Archive for aprile 2010

Pregiudizi con Google Maps

aprile 28, 2010

Rileggere i quotidiani e risentire telegiornali dopo qualche giorno di astinenza volontaria serve , a volte, per guadagnare uno sguardo dall’alto e dunque più distaccato, disinteressato. Leggo e ascolto articoli e commenti sorvolando rapidamente col metodo google maps.

In zona Europa, Giannini su Repubblica spiega che il default della Grecia annuncia che “I mercati stanno scommettendo sul collasso dell’Unione monetaria. E la notizia è che stanno vincendo”. A ruota colgo un commento da un notiziario nazionale secondo cui la Merkel si starebbe decidendo a dare il via libera al piano di salvataggio della Grecia.
Due notizie contraddittorie. Almeno in apparenza. Io mi faccio guidare dai miei consolidati pregiudizi.
Il primo riguarda la cosiddetta strategia di Lisbona varata nel 2000 con obiettivo di fare entro il 2010 dell’Europa l’area più competitiva al mondo con nuovi e migliori posti di lavoro nell’ambito di uno sviluppo ambientalmente e socialmente sostenibile.
Sostenni , a suo tempo in varie sedi che quella strategia era destinata al fallimento se nel frattempo non fosse avanzata l’idea e il progetto di un’Europa federale. Perché? Semplice. Senza procedure vincolanti Lisbona sarebbe rimasta un semplice manifesto di buone intenzioni. Infatti tutto è stato affidato in questo decennio al metodo del “coordinamento aperto”. Ognuno poteva far ciò che voleva. Infatti nessuno ha fatto nulla. La strategia è così clamorosamente fallita. Non se ne parla neppure più. Eppure se oggi l’obiettivo dei mercati è mettere in ginocchio la moneta europea ciò è anche dovuto al fatto che ci si è limitati a darsi una comune politica monetaria completamente disgiunta da una politica economica e industriale concordata e adeguatamente finanziata dagli stati nazionali. Con l’aggravante del grande allargamento ad est. Anche questo non supportato da nuove e più forti istituzioni.

E qui risiede il mio secondo pregiudizio. All’epoca ebbi l’ardire di intervenire alla camera dei deputati per chiarire che senza più forti istituzioni politiche l’allargamento avrebbe generato un pericoloso effetto boomerang. In gergo europeo si trattava d’accompagnare l’allargamento “all’approfondimento”.
Nel frattempo si è incaricata la Germania di far fronte all’allargamento. A partire dall’unificazione tedesca è avanzata, nei fatti, una moderna visione del lebensraum. Lo spazio vitale per la più forte nazione europea. Non a caso dopo il salvataggio per il rotto della cuffia del trattato di riforma istituzionale , fatto anche questo a Lisbona, se ne è data anche per volontà della Germania, un’interpretazione al massimo ribasso. Chi ricorda il nome del presidente dell’UE  alzi la mano. Insomma grazie alla ripresa degli egoismi nazionali, non contrastati come un tempo proprio dalla Germania, la grande Europa dell’allargamento si vede oggi letteralmente azzannata dai cani della speculazione monetaria come nota anche Giannini.

Bon. Focalizziamo google maps sull’Italia. E restringiamo l’obiettivo sul PD.
Anche in questo caso un mio pregiudizio è confermato dalle cronache. Mi spiace , ma è così. O almeno a me così pare. Bersani seppur con cautela sembra aver chiuso la porta al dialogo sulle riforme e allora D’Alema e i suoi s’incaricano di chiarire che: “affermare che con Berlusconi le riforme sono impossibili è un errore tattico”. Bersani si barcamena spiegando che non era sua intenzione chiudere la porta al confronto quanto “sfidare Berlusconi a mettere sul tavolo una proposta”.

Errore tattico. Ma davvero? Modestamente continuo a ritenere che dialogare con Berlusconi nelle attuali condizioni è un errore strategico. Cari amici del PD se Berlusconi prepara la corda per impiccarvi non è granché utile insaponarla prima di metterci dentro il collo.
Bisogna preparare il dopo Berlusconi guardando al 2013. A tal fine , a proposito di tattica, conviene dare per scontato , o almeno insinuare l’idea che il Cavaliere dopo quella data va a godersi l’immeritata pensione. Dunque ,altra agenda , altre priorità: riforma fiscale e combattimento “casa per casa” sui regolamenti attuativi del federalismo fiscale. Su questi ultimi si gioca la partita essenziale. Quella volta a dimostrare l’inconsistenza dell’ipotesi leghista e la contraddittorietà interna e insanabile del PdL.
Non si tratta di rigettare in toto  l’idea del federalismo fiscale bensì la cronica incapacità di delinearlo in termini di maggior equità fiscale e forte autonomia locale. Nei fatti , non a parole. Tirar giù il simbolo del federalismo fiscale appeso al cielo della propaganda per portarlo sul terreno degli interessi in gioco. Interessi sociali e territoriali. Questa è la vera sfida. Per il resto referendum. E poi ancora referendum. Tenere in campo i cittadini. A partire dalla riforma dell’attuale legge elettorale. Inoltratevi nel solito ginepraio delle Grandi Riforme e ne avrete come risultato un’ulteriore abbandono del campo da parte dei cittadini impegnati in altre più pressanti, e ormai per molti vitali in senso stretto, urgenze sociali.

Abbassiamoci ancora sull’Emilia-Romagna.
Novità decrepite. Si dà spazio alla proposta di una separazione dell’Emilia dalla Romagna. Alleanza inedita tra la Lega e il finiano Raisi che assieme alla Bernini ha depositato una proposta di legge. Mah. Mi sembra di ricordare che la sfidante di Errani non dimostrò neppure una chiara idea della geografia regionale.
Quanto a Raisi. Personaggio a suo modo simpatico. Lo vedo e lo ascolto su La 7. Divertimento assicurato. Non si capisce letteralmente un tubo di ciò che dice. Il Leghista Salvini, da Milano confessa che, in effetti, non ha capito. La maliziosa conduttrice lo guarda per tutto il tempo con un leggero, divertito, sogghigno mentre Stefano Folli s’impone, da uomo di mondo, di non infierire e acconcia volenterosamente la sua espressione ad un interesse che tuttavia risulta, inevitabilmente, inautentico.
E’ forte Raisi. Supplisce al suo scombiccherato argomentare con la continua mobilità del volto e del corpo, assumendo positure che secondo lui devono restituire, a chi guarda, la profondità del suo pensiero di politico navigato. Mi ha molto divertito.
A parte il folclore, ciò che va notato con preoccupazione è lo spazio mediatico che si torna ad offrire ad un tal proposta. E anche il sintomo di una malattia della politica pronta a cavalcare qualsiasi vecchio ronzino pur d’apparire. Non è neppur escluso che una tal vecchia trovata solletichi un qualche ascolto nei tempi che corrono. Ma ci ritornerò. Magari anche per focalizzare il mancato ruolo unificante di Bologna negli ultimi vent’anni.
Anticipo solo che in un tempo ormai remoto s’invento il SMP. Che sta per sistema metropolitano policentrico. Intuizione double- face. Da un lato c’era la consapevolezza della ricchezza e pluralità dei sistemi locali nella regione, e della necessità di comporli sinergicamente in un sistema regionale complesso e dinamico. Dall’altro c’era la volontà politica, del tutto miope, di tener basse le aspirazioni “metropolitane” di Bologna capoluogo. E così, alla fine, non fu un caso la scelta di Errani proveniente dalla terra bizantina di Ravenna.

Lo scontro.

aprile 23, 2010

Nei giorni successivi alle elezioni regionali, mentre i media inneggiavano alla risalita di Berlusconi e alla sua ormai scontata e irresistibile proiezione anche oltre il 2013, verso l’eternità, andavo ponzando tra me e me, in solipsistico esercizio intellettuale, (pardon mentale), intorno alla opposta convinzione che mi ero fatta e che avevo esternato in un post del febbraio scorso (La caduta). Mi domandavo se ,per caso e guarda il caso, non mi fossi una volta ancora ingannato. Nel post dichiaravo di procedere “a spanne”, di fiutar il vento col “naso”. Metodo non particolarmente affidabile. Anzi, un non metodo. Quello che mi ha ispirato in passato varie scelte politiche . Alcune azzeccate. Altre meno. Altre ancora, francamente, sbagliate. Insomma mettevo le mani avanti. A rischio di cadere mentre preconizzavo l’altrui caduta.
Dico la verità. Ero alquanto tormentato. Non che ciò freghi nulla a nessuno. Ripeto è cosa mia . Esclusivamente. Ci sono sicurezze analitiche (si fa per dire ) che la realtà s’incarica di smentire. A volte repentinamente. Dunque riandavo con la memoria ancor fresca, per me, all’avvento del Berlusca, nel 1994. Anch’io davo per scontata una vittoria di Pirro. Un fuoco di paglia che avvampa improvviso e di colpo si estingue con altrettanta rapidità. Vuoi vedere che ho fatto lo stesso errore?
L’errore banale , (per chi analista non è, e neppure politologo) di portar acqua al mulino dei propri desideri profetizzando , con magico approccio, un evento sperando che s’avveri.

Adesso , dopo la rottura plateale di ieri nella direzione del PdL, tra Fini e i berluscones sono alquanto rincuorato. Tutto sommato non mi sembra d’aver sbagliato. Non ancora. Ai due milioni e mezzo di voti persi dal PdL s’aggiunge una rottura interna non componibile. Va bene che Fini per il passato non si è dimostrato particolarmente affidabile. Del tipo:”Mussolini è stato il più grande statista del secolo”. Oppure :” con Bossi non vado a prendere neppure un caffè”. Era l’epoca del Polo delle libertà e del buon governo, quando Berlusconi s’alleava separatamente al nord con la Lega e al sud con AN. Tuttavia questa volta il dado è tratto. Malamente. Ma pur sempre tratto.

Malamente perché va riconosciuto che gli argomenti dei seguaci di Fini sono alquanto deboli. Deboli specie quando sono reiterati all’infinito in tutte le reti tv dal solito, intimidito, Italo Bocchino che per lo più balbetta in politichese intorno a quisquiglie di scarso peso politico: il partito organizzato, l’abolizione delle province , e poco altro. Ma, paradossalmente, proprio la debolezza dell’argomentare nel merito, in parte recuperata da Fini ieri (ad esempio sulle politiche dell’immigrazione e sul processo breve), chiarisce che la rottura avviene a tutto campo. Essa riguarda infatti l’esistenza stessa di un partito che ha voluto chiamarsi popolo: il popolo di Berlusconi. E di nessun altro. Com’è ribadito nel diktat conclusivo redatto in tipico stile putiniano.

Fini, in buona sostanza ha messo a nudo il vero problema. Il PdL non è , e mai sarà un partito democratico. Berlusconi prima d’esser un leader politico è un padrone. E come tale, ragiona e opera. Coerentemente. Come quando dice a Fini che se vuol che il Giornale non lo attacchi, ogni due per tre, non gli resta che comprarne almeno un pezzo. E se , putacaso non ha i soldi, beh peccato. A questo punto, capisco , che per evidenti ragioni di tattica politica relative alla conduzione della futura guerriglia ci s’acconci alla storiella del finalmente raggiunto obiettivo di una dialettica tra maggioranza e minoranza interna. Ma è appunto una favola.

Posso sbagliare , ma la vittoria schiacciante ottenuta ieri da Berlusconi, costituisce un altro passo verso la caduta.

Assediato, o comunque incalzato, dalla Lega in tutto il nord che gli ruba con destrezza voti e consensi, infiltrato dalla pattuglia dei guastatori finiani che possono trovare truppe di rincalzo e solidarietà all’esterno e anche in parlamento, il padrone del popolo non dormirà sonni tranquilli nel prossimo futuro. E ancora una volta rilancerà. Punterà all’ordalia , al giudizio di Dio , se ne inventerà di cotte e di crude. E la situazione diventerà presto pericolosa. Molto pericolosa.
Allora si tratterà di andare à la guerre comme à la guerre . Sissignore. Non sarà una passeggiata. Proprio no. Altro che grandi riforme. Altro che bozze dell’anziano Violante o del giovane Orlando. Stronzate. (chiedo scusa ma quando ci vuole ci vuole). Sarà necessario attrezzarsi allo scontro. Sì, avete letto bene: scontro.
Conviene saperlo. Conviene attrezzarsi. Conviene uscire dal torpore. Dalle tattiche. Dal tremebondo timore. Unire tutte le forze disponibili che continuano ad esser la maggioranza in Italia. E smetterla con la frusta litania secondo cui non bisogna esser “contro” ma “per”. Se sei contro sei anche , necessariamente, e molto più credibilmente “per”. Per una diversa prospettiva sociale, democratica, civile. Lo capirà in tempo il PD?

Noi

aprile 18, 2010

Un programma di governo per Bologna, si diceva.
Nel frattempo, a ruota di Guidi, scende in campo Luca Cordero di Montezemolo il quale (anche lui) sferza la città in coma. Dopo che l’aveva fatto per primo  il Cardinale dall’alto del suo magistero. La bella addormentata , tanto amata dai VIP, attende il bacio della “società civile” dopo aver morso la mela avvelenata dei partiti. E’ un dovere, oltre che un piacere. Infatti, la società civile “ha il dovere di occuparsi di questi problemi e dare un contributo”.
Intanto che s’aspettano altre sferzate da parte dei principeschi esponenti della società civile, e mentre fa di nuovo capolino il tormentone su primarie di partito/ovvero di coalizione (sai che differenza) e magari (nel PD) s’attende un nuovo salvatore della patria è forse utile riempire il vuoto e occupare il tempo che ci separa dalle elezioni mettendo a punto un approccio innovativo(chiedo scusa non mi viene altra parola) al programma.

Sì, perché stavolta ,prima di eleggere direttamente un sindaco, dovremo conoscere nei dettagli il suo programma. Salvo votare a scatola chiusa. O non votare affatto. Bene. Se fin qui ci siamo, a me sembra che la prima cosa da fare è proprio quella di respingere (barbaramente) al mittente degli illustri esponenti della società civile il “pacco” di ferro- cemento che ci è stato graziosamente inviato, pur senza risultati ancora apprezzabili, in questi ultimi quindici anni, circa.

Non si può fare. Non si possono sovrapporre  pochi chilometri di Metro, sopraelevate e pesanti mezzi “civici” buttando i soldi dei contribuenti dalla finestra. Bologna ha bisogno di distendersi nella più vasta area metropolitana e quest’ultima deve connettersi fluidamente alla città. Dunque il pacco infrastruttural – trasportistico concentrato su di un fazzoletto di territorio cittadino va radicalmente ripensato e riprogettato. In funzione di una città, ampia: metropolitana. Al di là di quelli che potranno (o non potranno) essere gli eventuali sviluppi sul piano della riforma istituzionale.

Ecco direi che da questo primo NO, si potrebbe ri- suscitare un qualche interesse dei bolognesi sul futuro della loro città. Viceversa inutile affannarsi. Le risorse pubbliche a disposizione non sono infinite. Una volta deciso d’impegnarle per un tempo pluridecennale nelle scelte fino ad oggi indicate e in parte compiute, la festa dello sviluppo è già finita.

A proposito. Il tanto invocato sviluppo, di per sé obiettivo da tutti condiviso , può tuttavia avere sviluppi ed effetti sociali tra loro molto diversi. Non so. Siamo sicuri che parliamo della stessa cosa? Forse un governo dei migliori è interessato , obiettivamente, a sviluppi concretamente diversi, se non opposti, a quelli che la generalità dei comuni cittadini, che costituiscono pur sempre la maggioranza del corpo elettorale, mediamente e ingenuamente s’immagina. E forse si potrebbe, senza escludere il contributo dei migliori, individuare una reciproca e accettabile convenienza mediata dalla politica.

Sì. Ma la politica è debole. Al di là del voto una tantum, sempre decrescente, i cittadini non si fidano. Poco consenso attivo e ancor meno partecipazione e condivisione d’obiettivi e traguardi.
Che fare, allora? Beh, mentre il partito di maggioranza sembra in altre faccende affaccendato e la sinistra ad esso alleata, per la vita e per la morte, pensa a spostare rapporti interni all’alleanza invocando primarie di coalizione, si potrebbe cominciare con il tentativo d’aggregare una lobbie di cittadini, in grado d’incidere sulle scelte future per la “Bologna che vogliamo”. Insomma, oltre alla politica in crisi e ai “migliori” tra noi, sarebbe logico tener in campo anche un altro soggetto: noi.

L’effetto collaterale, di questa civica costituzione volta ad incalzare dappresso la politica potrebbe esser quello di rafforzarla al punto da consentirle di rialzare, un giorno, la testa. E la schiena. I democratici anzitutto dovrebbero esser interessati a questo. Ma anche ciò che residua della sinistra bolognese. Precipitarsi invece ad immaginar scenari, tipo liste più o meno variopinte e composite e unitarie ha ormai ben poco senso e ancor meno chanches. Molto si è logorato e consumato in questi anni. Bandiere stinte. Colori ormai sbiaditi. Occasioni perse. Indietro non si torna.
Ripartire invece per strade ,o più verosimilmente sentieri, nuovi è ancora possibile. Deve esserlo. All’ombra delle Due Torri. E per la sinistra che verrà. Prima o poi.

PS: Tutto ciò in nulla contraddice, ma anzi rafforza, la mia opzione per le prossime elezioni descritta nei post precedenti relativa ad un listone civico, democratico, di sinistra. Scelta che, tuttavia ,non si avrà l’ardimento di compiere. Tutt’al più ci si spingerà fino a cucinare un trasformistico e indigesto pasticcio. A maggior ragione conviene far scendere in strada: noi.

Il governo dei VIP

aprile 17, 2010

Il Presidente di Ducati Energia, Guidalberto Guidi aderisce all’appello Di Guazzaloca il quale ha invocato un “governo dei migliori” per risolvere la crisi di Bologna: “potremmo fare gli advisor, della città”. Mah. Con tutta la dovuta considerazione per le personalità chiamate in campo nominativamente da Guazzaloca , per le loro indubbie competenze, capacità e, non da ultimo, redditi, temo che le finanze municipali verrebbero sottoposte ad un robusto stress volendo assumere , una così pletorica e qualificata squadra di consulenti. Dato che i consulenti di solito si pagano. Non è vero? Del resto non si tratta di gente qualunque. Come dice bene Guidi: “ sono persone che girano per il mondo”. Mica tra Casalecchio e Galliera.

Ma non voglio apparir meschino. Anche per come li ho conosciuti in passato,so bene che ai VIP in questione non si può neppur proporre un normale rapporto di consulenza. Rifiuterebbero con giusto e motivato sdegno la sola idea di svolgere un’attività remunerata al servizio della loro città. Ed è proprio qui un primo aspetto critico della faccenda.

Se gli advisor non li paghi, non sono tenuti a lavorare seguendo le direttive promananti da un progetto di governo ideato dall’autorità politica. Si apre un problema di non facile soluzione. A meno che , i super-consulenti, non vadano a costituire essi stessi e direttamente il governo della città. In tal caso però dovrebbero sottoporsi preventivamente all’ordalia elettorale. E con tutto il rispetto per cotanta massa critica composta d’intelligenza, provata capacità e sperimentata esperienza, dubito che alcuno, tra questi, sarebbe disposto a tenzonare in una sporca e sanguinosa mischia elettorale. E’ un sacrificio che non gli possiamo chiedere.
Resta in campo solo l’ipotesi di una sorta di governo ombra. I migliori vengono chiamati, in seconda istanza , a prendere in mano le sorti della città in crisi, come medici al capezzale di un malato. La politica accetta, (pro-tempore?) quest’ultimo ruolo.

Lasciando da parte- sempre per non apparir meschino- un eventuale conflitto d’interesse, che pure non è difficile perscrutare, quest’ultima ipotesi oltre che alquanto nociva sotto il profilo democratico è comunque fuorviante rispetto alla crisi di Bologna, che è crisi della politica e di classi dirigenti.

Dunque il governo dei migliori che l’ex sindaco ,solo parzialmente civico, ha anche declinato come “governo di salute pubblica”, non farebbe  che sancire lo scacco della politica e ,nella situazione data, in primo luogo del PD.

Altra e ben diversa strada è quella tracciata da Guido Fanti, che ha molti punti in comune con l’idea di una sinistra civica sotto il simbolo delle Due Torri che avanzai a suo tempo( vedi i post del febbraio scorso).
Dice Guido che :“I partiti oggi non sono interlocutori, se non si svegliano muoiono e le Due Torri debbono vivere”. In buona sostanza Fanti cerca un rilancio della politica. Con o senza il PD. Mi sembra l’unica possibilità, per non consegnare la città ad un governo di advisor tanto disinteressati quanto costituiti in robusti interessi.

In tal contesto, partire dal programma è sempre buona regola. Con un’avvertenza. Al punto in cui son giunte le cose, anche gli interessi costituiti nel centrosinistra sono in discussione. Necessariamente. Se si vuole “concentrare l’attenzione e la mobilitazione attorno ai grandi temi dello sviluppo di Bologna” come spiega Fanti, non è più sufficiente (e non lo è più da tempo) far leva su referenti sociali ed economici tradizionali. La “fabbrica del fare chiusa nel secolo scorso” non può esser riaperta sic et simpliciter. La stessa nozione di società civile va recuperata su di un piano ormai diverso da quello relativo ai corpi sociali intermedi organizzati in categorie ben definite. Non la faccio lunga. Dico solo che anche dalle ultime elezioni ne esce confermata una fluidità trasversale di umori e comportamenti difficili da incasellare. Tanto per dire, di quante divisioni (elettorali) ormai dispongono talune organizzazioni sociali? Sommariamente, anche da qui bisognerebbe muovere per lavorare ad un programma di governo.

(continua)

Guerre moderne

aprile 16, 2010

“All’improvviso,quaranta aerei sboccarono da nord sulla coda della colonna. In qualche minuto la rimontarono in un uragano di bombe e rovesciando un diluvio di iprite. Avendo poi raggiunto la testa della colonna ripresero il loro cammino in senso inverso, fino all’esaurimento del loro carico. Gli apparecchi che tornavano alla loro base venivano immediatamente rimpiazzati da altri. Non ci fu una sola fessura nella continuità del massacro. Gli uomini e le donne cercavano il minimo rifugio per nascondersi , ma il terreno non ne presentava alcuno. Fu un carnaio..uomini, donne, bestie da soma s’abbattevano a terra colpiti dagli scoppi delle bombe o ustionati mortalmente. I feriti urlavano per il dolore. Quelli che avrebbero potuto sottrarsi al macello ,venivano presto o tardi raggiunti dalla sottile pioggia diffusa dagli aerei . Ciò che uno scoppio di bomba aveva cominciato ,il veleno concludeva. Era inutile cercar di difendere il corpo dal liquido corrosivo. I mantelli di cotonina se ne inzuppavano rapidamente..Le bombe abbattevano interi gruppi di uomini e donne. E, quando sul terreno non vi furono più che corpi immobili, allora gli aerei osarono discendere più in basso per mitragliare quelli a cui restava ancora un soffio di vita. “

E’ la testimonianza di Hailé Selassié riportata da Angelo del Boca nel suo “La guerra d’Etiopia” edizioni Longanesi.
Mi è venuta in mente seguendo un dibattito televisivo dove uomini di destra e riformisti concordavano nell’opporsi a Gino Strada il quale ricordava che, in quanto agli effetti, non c’è gran differenza tra morire con la gola recisa da un coltellaccio talebano e esser straziati in pezzi (piccoli o grandi) dalle bombe sganciate da un aereo. Solo un cretino in perfetta malafede può accusare di simpatie per il terrorismo chi la pensa in questo modo.

La rivoluzione di Prodi

aprile 13, 2010

Chiedo scusa. Devo tornare sul PD. Mi sento ancora solidale con i militanti democratici alle prese con una  rivoluzione permanente che non consente loro un attimo di tregua.
Romano Prodi avanza la proposta di “cancellare gli organi nazionali che si sono dimostrati inefficaci” e di sostituirli con un governo dei segretari regionali che dovrebbero esser gli unici eletti con primarie. Il tutto sull’onda di un riscoperto federalismo spinto.
Lo svelto Errani aderisce subitaneamente, esibendo massimo entusiasmo, in modo da coprire il fianco a Bersani. Poi si vedrà. Altri s’incaricheranno del “lavoro sporco” e precisamente l’opposizione interna dimostrando la sostanziale  impraticabilità di una tal proposta.
Ha già cominciato a farlo Fioroni . Lo farà con maggior, leggera, destrezza Franceschini. Poi si raggiungerà un compromesso. Magari sabato prossimo nella direzione nazionale del PD.
Nell’attesa  mi autoincarico io di dimostrare la demagogica velleità che ispira un tal rivoluzione.
Una rivoluzione organizzativa non serve (e non si può neppur concepire) se non è sorretta e , ad un tempo, intrecciata ad un saldo profilo identitario. Nel PD si è fin dall’inizio sostituita l’organizzazione all’indicazione di un progetto politico e di un programma di governo. Primarie, vere o farlocche  a tutto spiano. Paravento per la mancanza di idee forza, cultura politica e proposte condivise tra due partiti che non sono mai riusciti a fondersi in uno.

Nel merito, se venti segretari regionali scelti direttamente dal popolo eleggono, in seconda battuta, il segretario nazionale, quest’ultimo sarà solo un re travicello in balìa di ogni vento. D’altro canto nel PD se non sei eletto in votazioni primarie non sei nessuno. In tal senso l’obiezione di Cofferati è del tutto fondata: “ è importante che il segretario nazionale e quelli regionali conservino la stessa fonte di legittimazione”. Mi par ragionevole. Viceversa non ci sarà un partito nazionale ma solo venti partiti regionali. E sarà una magnifica catastrofe. Altro che federalismo.

Per inciso aggiungo che sarebbe almeno prudente tener presente la differenza tra una visione federale e una confederale. Specie  in un partito che s’ispira largamente  alla rivoluzione americana. Tanto per dire, converrebbe cercar d’evitare una sanguinosa guerra di secessione.
Sarebbe invece utile l’idea (che forse è anche di Prodi se ho ben capito) di rappresentare i territori negli organismi nazionali tramite una puntuale proporzione del mix tra numero di iscritti e voti ricevuti in ogni realtà locale (sto parlando di voti alle elezioni non di voti da primarie). Se ne parlò vent’anni orsono. Hai preso tot voti e hai tot iscritti? Bene, di conseguenza  ti spettano tot membri nei vertici nazionali. Tale sarebbe la via per sostituire progressivamente i vertici attuali. Con l’avvertenza che ciò non abolirebbe la necessità di un aspro scontro interno. I Veltroni, i D’Alema , i Fassino, le Finocchiaro , le Turco sono lì perché godono (chi più chi meno) di un certo grado di , seppur calante, popolarità anche nei territori, soprattutto tra i militanti.

Non a caso arriva subito l’obiezione di uno dei più accreditati guardiani della politica con la P maiuscola come l’ottimo La Torre. Il quale chiama in campo la necessità di una “grande svolta” che consiste , udite, udite, nell’essere più “coerentemente riformisti, contro i conservatori della sinistra”. E’ un classico. Perdi voti sulla sinistra e quindi ti sposti ancor più al centro. Logico e di buon senso. No? “Al PD serve un cambio di scena, dobbiamo spiazzarli (il PdL) sul terreno delle riforme facendoli apparire come conservatori”. Altro classico e solita menata. Dalla bicamerale in poi non s’è fatto altro che cercar di spiazzarli. Di volta in volta, con la realpolitik di D’Alema e con l’idealpolitik di Veltroni. I risultati sono quelli noti.

Per conto mio penso invece che per spiazzarli bisogna anzitutto capire perché si son perse le elezioni. Non sembra difficile. Il PD ha rinunciato a rappresentare un elettorato in vario modo di sinistra. Il quale si rifugia nell’astensionismo, in parte vota per l’IDV, in parte deriva verso il movimento di Grillo e in parte minore verso la Lega. Capire le ragioni profonde di questo comportamento elettorale costituirebbe il primo passo per una rivoluzione politica e certo, a quel punto, anche e necessariamente organizzativa nel PD.

Quel narcisista di Gino Strada

aprile 12, 2010

Ricapitoliamo. Tre medici sono stati prelevati da un ospedale di Emergency e rinchiusi in un buco nero gestito dai servizi di sicurezza afghani. L’accusa è di terrorismo. Né più ne meno. Secondo gli “affidabili” servizi afghani volevano assassinare nientemeno che “quel cretino del governatore di Helmand”.
Definizione di Gino Strada. Il quale accusa a sua volta il governo afghano di far la guerra ad un ospedale. Al netto del narcisismo di Strada, (al quale devolvo regolarmente il mio cinque per mille) mi sento di sposare questa tesi.

In ogni guerra moderna vi sono due risorse strategiche alle quali non si rinuncia.La prima consiste in un’opera capillare di disinformazione e propaganda.
Per questo Frattini , mente quando definisce i nostri soldati come “soldati di pace”. Una stupidaggine troppe volte lasciata passare anche dalla sinistra. Soldati di pace non sono mai esistiti né mai esisteranno. I soldati servono per fare la guerra. E il buon soldato è sempre quello che uccide molti nemici. Nel contesto afghano poi il contingente italiano è da tempo sotto il pieno controllo degli USA . Coloro che quella guerra la perderanno. Come la perse dopo dieci anni e 50000 morti l’armata rossa. E prima ancora gli inglesi con le loro tre guerre afghane iniziate nel 1839 e finite nel 1919. A parte ciò Frattini mente anche per una ragione specifica. La missione in Afghanistan non è mai stata una operazione di peace-keeping bensì, semmai, una missione di peace-enforcing presto sfociata in una vera e propria guerra. Siamo molto al limite dell’art 11 della nostra costituzione , peraltro già violato apertamente prima in Kosovo e poi in Irak.

La seconda risorsa consiste nel terrorizzare la popolazione civile con lo scopo “buono” di far il vuoto attorno alle truppe combattenti preventivamente classificate in blocco come terroristi. Gli effetti collaterali dei bombardamenti che hanno ormai fatto molte migliaia di vittime civili non sono altro che la logica conseguenza delle guerre moderne ormai concepite come “totali”. Non si tratta solo di sconfiggere l’avversario. Bisogna annientarlo. Dunque,quasi sempre, non di effetti collaterali si tratta ma di effetti voluti ,programmati e perseguiti. Ergo Strada ha ragione da vendere quando afferma che la coalizione e l’ISAF (quest’ultimo ormai del tutto operativamente inglobato in Enduring Freedom) uccidono vittime innocenti. Non a caso in tutte le molte e più recenti guerre oltre il 90% delle vittime si annoverano tra i civili.
In questi intricati e sanguinosi contesti Emergency cura tutte le vittime dei bombardamenti e in generale tutti coloro che hanno bisogno di cure e che ne hanno diritto secondo le norme internazionali. Per questo Emergency disturba. E’ una spina nel fianco. Lo è obiettivamente. Lo è necessariamente per il semplice fatto di esser immersa in una sanguinosa realtà che fa a pugni con la propaganda.
Strada tuttavia, nei suoi giudizi, sbaglia per difetto. Non fanno la guerra ad un ospedale . Ma ad Emergency stessa. Gli USA in tutte le loro guerre di pace , umanitarie ,di democrazia e di libertà accettano solo quelle ONG disposte, al caso, a svolgere il ruolo di testimoni compiacenti. Si tratta per lo più di organismi collaterali generosamente retribuiti con partite di giro su “progetti di sviluppo” dallo stesso governo USA.

Non mi sosprende troppo che , in mezzo al vespaio afghano, vengano trovate armi in un ospedale. Si tratta di vedere chi ce le ha messe. E perché. Questo a me non è chiaro. Ma poniamo il caso peggiore. Le armi le ha messe qualcuno di quelli che in quell’ospedale venivano curati. Anche in questo caso il mio cinque per mille va a quel narcisista di Gino Strada.

PS. Al momento tuttavia propendo per la classica operazione provocatoria,(covert operation) volta ad attaccare l’immagine di Emergency. Son cose che avvengono. Normalmente. Fanno parte integrante della guerra. Come la disinformazione e la propaganda.

La fandonia del disarmo nucleare

aprile 7, 2010

Si fa un gran parlare nei media televisivi e sui giornali, più sui secondi che sui primi, del nuovo accordo START 2 tra USA e Russia che dovrebbe, secondo Obama dare nuovo impulso al disarmo nucleare.
Pochi s’appassionano ormai al tema. Il governo globale della paura post 11 settembre martella l’opinione pubblica. I terroristi mettono a punto piani d’attacco con armi nucleari. Possono colpirci in modo devastante. Ma pur essendosi largamente diffusa la paura dei nuovi barbari, si crede ancora poco a questa possibilità. Dopo la fine della guerra fredda la paura della bomba è quasi del tutto derubricata. In tempi di crisi sbarcar il lunario costituisce l’assillo più concreto e pressante.

D’altro canto il nuovo accordo che si profila non ha, a rigore, niente a che vedere con il disarmo nucleare. Ridurre le testate nucleari da 2.200 per parte a 1550 lascia del tutto intatta la possibilità di distruggere alcune volte il pianeta terra. E chissenefrega se m’ammazzano tre volte invece di sette? Dopo la prima volta ci ho fatto il callo.
In verità si sta parlando di rapporti di forza nella politica mondiale. Non di disarmo. L’arma nucleare rimane pur sempre la più potente risorsa politica oggi esistente.

Chi possiede la deterrenza nucleare è in grado di incidere sulle cose del mondo a proprio vantaggio.
Per questo si decise di esibire in faccia al mondo la spaventosa efficacia della bomba, a Hiroshima e Nagasaki. Quando già la seconda guerra mondiale era decisa e vinta. Sfugge sempre che nei giorni precedenti la sperimentazione in corpore vili di Little Boy e Fat Man un bombardamento convenzionale su Tokio provocò  centomila morti in una sola notte. Il Giappone era in ginocchio. Schiantato letteralmente. Il colpo di grazia nucleare era dunque imposto solo e unicamente da un ragion politica. Affermare un dominio planetario. Quello che dura ancor oggi. Per perseguire quest’obiettivo gli USA non esitarono a commettere uno dei più grandi crimini conosciuti nella storia dell’umanità.
La più grande democrazia del mondo usò, unica e per prima, la bomba fine del mondo. Dal che ogni persona con la testa sulle spalle ne dovrebbe pacificamente dedurre che il pericolo vero, reale e duro continua a venire dal complesso militare industriale degli USA. Fino a prova contraria. E sperando di non aver mai tale prova.

Da qui anche la intrinseca debolezza della strategia della non proliferazione nucleare. Che non a caso non ha fino ad ora avuto gran successo. La ragione è semplice. Chi ha la bomba può dormire sonni relativamente tranquilli. Non sarà attaccato e invaso. Troppo pericoloso. Solo un povero imbecille o un bugiardo inveterato come Tony Blair poteva pensare (o far finta di ) che l’Irak detenesse armi di distruzione di massa. In quel caso non sarebbe mai stato invaso. Ecco perché paesi come l’Iran sono tentati dalla bomba. Israele, che ce l’ha, in barba alla non proliferazione, non sarebbe più in grado di esercitare il monopolio della forza in tutto il medio oriente. E il suo potere di condizionamento nei confronti degli USA diminuirebbe. Di molto.

Discorso più o meno analogo si potrebbe fare per il Pakistan. La stessa Corea del nord, paese tra i più poveri del mondo con un regime che lo rende ancor più disgraziato, non è al momento attaccabile. Anche un solo impreciso vettore nucleare lanciato sul Giappone , alleato degli USA, basta ed avanza a dissuadere.
Tutto questo ben lo sanno i negoziatori dello START 2. Ancora una volta la convenienza reciproca è tutta politica. Gli USA hanno da tempo compreso che non può esser rimosso il tabù nucleare. Nonostante la miniaturizzazione invocata dagli strateghi militari nipotini del dottor Stranamore.
E allora si tratta di procedere a grandi passi alla ideazione e costruzione di nuove armi. Tecnologicamente più sofisticate. Più adatte alla sensibilità del XXI secolo. Bombe “convenzionali” da cinque tonnellate. Le graziose “taglia margherite” usate a Tora Bora. Ti uccidono anche solo togliendoti l’ossigeno. O il mix di composti chimici non ancora ben individuati che nelle bombe al fosforo bianco lanciate su Falluja, prima ti fanno letteralmente bollire dentro i tuoi vestiti e poi continuano, alacri, la loro opera ammazzandoti nel tempo. Con la più grande varietà di cancri del sangue.
I bambini di Falluja proprio adesso cominciano a morire come mosche. Ma è una morte silenziosa e remota. In un lembo di deserto mesopotamico. Lontano dagli occhi. Lontano dai cuori.
Cose non troppo diverse hanno fatto i Russi in Cecenia con la strage all’ingrosso di civili inermi.

Per quanto riguarda la convenienza negoziale della Russia, essa risiede essenzialmente nella rinuncia allo scudo antimissilistico già previsto da Bush con base in Europa. Nella volenterosa Polonia e nella pragmatica Repubblica Ceca. A suo tempo il presidente nordamericano cercò di spacciare la favola di una postazione avanzata per tener sotto controllo l’Iran. Naturalmente Putin, essendo del mestiere (spione come il collega Bush senior) anche volendo non poteva proprio credere al pusher texano.
La testa di ponte Usa era con tutta evidenza destinata a spingersi ai confini con la Russia coprendo in primo luogo l’Ucraina con la sua rivoluzione arancione, poi risoltasi in un mix di banditismo politico, di corruzione e di granguignolesco intrigo. Oltre a ciò la Russia , a torto o ragione, punta a rilegittimarsi, dopo l’epoca del grande declino, come principale interlocutore politico degli USA. Da potenza a potenza. Anche se il mondo non sarà mai più bipolare. Ma questa è un’altra storia i cui sviluppi, non tutti facilmente prevedibili, sono comunque già in parte sotto gli occhi di tutti.

Interessa qualcosa a qualcuno questo confronto in corso tra USA e Russia? In Europa e in Italia? Penso di no. La politica ormai ha un’agenda politica diversa. Cadute le famigerate ideologie si disinteressa di ciò che furono un tempo i grandi temi di spessore etico e morale della pace e della guerra. E fa male.
Nel momento in cui s’allarga a dismisura la forbice tra ricchi e poveri anche nelle società occidentali vi è un nesso ben visibile tra possibilità di nuovo sviluppo umano e civile e rilancio di un impegno contro la proliferazione degli armamenti.

Quando si lancia un singolo missile da crociera oltre ad ammazzare la gente si getta via un milione di dollari. Il “riformista” americano Jeffrey Sachs, molto conosciuto in Europa (in quanto consulente dell’ONU per gli obiettivi del millennio) ricorda che basterebbe diminuire del 5% il bilancio della difesa USA per risolvere d’un colpo gran parte dei problemi della povertà nel mondo intero. Gli USA rimarrebbero pur sempre e di gran lunga la più grande potenza militare del mondo.

Ma non di questo si dialoga al tavolo dello START 2. Forse sarebbe utile che la politica, anche in Italia, riflettesse di nuovo su questi temi. In mancanza è perfettamente inutile e oltremodo vano lamentare l’ approccio meramente “corporativo” , pragmatico e sindacale che caratterizza movimenti d’opinione avversi alla politica dei partiti.

PS. Dato che non ci s’accontenta più delle “analisi” tornerò più avanti con un post dettagliato e spocchiosamente propositivo su questi temi. Il titolo potrebbe essere : “italiani brava gente”. Traffico d’armi e missioni di pace. Anche se tutte le volte che si chiacchiera di questi temi, pur cruciali, la lettura del blog subisce una caduta verticale. Ma tanto il compenso resta inalterato.

Eugenetica e politica

aprile 1, 2010

C’è stato un tempo in cui, suggestionato dai risultati del sequenziamento del genoma umano andavo elaborando (si fa per dire) nel mio foro interiore la possibilità di compiere un esperimento eugenetico applicato alla politica. Si trattava di smontare pezzi di Veltroni, di Bersani, di D’Alema e di Fassino e poi metterli in un frullatore genetico per dar luogo ad una chimera. Un leader capace di immaginare un progetto nuovo . Per la precisione un partito di tipo nuovo. Così da Veltroni si poteva prendere l’intuizione che la vecchia politica delle alleanze è finita da un bel pezzo. Da Bersani quella secondo cui l’idea veltroniana della vocazione maggioritaria doveva esser temperata affinché non sfociasse , come poi è avvenuto, in uno sterile settarismo di partito. Da D’Alema un pizzico d’antipatia e aggressività che secondo me deve pur sempre caratterizzare chi non s’acconcia agli schemi populistici correnti. Da Fassino il suo straordinario metabolismo che lo rende in grado di macinare migliaia di chilometri (con relativi comizi, incontri, cene e pranzi) in campagna elettorale. E potrei proseguire con altre figure. Donne comprese. Insomma, non avendo nulla di meglio da fare mi divertivo da solo a notare la difficoltà della scienza fin’ora conosciuta a far fronte alla crisi di leadership. Non restava che il ricorso all’immaginazione di Mary Shelley per rispondere all’urgente bisogna tramite l’opera prometeica di un nuovo Frankenstein.

Naturalmente non si poteva fare. Per ragioni morali anzitutto. L’eugenetica è giustamente messa al bando dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. E, d’altro canto, il Dottor Mengele con i suoi esperimenti per la selezione della razza resta pur sempre un monito per le generazioni future. No. Non si poteva fare. Comunque i suddetti candidati hanno corso un bel rischio.

Adesso tra i democratici, che naturalmente respingono l’abisso d’orrore insito in cotali sperimentazioni, si dà luogo ad un’altra , più umana e accettabile ipotesi. Non si tratta di frullar cervelli per selezionar nuova razza. Basta , secondo il giovane Civati, replicare Vendola. Farne tre. Uno al nord :lui stesso medesimo. Uno al centro: il giovane Renzi, fermo restando Nichi al sud. E il gioco è fatto senza rischi, orrori nazisti e spargimento di genomi. Confesso che non ci avevo pensato. E’ l’uovo di Colombo. Bisogna ammettere che questi giovani democratici hanno una marcia in più. Vedono le cose da un altro angolo visuale. E trovano le soluzioni ai nostri vecchi rompicapo. E le trovano perché muovono da una cultura non più positivista, scientista, novecentista. Bensì da una moderna cristologia. Vendola: uno e trino. E avanti coi carri. Con buona pace del giovane quarantacinquenne Zingaretti che accusa il giovane Renzi di esser un carrierista (Ma davvero?Non l’avrei mai sospettato ) dopo esser a stato sua volta accusato nientemeno che di viltà dall’ottimo e disinteressato sindaco di Firenze.

Mentre i giovani si impegnano in tal fantasie creative, gli adulti invece riprendono a duellare. Alla maniera novecentesca. Beninteso. Se, infatti, le cronache riportano il vero al coordinamento del PD d’Alema e Veltroni aprono entrambi al presidenzialismo perché “dire dei no non è una posizione”. Bah. Continuo a pensare in maniera nettamente opposta. Per l’opposizione dire dei no è addirittura un compito istituzionale e comunque un dovere politico. E’ ovvio che solo dai no di oggi, nascono i sì di domani. Ma gli adulti non se lo vogliono ficcar in testa. Temono di fare brutta figura con un establishment inetto per costituzione e infido per antica tradizione. E così alla gente parla Vendola, parla Grillo, parla la Lega. Loro parlano tra di loro. E sembrano , almeno al momento, non accorgersi che il vero paletto da piantare solidamente nel terreno è quello della riforma elettorale. Come spiega l’inascoltato vecchio Sartori, con l’attuale porcellum la prossima vittoria elettorale dell’asse Pdl Lega otterrà automaticamente il 55% dei voti. Dunque non si deve , non si può discutere di niente se non si parte da qui. E se non si mette in saccoccia il risultato.

Tra l’altro bisognerebbe anche aver tempo per accorgersi che il Pdl e Berlusconi hanno perso molti voti in questa campagna elettorale e che da qui si potrebbe partire con un nuovo inizio per riorganizzare secondo uno schema completamente rivoluzionato tutta l’opposizione ,anche in vista di un eventuale referendum pro o contro il presidenzialismo.
I tal senso bisognerebbe riflettere seriamente sulla suggestione avanzata proprio da Vendola. Troppi cadaveri insepolti giacciono da tempo:l’Ulivo, il centrosinistra attuale, la vecchia Unione. A questo punto c’è un problema d’igiene pubblica. Vanno seppelliti al più presto. Con tutti gli onori e la composta solennità che pur si sono meritati nelle loro diverse esistenze terrene.

Prendiamo Bologna e l’Emilia-Romagna dove resta pur sempre ancora diffuso  l’insediamento elettorale del PD. Leggo il segretario (o coordinatore?) Bonaccini che con saggio approccio bersaniano dice a proposito dei grillini che . “Ho grande rispetto per il loro voti, che sono tanti. Ma nessuna sudditanza perché vorrei provare a riprenderli”. Atteggiamento ragionevole. Un tempo. Solo che non è più quel tempo. Il tempo è già scaduto da tempo. Dice anche il professionista Bonaccini che : “Forse nel passato abbiamo pensato che non serviva un’identità”. Altro che se l’avete pensato. Fino al punto da non esser né carne né pesce. Né qualsiasi altra vivanda identificabile.

Ma anche il mio tempo è passato. Il tempo in cui ritenevo si dovesse “semplicemente” rimediare ad una falsa partenza. Restavo fuori in attesa che il tempo fosse galantuomo. Ma in politica, come in amore, succede spesso che passato il momento non è più il momento.
Sbaglierò, come al solito. Tuttavia a me sembra che dopo queste elezioni non è più sufficiente riformare il PD.
Bisognerebbe aver l’ambizione più alta di riformare la politica mettendo in gioco e a disposizione lo stesso PD. Progetto arduo. Non si è ancora mai visto un partito rinunciare ad un relativamente sicuro e supposto stabile 25% per investirlo in una prospettiva incerta. Eppure sarebbe esattamente ciò che la situazione richiede. Anche perché non conviene dare per scontata una rendita di posizione dell’entità che ho appena richiamato. Le cose cambiano in fretta.

Anche a proposito di transfughi, cari amici democratici non fatevi soverchie illusioni. Sappiate che non son pochi quelli che vi hanno votato per l’ultima volta. Magari solo e unicamente per sostenere un candidato con la propria preferenza.

Adesso Veltroni dice che vanno “ospitate anime diverse dentro lo stesso progetto riformista”. In realtà quando nacque il PD il motto era : noi andiamo per la nostra strada, fuori e lontano da tutto ciò che ricordi anche solo lontanamente la sinistra. Chi ci ama ci segua. Di tutti gli altri non abbiamo bisogno. Anzi scaricar zavorra è per noi essenziale per proceder spediti verso il centro e consolidare il bipartitismo. S’è visto il risultato.
Mi vien fatto di rilevare, a tal proposito e in conclusione che gli ospiti di solito dopo tre giorni puzzano. E loro,gli ospiti, lo sanno bene. Infatti di solito dopo due giorni cominciano a dire che :”sai mi spiace proprio, mi tratterei volentieri ancora un giorno almeno, ma ho impegni già presi. Sarà per la prossima volta.”
Ma davvero pensate che qualcuno ambisca esser ospitato dal e nel PD? Ripensateci. Non vorrei che dovesse capitare a voi di esser ospitati entro un progetto da altri ideato e organizzato.

Non conta nulla. Ma io , tanto per dire , se quella di Vendola non si rivelasse solo una suggestione promanante da un abile retorica affabulatoria e se nel PD non maturasse in tempi brevi una riconsiderazione radicale , uomini e programmi compresi, dismetterei le vesti dell’anarchico malmostoso per indossare quelle di modesto militante al servizio di un nuovo progetto politico.