La riabilitazione di Craxi.

Siamo in clima di piena riabilitazione di Bettino Craxi. Devo dire che non sono contrario al revisionismo storico . Nessuna persona ragionevole può esserlo. Man mano che passa il tempo gli storici nel loro lavoro di scavo metodico e consentendo (a volte) una ricontestualizzazione di figure , personaggi e fatti negli avvenimenti di epoche passate, possono restituire approcci più distesi , conclusioni , sempre parziali,comunque più veritiere. Solo che il revisionismo in atto è puramente politico, dunque contingente e strumentale . Lo dimostra la gaffe di Cicchitto che, nel corso di una dichiarazione ai tiggì ,in un moto improvviso e irrefrenabile dell’animo scambia Craxi con Berlusconi. Insomma si piega la figura del primo agli interessi del secondo. L’operazione, al momento è tutta qua. Basti aver ascoltato le rozze parole di Minzolini per rendersene pienamente conto. Per questo penso che a dieci anni dalla scomparsa di Craxi sarebbe  più opportuno riflettere,  alla luce degli avvenimenti attuali, sul craxismo più che sulla figura dell’uomo Craxi. Per esempio si potrebbe rintracciare il filo tenace che lega il craxismo, e cioè un certo modo d’intendere la politica e di praticarla anche nell’azione di governo, al berlusconismo. Non è un caso che molti ex socialisti siano parte integrante del gruppo dirigente e obbediente del partito di Berlusconi. Chi scrive ha avuto modo di confrontarsi proprio negli anni ruggenti con la nascita del craxismo . Oh, premetto che quando osservavo lo stile e il linguaggio di Craxi  non potevo far a meno di riconoscere i tratti di una leadership innovativa che usciva nettamente dagli schemi paludati dell’epoca precedente. Piccole cose forse, ma illuminanti di una figura nuova di politico. Ricordo Craxi uscire, di fronte alle telecamere, da uno dei tanti incontri di  vertice mentre si sta per affidare l’incarico per la formazione di un nuovo governo. <come valuta la situazione On Craxi?> Risposta del tutto fuori ordinanza. < Strisciano serpi sotto le foglie..> Una sola frase sfronda radicalmente le tortuosità del politichese per dare, plasticamente, a chi ascolta il senso pieno dell’intrigo e dei veleni che circolano nello scontro politico in corso. Non mi dispiaceva quest’approccio tranciante, a fronte dell’ arzigogolato e ipocrita diplomatismo dell’epoca precedente. E per di più ero costretto ad apprezzare l’abilità di Craxi nel circondarsi di un gruppo dirigente giovane, composto di persone di indubbia capacità professionale, posto che io continuo a ritenere che la politica è anche una professione, oltre che una vocazione. Insomma i Martelli, i De Michelis, e su un gradino più in basso (chiedo scusa ) i Signorile e gli Intini erano gente in grado di dare filo da torcere, non solo ai notabili democristiani ma anche ai grandi vecchi del PCI (chiedo scusa anche a loro). Quello che non mi è mai  piaciuto era invece l’estrema disinvoltura e l’eccesso di pragmatismo, che s’accompagnavano al nuovo corso e la scanzonata, esibita arroganza  con la  quale costoro perseguivano la loro ascesa politica. Non dico che tutti i mezzi erano buoni, ma quasi. Per di più quando si scendeva per li rami, ti trovavi spesso di fronte alle loro caricature : nelle regioni, nei comuni, ovunque. Individuavi subito i piccoli Martelli e così via. Molti, troppi di questi, erano entrati in politica avendo sciolto (chi più chi meno) gli ormeggi tra professionalità e vocazione . Anche in Emilia-Romagna il problema costante era quello di sgomitare, aprire spazi , e più concretamente guadagnare posizioni tramite la conquista di posti. Posti e posticini di potere, ad ogni livello, comunque, dovunque. Grandi o piccoli, non importava. Importava far vedere che una relativamente esigua  forza era in grado di sfidare l’egemonia comunista tramite l’occupazione di un potere concreto da cui agire per guadagnare clienti e consenso. In questo clima in troppi si limitavano a usare la politica come un autobus nel quale accomodarsi per migliorare il proprio personale welfare. Al punto che tante volte ho dovuto respingere a male parole quelli che , nell’allora PCI, mi dicevano qualcosa del tipo: <dobbiamo smetterla di fare i moralisti, dobbiamo fare come i socialisti, non è possibile ritrarsi e rinunciare..siamo più grandi e più forti..>Rinunciare a cosa esattamente se non ad una lunga tradizione di sostanziale correttezza e di autoregolazione della propria forza nella gestione del potere locale, in nome del così fan tutti? Di questo si trattava. Insomma la mia documentabile impressione è che a un certo punto, anche a Bologna e in Emilia-Romagna gli argini del buon governo fossero già messi in pericolo dall’alacre scavo di molte talpe. In chiaro: la tentazione di fare come i socialisti era ormai giunta ad un punto critico. Eravamo vicini all’effetto palla di neve. Maledettamente vicini! Anche per questo decidemmo di porre un freno , prendendoci un rischio politico non piccolo. Per la prima volta a Bologna varammo una giunta monocolore per il tempo necessario ad arrivare alle elezioni . Ricordo ancora le parole di Boselli , persona che stimo, il quale dichiarò alla stampa che la rottura era stata provocata dai comunisti perché “Zani trattava con l’orologio in mano”. Vero. Dopo una lunghissima estenuante  manfrina, caratterizzata da un “confronto programmatico” surreale, finalmente a mezzanotte in punto,  presi atto, con  faccia fintamente amareggiata, che non era possibile raggiungere un accordo. E fu un bene. Per tutti. Anche, e forse soprattutto, per i socialisti bolognesi.

PS. Naturalmente anche i socialisti, o almeno la parte maggioritaria di loro, si attendevano un tal esito, dato che puntavano ad ottenere il sindaco della città dopo la rottura. Sbagliarono i conti. Ma questa, come direbbe Luccarelli è un’altra storia.

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