La rivoluzione di Prodi

Chiedo scusa. Devo tornare sul PD. Mi sento ancora solidale con i militanti democratici alle prese con una  rivoluzione permanente che non consente loro un attimo di tregua.
Romano Prodi avanza la proposta di “cancellare gli organi nazionali che si sono dimostrati inefficaci” e di sostituirli con un governo dei segretari regionali che dovrebbero esser gli unici eletti con primarie. Il tutto sull’onda di un riscoperto federalismo spinto.
Lo svelto Errani aderisce subitaneamente, esibendo massimo entusiasmo, in modo da coprire il fianco a Bersani. Poi si vedrà. Altri s’incaricheranno del “lavoro sporco” e precisamente l’opposizione interna dimostrando la sostanziale  impraticabilità di una tal proposta.
Ha già cominciato a farlo Fioroni . Lo farà con maggior, leggera, destrezza Franceschini. Poi si raggiungerà un compromesso. Magari sabato prossimo nella direzione nazionale del PD.
Nell’attesa  mi autoincarico io di dimostrare la demagogica velleità che ispira un tal rivoluzione.
Una rivoluzione organizzativa non serve (e non si può neppur concepire) se non è sorretta e , ad un tempo, intrecciata ad un saldo profilo identitario. Nel PD si è fin dall’inizio sostituita l’organizzazione all’indicazione di un progetto politico e di un programma di governo. Primarie, vere o farlocche  a tutto spiano. Paravento per la mancanza di idee forza, cultura politica e proposte condivise tra due partiti che non sono mai riusciti a fondersi in uno.

Nel merito, se venti segretari regionali scelti direttamente dal popolo eleggono, in seconda battuta, il segretario nazionale, quest’ultimo sarà solo un re travicello in balìa di ogni vento. D’altro canto nel PD se non sei eletto in votazioni primarie non sei nessuno. In tal senso l’obiezione di Cofferati è del tutto fondata: “ è importante che il segretario nazionale e quelli regionali conservino la stessa fonte di legittimazione”. Mi par ragionevole. Viceversa non ci sarà un partito nazionale ma solo venti partiti regionali. E sarà una magnifica catastrofe. Altro che federalismo.

Per inciso aggiungo che sarebbe almeno prudente tener presente la differenza tra una visione federale e una confederale. Specie  in un partito che s’ispira largamente  alla rivoluzione americana. Tanto per dire, converrebbe cercar d’evitare una sanguinosa guerra di secessione.
Sarebbe invece utile l’idea (che forse è anche di Prodi se ho ben capito) di rappresentare i territori negli organismi nazionali tramite una puntuale proporzione del mix tra numero di iscritti e voti ricevuti in ogni realtà locale (sto parlando di voti alle elezioni non di voti da primarie). Se ne parlò vent’anni orsono. Hai preso tot voti e hai tot iscritti? Bene, di conseguenza  ti spettano tot membri nei vertici nazionali. Tale sarebbe la via per sostituire progressivamente i vertici attuali. Con l’avvertenza che ciò non abolirebbe la necessità di un aspro scontro interno. I Veltroni, i D’Alema , i Fassino, le Finocchiaro , le Turco sono lì perché godono (chi più chi meno) di un certo grado di , seppur calante, popolarità anche nei territori, soprattutto tra i militanti.

Non a caso arriva subito l’obiezione di uno dei più accreditati guardiani della politica con la P maiuscola come l’ottimo La Torre. Il quale chiama in campo la necessità di una “grande svolta” che consiste , udite, udite, nell’essere più “coerentemente riformisti, contro i conservatori della sinistra”. E’ un classico. Perdi voti sulla sinistra e quindi ti sposti ancor più al centro. Logico e di buon senso. No? “Al PD serve un cambio di scena, dobbiamo spiazzarli (il PdL) sul terreno delle riforme facendoli apparire come conservatori”. Altro classico e solita menata. Dalla bicamerale in poi non s’è fatto altro che cercar di spiazzarli. Di volta in volta, con la realpolitik di D’Alema e con l’idealpolitik di Veltroni. I risultati sono quelli noti.

Per conto mio penso invece che per spiazzarli bisogna anzitutto capire perché si son perse le elezioni. Non sembra difficile. Il PD ha rinunciato a rappresentare un elettorato in vario modo di sinistra. Il quale si rifugia nell’astensionismo, in parte vota per l’IDV, in parte deriva verso il movimento di Grillo e in parte minore verso la Lega. Capire le ragioni profonde di questo comportamento elettorale costituirebbe il primo passo per una rivoluzione politica e certo, a quel punto, anche e necessariamente organizzativa nel PD.

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17 Risposte to “La rivoluzione di Prodi”

  1. Sergio Salsedo Says:

    Grazie per la solidarieta’…. e per l’analisi, ampiamente condivisibile.
    Sovrapporre una struttura iperfederale all’attuale situazione significherebbe portare in breve alla totale balcanizzazione del PD.

  2. Alessandro Says:

    Caro Mauro, secondo il mio umile parere lo spostamento dei voti o meglio l’ allontanamento al PD e alla politica di conseguenza dell’ elettorato della sinistra , me compreso è dato da 2 elementi macroscopici che purtroppo sono arrivati al punto di non ritorno.
    1° la mancanza di prese di posizione sui temi fondanti di difesa dell’anello debole e produttivo ( classe operaia ) di questo paese e la mancanza di lotte sociali ( lavoro, scuola , sanità ) la base di obiettivi politici per un partito ma soprattutto per un paese civile.
    2 ° troppi interessi economici marci condivisi dalla sinistra e dalla destra che hanno rincoglionito e arricchito questi mezzi politici che ci rappresentano.
    Credo che il concetto di sinistra si sia perduto definitivamente. Io ce l’ho lo conservo come credo che anche tu non potrai perdere poichè solidarietà, uguaglianza e onestà o fa parte del tuo bagaglio personale oppure no. Ma dove cazzo l’ hanno messo tutti quei politici di sinistra che per 15 anni ci hanno fatto credere di avere e condividere con noi poveri coglioni elettori?

    Ma dove sono finite le persone come tuo padre partigiano, o mio nonno comunista, deportato, che per il proprio ideale hanno subito le peggio cose nell’ illusione di lasciare ai propri figli o nipoti un mondo un pò meno pieno di merda!!

    ciao scusa lo sfogo . Saluti sinceri Alessandro

  3. Luca Rizzo Nervo Says:

    Sono molto d’accordo che non si possano risolvere problemi di natura politica con maquillage organizzativi. Credo che il problema sia davvero dare un identità riconoscibile al PD, che possa far nascere un senso di appartenenza, l’idea diuna condivisione di un destino, che oggi non c’è e che in mezzo a mille insicurezze e precarietà del vivere, molti aspettano. Per fare questo la proposta di partito più federale non offre un gran contributo, anzi provocando il rischio di una ulteriore balcanizzazione, ahimè già ampiamente in atto e legata ai nomi propri di persona. Per costruire quell’identità riconoscibile e quindi recuperare alla passione politica, all’impegno o quantomeno al voto centinaia di migliaia di disillusi ed orfani di sinistra, c’è bisogno di fare una fotografia a colori dei bisogni e delle istanze. Radicalmente cambiate nella sostanza e nelle dinamiche in cui sono inserite. Se si pensa di dare una risposta alla “gente di sinistra” rispolverando alcune categorie o parole chiave di un rassicurante e glorioso passato, temo si aumenterà lo stesso deserto di presenze e di voto che oggi denunciamo. Ecco Mauro, guardandola da dentro, una cosa su cui non sono pienamente d’accordo è che il problema identitario del Pd sia legato alla incapcità di fare sintesi fra ispirazioni diverse, fra modelli organizzativi diversi, che sia dovuto principalmente al fatto di non riuscire a liberarsi, con il cuore e con la mente, dalle differenti casematte del passato.
    Ho un’altra chiave di lettura. C’è molta più sintonia di quanto non appaia fra i gruppi dirigenti che hanno trasferito armi e bagagli dai vecchi partiti a quello nuovo. Una sintonia aihmè fatta da un duplice atteggiamento: incapacità di declinare al futuro, intorno a problemi nuovi e ad aspettative nuovi la propria ricetta per il Paese e di conseguenza, nell’imbarazzo che questo produce, un richiamarsi alle culture e alle tradizioni passate, vissute come la coperta di Linus a cui aggrapparsi. uno dei principali problemi del Pd è questo a mio modesto avviso. Passa dalle gambe un po’ molli di persone a cui si deve grande rispetto per aver datio vita all’Ulivo, per aver avuto, a livello nazionale, un coraggio inedito di confrontarsi con la sfida del governo del Paese, ma che oggi hanno il fiato cortissimo. Sono a fine corsa. E, tutto questo consenso sui territori, credimi, è fantasia. Se si va nei circoli oggi, è più facile sentire giudizi tranchant anche su alcuni dirigenti su cui fino a qualche hanno fa si esercitava una specie di idolatria. Li tiene in vita il circuito mediatico che li ripropone sempre, li fa sedere nelle subdole poltrone bianche di Porta a Porta per segnalare al mondo che sì, la sinistra sono ancora loro.. Sono famosi, non popolari. C’è una generazione che si passa il testimone da 15 anni, fra accuse e sconfitte, di fatto autoassolvendosi e autolegittimandosi. Una generazione che si chiede ogni volta perchè si perde, scomodando sociologi e analisti pagati profumatamente per non segnalare la principale costante di queste sconfitte: quella classe dirigente. In questo senso la proposta di Prodi, provocatoria e non risolutiva, credo che avesse questo più o meno esplicito obiettivo: segnalare che in pensione non si sta poi così male e si può ugualmente essere utili in modo diverso. Fra i segretari regionali, nei territori c’è una generazione, anche di qualità, certamente ancora troppo timida e troppo comodamente adagiata intorno a criteri di cooptazione, che deve avere l’occasione di provare a rappresentare la contemporaneità e a declinare finalmente una identità del PD che parli ai contemporanei.
    Grazie come sempre dei tuoi stimolanti punti di vista.

  4. Giovanni Says:

    Caro Mauro, sono d’accordo fino all’ultima virgola, perché, come reduce, mi rendo conto che questo è il tuo vero campo da gioco, dove la tua primazia è fuori discussione.
    Senza rubarti il mestiere voglio, però, aggiungere una notazione.
    Per la prima volta, da 15 anni a questa parte, il prodipensiero non ha avuto buona accoglienza, salvo scontate eccezioni.
    Che sia finita la sudditanza dei progressisti rispetto ad un uomo che ha saputo generare solo aggregazione attorno a un disegno di potere? Lo spero.
    L’azione di governo della triade Amato-Ciampi-Prodi non mi ha mai convinto, e meno degli altri quella del Professore.
    Il politico Prodi ha sempre preteso di avere “tutto il potere”. Nell’ultimo governo aveva assegnato al terzo partito della coalizione un ministero senza portafoglio (Ferrero) istituito per la prima volta, ed aveva utilizzato la professionalità di Visco per tassare, consegnando, invece, il potere di nominare a Padoa Schioppa, il solito autoreferenziato di Bankitalia.
    Oggi leggo su Repubblica che “Velina Rossa” invita Prodi a candidarsi a sindaco di Bologna per riparare i guai del suo pupillo Del Bono. Una provocazione? Forse.
    La presenza dei prodini in città è diventata davvero insopportabile e, come si è visto, anche nefasta: un gruppo di potere che guarda esclusivamente e cinicamente solo ai propri interessi. Una famiglia senza confini, di qua e di là (“così vinciamo sempre”). La Zampa con Bersani e Bonaccini, Fassino con Franceschino e via enumerando.
    Sempre a scompigliar le carte, per nascondersi, per contare due o tre volte nella spartizione del tutto.
    In fin dei conti Prodi, a mio avviso, è e rimane il vecchio signore democristiano delle partecipazioni statali, abituato a comandare, prendere e distribuire. Non fa per noi. Non serve all’Italia. Non serve alla sinistra. È ora di cominciarlo a dire, anche se ha vinto due volte….per portare avanti il suo disegno di potere, che abbiamo pagato noi in modo a dir poco salato.

  5. maurozani Says:

    Chi è causa del suo mal…
    D’altro canto, gli ex comunisti in questo paese sono stati al bando per un tempo infinito. (A differenza dei paesi dell’est europeo per non dire della Russia guidata da un autocrate proveniente direttamente dal KGB.) E fu anche colpa loro (nostra).
    Per vincere nel 1996 c’erano comunque solo due opzioni possibili per uno schieramento di centro-sinistra: Di Pietro o Prodi.
    Da reduce, riporto un appunto risalente al 22 dicembre 1995.

    ” Ieri D’Alema è andato da Costanzo per sciogliere il nodo Di Pietro dopo il rinvio a giudizio.Gli ha offerto la candidatura sulla base di un sondaggio di Directa i cui risultati sono i seguenti. Con due schieramenti attorno a Berlusconi e Prodi il primo ottiene il 48,7% e il secondo il 39,6%. Nel caso in cui lo schieramento di centrosinistra fosse guidato da Di Pietro+Prodi la situazione si ribalterebbe con il centrosinistra al 50,5% e il centrodestra al 41,2%. Se gli schieramenti fossero tre : Di Pietro = 44,0% ,Berlusconi=30,2%, Prodi= 17,4%.” Poi com’è noto Di Pietro, ancora alle prese con una battente campagna giudiziaria non si candidò. Il Centro-sinistra s’affidò a Prodi e vinse le elezioni grazie anche all’accordo di desistenza con RC. Il PDS ottenne nel proporzionale il 21,06%, Forza Italia il 20,57%, e i Popolari per Prodi il 6,81%. Il primo partito italiano (sia pur per il rotto della cuffia) ottenne la sua vittoria con Prodi e iniziò subito la sua lunga caduta.
    Recriminare è ovviamente inutile oltre che meschino. Resto convinto che la sinistra ,in quel tempo lontano non aveva altre possibilità. Tuttavia la fortuna politica di Prodi nasce dalla debolezza della sinistra.

  6. Rudi Says:

    Il fatto che certi post – come questo – ispirano tanti più commenti di altri come quello su Emergency o sulla deterrenza nucleare, mi sembra già un sintomo. Ci viene più facile, a noi di sinistra, parlare di robetta che di questioni capitali. Perché sulle questioni capitali, quelle che fanno l’identità di un partito, siamo mediamente sbandati, confusi, contraddittori.

    Quanto alla sconsolata analisi sul Pd, mi sento di convenire con te sul fatto che nessuna rivoluzione organizzativa può colmare un vuoto di idee. ma sul piano del funzionamento democratico, mi permetto di aggiungere un altro esempio sintomatico della catastrofe in corso.
    Quelli che ci hanno portato alle attuali leggi elettorali (molti erano del Pds) dicevano che l’elezione diretta avrebbe rafforzato la democrazia dando “più potere agli elettori”, che insieme al leader (sindaco, presidente) avrebbero potuto scegliere “la sua squadra”.
    Sbaglio, o ci aspetta la nuova Giunta regionale fra qualche settimana e nessun candidato-sindaco si sbilancia indicando “prima” qualche nome?

    Forse il 35% di astensionisti rientra nell’ambito del Paese Normale a cui sarà affezionato anche Latorre.

  7. maurozani Says:

    Eh sì. E’ proprio così. Mi sono nei mesi scorsi impegnato a scrivere cose anche molto documentate ad esempio sulla povertà, sugli obiettivi del millennio, su guerra e pace e su globalizzazione e dintorni. Poi vado a vedere nel back stage del mio blog e mi ritrovo con meno della metà delle entrate rispetto agli articoli di stretta attualità politica. Così va il mondo. Ma forse dipende anche dalla retorica (a volte francamente insopportabile e conformista) con la quale la sinistra in passato affrontava argomenti “capitali”. Alla fine tutto si paga. Come il decalage verso la “democrazia diretta” all’americana che porta oggi tutti a parlar di governatori invece che di presidenti.

  8. Giovanni Says:

    Vincere a tutti i costi, nel 1996, le elezioni non mi pare sia servito a molto (Pirro docet).
    I governi Prodi, D’Alema e Amato se ricordo bene, accentuarono le privatizzazioni e liberalizzazioni che culminarono nel trapasso della Telecom a Colaninno e nella liberalizzazione delle tariffe RC (aumentate da allora dell’800%).
    Per i lavoratori, per i pensionati e le famiglie in genere, le solite…lacrime e sangue, per lor signori.
    Nel corso dell’intera legislatura non fu neppure approvata la legge sul conflitto di interessi perché a Prodi non interessava e D’Alema giocherellava a fare lo statista, prima nella bicamerale e poi come Presidente del Consiglio nei Balcani.
    Puntualmente nel 2001 si è ripresentato il Berlusca che, certamente, non vinse per caso.
    Io non c’ero, ma dimmi, Prodi cadde perché voleva fare tutto di testa sua o perché D’Alema e Marino gli facevano le scarpe.
    Recriminare non è utile ma rifare i conti, ogni tanto, per non smarrire l’esperienza è necessario.

  9. maurozani Says:

    Dunque vittoria di Pirro sul piano strategico. Ebbene sì. Ma nel clima del tempo fu molto più di un brodino caldo. Vincere era la condizione per stoppar sul nascere il fenomeno Berlusconi. Solo che, in seguito, s’ebbe paura d’aver coraggio, consapevoli (D’Alema docet) che nel paese si era minoranza. Prodi cadde perchè i conti fatti sulla maggioranza furono clamorosamente sbagliati. Non ci fu complotto. Certo D’Alema da un pezzo mordeva il freno e scaldava i motori. La sua breve esperienza di governo fu poi condotta all’insegna del blairismo in campo economico e sociale e della esaltazione dell’intervento in Kosovo. Ricordo D’Alema sostenere, parlando alla Camera, la causa della “guerra umanitaria” parlando di 150-200.000 morti seppelliti in fosse comuni. Erano i giorni in cui annotavo sul mio personale diario di “guerra” che :” i giornali parlano di 48 fosse comuni individuate dai satelliti in Kosovo. Molto più verosimilmente i serbi stanno interrando i carri per salvaguardarli dai bombardamenti aerei sulla scorta dell’esempio di Rommel in Africa.” In effetti più tardi si venne a sapere che le “fosse” servivano proprio a questo scopo. Ciò nulla toglie alle colpe dei serbi,(da Sebrenica a Sarajevo) tuttavia il governo di centrosinistra aderì in modo ignobilmente acritico alla propaganda angloamericana. A partire dalla vera e propria trappola ordita a Rambouillet che diede il via libera alla guerra. In quei giorni in molti nel centrosinistra e su tutti i media nazionali avevano indossato la tuta mimetica, inneggiando al diritto d’ingerenza in nome dei diritti umani.

    PS. resta tuttavia agli atti il capolavoro di tattica politica che portò alla caduta del primo governo Berlusconi e quello relativo alla vittoria (sia pur di Pirro, ma non potevamo saperlo in anticipo) del 1996.

  10. roberto Says:

    Caro Mauro, suggerirei un’interpretazione sul minor interesse ai grandi temi piuttosto che alle questioni contingenti: la gente che vive del proprio lavoro si rende conto dell’inefficienza e dello spreco con cui vengono realizzati interventi che coinvolgono la sfera pubblica, e che in definitiva vengono pagati coi soldi di tutti.
    Ognuno nel proprio ambito di competenza, rileva divergenze inaccettabili e ne imputa la responsabilità alla politica che è diventata un’attività troppo ben remunerata per rischiare di esserne estromessi, e allora diventa invasiva nei confronti degli apparati di gestione tecnici/amministrativi. Gli stessi apparati, a cominciare dai capi, si deresponsabilizzano, e così la macchina si scassa.
    Allora i cittadini, in fase di vacche magre, prestano più attenzione al particolare, visto che chi ha trattato temi alti (i politici) nella pratica dei comportamenti ha fatto poi strame.
    Ci deve però essere un’uscita, e qui la stiamo cercando. Per fare un esempio, l’Agusta (quella delle moto di Agostini e degli elicotteri) ha avuto un pesante declino quando è entrata nell’orbita delle Partecipazioni Statali (lo stabilimento di Cascinetta veniva chiamato l’ospizio) per poi risalire la china ed essere la bella azienda che è.
    Permettimi poi un commento volutamente generico sull’intervento di Luca Rizzo Nervo: se il nuovo avanza con questa verbosità incapace di sintesi…
    La secchezza del linguaggio in genere è sostenuta dalla chiarezza delle idee.
    Tu ne sei la riprova

  11. Giovanni Says:

    Briglialoca, tratto a processo per aver sbagliato a leggere i dadi, se la cavò allegando ragioni di vista a causa dell’età avanzata.
    Ma il Governo Prodi nel 1998 non cadde perché i conti fatti sulla maggioranza furono clamorosamente sbagliati. Altrimenti per un voto lo avremmo sicuramente assolto.
    Prodi cadde per la sua politica neo-liberista: dopo aver drenato dalle tasche dei lavoratori 123 miliardi di euro, ricambiò chi viveva del proprio con la legge Treu che istituzionalizzava il precariato di massa negando a Bertinotti anche il brodino caldo delle 35 ore.
    Il classico moral-hazard di chi non ha niente da perdere, riassunto bene da Vauro nel noto aforisma “e io sto fermo”. Ma non del tutto fermo.
    Nella primavera del 1999 vediamo ai blocchi di partenza il duetto Bartolini-Del Bono. Noi tutti sapevamo che La prima doveva essere il sindaco schermo e il secondo il governatore effettivo della città.
    Le primarie tu le avresti vinte a mani basse, ma qualche astuto politico (non parlo della manovalanza) aveva fatto agio sul tuo orgoglio e, forse, tu stesso avevi fiutato che non ti volevano. Saresti stato un insormontabile ostacolo alla prosecuzione della festa e allo sviluppo edilizio e affaristico della città. Insomma, un buon amministratore e basta, non il sindaco dell’establichement.
    Mi chiedo, allora, se hai davvero compreso, fino in fondo, ciò che accadde nel 1999 e perché mai insisti a difendere un politico che per la città è una vera jattura, un debito inestinguibile. Non una risorsa, come continuano a cantilenare i poveri resti del Pd.
    Non sono quelli come me che ti hanno privato dell’alloro, che hai meritato due o tre volte, anche quando, con spirito di servizio a dir poco encomiabile raccogliesti i cocci per ricostruire, per quanto possibile, il partito a Bologna. La sventura ha voluto che nel 2004, pressati da Roma, fossimo tutti vittima di una allucinazione collettiva e uno Stalin di destra in miniatura salisse a Palazzo con la maschera del Principe di Balì.
    In questi anni (chi lo può negare?) sono successe cose estremamente sgradevoli, per tutti i reduci, i quali, come tu hai acutamente osservato, hanno perso persino il diritto alla parola.
    Ma il danno arrecato alla città è incommensurabilmente più grande, come si è visto. A costo di apparire, a torto, meschini, non possiamo concederci più la libertà di essere carini o indulgenti.
    Il male va estirpato laddove si annida, a meno che non si voglia trascorrere il resto della vita a rivangare quello che avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto.
    Il tema dell’intreccio dei poteri che assedia la città, a mio avviso, non è più eludibile se si vuole incidere, come si diceva una volta, sulla realtà. A meno che, politicamente, l’intreccio sia utile ignorarlo.
    Ma, in questo secondo caso, il tema lo dovrai svolgere tu.

  12. maurozani Says:

    Sì. Condivido. I “grandi” temi sono lontani dalla vita più o meno grama. e il divario tra le parole e i fatti è troppo evidente. Resta tuttavia anche l’argomento che ho avanzato: la retorica con cui le questioni epocali vengono trattate. Chi parla non trasmette convinzione perchè non la possiede. In più molto spesso è ignorante all’eccesso anche se ben retribuito.Non studia i singoli dossier e procede sulla base della pura propaganda.
    Quanto agli apparati amministrativi e tecnici.
    Nella mia , pur non lunga, esperienza d’amministratore mi sono trovato sempre di fronte ad un giudizio preventivamente negativo di molti miei colleghi nei confronti della macchina pubblica. Non l’ho mai condiviso. E non di rado sono riuscito a motivare le persone ed ottenere veri risultati. Duraturi. Non quelli d’immagine che s’ottengono con pletore di consulenti ben pagati ma quasi sempre disinteressati a ciò che le loro azioni(quando ci sono) producono nel medio e lungo periodo.

  13. paolo galletti Says:

    mauro,
    lasciamo stare i reduci.qui forse si può parlare di combattenti in momentanea licenza autoprescritta..( le metafore militari…)
    Condivido il passaggio sulla mancanza di identità ( e di convinzione in chi ha l’occasione di apparire sui teleschermi).
    Una cosa è la deriva identitaria magari falsa ed inventata ( i longobardi che diventano celti..),altra cosa è l’identità che è una condizione quasi prepolitica,antropologica.
    I padri o le nonne che rischiavano la pelle per l’ideale.. ma anche i militanti ,anche quelli ecologisti ,che rischiavano le botte o il sicuro dileggio.
    Spirito di gratuità e di sacrificio per la causa comune ed ovviamente l’ideale della causa comune..
    Ho avuto la ventura di partecipare alla creazione laboriosa di statuti
    delle liste verdi e poi della federazione dei verdi:inumane fatiche notturne.
    La differenza tra federazione e confederazione è basilare.
    Già l’Italia è una somma di localismi impazziti: una confederazione sarebbe follia.
    Anche noi provammo ,per la rappresentanza federale il mix voti,iscritti ed abitanti:purtroppo gli iscritti gonfiati hanno rovinato tutto: occorrono regole che valorizzino di più i voti e meno gli iscritti.
    Il primo ulivo erano tre partiti:DS,Popolari e verdi poi c’era dini coi socialisti ( ma erano alleati fuori dall’ulivo).
    E c’era la Lega da sola. E la desistenza con rifondazione.
    I limiti di Prodi:una cultura industrialista da sinistra dc condita con solidarietà sociale.
    A volte più sociale di molti cementificatori di sinistra doc.
    Ma incolpare solo Prodi del fallimento dell’ulivo non è giusto:
    L’amalgama culturale non è riuscito ( anche con i progressisti avevamo tentato) :non si è costruita una nuova identità,
    ma, con d’alema e amato, una spa di potere, con quote di azionisti.,di maggioranza e di minoranza ( fino al carnevale del secondo ulivo)
    La politica come forza e guerra ha pensato di poter fare a meno del progetto e dell’ideale.
    Così abbiamo perso, per presunta e presuntuosa realpolitik.
    “Cerco un centro di gravità permanente…”

  14. vittoria Says:

    Caro Galletti,non mi pare che il tuo post arrichisca la discussione più di tanto
    Sappiamo tutti perchè manchi in italia un partito verde,cosi come sappiamo che Prodi non ha mai costruito una sola industria.
    Sappiamo anche che il tuo ex segretario nazionale Pecorario Scanio ha eclissato Bertinotti e che oggi gode un forzoso riposo.
    Voi verdi italiani avete vissuto di rendita.Ora godetevi la pensione, perchè ,in fin dei conti ,avete solo rischiato e non preso le botte

  15. maurozani Says:

    Credo d’aver ben capito quanto avvenuto nel 1999. E avrei tanti inediti da raccontare. Ma non sarebbe elegante. Così come non lo sarebbe (per me, per la mia storia umana e politica, e sarebbe comunque malinteso e distorto ad arte) portare un attacco preventivo a colui che potrebbe esser il prossimo sindaco della città, ancora una volta a furor di popolo plaudente. E, amen.

    PS. In un prossimo post cercherò di esser più chiaro in ordine a ciò che io (ed eventualmente altri) potrei ancora fare. Fuori comunque e se necessario contro l’establishement costituito dai soliti noti e potenti chiamato a raccolta da Guazzaloca proprio oggi.

  16. paolo galletti Says:

    Gentile Vittoria,invidio le sue certezze apodittiche.
    Ma anche questo modo di discutere forse non aiuta nessuno.
    In ogni caso la informo che da sempre ho contrastato pecoraro scanio.
    Non dopo che è caduto in disgrazia.
    Ma poco importa, mentre gli altri si godranno le pensioni lei farà da sola la rivoluzione.. auguri

  17. maurozani Says:

    Il bello di un blog: non si richiedono “conclusioni” per dar ragione a tutti.

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