Archive for marzo 2010

L’analisi del voto

marzo 31, 2010

L’analisi del voto. Sempre stata una specie di incubo. Per me. Non ci so fare con i numeri. Non so manipolarli a dovere. All’epoca del mattarellum ci misi un bel po’ persino per capire il meccanismo dello scorporo. Salvo poi avvalerneme con qualche modesto successo anche nelle sue fraudolente e pur legali, implicazioni. Adesso son diventato di poco più esperto.

Mi risulta comunque che il PD ha perso e che la caduta di Berlusconi è destinata a proseguire nonostante la sua vittoria. Mi risulta che tutte le formazioni più fortemente caratterizzate hanno ottenuto un buon (più o meno) successo. Nell’ordine: Lega, Grillo e, in parte IDV.

Bersani da buon politico d’antan cerca, legittimamente, di ridurre il danno. Enfatizza la crescita sulle europee del suo partito sommando ai voti di lista del PD anche i voti delle liste dei presidenti e delle liste civiche collaterali. Il gioco è fatto. Ma resta difficile spazzar sotto il tappeto un milione e trecentomila voti persi in soli dieci mesi. Ci si può consolare col fatto che il PdL ne ha persi quasi il doppio. Forse. Così come a Bologna ci si può consolare per esser passati dal 40,35 delle europee al 40,97 delle regionali. Forse. Se non ci si cura dei ventimila voti spariti nel frattempo. E se non ci s’accorge dello straordinario risultato bolognese della lista cinque stelle di Grillo. Se si pensa che si tratti di un fuoco di paglia presto destinato ad estinguersi. Opinione che avevo già sentito (e criticato), all’inizio degli anni novanta a proposito del fenomeno leghista.

Ossi di seppia dice Vendola. A proposito dei partiti. “Luoghi pieni di detriti, posti senz’anima”. Esatto. Confermo. Di questo si tratta. Ma non lo dico io. Lo dicono gli italiani che hanno preferito astenersi , non volendo più acconciarsi al ricatto morale del meno peggio (alias voto utile). Dicono: ma i “grillini” hanno fatto perdere la Bresso! No cari miei. La Bresso ha perso perché non ha voluto quei voti. E , del resto, non si può aver tutto dalla vita. O fai una politica o ne fai un’altra. Se perdi non è colpa di chi non apprezza la tua politica. Chi pensa così è solo un arrogante e per di più incapace di assumersi le sue responsabilità. Il problema è sempre e solo quello: il PD resta una costruzione debole e sbiadita. In balìa degli eventi.

E così,quando Bersani va a Sanremo cercando di esibire un’impronta simpaticamente popolana non si rende conto di allargare la distanza che lo separa dalla sensibilità del suo elettorato più critico e soprattutto da un nuovo e giovane elettorato che se ne frega letteralmente di Sanremo e dintorni. Quando poi , a due giorni dal voto, si presenta ai cancelli della FIAT alle cinque del mattino non fa che confermare tale distanza. Ottiene un risultato esattamente opposto a quello che cercava. La corda della propaganda (o del senso di colpa) è troppo scoperta.
Adesso l’errore più grande, dopo aver negato la sconfitta è quello, letale, di accettare, sia pur con cautela e qualche distinguo, l’agenda di Berlusconi.

Si riapre il tormentone delle RIFORME.
Fatta esclusione per quella elettorale (che non si farà) son fermamente contrario alle riforme. Non so di cosa si parli. Le riforme, specie se “grandi”, sempre invocate da tutti son divenute simbolo di una drammatica e colpevole assenza. Di cultura e idealità. Nient’altro che un alibi alla propria impotenza. Le grandi riforme, quando non son fregature sociali, appartengono ormai agli arcana imperii della politica politicante. Al netto del Piano di Rinascita Democratica,nessuno ha idea di cosa esattamente siano le famose riforme. I cittadini non vogliono generiche riforme. Vogliono fatti diversi e nuovi. Comportamenti coerenti. E autentica passione civile e quindi, al caso, altrettanto autentica incazzatura. E’ ora di finirla con sta storia che bisogna sempre e comunque esser propositivi, positivi, ottimisti e dialoganti. Giunti a questo punto i cittadini vogliono dei NO. Sono stanchi delle mezze misure. Solo muovendo da NO, chiari e netti si costruisce nel tempo un’alternativa. Di modello sociale. I cittadini non vogliono una politica che racconti continuamente sé stessa. Vogliono poter identificarsi, dopo molti lustri, in una nuova narrazione. In un dover essere. In una storia , come si dice adesso. In un’ idea di società come si diceva un tempo ,nella quale aver finalmente posto. Dignitosamente.
Ma non c’è nulla di tutto questo. Non c’è convinzione nelle proprie idee. E lo si scorge a occhio nudo. Dunque si può passare una vita a concionare dentro la televisione ma non si potrà trasmettere una convinzione che non si possiede. Non si convince. Quindi non si vince. Tale è la mia sommaria, rabbiosa e convinta analisi del voto.

PS. A riprova della necessità di alzare un aspro muro di NO ,vedo su facebook una foto significativa. La Polverini attorniata dai maggiorenti del suo partito si esibisce in un saluto romano per festeggiare la vittoria. E “noi” abbiamo timore di dire i nostri , sacrosanti no?

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Ciao, ciao..la politica

marzo 23, 2010

Proposta bocciata. Senza appello. Non si accetta il confronto. Chi ritiene che Bologna per un lungo periodo di tempo sia stata costretta a divenire una città martire, per ciò ch’essa rappresentava in Italia e in Europa, fa solo “una confusione pazzesca”con il risultato di “stravolgere quel po’ di conoscenza che c’è su certi argomenti”. In chiaro. Si esercita un potere di veto. In nome e per conto delle vittime. Ci si erge, a custodi esclusivi di una conoscenza destinata a divenire esoterica. Chiusa nel suo specialistico isolamento. Va da sé che “certi argomenti” non sono alla portata di tutti.
Con tutto il rispetto per Paolo Bolognesi, cui va il merito di aver proseguito , in condizioni sempre difficili, la lunga battaglia per verità e giustizia è proprio la necessità di non confinare questa “conoscenza” entro limiti sempre più angusti che mi ha spinto ad avanzare una semplice idea. Fermo restando che altre, potranno esser senz’altro considerate più utili e valide.
Non si tratta di svuotare e fuorviare il ricordo. Tale è l’accusa che viene avanzata. Semmai di riconoscere, in eventi tra loro diversi succedutisi a Bologna, per oltre un trentennio un tratto comune. Non c’è un solido filo rosso seguendo il quale tutto viene in chiaro. Non c’è stato un unico complotto ai danni di Bologna. Ma bisogna esser del tutto ciechi per non rintracciare ad occhio nudo il contesto storico che ha caratterizzato su molti piani (politico, culturale, sociale, ideologico) un tormentato, aspro e sanguinoso passaggio d’epoca.
Entro questa transizione non è improbo intuire e poi arrivare persino a comprendere il senso di un accanimento tanto feroce, quanto ripetuto, su di una città come Bologna.
Piegare un’intera comunità di cittadini. Normalizzarla ad ogni costo. Anche con il ricorso all’arma estrema del terrore e della paura. Insinuare e diffondere il dubbio che, da un certo punto in poi, il pericolo aggiunto del vivere a Bologna , era conseguenza diretta di quell’orgogliosa diversità di cui si sentivano partecipi ampi strati di cittadini.
Non penso, con quel “muro”, di rivendicare la passata diversità. Solo di mettere la memoria al servizio di una idea ,di un progetto di città nuova. I mattoni di quel muro servirebbero a costruire la base comune per una rinascita civile. Nella milgiore comprensione di una storia che ha legato Bologna all’Italia in un modo particolare. Spesso drammatico. E , nel contempo, a contrapporsi , a fenomeni di imbarbarimento civile proprio sulla soglia di un altro passaggio non indolore. Quello che già si preannuncia con la caduta di Berlusconi.
Su questa base rinnovare la memoria serve a immaginare per tempo e progettare Bologna nei prossimi anni. Un progetto che non può esser lasciato alle pur legittime brame d’imprenditori del ferro e del cemento.
Immagino vi sarà chi pensa che quest’ultima osservazione appaia strumentale. Forzata. Fuori tema. Nulla a che vedere con cerimonie e monumenti.
Sbaglia, credo. L’idea di una comunità di cittadini che riprende in mano il proprio destino, o più verosimilmente cerca almeno d’influenzarlo a proprio vantaggio ha in realtà, molto a che vedere con una città che si rimette, alfine, in cammino. Sulle gambe dei suoi cittadini. I quali pongono anche e proprio la memoria al servizio di un progetto che non può che comprendere un’identità civica rinnovata e aperta all’Europa e al mondo.
Non si tratta dunque di rinunciare. Ma di rendere la memoria più largamente condivisa. Non imbalsamandola in una residuale ripetitività. Farla agire nel presente per influenzare il futuro. E’ ormai urgente e doveroso rilanciare. Su di un più vasto terreno. Nulla andrà perduto se la costruzione di un muro della memoria sarà -e ben potrebbe esserlo- l’occasione per aprire il confronto tra i cittadini sul futuro della loro città. Non ci si piegò sotto i colpi più duri. Adesso è giunta l’ora di fondare, anche su quella resistenza civile, una nuova stagione.

PS. Mi rendo conto che l’argomento è scomodo. Tuttavia ai partiti che hanno sin qui governato Bologna non dovrebbe sfuggire che ,per ragioni politiche e istituzionali, spettava a loro, molto più che al commissario, affrontarlo. Si è preferito invece mandare in avanscoperta la signora Cancellieri per effettuare un piccolo test. Ebbene (notizia dell’ultima ora) il test è fallito. Ognuno continuerà a ricordare separatamente i suoi morti. E la politica è ancora più debole. Ciao, ciao ..la politica.

Le stragi

marzo 18, 2010

Non ho cambiato idea a proposito del 2 agosto.(vedi in archivio il post La strage).
In vista del trentesimo anniversario della strage si parla adesso di unificare il ricordo e la memoria di tutte le stragi che hanno colpito nel corso, appunto, di un trentennio la città di Bologna. A me sembra un’indicazione positiva. A patto che ciò avvenga sulla base di un progetto , insieme culturale e politico, che possa fissare e tramandare una memoria storica condivisa. Per dare basi solide a un tal progetto non è peregrino rintracciare ciò che ,in epoche diverse, ma con una continuità evidente a tutti, ha costituito il substrato dei diversi attentati terroristici che si sono attuati a Bologna.
Difficile tener insieme episodi tra loro diversi se non s’identifica il retroterra che li ha,in vario modo, prodotti. Anche al di là dei diversi protagonisti e protagonismi. Appare arduo ,comunque forzato e posticcio, ricordare insieme la strage del 2 agosto, quella del volo Itavia e la lunga serie di omicidi della Uno bianca se , ad esempio, al netto delle sentenze, si continua ad attribuire quest’ultima vicenda ad una “banda familiare” di pazzoidi e criminali comuni. (Si vedano a tal proposito i post precedenti).
Una volta , un prefetto di Bologna, proprio al tempo in cui i “banditi” della volante 4 continuavano, inafferrabili, a seminare il terrore se ne uscì, in privato, con quest’osservazione: “ Dobbiamo cercar di capire perché Bologna , statisticamente, sia divenuta nel tempo una delle città più pericolose d’Italia e d’Europa.” Affermazione per molti aspetti ambigua. Quasi da barbe finte. Tuttavia indicativa di una consapevolezza. La stessa che mi ha sempre animato. Bologna come bersaglio privilegiato di continui e diversificati attacchi terroristici.
Non è necessario spendere molte parole per tornare a dire che Bologna è stata per lungo tempo vittima di una vera e propria strategia della tensione. Quella strategia “evolutiva” che s’inaugurò a Milano il 12 dicembre 1969 con la strage di Piazza Fontana e che ha sempre , puntualmente intrecciato,in un’alleanza operativa settori deviati dello Stato, poteri occulti, neofascisti e grande criminalità.
In quest’ottica andare oltre il rituale consueto, come dice il commissario Cancellieri, non può esser riferito, per negativo, alle “gazzarre, contestazioni e polemiche”. Insomma togliamoci il fastidio. Specie se, nel medesimo contesto (intervista al Corriere) si tessono, le lodi del prefetto Mazza .
Il prefetto di Milano, certo ebbe l’incontestabile merito di lanciare, per primo, l’allarme sull’incombente terrorismo rosso, ma fu anche colui che la sera del 12 dicembre, a poche ore dalla prima strage, indirizzò al presidente del Consiglio Mariano Rumor un fonogramma urgente nel quale si indicava a colpo sicuro la pista anarchica. Un’indicazione obiettivamente depistante proprio rispetto a quella complessa e, ancor oggi, in parte oscura strategia della tensione che nella sua continua evoluzione e sofisticazione ha colpito ripetutamente e duramente Bologna fino alla prima metà degli anni novanta.
Dunque mettiamoci d’accordo. Non sull’andar oltre un’ormai stanca liturgia. Ma sul significato di un nuovo progetto in grado di far riflettere i più giovani sui pericoli che ha corso la nostra democrazia. E su quelli che ancora può correre. E’ cosa che riguarda il nostro, ancor fresco, passato. La memoria non può esser chiusa in un polveroso archivio se vuol esser bussola e stimolo per il futuro.

PS.Forse , non sarebbe né inutile, né banale, erigere un nuovo monumento alla memoria. Un lungo muro con su incisi i nomi di  tutte le vittime. Di tutti coloro che caddero quando l’Italia rischiò di affacciarsi sull’orrido della guerra civile. Un percorso ragionato,  aperto , critico e che inviti a riflettere ancora : dalla strategia della tensione, fino al  terrorismo di stampo brigatista. Per questo, per me, su quel muro di Bologna ci sarebbero i nomi di Francesco Lorusso e Marco Biagi.

Estiqaasti

marzo 16, 2010

La Bernini, secondo il gustoso resoconto di Eleonora Capelli su Repubblica, dice che bisogna guardarsi nelle palle degli occhi. Come quando si litigava da ragazzi. Oh, tu , non fare il furbino con me, guardami ben nelle palle degli occhi! Solo che lei è una signora moderna ,elegante e internazionale. Portamento eretto. Dritta come un fuso. Mica balle. Dunque lo dice in inglese: eyeball-to-eyeball. E dice anche che ciò che conta e il “customer satisfaction” tagliando il “filibustering” burocratico senza dimenticare il necessario “benchmark”. A questo punto il grande capo Estiqaatsi, leader della tribù Cherokee (pronuncia esticazzi!) dice che: “signora Bernini è molto preparata in lingua yankee ,adatta quindi viaggiare in vasto mondo globale”, aggiungendo che “è certo errore veniale avere vaga idea di piccola regione emilianoromagnola”.

Raisi invece per far sponda alla Bernini trascura l’inglese per annunciare a colpo sicuro un’ offensiva giudiziaria in grande stile contro Errani subito dopo le elezioni. Intanto la Cracchi si fa ritrarre per Vanity Fair accanto ad una “limousine lunga un chilometro”. Si è divertita un sacco . Secondo le cronache. E , Estiqaatsi dice che: “ “onorevole Raisi forse dice quel che sa, ma forse non sa quel che dice” e comunque il grande capo pensa che “tutto fa brodo in campagna elettorale post Del Bono”.
Quanto alla signora Cracchi, il grande capo , pensatore e sciamano, pensa che: “signora ha ormai carriera assicurata in Star System ” e crede che: “oltre personale talento per lancio da CUP a mondo fashion e alta moda signora Cracchi forse ringrazia sbadattagine professore Del Bono”.

Casini appare più insidioso quando dice che, Vasco è stanco e dovrebbe riposarsi un po’. Cosa ne pensa il grande capo a tal proposito? “Estiqaatsi, pensa che è dovuta risposta saggia e riflessiva perché onorevole Casini è grande furbacchione yankee. Lui volere che suo discepolo onorevole Galetti, sostenuto da Guazzaloca, prenda voti in competizione regionale. Estiqaatsi pensa che a test positivo corrisponde tentativo di candidatura a Bologna in 2011. Altro che Mazzuca.”
Galetti ha detto una volta che, al di là dell’interpretazione della legge che inibisce i tre mandati per i presidenti di regione , Errani avrebbe dovuto compiere una scelta politica. Cosa ne pensa il grande capo.? “Estiqaatsi esita, essendo suo pensiero complesso e problematico, intanto tam-tam annuncia la fine della trasmissione”.

Marzo è il mese più crudele

marzo 11, 2010

Mah. Non capisco. Di conseguenza faccio fatica a condividere. L’offensiva , si fa per dire, mossa in questi giorni nevosi, alla Commissaria. Un ex vice-sindaco, impavido candidato alle regionali, si mette alla testa di un gruppo di volenterosi  in favor di fotografi e cronisti: “ Vado a spalare, la città è bloccata”. Non è fantastico? Eh sì. Un bellissimo esempio di disinteressato civismo. Un piccolo esordio del PD civico?
Ricordo che ai tempi dell’ultima grande nevicata, di fronte alle proteste dei cittadini il sindaco Zangheri si limitò a licenziare (pardon avvicendare) il presidente dell’azienda  municipale per la nettezza urbana. Il brav’uomo s’era subito, disperatamente quanto vanamente, appellato ad una neve straordinariamente pesante. Irremovibile alle esili lame degli spazzaneve.

Ma adesso c’è il Commissario. Dunque la tempesta perfetta di neve marzolina ricade tutta su di lui/lei. E se non spala la signora , allora spaliamo noi. Va mo là. E , in effetti il Commissario “non basta alla città”. Lo si è capito dal momento che non la si è vista. La Signora in stivali. A spalar neve di primo mattino.

Continuo a non capire. Avevo già visto spuntare la tesi secondo cui Bologna s’apprestava ad esser la misera figlia di un Dio minore quando si palesava una sicura efficacia del decreto salva liste. Perché loro sì e noi no? Tesi oltremodo stupida perché vanificava d’un sol colpo il significato delle pronte dimissioni di Del Bono e mischiando, disinvoltamente, mele con pere faceva diventar bigi tutti i gatti. Accomunandoli in un medesimo giudizio.
Così come avevo capito solo fino a un certo punto l’insistenza per andare a votare subito.

Un bel election day , con le regionali. Ma bravi. Forse qualcuno pensava di poter tranquillamente riprendere da dove si era lasciato? Magari scegliendo il candidato a sindaco nel mazzo degli ex assessori?
Non avevo capito neppure la smania dei membri della ex giunta-breve di affacciarsi al proscenio commissariale con suggerimenti, incitazioni e sicure indicazioni. Per la serie : noi che abbiamo governato per ben SETTE mesi siamo il punto di riferimento obbligato per qualsiasi scelta il Commissario intenda compiere. Cara Signora da qui deve passare. Noi siamo gli eletti dal popolo e, soprattutto, siamo quelli già selezionati e scelti dal sindaco…. che si è dimesso. Senza il nostro bollino di garanzia Lei non combinerà mai nulla di buono. Of course.

Mah. Non capisco questa totale assenza di senso del ridicolo. Marzo è davvero il mese più crudele.

PS. Una sola vera fortuna. A quanto pare la Bernini,smarrita nella bufera  farà campagna elettorale ai confini della regione..con l’Umbria.

Presidenti e caimani.

marzo 7, 2010

La cosa funziona così. Gli ex fascisti minacciano la guerra civile(“disposti a tutto”) ricoprendo il loro tradizionale ruolo. La pattuglia degli ex socialisti craxiani del PdL , che sanno leggere e scrivere, s’incarica di fare il lavoro sporco dopo che i primi hanno ammorbidito gli animi. Libro e moschetto. E avanti così. Dall’azzeramento dell’articolo 18, al decreto che va –come dice Schifani-alla sostanza del problema. Come dite, norme di legge? Puttanate. Il comune buon senso è dalla nostra parte. La gente non ha tempo e voglia di disquisire sulle forme. Da quando Craxi per decreto salvò le tivvu del Berlusca, si è aperta la strada al corrompimento di ciò che , in occidente, si definisce come lo stato di diritto. Napolitano si è trovato di fronte ad uno stato di fatto da lunghissimo tempo affermato.
Di questo stato fa parte anche la significativa innovazione che riguarda Bertolaso. Lui controlla sé stesso come capo del dipartimento protezione civile, dall’alto del suo posto nel governo. Mai che si sia sentita una protesta. Conta la sostanza. Che si risolve poi nel risolvere i problemi per via illusionistica. Spumante nelle case ammobiliate dei dintorni dell’Aquila, costruite a tempo di record. Come dite? Ah, si scopre tutta una banda di delinquenti intorno all’uomo con la maglietta che si fregia degli italici colori ? Conta la sostanza. Che coincide con l’immagine d’efficienza trasmessa agli italiani. Gli acquilani sono cavie per un esperimento di tecno-democrazia berlusconiana. Nelle tendopoli sono state sospese a tal proposito, nell’immediatezza del sisma, libertà fondamentali,  diritti individuali e collettivi sanciti nella Costituzione. Nessuno se n’è accorto. Conta la sostanza. In attesa di capire sotto qual tappeto e con l’aiuto di chi si è spazzata tutta la spazzatura di Napoli. E intanto l’inquisito in maglietta va a ricevere, devoto, il plauso dal Papa in persona.
Prima ancora si era sospeso lo stato di diritto al G8 di Genova dove la gente è stata imprigionata e torturata ,come riconosce finalmente una corte di giudici. Ma se la cavano quasi tutti con la prescrizione, dato che in Italia il delitto di tortura, espressamente previsto dall’UE, non è mai stato introdotto. Tale , in estrema sintesi è il contesto generale entro il quale avviene l’ultimo colpo di mano operato dal partito dell’Amore.
E pensare che c’è stato un tempo in cui si considerava eversivo il piano di rinascita di Licio Gelli (o chi per lui). Alla luce del contesto attuale quello era solo un modesto, timido e moderato programma d’innovazione istituzionale. Ha tracciato tuttavia una rotta per la transizione alla democratura. Oggi siamo, infatti, già in piena dittatura della maggioranza. C’è ancora la democrazia formale ma vige la sostanza della legge del più forte.
Napolitano ha dovuto prender atto di questa situazione. O si fa quel che dice Berlusconi o è il caos. Il salto nel buio. In particolare la non ammissione del Pdl a Roma avrebbe scatenato l’inferno in terra? Probabilmente no. E’ assolutamente certo però che avrebbe scatenato la violenza in varie forme. La violenza intrinseca ad una formazione populistica di stampo autoritario entro la quale si sono rifugiati, tra l’altro, tutti i peggiori arnesi del neofascismo di stampo terroristico. Al netto, naturalmente delle varie bande di affaristi senza scrupoli. Nella giungla, popolata da bestie di questa specie, Zagrebelsky dice che : “ la politica è l’arte di agire per i giusti principi nelle condizioni politiche date. Queste condizioni non sempre consentono ciò che ci aspetteremmo. Quali sono le condizioni cui alludo?Sono una sorta di violenza latente che talora viene anche minacciata. La violenza della fine della democrazia. Il capo dello stato fa benissimo ad operare affinché non abbia mai a scoppiare”.
Zagrebelsky ci dice dunque (mia interpretazione) che Napolitano è andato oltre le sue prerogative compiendo, di fatto, una scelta politica. Per dirle con parole mie, Napolitano ha dovuto piegarsi ad un ricatto d’inaudita violenza. Per salvare il salvabile. E’ ovvio che ciò è in netta contraddizione con ciò che anche Zagrebelsky denuncia: le ragioni della forza prevalgono sulle ragioni del diritto.
Difficile dire con assoluta certezza se si poteva , nelle condizioni date, (cioè nello stato di fatto vigente da gran tempo) agire diversamente. Forse sì. Dare per esempio tempo ai Tar di esprimersi liberamente. Adesso non sono più liberi dato che devono attenersi all’interpretazione autentica della legge operata da un decreto emanato in nome e per conto del parlamento. In quel caso io ritenevo altamente probabile che si sarebbe sbloccato lo stallo in Lombardia e invece sanzionato il comportamento del PdL in Lazio. Sarebbe stata una condizione accettabile, obtorto collo, sia per l’una parte che per l’altra.
Ma il marchese del Grillo non è di quelli che s’accontentano di limitare i danni provocati dal suo stesso arrogante comportamento. Lui è di quelli che vogliono tutto. L’ha avuto. E si modifica con ciò il pur censurabile stato di fatto in vigore sino a qui. Un nuovo inedito precedente. Si cambiano le regole in corsa e in materia elettorale. Qualcosa di enorme.
La stessa Corte Costituzionale cui spetta il sindacato sulla interpretazione autentica della legge operata dal parlamento, ha ormai le mani in gran parte legate dalla firma del capo dello stato. Viceversa non ci sarebbero dubbi sul rigetto del decreto che ha, senz’ombra di dubbio, innovato la legge. E non semplicemente interpretata. La confraternita di palazzo Chigi, col favore delle tenebre, ha scritto  un’altra, diversa legge.
In Napolitano è prevalsa la necessità, obiettiva, di far votare tutti gli italiani. Scelta politica dunque. Di sostanza. Ma, in quest’ambito, c’era anche un’altra scelta: quella d’impugnare il decreto in nome del fatto concreto ch’esso modificava, in corsa, le procedure per la presentazione delle liste.
Pur non unendomi acriticamente al coro dei detrattori di Napolitano, debbo riconoscere che la sua alta figura istituzionale ne esce gravemente lesa da quella firma. Avrei preferito un’altra possibile scelta. Senza escludere quella un po’ ipocrita e cerchiobottista cui ho alluso poc’anzi a proposito del possibile esito del pronunciamento del Tar a bocce ferme. In più, resto convinto che nella lunga caduta del berlusconismo era necessario , per quanto duro e rischioso, mettersi di traverso.
Ciò avrebbe comportato gravi rischi, ma non è assolutamente escluso che dopo questo durissimo colpo allo stato di diritto non se ne corrano di peggiori nel prossimo futuro. Si capisce , sono d’accordo anch’io, che siamo in presenza di una fase convulsiva se non agonica del modello Berlusconi,(vedi post La Caduta) ma farei una certa attenzione ai colpi di coda. E’ noto che i colpi di coda del caimano possono uccidere.

PS. Venerdì notte, sono andato a dormire con animo più sollevato, se non lieto, solo quando ho appreso che a Roma il “popolo viola” era sveglio e in piazza. Davanti al Quirinale prima e a Palazzo Chigi poi. Nello scempio civile provocato dal berlusconismo , e nell’impotenza di tutta la sinistra rossastra, rossa, rosata, e infine pallidamente bianca rossa e verde del PD non resta che affidarsi al color viola. Chi l’avrebbe mai divinato. Grazie al color viola non è ancor detta l’ultima parola. Forse neppure in quel “partito nuovo” che scelse quei tenui colori pastello a tradire un’ancor più tenue convinzione e un’assenza di progetto malamente mascherata dal richiamo ad un generico e ormai magico riformismo.

Buon senso

marzo 4, 2010

Riprendo dal post precedente. Tutto sembra svolgersi come da copione. Le corti d’appello a Milano e Roma confermano l’irregolarità e quindi l’esclusione delle liste rispettivamente di Formigoni e del PdL. Il ministro della difesa indossa i panni dell’ insurgent e avanza un ricatto che riecheggia quello di mussoliniana memoria dopo la marcia su Roma. Schifani , seconda autorità dello stato afferma che “la sostanza deve prevalere sulla forma”. E ti pareva. Massimo Franco sul Corriere invoca una “risposta politica il più possibile concordata..prima che Tar e Consiglio di Stato si pronuncino in maniera definitiva. “ Nel corso di un dibattito su la 7, un’autorità in materia come Onida spiega, in risposta al redivivo e “sostanzialista” Forte, che bisogna saper distinguere tra formalità essenziali e formalità inessenziali e che per farlo va applicata la regola aurea del buon senso. E qui ci si incammina su un terreno accidentato.
Se , putacaso mancano un certo numero di firme rispetto a quello stabilito dalla legge, può il buon senso decidere che la norma in questione è interpretabile fino al punto da ammettere comunque quella lista alla competizione elettorale considerando l’adempimento in oggetto alla stregua di una formalità inessenziale? Sembrerebbe di no. E così, a me pare altrettanto arduo , restando aderenti alla volontà “essenziale” del legislatore, ammettere una lista che non è stata presentata entro i tempi definiti dalla legge.
Ma esiste e ampiamente circola una versione allargata del buon senso, secondo cui non si possono escludere milioni di elettori dalla competizione elettorale, salvo una delegittimazione dello stesso risultato foriera di ben più gravi conseguenze. Tra queste, si contemplano evidentemente quelle “insorgenze” prospettate da un ministro della Repubblica.
Posta così la questione, apparentemente non c’è scampo. Si tratta solo di decidere, non il “se” , ma il “quando” saranno travolti gli argini dello stato di diritto. A furor di popolo. Tutto ciò, come da molti sottolineato, è diretta conseguenza del crepuscolo berlusconiano (vedi anche mio post “La caduta”) e del marasma che l’accompagna dentro il PdL. Ma proprio per questo il buon senso di chi si propone come alternativa dovrebbe suggerire di resistere all’apparenza e di non cedere al ricatto.

Non che pericoli, anche gravi, non siano presenti nella crisi del blocco di potere raccolto attorno al PdL. Tuttavia le malcelate nostalgie contenute nella “prova di forza” invocata dalla Polverini e, ancor più esplicitamente, in quel “non rispondiamo delle nostre azioni, siamo pronti a tutto” di La russa  sono destinate a rivelarsi una pistola scarica, sol che il  PD e  tutta l’opposizione  non s’acconcino a fasciarsi la testa anzitempo, come troppe volte è avvenuto in passato.  E, in ogni caso, un’opposizione all’altezza del suo ruolo non può che accettare la sfida senza mezze misure.

Non siamo più nel mondo bipolare della seconda metà del novecento. Non ci sono truppe ai confini pronte a sostenere gli “insorti” e tantomeno i fuori di testa. Veri o finti che siano.
Ciò ribadito, non ci si può certo rallegrare , ma anzi rammaricare sinceramente per la non partecipazione al voto di tanti elettori che può portare il centrosinistra ad una vittoria monca e persino triste. A tavolino, come qualcuno ha detto.

A maggior ragione va tenuta ben ferma la responsabilità del PdL per quanto sta accadendo. La giusta protesta degli elettori del centrodestra non può che indirizzarsi verso il quartier generale di un partito nel quale si continua a ritenere che leggi e regole si possano diversamente applicare o non applicare affatto a chi rappresenta la maggioranza relativa del paese. In quest’ambito se l’opposizione dovesse accedere ad un compromesso, magari comprendente una qualche logica di scambio non farebbe altro che caricarsi di una responsabilità che non gli appartiene e condividerla con Berlusconi.
Bersani di fronte all’eventualità di un decreto legge del governo ha fatto una dichiarazione impegnativa:“escludo categoricamente che si possano cambiare le regole in corso d’opera”. Attenersi in modo lineare e limpido a questa dichiarazione politica ,senza se e senza ma, è il modo migliore anche per provocare, sia pur nel tempo, una riflessione in settori popolari dell’elettorato di centrodestra. Senza contare che un comportamento coerente in tal senso sarebbe accolto con un certo sollievo dagli elettori critici del centrosinistra.

Il marchese del Grillo

marzo 1, 2010

Adesso che il PDL è senza lista in quel di Roma s’inventa una contrapposizione ed anzi una vera e propria incompatibilità tra democrazia e burocrazia. Ecco sta proprio qui l’estrema pericolosità della destra berlusconiana. La mia tesi è semplice. Quando ci s’appella al capo dello stato affinché si trovi un inghippo qualunque per aggirare le regole non si fa altro che restaurare la figura del marchese del Grillo: io sono io e voi non siete un cazzo! Sì perché bisogna rendersi conto dell’enormità di ciò che viene richiesto. Le regole valgono per tutti ma non per noi. Questo papale ,papale, dice Berlusconi secondo cui “la burocrazia non deve prevalere”. Vada come vada questa vicenda le parole sono ormai pronunciate. E, a mio modesto avviso, niente di così ferocemente eversivo era stato sin’ora detto e proposto. Resta da vedere se la gente lo capirà. Dopo anni di attacchi alle regole della democrazia, abilmente proposte  al grande pubblico sotto forma di snellimento della burocrazia e a favore della “sostanza” diventa per tanti difficile discernere il grano dal loglio. Far capire che la democrazia è anzitutto regole, petrosamente scolpite nella legge. Non sostanza. La sostanza è politica, programma , progetto. Senza la più stretta osservanza delle regole la democrazia muore. Ma come? In fondo si è trattato solo di un leggero ritardo in una mera circostanza burocratica. L’incaricato del PDL si era allontanato un attimo per mangiarsi un panino: “Ecco sì, sono andato a mangiarmi un panino. Non mi pare grave no?” dice il finto idiota al Corriere. O più verosimilmente, dico io, per apportare un ritocco dell’ultimo momento alla lista. Ebbene ,vogliamo punire un intero partito per questo? Se un tal ragionamento dovesse farsi strada, sarebbe l’inizio della fine. Né più né meno. Non mi viene neppure più da ironizzare. A maggior ragione, di fronte alla gravità della vicenda non mi sembra affatto opportuno sminuirla come fanno quelli che pongono a fronte di questa l’indisponibilità del governo e della sua maggioranza a far votare Bologna al più presto. Cari amici del PD (posso chiamarvi amici?) si tratta di due cose non comparabili. L’ultima riguarda una scelta politica (dato che basterebbe una leggina da concordare in parlamento) , che come tale è sempre discutibile. In un senso o nell’altro. La prima riguarda invece una regola inderogabilmente stabilita dalla legge elettorale e come tale non contrattabile. Salvo stabilire un disastroso e ingovernabile precedente. Vi è chiara la differenza? Beh allora proviamo ad illustrarla agli elettori. Prima che sia tardi.