatigato sull’aereo caduto a Ustica. Ma a parte questa digressione di sapore complottistico resta che in molti e autorevoli personaggi dell’epoca era forte la convinzione che gli attacchi militari della banda della uno bianca fossero da interpretare come un prolungamento della strategia terroristica che colpiva Bologna dal lontano 1974. Anche un prefetto di Bologna ad un certo punto nel corso di un’audizione della Commissione stragi affermò che si era trattato di una “strage continua” , mutuando una definizione dell’allora sindaco Imbeni. E, paradossalmente (e a ben vedere) al quadro delle convinzioni in tal senso fa da cornice proprio il citato documento del Sisde. Riassumendo: autorità e organi dello Stato parlano di “reazioni violente”, di “microstragi”, di “strage continua”. E’ utile ricordarselo poiché ciò fa ancor più emergere l’interrogativo inquietante, al quale non è stata mai data risposta convincente, o anche solo credibile, o più semplicemente verosimile: perché i Savi e i loro complici hanno ammazzato, in modo gratuito e per un così lungo periodo di tempo senza che nessuno li fermasse? La domanda resta ancor oggi pienamente giustificata e del tutto legittima , se non attuale, al di là della correttezza delle  sentenze. Vabbé, adesso che il Ministro Alfano ha tranquillizzato i parenti delle vittime ci si può fermare qui. Dunque concludo la mia incursione nel passato con qualche punto che, a quanto ne so, non è mai stato davvero sviscerato. Lo faccio personalmente senza dover ricorrere a dei relata refero.
1)all’epoca fu fortemente sottovalutata la caratura di un personaggio come il brigadiere Macauda. Costui fu definito un “depistatore abituale” e come tale condannato. A parte la suggestiva definizione (mai saputo esistesse il mestiere di depistatore) costui depistò per due volte. Ma non a casaccio,bensì sempre per coprire la responsabilità dei Savi.
2) all’epoca , dopo l’incidente occorso al magistrato inquirente con la messa in stato d’accusa dei fratelli Santagata per l’agguato del Pilastro e con la conseguente, suggestiva tesi relativa alla “quinta mafia del pilastro”, fu,( forse proprio perciò) sottovalutata la pista che portava a collegare i Savi alla criminalità organizzata tramite la figura di Marco Medda , un grosso calibro che sembra fosse addirittura il luogotenente di Cutolo.
3)all’epoca, abbastanza inspiegabilmente, non si presero in considerazione segnalazioni sui Savi che avrebbero potuto por termine ai loro sanguinosi attacchi. Un solo esempio: dopo che cominciava a circolare tra gli inquirenti (soprattutto a Pesaro) il dubbio che a sparare fossero poliziotti, i carabinieri effettuarono ricerche a tappeto in tutti i poligoni di tiro e redassero un rapporto che inviarono alla questura di Bologna nel quale si allegarono le foto segnaletiche dei Savi. Non se ne fece nulla.
Si potrebbe proseguire rimestando in tutta una serie di dettagli (altre auto rubate, altri personaggi della criminalità organizzata, altre sottovalutazioni con riferimento a fatti delittuosi del tutto inspiegabili e non attribuiti ai Savi) ma mi fermo qui. Lascio agli atti (si fa per dire) per la prima volta e per intero l’idea che mi sono fatto della vicenda che si svolse tra il 1987 e il 1994. La cosiddetta banda della Uno bianca fu parte di un disegno criminoso più ampio perseguito nell’ambito di un ‘agenzia poliedrica del crimine che aveva tra le sue finalità  quella di seminare paura e insicurezza tramite l’uso del terrore.

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Una Risposta to “La banda armata.”

  1. Riccardo Lenzi Says:

    Caro Zani, grazie per questo contributo alla verità (prima ancora che alla memoria), su fatti che, pur essendo di interesse nazionale, continuano ad essere poco conosciuti persino qui in pianura, dove quei fatti sono accaduti…

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