Per chi suona la campana?

Mah. Giungo alle conclusioni che o io non capisco proprio più la politica, oppure nel PD sono fuori dai coppi. Livia Turco: <Massimo ha fatto bene.Non c’è alternativa all’alleanza con i centristi>. Neanche di fronte allo smacco pugliese, i realisti del PD riprendono contatto con la realtà. Un tempo era proprio il realismo politico che portava a considerare che quando si perde una partita così rilevante come quella voluta e imposta dal PD in Puglia da qualche parte si era senz’altro sbagliato. Ma procediamo con (relativo) ordine. Il PD si presentò alla sua prima campagna elettorale all’insegna dell’autosufficienza con la veste della “vocazione maggioritaria”. L’unica idea riconoscibile, alla quale tutto veniva sacrificato e posto in secondo ordine, era quella di rendersi disponibili ad una riforma in senso nettamente bipartitico del sistema politico italiano per uscire, con un accordo bipartisan, dalla lunga transizione apertasi con la fine della prima repubblica. A ciò s’aggiungeva una sorta di tardo-blairismo (mentre Blair era già politicamente morto e sepolto) che consigliò tutti i dirigenti del neonato PD a non pronunciare mai l’ormai “sinistra” parola Sinistra. A Berlusconi non parve vero di poter accettare la sfida “riformista” che veniva portata sul suo terreno d’elezione. Si sa come andò rapidamente a finire, nonostante una performance elettorale del PD, che per quanto al di sotto delle aspettative generate anche da una mirabile propaganda (“ stiamo realizzando una formidabile rimonta”) fu, tuttavia, tutt’altro che disprezzabile. Epperò ben distante dal rendere credibile un confronto alla pari con un centro-destra che mentre plaudiva al coraggioso progetto di Veltroni manteneva ben saldo il suo sistema dall’alleanze . Da questo fallimento strategico , dopo l’intermezzo “radicale” di Franceschini che, a differenza del suo predecessore, si sgolava da mane a sera contro Berlusconi è subentrato Bersani con una linea del tutto diversa che riassumo in breve. Le alleanze. Il PD non pretende più di vincere da solo e rientra nell’alveo di una visione più realistica e conforme alla storia nazionale : non più bipartitismo, ma bipolarismo. La sinistra non è più parola impronunciabile, anche se Bersani ne ha sempre dato una versione transunstanziata . Un po’ come quei militanti del PCI che aderendo alla svolta dell’89 dicevano di conservare pur sempre il comunismo nei propri cuori. Inoltre ,con l’elezione di Bersani, c’è un evidente cambio di linea politica sostanziato anche da un tentativo di maggior attenzione alla questione sociale. A ciò s’aggiunge un’evidente presa di distanze dall’antiberlusconismo urlato di Franceschini. Si lascia cioè aperta la via ,non più del dialogo veltroniano (“dialogo è una parola malata”) ma del confronto sulle famose riforme. Si accetta la sfida non dialogando ma confrontandosi in parlamento. Intanto Violante, ormai molto apprezzato nel PdL prepara bozze dietro le quinte. Se non è zuppa è pan bagnato. Ma questo è un altro discorso. Ciò che spicca è la questione delle alleanze. Quella che ha visto il PD soccombere a Vendola. Concentriamoci dunque su questo punto. Tranquilli non la faccio troppo lunga!Come affronta la nuova direzione del PD sotto l’egida di D’Alema la questione delle alleanze? E’ presto detto : inseguendo il passato senza accorgersi benché minimamente che proprio su questo punto c’è bisogno di un passaggio al futuro considerando analiticamente un presente molto cambiato , da molto tempo. Insomma con una logica restauratrice anche rispetto alle suggestioni positive o comunque volenterose che si erano pur aggirate nelle migliori versioni relative alla necessità di un partito nuovo. Cosa diavolo c’è di innovativo nel riproporre in una situazione del tutto cambiata e persin stravolta sul piano sociale un’idea della politica delle alleanze del tutto statica , novecentesca, verrebbe da dire parafrasando la melopea che accompagnò la nascita del PD? La verità è che nel PD si pensa ancora che un’alleanza politica si possa proporre impunemente, prescindendo da un senso comune ormai molto diffuso che non obbedisce più da gran tempo alle logiche degli stati maggiori. La gente ragiona in un altro modo, vive la politica in un altro modo, solo un’ormai ristretto ceto attivistico s’acconcia a fare una del tutto virtuale conta di voti sulla carta. PD+UDC+Di Pietro e avanti coi carri. NO. Non è così che funziona. Non ci sono più partiti in grado di farsi obbedire dagli elettori. Non a caso proprio ieri sera Vendola se n’è venuto fuori con una gramsciana “connessione sentimentale” alludendo (così mi pare) ad una politica che non rinuncia al ruolo di “fertilizzazione” del terreno sociale. Complicato? Non poi tanto. Si può, più sbrigativamente, cercar di capire che dalla dinamica sociale odierna viene una domanda (più o meno direttamente espressa) di una politica altra e diversa che sottopone le alleanze al rigoroso vaglio di un progetto socialmente condiviso. Il centro si conquista assumendo questa consapevolezza e non attardandosi in ormai decrepite tattiche politiciste. Lo dimostra il fatto (lo diceva Carofiglio senatore PD) che alle primarie sono andati a votare anche elettori di centrodestra, ma non per inquinarne l’esito bensì convinti di votare Vendola anche nelle elezioni secondarie. E così,potrebbe persino avvenire che un comunista, cattolico, omosessuale possa sfondare al centro, o più verosimilmente conquistare comunque più voti, di quanto possa farlo un PD che si muove sul terreno delle alleanze politiche come se nulla fosse cambiato nella testa delle persone o se volete nella soggettività di classi e gruppi sociali.(mi scuso per questa “soggettività). Aggiungo ancora che quest’abbozzo di ragionamento vale anche al netto della particolare abilità e intelligenza di un Vendola che consiste nell’aver compreso il berlusconismo (carisma +populismo) fino al punto da poter , almeno in Puglia, rovesciarlo a suo favore. Si può discutere naturalmente su quell’appello alla “connessione sentimentale” che al limite se mal agito, può portare ad esiti anche sorprendenti e non voluti, tuttavia resta valido e moderno quell’approccio soprattutto a fronte di un partito nuovo nato vecchio. Infine, e poi smetto di tediarvi, va notato che una riflessione su questi temi andrebbe condotta anche a Bologna, dove da almeno un decennio non se n’imbrocca una che è una. Non è semplicemente questione di persone. E’ piuttosto problema che riguarda una logica conservatrice e autoreferenziale del PD cui s’accompagna una disinvolta propensione trasformistica di cui sempre più elettori s’accorgono. Il PD a Bologna come altrove pensa a sé stesso , ai suoi equilibri interni, alla sua posizione di potere (legittimamente acquisita beninteso)insomma a conservarsi proprio mentre si consuma poco per volta nell’assenza di un progetto politico in grado di far luogo ad una riconoscibile identità. Un partito senza fissa dimora ha detto Diamanti, o come mi sovvenne di dire una volta, in modo più prosaico e granguignolesco : un partito disossato. Sbaglierò, ma mi sembra che la campana pugliese rintocchi già anche sotto le due torri.

Annunci

2 Risposte to “Per chi suona la campana?”

  1. antonello Says:

    Gentilissimo Zani,
    anche a me aveva colpito quel riferimento alla “connessione sentimentale” fatto da Vendola (che dopo il trionfo alle primarie si presenta con maglia e sciarpa viola).
    Valorizzazione della propria terra, richiamo alla tradizione, connessione sentimentale, diversità politica: per me sono le quattro componenti del successo di Vendola in Puglia.
    Regione , peraltro, nella quale le connessioni sentimentali non sono una novità: dal telepredicatore fascista Cito, a Vendola ne sono passati diversi e ce ne sono altri. Ma non solo.

    Quello che tuttavia ritengo necessario sottolineare è come nel PD pugliese (che rappresenta “il” problema) le spinte sono diverse. Fa da sottofondo il tipico atteggiamento dei meridionali nei confronti della politica, ovvero la politica come strumento per mettere a posto il proprio culo. Segue la politica come professione nobile (alla D’Alema, s’intende) per cui il popolo s’inchina di fronte al potente di turno, a prescindere (come si riconosce un politico meridionale? Fazzoletto al taschino della giacca, of course).
    Poi ci sono gli autocrati alla Michele Emiliano (slogan: “io so’ io e voi nu’ siete un cazzo). Ignorante, gradasso, opportunista, inaffidabile, sleale.
    Risultato? 30% al congresso, tutto tolto a D’Alema. Nelle recenti primarie ha sostenuto Boccia e votato Vendola: ovazioni sparse: “Emiliano è furbo”. Mah….

    Infine: dice che non ci sono più partiti in grado di farsi obbedire dagli elettori, e che le operazioni fatte a tavolino non funzionano più. Sarà vero? Non so, le transizioni a volte si fermano proprio sul più bello (guardi cosa fa Casini con Fitto, a tavolino).
    Le assicuro che Vendola non dorme sonni tranquilli e sono certo che in queste ore il buon Nichi per disarticolare il tentativo di Silvio Banana (via il candidato PDL e appoggio alla Poli Bortone) si rivolgerà al vecchio baffino.
    Un saluto

  2. mauro zani Says:

    Ho già rilevato e non per caso che le “connessioni sentimentali” possono avere effetti “sorprendenti e indesiderati”.Ciò tuttavia non mi obnubila nello scorgere la complesità del fenomeno Vendola che a me non pare solo legato alla specificità pugliese. Nella crisi della politica già un’altra volta abbiamo assistito al fenomeno Bossi ed altro ancora. Ciò che m’interessa rilevare è l’estenuata deriva di una tradizionale politica delle allenze che può e deve essere reinterpretata da leadership credibili con riferimento -direbbe Vendola-ad una “narrazione” (visione, idee forza, suggestioni) da ricavare nel rapporto con una mutata morfologia sociale. Le alleanze a “tavolino” prescindono oggi , a volte radicalmente, da un tale rapporto. Da questo punto di vista si tratta di una vecchia questione quella del legame congruo e riconoscibile tra mezzi e fini, tra -come si diceva un tempo- schieramenti e contenuti.Insomma : alleanze ,certo ma per quale progetto condiviso? L’opacità (dal punto di vista dei cittadini/persone) di un tal rapporto nell’impostazione dalemiana, alla fine genera una generica ma diffusa domanda di una politica altra e diversa più finalizzata ad un “progetto generale” di tipo locale o nazionale. Per questo resto convinto che non sempre ,attualmente, uno +uno fa esattamente due.
    PS Di Emiliano nulla so. Ma posso immaginare. Quanto a Vendola/D’Alema non faccio fatica a ad esser d’accordo sul proseguio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: