Archive for febbraio 2010

nuovi managers

febbraio 26, 2010

Nel lungo corso della mia esperienza romana mi è sempre stato rimproverata una certa malmostosa ritrosia ad allacciar rapporti. “Vedi , caro Zani dovresti intrattenere qualche relazione”.
Seguivano esempi circostanziati relativi a tizio o caio con l’indicazione a fare come loro. Colleghi di pari grado con agende fitte di incontri con qualificati personaggi in vari campi. In particolare in quello dell’imprenditoria e del management.
Negli anni novanta del secolo scorso un dirigente politico degno di considerazione, se non di stima, doveva necessariamente esibire una larga schiera di conoscenze personali. Tra queste andavano per la maggiore i managers. Non importa in qual campo e con qual precisa competenza. Il manager era , e ancor oggi in larga parte è, una figura sociale di riferimento per la politica tanto a destra che a sinistra. A seguire anche gli avvocati, i magistrati, gli attori e i cantanti e gli artisti nelle più varie arti potevano incrementare la cerchia delle conoscenze qualificate. Un pochino meno gli intellettuali, anche se non mancavano giovani neo-professori affluenti, alcuni dei quali raggiunsero in seguito una certa notorietà per l’afflato riformista e innovativo di cui erano i portatori, più o meno sani. Tuttavia i managers restavano i più ambiti. Per non dire dei più rari top managers.  E comunque tutte le altre, citate, figure per esser apprezzate dovevano anch’esse aver una moderna propensione manageriale.

“Ieri sera ero a cena con il tale e c’era anche il tal’altro”. Era una frase tipica di quel periodo. Rivendicativa di uno status e indicativa di una progressione di carriera. Roba da mettere nel CV.
Ricordo un collega, con gli occhi ancor luccicanti d’emozione, descrivermi, rapito, la fastosa dimora romana di un grand’avvocato/manager : vasche di vetro piene d’aragoste vive collocate in una vasta cantina a volte.

Poi, un giorno un mio collaboratore, acquisito d’ufficio, insistette alla morte per far entrare nella mia stanza il Dottor non- ricordo-come-si-chiama. “Perchè? Beh è passato di qui, è proprio qui fuori e vorrebbe conoscerti. E va bene, fallo entrare.” In effetti il Dottor non-ricordo-come–si–chiama voleva solo presentarsi. Un omino di avanzata  mezz’età , gentile, voce bassa, aspetto dimesso e, curiosamente, pantofole ai piedi. Discreto. Si trattenne giusto il tempo per una stretta di mano. Mentre se ne andava mi venne spontaneo associarne la figura a quella di un mio vecchio medico condotto. Invece era un uomo del fare. Costruiva. Di tutto e di più. Lo venni a sapere all’incirca un mese dopo. Dai giornali. Quando fu arrestato.

Tutto ciò per ricordare agli immemori e ai finti tonti che da molto tempo a questa parte, la politica è stata in vario modo assediata dall’economia. Non l’economia in senso macro. Quell’altra intendo. Quella dei managers d’affari. Propri. Naturalmente.
Che, adesso  Luca Cordero di Montezemolo e Emma Marcegaglia si rivolgano alla politica colpevole di non aver fatto quelle grandi riforme(quali?) che avrebbero impedito la corruzione mi sembra francamente eccessivo. Persino molesto nel suo paraculismo. Comunque fastidioso.
Per oltre vent’anni la politica in ogni sua postazione, nazionale e locale, è stata battuta dal fuoco di fila delle batterie neoliberiste. E del resto ancor oggi, nel pieno della più grave crisi economica che si ricordi dal lontano 1929, si continuano ad ammannire al popolo bue le solite quattro banali balle sulla bontà del libero mercato. Di quali grandi riforme vogliamo parlare?

Forse della riforma del capitalismo e quindi del suo rapporto con la democrazia e le sue libere istituzioni?
Ecco un tema ri-fondativo per il “riformismo” del PD.Per svolgere il quale però si devono prendere in considerazione le cause di una resa pressoché incondizionata della politica alle ragioni e agli interessi del mercato. Da quando la politica ha alzato le mani nei confronti dei più belluini, rapaci interessi che costituiscono il naturale back stage di una globalizzazione a senso unico e senza regole la corruzione è divenuta la regola dominante. Necessariamente.
L’affaire fastweb-telecom nasce in un tal generale contesto.

 Non se ne esce finché non si comincia a risalire alle cause di una sudditanza, dovuta alla disfatta culturale della sinistra e della politica in genere, seguita alla caduta delle ideologie totalitarie del novecento e al trionfo di una sola ideologia criminale.
Come altro definire un modo di concepire il capitalismo globale e il mercato che dà per scontato ed anzi incentiva ed accoglie nel suo intrinseco e normale funzionamento un alto tasso di criminalità nell’economia? Chi non adotta comportamenti criminogeni è sempre più spiazzato e non competitivo. Mentre la politica continua a muoversi come un asino in mezzo ai suoni, i criminali si fanno imprenditori e managers.. Se si pensa ch’io esageri, allora si dia un’occhiata alle figure che emergono dalle indagini in corso. A partire da (titolo riassuntivo di Repubblica) “quel manager ex fascista di casa nella Roma che conta”.

Gomorra planetaria.

febbraio 25, 2010

Ripropongo di seguito un post apparso nel maggio del 2008 sul sito ,oggi chiuso, “democraticiesocialisti”. Non per narcisismo ma per evidenziare che l’intreccio criminale che caratterizza l’affaire fastweb-telecom era da tempo nelle cose di un capitalismo globale marcio fino al midollo.

GOMORRA PLANETARIA.
Ho appena finito di leggere il libro di Nicoletta Napoleoni : “Economia canaglia”.
Non sono in grado di recensirlo. Solo di consigliarlo. Naturalmente per arrivare fino all’epilogo ci vuole un pochino di tenacia, dovendo affrontare, capitolo dopo capitolo, una lunga lista di orrori legati all’economia della globalizzazione.
In estrema sintesi. E’ sempre esistito un tratto canagliesco connaturato alle logiche del libero mercato, ma dalla fine della guerra fredda in poi tutta l’economia diventa canaglia in virtù di un vero e proprio dissanguamento della politica. La politica non si avvede, o fa finta di non avvedersi, dell’intreccio inestricabile che si è andato formando tra economia e grande criminalità. Una Gomorra planetaria. La politica conta poco o nulla così come le istituzioni sovranazionali che dovrebbero garantire una governance globale.
La tesi non è del tutto nuova, tuttavia, la dovizia di dettagli inediti raccolti sul campo con la quale viene illustrata fa riflettere. Si parte con il dissolvimento dell’URSS; si illustra la lunga preparazione della mafia bulgara alla caduta del muro di Berlino; si passa poi a rintracciare le fondamenta storico-culturali dell’avvento cinese, compresa la rivoluzione culturale di Mao e il conseguente lascito di Deng tutto riassunto in quel suo :”arricchitevi” di reganiana memoria. Si descrive la debolezza dell’occidente di fronte all’arrembaggio di Cina e finanza musulmana, fenomeno poco indagato quest’ultimo. Per giungere ad uno sguardo sul futuro che vede appunto il trionfo del dinaro convertibile in oro dei musulmani e della potenza industriale cinese come protagonisti di uno spostamento dell’intero asse dello sviluppo globale.
Intanto ,in occidente, viviamo in una matrix dove tutto è taroccato, manipolato, illusorio. Pura fregatura. All’immagine dei prodotti corrisponde la creazione di un mondo virtuale per i consumatori. La stessa paura del terrorismo ha ben poco a che vedere con la realtà statistica dato che le vittime sono in costante diminuzione dal 1980 ad oggi anche scontando il “picco” dell’11 settembre . Per gran parte si tratta di un’invenzione di politici scaltri che fondano il loro potere sulla paura. Si cita esplicitamente la coppia Bush-Blair.
Dettagli interessanti e curiosità. Nel 1820 il 70% del Pil globale era prodotto da Cina e India. La ndrangheta calabrese offre servizi chiavi in mano ormai ovunque nel mondo: riciclaggio , intrecciato a traffico d’armi con una presenza in tutti i mercati finanziari. Una specie di global service affidabile e sicuro cui si ispirano ormai tutte le mafie del globo. In Nigeria il 70% di tutti i farmaci è taroccato, in gran parte dai cinesi mentre lo è solo l’1% nel mondo sviluppato. La schiavitù è tornata in voga con cifre letteralmente spaventose, di gran lunga superiori a quelle storicamente conosciute. E’ legata al traffico di esseri umani, come all’estrazione dell’oro in Congo o alla pesca di frodo in tutti i mari del mondo.
Le sofferenze umane imposte dall’era coloniale appaiono poca cosa a fronte del saccheggio di risorse e carne umana della nostra epoca, mentre l’Africa diventa un continente miniera e discarica insieme. Poi, per noi, finalmente il buon cibo della pubblicità: all’obitorio di Londra si è scoperto che i cadaveri si conservano meglio che in passato grazie al grande carico di conservanti accumulato nel corso di una vita di consumi indotti dalla pubblicità martellante. Consolante solo fino a un certo punto. Evidentemente.
Nel frattempo nel nord del pianeta si attende con animo lieto il risultato del riscaldamento globale. In particolare si punta molto,in una concorrenza spietata, sullo scongelamento del passaggio a nord-ovest destinato a cambiare la mappa della navigazione marittima. Sembra che un tizio abbia acquistato per qualche dollaro (ricordo 7,ma non posso verificare perché il libro l’ho dimenticato in aereo) un vecchio porticciolo sul passaggio, attendendosi a brevissimo, un ricavo da un milione. E tantissimo altro.
Manca la guerra. Il fattore militare intendo che in realtà ha stretto un rapporto sempre più forte con le dinamiche dell’economia canaglia. E c’è forse un filino d’indulgenza per le corporations ritenute anch’esse inevitabilmente tributarie, a volte vittime inconsapevoli dei meccanismi dell’economia canaglia.

utopia

febbraio 22, 2010

Le reazioni all’idea di una sinistra civica sono state le più diverse. Tuttavia l’idea non è caduta nel vuoto. Credo sia dovuto al fatto che, sia pur con gradi diversi di consapevolezza, ci si rende conto che le tre catastrofi di Bologna (vedi il blog di Bologna città libera) descritte da Bruno Giorgini fotografano abbastanza bene la situazione. Del resto (mi ripeto) ero partito dalla constatazione finale che Del Bono era per il PD “l’ultimo domicilio conosciuto”. Dopo un decennio di fallimenti o si manteneva il sindaco eletto al suo posto, (esiste la presunzione d’innocenza non è vero?) oppure si decideva di voltar pagina. L’ultima che ho detto sembra aver prevalso. Da qui le scuse ai bolognesi. E da qui anche le reazioni alla proposta di sinistra civica che nella mia modesta idea era, ed è, più che una lista un processo politico che viaggia in parallelo a ciò che ho definito , forse pomposamente, come una rivoluzione civile. Per me si trattava e si tratta di far appello al protagonismo dei cittadini non con un generico, frusto richiamo alla partecipazione, ma sulla base di un esemplare presa d’atto della crisi di Bologna da parte di un’intera classe dirigente. Non si può chiedere scusa per poi proseguire con il mediocre andazzo precedente. Per questo il recupero della tradizione storica del buon governo appare oggi , ai miei occhi, come una vera e propria innovazione politica capace di ri-suscitare energie e, alla lunga, anche credibilità per un ceto politico che si ri-formi su basi altre e diverse. Le reazioni tuttavia (al netto dell’amico ritrovato Anderlini) che : “cosa sia sinistra civica nessun lo sa, men che meno chi ne parla” mi sembrano per lo più improntate ad una trasformistica appropriazione del tema posto. A partire da Cacciari la cui “fulminante capacità di sintesi” arriva sol fin al punto da consigliare al PD di lasciar liberi il 50% dei posti nella lista prossima ventura. Cofferati non va molto oltre limitandosi ad evocare l’esperienza, naturalmente con lo sguardo rivolto al futuro, della lista Due Torri. Tutto sommato emerge la tentazione del PD civico che De Maria ha avuto il merito di portare allo scoperto. Ma di questo ho già baccagliato nel post precedente. Adesso m’interessa solo riportare la sinistra civica dal regno di Utopia, e cioè dall’idea di una ricostruzione della sinistra muovendo dalla crisi bolognese , (utopia che rimane al centro del mio interesse intellettuale) al terreno concreto ed impervio assai delle prossime elezioni comunali. A tal proposito e per inciso, non voglio immaginare cosa sarebbe avvenuto nel caso di elezioni immediate abbinate alle regionali, ovvero a giugno, com’era nelle vibrate rivendicazioni della folla oceanica radunata sotto la prefettura. Ma da allora molta acqua, grazie anche al parziale scioglimento delle nevi invernali, è passata sotto il Pontelungo. Anche l’ipotesi del Pierfurbo Casini (e qui spezzo una lancia in favore della professionalità se non della sintassi del suddetto) di votare ad ottobre pare sfumare nel generale sollievo che ha accolto l’ingresso a palazzo D’Accursio della signora Cancellieri. Poniamo dunque di aver un anno di tempo da mettere a profitto per sbarrare il passo ad una vittoria della destra. In quest’ambio conviene anche aver presente la necessità di battere in breccia ,oltre ad un classico schieramento di centro-destra, il più insidioso (per quanto di difficile fattura) disegno guazzalochiano-civico- casiniano di un governo di salute pubblica. Disegno quest’ultimo che, son sicuro, avrebbe l’appoggio entusiasta di molte corporazioni (anche del centrosinistra) e di tutti coloro che hanno interesse ad un “governo del fare”. In primo fila ad applaudire si accalcherebbero quelli che adesso, da destra e da centrosinistra, si mettono a disposizione della commissaria con lodi sperticate e preventive. E con assai dubbio buon gusto. Tra questi ci sono quelli che incitavano, or sono pochi giorni, l’ex sindaco a rimanere saldo in sella ritirando le dimissioni. Sono gli uomini “del fare”. Del fare comunque. Purché si faccia. E si faccia in grande. Costruttori. Di futuro. Ovvio. Mica gente da niente. Gente che pensa allo Sviluppo. Con la esse maiuscola. Gente solida che basa lo sviluppo su altrettanto solide fondazioni di cemento armato. Riprendendo anche in questa luce  il filo della chiacchiera, ai fautori dell’utopia (sinistra civica) ,come me , oltre che agli attuali addetti ai lavori si pone il dilemma sul che fare. Premetto che ci ho pensato nel momento stesso in cui ho vergato (si fa per dire) le due parolette bollate(dall’amico ritrovato) come misteriose: “sinistra” e “civica”. Ci ho pensato perché la politica è come la nicotina. Una droga potente.  La mia conclusione , dalla quale non intendo spostarmi di un centesimo di millimetro (una roba che un tempo si misurava con uno strumento da metalmeccanici : il Palmer ovvero, più comunemente micrometro) è abbastanza semplice. Ma non semplice, lo ammetto, come l’uovo di Colombo. Alla fin dei conti, dopo aver innescato un vasto confronto con tutta la città, si tratta di presentare alle prossime elezioni comunali una sola lista civica di sinistra sotto il simbolo delle due torri. Una sola. Per vincere. Una sola che comprenda, per la prima volta, tutta la sinistra bolognese. Nessuno escluso. Un nuovo inizio. Va bene, lo so. Conosco a menadito, e comunque sono in grado di prevedere tutte le possibili obiezioni. Per superarle tutte basterebbe, forse, costruire nella città un cartello trasversale di persone che dichiarino la propria irriducibilità ad ogni forma di settarismo di partito e di fondamentalismo “programmatico”, a parte la comune messa al bando degli “uomini del fare”, condizione quest’ultima che quasi da sola basterebbe a fondare un progetto di governo. Da qui si potrebbe ripartire. Ma ci sono due parti in questa commedia bolognese che dovrebbero accettare di compiere , all’unisono, un passo indietro. Anzitutto il PD che ha le maggiori responsabilità in continuità con i DS e con (minoritariamente), gli ex Margherita e gli attuali residui prodiani. Tal passo indietro dovrebbe tradursi in una rinuncia a ripresentare il noto personale politico sotto qualsivoglia mutata spoglia e anche in una vera disponibilità a metter a punto, insieme ad altri, un nuovo progetto di governo. Ciò non significa rinunciare alla rappresentanza politica. Solo concepirla in un modo del tutto diverso rispetto al passato. Facendo ammenda di quell’ arrogante sciocchezza definita come “vocazione maggioritaria”. Se si lavora ad una rinascita, civile e democratica,è d’obbligo agire di conseguenza. E si può fare. Sempre che lo si voglia. Poi c’è la sinistra bolognese, antagonista, radicale, spaesata e incazzata, e persin riformista ,ovunque essa residui. Anch’io mi considero, genericamente, parte di questa sinistra. Una sinistra che a volte sì è acconciata a portar acqua in cambio di posticini (altro che programma),e altre volte si è ritirata sulla sponda del Reno con la speranza di veder passare il cadavere del partito nuovo, ma anche di quello vecchio. Delle due starei per dire che gli avvenimenti hanno dato maggiormente ragione alla seconda. Tuttavia non è questo che adesso interessa. E’ invece necessario, per il punto che cerco di fermare, che questa sinistra, a fronte di un cambio di rotta nel PD , rinunci all’ipotesi palingenetica del bagno di sangue rigeneratore. Di questa ipotesi temo faccia parte anche l’idea di una lista civica di sinistra da contrapporre al PD, anche lui civico. Così si perde. E quando vince la destra non c’è alcuna rigenerazione. E, per di più,  un PD perdente son sicuro sposterebbe il suo baricentro a destra. Non a sinistra. Bon. Tutto questo non ha nulla a che fare con congressi del PD, con terapie d’urgenza, con trasformismi, con improvvisate vocazioni civiche. Non siamo di fronte ad un punto di criticità nella politica bolognese. Bensì ad una crisi da lungo tempo incubata e infine conclamata. Tutto un sistema di potere locale è in discussione. Per molte e diverse ragioni a lungo in passato analizzate. Ma sempre sostanzialmente ignorate. Come nel ’99. Si parta da qui. Con onestà. Starei per dire che bisogna riprendere il filo di una storia per organizzare un passaggio al futuro. Troppa enfasi? Se la pensate così allora non conviene neppure iniziare. Ognun per sé e dio per tutti.

PS. Aggiungo che il PD non potrà comunque contare, la prossima volta, sul tradizionale e ragionevole calcolo dei costi e benefici: si vota comunque PD per non far vincere la destra.

stoffa

febbraio 17, 2010

“Vediamo di che stoffa sono fatti i vertici di questo partito”, dice De Maria. Sarebbe facile dire che grazie l’abbiamo già visto. E morta lì. A furor di popolo. Ma dato che mi tira per i capelli. “ Zani tende a una discussione tra reduci …”, conviene fare qualche breve considerazione sulla stoffa. Ma di che stoffa è fatto uno che vuole un congresso nel segno dell’Ulivo per costruire un PD “più civico”. Da dove viene questa inedita torsione civica? Una folgorazione sulla via di Damasco, o un tentativo di riportare all’interno di un solo partito un approccio alla crisi di Bologna che non è nato dentro il PD?  Mi torna in mente un deputato della Lega che alla camera, volendo far fronte ad un’evidente spiazzamento costituito da un emendamento proveniente dai banchi del centrosinistra col consueto metodo di assumerlo come proprio,  maldestramente annunciò: “lo faccio proprio signor presidente” . Voleva dire mio, naturalmente. E così sembra fare De Maria.  Una sinistra civica? La faccio “propria”! Svuotandone per intero il significato e la eventuale potenzialità. E’ così che si fa. Anzi lo si faceva quando si esercitava ancora una larga egemonia. Mi domando dove stiano i reduci di una vecchia politica. Ma il segretario del PD bolognese, non pago , aggiunge che: nel lungo termine l’obiettivo è quello di una lista civica che tenga insieme il PD e quella “fetta di sinistra trasversale” che può far ripartire il centrosinistra, mentre nel breve bisogna ricompattarsi sotto la bandiera dell’Ulivo. Fantastico! E’ come fare la sfoglia salvo che , al posto della farina, s’impastano a casaccio parole, per di più prese in prestito o comunque frettolosamente orecchiate. Con l’intento di proseguire come prima. Un’alleanza tra PD e una sinistra fatta a fette e per di più con tagli trasversali sotto una sottana vagamente civica. Così i cittadini si sentiranno tutti più partecipi. Ma davvero non s’impara mai niente? Cacciari invece ha capito. “Una lista che raccolga il civismo di sinistra? Certo questa è la strada. E il partito democratico per primo dovrebbe proporre un discorso del genere.”. Esatto. Solo che ormai (il PD) arriva secondo. Ma non per questo dovrebbe reagire come De Maria. Un pochino più di souplesse si renderebbe necessaria. Se , (poniamo il caso che) un’indicazione è considerata, a torto o ragione, positiva, la si assuma. Senza mezze misure. Si fa miglior figura. In politica le idee non sono protette da copyright e nessuno comunque, anche volendo, potrebbe pretenderlo. Quindi tranquilli. Non c’è bisogno di graffiare il vetro per non prender atto che forse (dico forse) il confronto, con altri diversi da sé (esterni e non nemici), può far nascere un qualche processo positivo. Se invece ci si rifugia nel PD “civico” i cittadini capiranno che è in corso l’ennesima operazione trasformistica. I bolognesi diranno insomma che li si vuol prender per i fondelli. Solo esprimeranno,petronianamente, questo concetto in modo più colorito.

la caduta

febbraio 14, 2010

Travaglio, persona che (non tanto per quel che dice e scrive ma per come lo dice e scrive) “non mi finisce del tutto” come si dice a Bologna, ha subito notato il vaticinio di Paolo Mieli: “ Come alla vigilia del 1992, sta per saltare il tappo”. In effetti lo avevo notato anch’io. Secondo Travaglio, Mieli è uno che misura le parole e che dunque va preso in seria considerazione. Aggiungo che Mieli è anche persona ben informata in grado di decrittare segnali,umori e boatos circolanti nella classe dirigente allargata di questo paese. Noi poveri provinciali senza arte né parte andiamo a spanne. O meglio a naso. A sensazioni. Non che manchino , a questo punto i fatti. L’affaire Bertolaso è solo l’ultimo e il più eclatante. C’è di più. E’ quel particolare sistema di potere costruito sulle macerie lasciate dalla prima tangentopoli che sembra giunto al capolinea. Il pentolone del berlusconismo sta bollendo da ormai troppo tempo. Il coperchio può in effetti saltare quasi per forza endogena. La progressiva presa di distanza di Fini, la manovra a tutto campo di Casini, l’insofferenza sotto traccia della Lega e persino l’avvicinamento di Di Pietro al PD sono tutti segnali di gradi crescenti di consapevolezza in tal senso. Anche il continuo gioco al rialzo di Berlusconi sembra corrispondere alla necessità e all’urgenza di forzare il cerchio che lo stringe. A ciò s’aggiunge un sintomo inequivocabile: l’esposizione in  prima persona di Gianni Letta. Un fatto inconsueto per il Richelieu di Palazzo Chigi-Grazioli. Un evento raro se non unico. Per tornare alle guerre napoleoniche, Letta che offre il petto per difendere Bertolaso ha lo stesso significato dell’entrata in battaglia della vecchia guardia: vuol dire che si è a un passo dalla sconfitta. Bertolaso come la tessera di un domino. Non ci si può permettere di sacrificarlo. Non so quanto manchi alla caduta. So che è giunta l’ora di tenersi pronti a gestirne le imprevedibili ,e (come direbbe un vecchio comunista) pericolose conseguenze. Bersani se n’è accorto solo con leggero ritardo chiedendo, allo scoccare della ventiquattresima ora, le dimissioni dell’intoccabile, di quel gran capo “della protezione civile migliore del mondo”; il pover’uomo che ad Haiti è parso avere l’ardire di candidarsi a coordinare gli americani sotto gli occhi increduli di Hillary Clinton : più che una donna un aereo da combattimento. Immagino che Berlusconi avrà spiegato al Grande Capo che per una guerra con gli USA non siamo ancora pronti. Facezie a parte d’ora in poi tutto potrebbe procedere molto in fretta. E’ successo altre volte. Mi domando se il PD, maggior forza d’opposizione, nel bene e nel male, sia pronto alla bisogna. Si sa già che io ne dubito. Il PD, dalla sua falsa partenza in poi, ha dimostrato troppa paura d’aver coraggio. Preoccupato, in un modo assurdamente tradizionale di apparire antiberlusconiano, rischia paradossalmente di apparire anacronistico e trovarsi spiazzato proprio nel momento in cui il berlusconismo s’avvia a tirare le cuoia. Certo non è buona tattica vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato. Ma rischia di non essere credibile neppure l’idea di sventolare un trofeo per il quale non si è neppur partecipato al safari. Bisognerebbe metter le ali ai piedi. Correre contro il tempo. Tanto più in un contesto psico-sociale che, per quanto frammentato da un ormai duro e diffuso disincanto, potrebbe rendersi disponibile per un disegno-progetto-idea di riscatto civile. Anche a Bologna, dopo una vicenda neppur lontanamente paragonabile a quelle relative al sistema-Berlusconi, la fuga dalla politica può tuttavia esser(forse) arrestata solo in quanto se ne comprendano le cause di fondo. Solo se ci si rende disponibili e aperti, senza rete, a condividere le ragioni di un profondo e largo disincanto. Solo se ci si rende conto che non basta più , come nel ’99 mettere in salvo graduati e truppe come condizione minima per fronteggiare il caos. I ragazzi del ’99 ,portati letteralmente in salvo con la stessa tecnica adottata nel 2010, non si sono dimostrati all’altezza. Nessuno escluso. Intanto il campo di gioco è del tutto cambiato: trasformato. L’appartenenza conservava allora ancora in parte un significato che andava oltre un partito in senso stretto e poteva quindi (sia pur residualmente) collegarsi , a settori di elettorato motivati e reattivi. Della serie : “nella sconfitta fate bene a salvare il salvabile, poi si vedrà”. Adesso no. Festa finita. In quest’ambito ha fatto bene il segretario regionale del PD a chiedere scusa ai bolognesi. Gesto importante e non scontato. Purché non si declassi rapidamente, nella testa pensante di un’intera comunità, a pura mossa politica. Allora conviene trarne le conseguenze. E non lo si fa in un congresso di partito. La parola laboratorio è francamente abusata, oltre che esser ormai divenuta l’anticamera di fallimenti annunciati. Tuttavia, nella difficoltà dell’ora, a Bologna si potrebbe tentare d’innescare un processo di ricostruzione della sinistra su basi altre e finalmente e veramente innovative. Nuova sinistra, sinistra civica. Guardando oltre la stessa (speriamo imminente) campagna elettorale. Quale potrà esser lo sbocco di un tal processo , io non lo so. Non si può sapere in partenza. On s’engage, puis on voit!

divagazioni oziose:per reduci ex combattenti

febbraio 9, 2010

Il freddo di questo generale inverno che non accenna ancora a cedere il passo mi fa tornare in mente letture giovanili. La mattina dell’ 8 febbraio 1807. La campagna d’inverno di Napoleone nella Prussia orientale per convincere i russi a coalizzarsi contro l’Inghilterra s’arresta ad Eylau , nell’attuale Polonia. Russi e francesi si fronteggiano in uno stato di parità numerica, salvo che per l’artiglieria. Quella russa è di gran lunga superiore. Si crea uno stallo pericoloso con la fanteria francese asserragliata nella cittadina di Eylau e nei villaggi vicini e sottoposta al tiro continuo dei mortai fin dalle otto del mattino. Nello schieramento francese, sono in campo i migliori comandanti. Da Augereau (il più esperto tra i marescialli di Napoleone) a Ney (poi definito dall’imperatore “il più prode tra i prodi”) a quel Milhaud che si distinse a Waterloo con la sua cavalleria pesante,fino ai Davout, Soult, Murat e Grouchy (colui che forse non per sua colpa mancò all’appuntamento di Waterloo). Insomma l’élite dell’armata napoleonica. Ciò nonostante Bennigsen che comandava le truppe russe si rivelò quel giorno un’osso più duro del previsto. Secondo Chandler . “alle 10,30 del mattino la situazione era critica….un varco preoccupante stava delineandosi al centro dello schieramento di Napoleone e tutti gli attacchi francesi non erano serviti a nulla. L’iniziativa e il vantaggio erano ancora dalla parte di Bennigsen. Ad un certo punto “ una colonna di fanteria russa penetrò nelle strade della stessa Eylau e si portò pericolosamente vicino all’imperatore e al suo stato maggiore che si serviva del campanile della chiesa come punto d’osservazione. In realtà napoleone fu sottratto a morte certa o alla cattura solo grazie alla devozione della sua guardia del corpo che senza esitazioni si lanciò contro i russi sacrificando la vita ed ottenendo così una breve pausa che consentì a due battaglioni della guardia di portarlo al sicuro dentro la città”.( Dal che , per inciso si evince che un tempo le scorte funzionavano). A quel punto Napoleone decide di giocare il tutto per tutto. Alle 11,30, con una temperatura a meno venti fa schierare i 10700 cavalieri della riserva di Murat. Secondo Chandler, “niente era più gradito all’impetuoso duca di Berg (Murat): 80 squadroni di cavalleria in gran forma, con cavalieri splendidamente equipaggiati, scattarono avanti verso i due chilometri che li separavano dal nemico. Fu una delle più grandi cariche di cavalleria della storia”. Ci s’immagini il rombo degli zoccoli di oltre diecimila cavalli sulla terra gelata, per avere un’idea della potenza d’urto che spazzò letteralmente la fanteria e l’artiglieria russa. Di rinforzo Napoleone non esitò a lanciare nella mischia anche la cavalleria della guardia,cosa assai rara per lui che manteneva sempre il corpo d’élite nella retrovia, da impiegare come estrema risorsa. Il colonnello Lepic che comandava i granatieri a cavallo della guardia( i grandi stivali) avvedutosi che i suoi uomini piegavano la testa sul collo dei cavalli per evitare le intense raffiche di proiettili mentre attendevano il loro turno, gridò : “ Teste alte perdio! Sono solo pallottole non merda”.E così la giornata si risolse in un pari e patta, anche se Napoleone come suo solito la spacciò nel bollettino dell’armata come una vittoria. La campagna d’inverno comunque s’arenò in attesa della primavera . Forse quest’esperienza avrebbe dovuto insegnare qualcosa all’imperatore quando sei anni dopo si accinse in piena estate a passare il Niemen per entrare in Russia. Era il 21 giugno 1812.( Curiosamente quasi nello stesso giorno il 22giugno di 129 anni dopo, uno dei tre corpi d’armata di Hitler che componevano l’operazione Barbarossa passò il confine nello stesso punto. Si sa come finì.) Penso di aver letto “Le campagne di Napoleone “ di David G.Chandler all’epoca del servizio militare. Allora si era abbastanza ingenui, in certo modo vergini di ogni servo encomio nei confronti della politica come gestione del potere. La politica, nella mia testa,l’accostavo alla guerra. Quando la guerra non era ancora guerra totale, sterminio di popolazioni civili, ma ingaggio mortale tra eserciti che si danno appuntamento in un campo di battaglia. Credevo di scorgere in entrambe, nella guerra e nella politica, una componente eroica, in certo modo nobile. Scontro ad armi pari. Una sorta di duello. A testa alta appunto come i cavalieri di Lepic. Senza rischio di sporcarsi. Coraggio e lealtà. Facciamo politica come faremmo la guerra. Una guerra antica dove si renda onore all’avversario battuto e se ne riconosca cavallerescamente il valore. Scempiaggini naturalmente. Tuttavia anche dopo aver letto tutto quello che c’era da leggere ed aver studiato quasi tutto ciò che (almeno in via principale) andava studiato sul rapporto tra politica e guerra, e cioè dopo aver raggiunto una visione critica e sufficientemente matura, non ho mai del tutto resettato da un angolo del cervello quell’idea pseudo- eroica, un po’ militare della politica intrisa di un lealismo fuori luogo e fuori tempo. Anche se ho sempre saputo ,( come tutti quelli che sono stati una vita in politica), quanto fosse vero il motto del vecchio Formica secondo cui: “la politica è sangue e merda”. Solo che cercavo di propendere piuttosto per il sangue. Adesso , in linea generale mi pare si propenda decisamente per quell’altra cosa. Ma forse è inevitabile. Talleyrand secondo Bonaparte era” merda in una calza di seta” (o secondo un’altra versione in “un guanto di velluto”), ma fece sedere la Francia al tavolo della Congresso di Vienna che assicurò all’Europa un lungo periodo di pace. Va anche detto che , specie ai giorni nostri, mica tutti sono dei Talleyrand. In ogni caso è tardi per pentirsi.

Una sinistra civica per Bologna.

febbraio 6, 2010

Ieri quand’era circolata la voce di un possibile ritiro delle dimissioni di Del Bono ho pensato che se non era una bufala si trattava comunque di un gossip debole, forse da riferire allo stato d’animo o a un moto dello spirito di un uomo comprensibilmente stressato dalla nota vicenda. Ero portato a ritenere che più che a un’intenzione razionale e soggettiva la notizia fosse da riportare a manovre di lobbies interessate..ai propri interessi. Invece no. O meglio , non si trattava solo di questo. Era già stata convocata la giunta con all’ordine del giorno “comunicazioni del sindaco”. A questo punto siamo al di là del bene e del male. Non ci può più essere il minimo dubbio: si era installato l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. E allora bisogna che chi ha avuto le massime responsabilità nella scelta la smetta, (o sia da altri costretto) di far il pesce in barile. Passa anche da qui la possibilità di qualsiasi futuro riscatto. Altro che andare a protestare sotto la prefettura con uno sparuto gruppo di dirigenti e militanti. E per di più facendo i finti tonti. Se i giornali riportano correttamente De Maria avrebbe dichiarato, a proposito dell’invito dei costruttori a ritirare le dimissioni ,che “ Hanno posto un problema serio, che a Bologna non ci sia un commissariamento lungo, per questo si voti a giugno”. Prego? Ma siamo tutti dei poveri fessi, di fronte ai quali si deve negare anche l’evidenza? La richiesta di rientro dalle dimissioni avveniva proprio dando per scontato che non ci sarà mai un’intesa bipartisan per poter votare a Giugno. E che , di conseguenza eventuali ( e fino a prova contraria certo legittimi) impegni contratti con la nuova amministrazione potevano dar luogo a iniziali e vincolanti decisioni di governo da qui al 2011. Questo interessava ai costruttori. Non certo la possibilità di votare a giugno. Immagino lo sappia bene anche De Maria . Quella risposta, adeguatamente contorta, infatti mirava da un lato a mantenere la barra (già divelta brutalmente peraltro da Cicchitto) del voto al più presto , ma dall’altro serviva anche (un po’ ingenuamente) a cercar di contenere , in termini di pura immagine, entro questa linea i costruttori medesimi. A parte che a De Maria* qualcuno avrebbe dovuto consigliare di andar in piazza letteralmente avvinghiato al commissario Bonaccini, dato che comunque, molto presto, coloro che hanno scelto Del Bono avranno bisogno di un capro espiatorio da dare in pasto all’ira dei militanti che non si placherà con la sua (di De Maria) rinuncia alla candidatura regionale. A parte ciò la giornata di ieri ha tolto di mezzo anche la diversità giustamente affermata con le pronte dimissioni di Del Bono. Siamo diversi, perché noi, al caso, ci dimettiamo prontamente. Sì, infatti… A questo punto, ormai consumata la manfrina del voto subito si apre per Bologna una fase nuova, mai conosciuta in passato. La sinistra bolognese, quale che sia e dove che sia, ovunque sommersa e dispersa ,compreso nel PD, deve assumere l’onere dell’azione. Non è semplicemente realistico e possibile sperar di cavarsela ancora una volta per il rotto della cuffia. E non è neppur possibile , a ragion veduta, lasciare in mano al solo gruppo dirigente del PD e ai suoi obbedienti residui coalizionali la responsabilità di fronteggiare una destra aggressiva che per la prima volta ha la possibilità di sfondare sul serio. Sono trascorsi anni luce da quando da Roma si avanzò la candidatura Mazzuca. Bel mondo quello! Adesso viviamo in un altro mondo. Periglioso assai. Un anno di tempo per affrontare la situazione. E mettere in campo una larga e trasversale sinistra civica per Bologna, all’ombra delle Due Torri. La città è di tutti. Conviene almeno tentare.
* Mi si creda non ho niente di personale contro De Maria.Al quale va dato atto di star sul “pezzo”in condizioni proibitive. Semmai nutro minor considerazione per quelli che si son fatti di nebbia.
PS. A scanso di equivoci. Non venga in mente a qualcheduno(in buona o cattiva fede) di pensare ad un mio interesse o ruolo personale diretto. In nessun senso. Il passato è passato. Per il futuro, se qualcosa si muove posso dare una mano. Anzi, per molte ragioni sento di doverlo fare. Ma niente più di questo. Resti chiaro, anzitutto nelle testoline in cattiva fede, tal semplice concetto!

Commissari.

febbraio 5, 2010

Il segretario regionale del PD inviato da Bersani a commissariare la federazione bolognese , in attesa del commissario prefettizio per la città, dice che si farà un congresso. E, per inciso, ringrazia Il segretario provinciale per il suo spirito di servizio. De Maria infatti rinuncia(spontaneamente) alla candidatura alle regionali. Intanto manifestazione sotto la prefettura. Per esternalizzare, immagino, lo spaesamento dei militanti impegnandoli contro il perfido Maroni. In più, voci circolanti suggeriscono l’eventualità di una dismissione delle dimissioni. Subito smentita da Del Bono. C’è di che star allegri. E anche di che interrogarsi. E difatti m’interrogo. A partire dal candidato Del Bono. Cioè dall’inizio. Tombeur de femmes? Beato lui. A parte una punta d’umanissima invidia, non è su questo che verte il mio interrogativo. All’epoca della sua candidatura, snidato dai giornali, feci intendere un mio consenso. Sotto la specie: non sarà un fulmine di guerra, ma intanto è un economista, poi parla un inglese discreto e in più ha già svolto ruoli importanti nell’amministrazione regionale e comunale. A tutto ciò s’aggiunge un forte appoggio di Bersani, Prodi e Errani. Un tipo insomma inevitabilmente pre-destinato a vincere le primarie alla bolognese ponendo quindi una seria ipoteca sulle secondarie. D’accordo niente per cui accalorarsi troppo. E infatti s’andò al ballottaggio. Ma, insomma ,almeno un ritorno alla normalità. E , poi chi ero io (se non un modesto cecchino), di fronte ad una tal batteria di garanti? Del resto, sottoscritto a parte, chiunque avesse avuto l’ardire di aprire un fuoco di controbatteria sarebbe stato letteralmente polverizzato da una tal potenza di fuoco. Morale della favola , ero abbastanza (ho scritto abbastanza ) convinto che ,dati i precedenti, era utile non evidenziare troppo l’evidente commissariamento di Bologna da parte della regione. Ovvia conseguenza (poco notata) della candidatura del vice-presidente della giunta regionale. Ovvia , almeno per chi non s’è ancora sbocconcellato tutto quanto il cervello con il pane. Restava comunque un oggettivo e solido contrappeso costituito dalla tutela, sempre incombente, di Romano Prodi sulla sua città. Alla fine della fiera,varie e ragionevoli considerazioni mi convinsero che se anche il PD, per com’era mal nato non mi piaceva, sarebbe stato sbagliato e persino colpevole farsi ottenebrare dalle battaglie perse nel recente passato. Feci a fidarmi. Mi sembrava giusto così. Un politico in SPE si richiamerebbe alla “onestà intellettuale”(che poi non si sa più bene che cosa in effetti sia). Ergo andava bene Del Bono. Raccattai persino, tra le pieghe di una conferenza stampa del candidato, qualche elemento di programma a ulteriore sostegno. E questo perché sentivo la necessità di dare una veste dignitosa al mio endorsement (mi scuso per la presunzione contenuta in questo termine). E si sa. Chi cerca per trovare, trova sempre. Bene. Anzi male. Che diventa malissimo se ci si ferma a riflettere sugli interrogativi relativi al rapporto con i costruttori legati alla curia bolognese rilanciati da Balzanelli, di solito uomo prudente. Da tutta questa faccenda ne traggo una convinzione marmorea. Non ci si può più fidare. Né per diplomazia, né per ipocrisia, né in nome di antichi e tenaci legami e neppure per non correre il rischio d’esser considerato un rancoroso rompipalle. A questo punto non mi si venga ad agitare lo spettro della destra per continuare nel solito andazzo. Non basta più. D’ora in poi. E non credo solo per me. Il PD faccia pure i suoi lavacri congressuali. In tranquillità. Non son più rituali che catturino l’interesse dei bolognesi. Ci vuol altro. Non mancherà occasione per riparlarne. In attesa che inizi e finisca la gestione commissariale.

Candidati offresi

febbraio 3, 2010

Dopo due giorni leggo i giornali. Incombono i candidati. A destra la situazione non è chiara. Come sospettavo sembra che la questione UDC-Galetti non sia ancora chiusa. I toni di Casini avversi al PD già lo facevano intendere. Così come la presa di distanza di Guazza dal Mazzuca. Con tutto il rispetto che si deve alla persona: un vuoto a perdere, quest’ultimo. Si attendono eventuali ,ulteriori sviluppi. Nello schieramento di centrosinistra , quindi PD e poco più, la situazione si presenta effervescente. Non si sa quando si vota, ma almeno i candidati non mancano. Dalle parti di via Rivani (che mi dicono esser la sede del partito nuovo) immagino si respiri adrenalina nell’aria. Abbiamo chi : “Sono stato chiaro nella mia disponibilità”, dato che non ci si può sottrarre nel momento del bisogno, dunque “sento che devo pormi a disposizione”. Ci si pone. Bene. E uno… Poi c’è il Cev: “ il soldato CEV c’è sempre”.Una sicurezza col buono e il cattivo tempo. Infatti : “ chi fa gioco di squadra deve essere pronto per ogni ruolo, anche di Capitano”. Mi sembra un concetto chiaro. Ci si propone. In più s’aggiunge l’endorsement di Morandi. E due…. C’è invece chi per non smentire il suo “largo ai giovani”, non si pone né si propone, ma si dispone( a piè fermo) ad “aspettare le decisioni del partito”, non senza avvertire che “non sono e non mi sento candidato”. E qui è giocoforza aprire una parentesi interpretativa perché questa frase è addirittura un capolavoro di sapienza tattica. Vuol dire più o meno questo: “dato che non mi avete ancora candidato , non posso sentirmi candidato, come potrei? Mi sentirò candidato non appena mi avrete candidato. Of course. Cosa diavolo aspettate, pelandroni , perditempo?”. Nel gergo del vecchio partito ci s’attende insomma un’investitura con tutti i crismi, ritenendo di esser un bel passo avanti rispetto a tutti gli altri costretti, poverelli, a porsi e proporsi. E tre…. Infine fa capolino la società civile col professore dell’università (nientemeno) che avendo contratto “un debito con la città” (come , quando?) è , adesso, smanioso di pagarlo con la sua candidatura. E qui le cose non mi tornano del tutto. Si pretende di pagare un debito ottenendo un ulteriore e vasto credito. Boh. Finanza creativa? E quattro….
Eh sì siamo fortunati noi bolognesi. Nella difficoltà non mancano mai coloro che giungono in soccorso , pronti a porsi , proporsi, disporsi, al sol fine di dare un contributo, ovvero una mano, o porsi al servizio, o addirittura a pagare un debito. Ciò è bello e generoso assai. Confortante persino. E’ infatti nella crisi che si vedono all’opera i talenti. A latere c’è il senatore Vitali che , come si diceva una volta a Bologna e dintorni, sembra essersi rimpinzato di carne di leone. E, nella direzione del PD, si sofferma a ruggire che la crisi viene dal lontano 1999. La qual cosa peraltro è arcivera. Chapeau! Solo che ciò comporterebbe mettere finalmente in conto anche le proprie responsabilità personali. Comincio io ,con l’ammettere che mi mancò la forza e il cuore di ripulire la baracca con il lanciafiamme. Ricordo ancora che il cinico Smargiassi su Repubblica (giornale che all’epoca tifava Bartolini) non mi risparmiò, alludendo al fatto (accertato) che, generalmente, cane non mangia cane.

PS. Smargiassi per descrivere la mia bontà d’animo (faccio per dire) spiegò come Tony Blair si era disfatto, senza farsi scrupoli, dei vecchi laburisti. E ciò, allora, mi sviò considerando io Blair il più gran bugiardo dell’orbe terracqueo e un odioso individuo per quanto molto intelligente.

Candidati offresi.

febbraio 3, 2010

Dopo due giorni leggo i giornali. Incombono i candidati. A destra la situazione non è chiara. Come sospettavo sembra che la questione UDC-Galetti non sia ancora chiusa. I toni di Casini avversi al PD già lo facevano intendere. Così come la presa di distanza di Guazza dal Mazzuca. Con tutto il rispetto che si deve alla persona: un vuoto a perdere, quest’ultimo. Si attendono eventuali ,ulteriori sviluppi. Nello schieramento di centrosinistra , quindi PD e poco più, la situazione si presenta effervescente. Non si sa quando si vota, tuttavia i candidati non mancano. Dalle parti di via Rivani (che mi dicono esser la sede del partito nuovo) si respira adrenalina nell’aria. Abbiamo chi : “Sono stato chiaro nella mia disponibilità”, dato che non ci si può sottrarre nel momento del bisogno, dunque “sento che devo pormi a disposizione”. Ci si pone. Bene. E uno… Poi c’è il Cev: “ il soldato CEV c’è sempre”.Una sicurezza col buono e il cattivo tempo. Infatti : “ chi fa gioco di squadra deve essere pronto per ogni ruolo, anche di Capitano”. Mi sembra un concetto chiaro. In più s’aggiunge l’endoserment di Morandi. E due…. C’è invece chi per non smentire il suo “largo ai giovani” si dispone, a piè fermo, ad “aspettare le decisioni del partito”, non senza avvertire che “non sono e non mi sento candidato”. E qui è giocoforza aprire una parentesi interpretativa perché questa frase è addirittura un capolavoro di sapienza tattica. Vuol dire più o meno questo: Nel gergo del vecchio partito ci s’attende insomma un’investitura con tutti i crismi, ritenendo di esser un bel passo avanti rispetto a tutti gli altri costretti, poverelli, a porsi e proporsi. E tre…. Infine fa capolino la società civile col professore dell’università (nientemeno) che avendo contratto “un debito con la città” (come , quando?) è , adesso, smanioso di pagarlo con la sua candidatura. E qui le cose non mi tornano del tutto. Si pretende di pagare un debito ottenendo un ulteriore e vasto credito. Boh. Finanza creativa? E quattro….
Eh sì siamo fortunati noi bolognesi. Nella difficoltà non mancano mai coloro che giungono in soccorso , pronti a dare un contributo, una mano, a porsi al servizio, o a addirittura a pagare un debito. Ciò è bello e generoso assai. Confortante persino. E’ infatti nella crisi che si vedono all’opera i talenti. A latere c’è il senatore Vitali che , come si diceva una volta a Bologna e dintorni, sembra essersi rimpinzato di carne di leone. E, nella direzione del PD, si sofferma a ruggire che la crisi viene dal lontano 1999. La qual cosa peraltro è arcivera. Chapeau! Solo che ciò comporterebbe mettere finalmente in conto anche le proprie responsabilità personali. Comincio io ,con l’ammettere che mi mancò la forza e il cuore di ripulire la baracca con il lanciafiamme.