Pregiudizi con Google Maps

Rileggere i quotidiani e risentire telegiornali dopo qualche giorno di astinenza volontaria serve , a volte, per guadagnare uno sguardo dall’alto e dunque più distaccato, disinteressato. Leggo e ascolto articoli e commenti sorvolando rapidamente col metodo google maps.

In zona Europa, Giannini su Repubblica spiega che il default della Grecia annuncia che “I mercati stanno scommettendo sul collasso dell’Unione monetaria. E la notizia è che stanno vincendo”. A ruota colgo un commento da un notiziario nazionale secondo cui la Merkel si starebbe decidendo a dare il via libera al piano di salvataggio della Grecia.
Due notizie contraddittorie. Almeno in apparenza. Io mi faccio guidare dai miei consolidati pregiudizi.
Il primo riguarda la cosiddetta strategia di Lisbona varata nel 2000 con obiettivo di fare entro il 2010 dell’Europa l’area più competitiva al mondo con nuovi e migliori posti di lavoro nell’ambito di uno sviluppo ambientalmente e socialmente sostenibile.
Sostenni , a suo tempo in varie sedi che quella strategia era destinata al fallimento se nel frattempo non fosse avanzata l’idea e il progetto di un’Europa federale. Perché? Semplice. Senza procedure vincolanti Lisbona sarebbe rimasta un semplice manifesto di buone intenzioni. Infatti tutto è stato affidato in questo decennio al metodo del “coordinamento aperto”. Ognuno poteva far ciò che voleva. Infatti nessuno ha fatto nulla. La strategia è così clamorosamente fallita. Non se ne parla neppure più. Eppure se oggi l’obiettivo dei mercati è mettere in ginocchio la moneta europea ciò è anche dovuto al fatto che ci si è limitati a darsi una comune politica monetaria completamente disgiunta da una politica economica e industriale concordata e adeguatamente finanziata dagli stati nazionali. Con l’aggravante del grande allargamento ad est. Anche questo non supportato da nuove e più forti istituzioni.

E qui risiede il mio secondo pregiudizio. All’epoca ebbi l’ardire di intervenire alla camera dei deputati per chiarire che senza più forti istituzioni politiche l’allargamento avrebbe generato un pericoloso effetto boomerang. In gergo europeo si trattava d’accompagnare l’allargamento “all’approfondimento”.
Nel frattempo si è incaricata la Germania di far fronte all’allargamento. A partire dall’unificazione tedesca è avanzata, nei fatti, una moderna visione del lebensraum. Lo spazio vitale per la più forte nazione europea. Non a caso dopo il salvataggio per il rotto della cuffia del trattato di riforma istituzionale , fatto anche questo a Lisbona, se ne è data anche per volontà della Germania, un’interpretazione al massimo ribasso. Chi ricorda il nome del presidente dell’UE  alzi la mano. Insomma grazie alla ripresa degli egoismi nazionali, non contrastati come un tempo proprio dalla Germania, la grande Europa dell’allargamento si vede oggi letteralmente azzannata dai cani della speculazione monetaria come nota anche Giannini.

Bon. Focalizziamo google maps sull’Italia. E restringiamo l’obiettivo sul PD.
Anche in questo caso un mio pregiudizio è confermato dalle cronache. Mi spiace , ma è così. O almeno a me così pare. Bersani seppur con cautela sembra aver chiuso la porta al dialogo sulle riforme e allora D’Alema e i suoi s’incaricano di chiarire che: “affermare che con Berlusconi le riforme sono impossibili è un errore tattico”. Bersani si barcamena spiegando che non era sua intenzione chiudere la porta al confronto quanto “sfidare Berlusconi a mettere sul tavolo una proposta”.

Errore tattico. Ma davvero? Modestamente continuo a ritenere che dialogare con Berlusconi nelle attuali condizioni è un errore strategico. Cari amici del PD se Berlusconi prepara la corda per impiccarvi non è granché utile insaponarla prima di metterci dentro il collo.
Bisogna preparare il dopo Berlusconi guardando al 2013. A tal fine , a proposito di tattica, conviene dare per scontato , o almeno insinuare l’idea che il Cavaliere dopo quella data va a godersi l’immeritata pensione. Dunque ,altra agenda , altre priorità: riforma fiscale e combattimento “casa per casa” sui regolamenti attuativi del federalismo fiscale. Su questi ultimi si gioca la partita essenziale. Quella volta a dimostrare l’inconsistenza dell’ipotesi leghista e la contraddittorietà interna e insanabile del PdL.
Non si tratta di rigettare in toto  l’idea del federalismo fiscale bensì la cronica incapacità di delinearlo in termini di maggior equità fiscale e forte autonomia locale. Nei fatti , non a parole. Tirar giù il simbolo del federalismo fiscale appeso al cielo della propaganda per portarlo sul terreno degli interessi in gioco. Interessi sociali e territoriali. Questa è la vera sfida. Per il resto referendum. E poi ancora referendum. Tenere in campo i cittadini. A partire dalla riforma dell’attuale legge elettorale. Inoltratevi nel solito ginepraio delle Grandi Riforme e ne avrete come risultato un’ulteriore abbandono del campo da parte dei cittadini impegnati in altre più pressanti, e ormai per molti vitali in senso stretto, urgenze sociali.

Abbassiamoci ancora sull’Emilia-Romagna.
Novità decrepite. Si dà spazio alla proposta di una separazione dell’Emilia dalla Romagna. Alleanza inedita tra la Lega e il finiano Raisi che assieme alla Bernini ha depositato una proposta di legge. Mah. Mi sembra di ricordare che la sfidante di Errani non dimostrò neppure una chiara idea della geografia regionale.
Quanto a Raisi. Personaggio a suo modo simpatico. Lo vedo e lo ascolto su La 7. Divertimento assicurato. Non si capisce letteralmente un tubo di ciò che dice. Il Leghista Salvini, da Milano confessa che, in effetti, non ha capito. La maliziosa conduttrice lo guarda per tutto il tempo con un leggero, divertito, sogghigno mentre Stefano Folli s’impone, da uomo di mondo, di non infierire e acconcia volenterosamente la sua espressione ad un interesse che tuttavia risulta, inevitabilmente, inautentico.
E’ forte Raisi. Supplisce al suo scombiccherato argomentare con la continua mobilità del volto e del corpo, assumendo positure che secondo lui devono restituire, a chi guarda, la profondità del suo pensiero di politico navigato. Mi ha molto divertito.
A parte il folclore, ciò che va notato con preoccupazione è lo spazio mediatico che si torna ad offrire ad un tal proposta. E anche il sintomo di una malattia della politica pronta a cavalcare qualsiasi vecchio ronzino pur d’apparire. Non è neppur escluso che una tal vecchia trovata solletichi un qualche ascolto nei tempi che corrono. Ma ci ritornerò. Magari anche per focalizzare il mancato ruolo unificante di Bologna negli ultimi vent’anni.
Anticipo solo che in un tempo ormai remoto s’invento il SMP. Che sta per sistema metropolitano policentrico. Intuizione double- face. Da un lato c’era la consapevolezza della ricchezza e pluralità dei sistemi locali nella regione, e della necessità di comporli sinergicamente in un sistema regionale complesso e dinamico. Dall’altro c’era la volontà politica, del tutto miope, di tener basse le aspirazioni “metropolitane” di Bologna capoluogo. E così, alla fine, non fu un caso la scelta di Errani proveniente dalla terra bizantina di Ravenna.

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5 Risposte to “Pregiudizi con Google Maps”

  1. Umberto Mazzone Says:

    Ammetto di essere vetero e datato ma di fronte al caso greco e ad una crisi che, lungi dall’ esser riassorbita, esplode ora qua ora con nuova energia mi viene da riprendere la categoria di crisi del capitalismo. Nessuna aspettativa paligenetica di crolli, per carità di crolli nella nostra vita ne abbiamo visti sin troppi, però prima o poi qualche riflessione non solo monetaristica o finanziaria dovremo pur avviarla. Forse la produzione di denaro con il denaro forse ha qualche limite intrinseco. E i denari ad un certo punto non sono infinti. Tra Ucraina, Lettonia, Ungheria ora al Grecia e chi più ne ha più ne metta sono state impiegante dal FMI somme enormi per sostenere il debito e la finanza. E se partono politiche deflazionistiche selvagge il quadro comincia a farsi realmente cupo. Temo per Bossi (ma soprattutto per noi) che neppure il taumaturgico federalismo fiscale potrebbe risolvere in alcun modo questi mali…
    Quindi proporrei di tornare alla economia, quella vera, quella fatta di merci e sovraproduzioni , così come i cinesi stanno facendo benissimo.
    Un ultima parola sul micro: l’ Emilia-Romagna (che ancora diversa dall’ Emilia e Romagna) sconta sempre il peccato di origine di essere una realtà artificiale inventata dopo il Risorgimento da Minghetti perchè ci doveva pur essere qualche cosa tra la Lombardia e la Toscana. Ci sono i Ducati con le loro piccole ma orgogliose capitali (Parma, Modena), le capitali di Ducati svaniti per accidenti dinastici (deboli lombi e mancanza di figli, Ferrara), un bel blocco papalino da Bologna sino al mare, ma con tante diversità (Bologna senatoria, le Romagne più nostalgiche di una politica di braccio e di corsa). Insomma una regione arlecchino che 150 anni non sono bastati a tenere insieme in modo naturale: Un tempo lavorai in Regione (intesa come ente): la prima cosa che appresi era la delicatissima arte del bilanciamento territoriale, ben più importante di quello politico e partitico. Più facile per un modenese PCI concedere qualche cosa ad un modenese DC che ad un forlivese PCI.
    La ripresa della discussione, avviata ere geologighe fa da tal senatore Servadei da Forlì (PSI), se ricordo bene, sulla indipendenza della Romagna la trovo oggi nel clima leghista agghiacciante.
    Ma quando la politica è debole corrono anche i somari.
    Scusate se l’ho fatta lunga.

  2. giovanni Says:

    L’unità politica dell’Europa è un’aspirazione molto, molto difficile, anche solo da concepire.
    Quello che siamo riusciti a realizzare è l’unione economica e monetaria, che, peraltro, non riguarda tutti i paesi appartenente allo spazio di libero scambio europeo.
    Nulla di più, nulla di meno. Ma non è poco, se volgiamo lo sguardo ai resti fumanti dell’Europa del 1945.
    L’onestà intellettuale avrebbe dovuto imporci di comprendere che i veri benefici della moneta unica risiedevano nel lungo processo di armonizzazione e di convergenza che avrebbe creato se governata da un ceto politico capace ed onesto, un circolo virtuoso in grado di avvicinare l’Italia ai paesi più progrediti e civilizzati dell’Europa.
    Un’Italia virtuosa che lavora, produce beni, servizi e saperi, in grado di vincere un passato dominato dalla rendita, dalla corruzione, dall’evasione fiscale, dalle ingiustizie e dall’ignoranza. Questa, dunque, doveva essere la vera moneta a cui l’Italia aderiva.
    Sappiamo che così non è stato, e che oggi ci ritroviamo vincoli cogenti per paesi diseguali nella crescita economica e nei fondamentali che costituiscono le basi di una vera società moderna e democratica.
    L’unione monetaria è sempre stata presentata dai politici di casa nostra come un ombrello cui ripararsi in caso di turbolenze finanziarie, e ciò sulla base delle brucianti esperienze negative riportate a seguito dei molti attacchi speculativi contro la liretta.
    D’altro canto i ricchi e progrediti europei del nord, hanno sempre inteso, con l’euro, impedire all’export italiano di attuare le famose svalutazioni competitive, così da spuntare le unghie al capitalismo straccione italiano, da sempre impegnato a praticare dumping sociale.
    L’approdo alla moneta unica ha provocato nei paesi mediterranei più “disordinati”, una grande inflazione, che ha, da un lato, omogeneizzato i prezzi di mercato e, al contempo, impoverito i ceti a reddito fisso.
    Tutti i benefici sono andati, invece, a chi era in grado di “fare il prezzo” (imprenditori, commercianti, liberi professionisti, artigiani ecc…), ed ai beati possidenti che hanno beneficiato delle politiche di liberalizzazione, spacciate dal centro-sinistra italiano come pratica di modernizzazione del sistema economico.
    Ora la Germania, dopo aver conquistato 1/3 dell’intera economia europea, manda un avvertimento: la ricreazione è finita, non pensate di vivere al riparo del super marco travestito da euro. Del resto, ulteriori sistemi di integrazione europea non sono previsti, nelle condizioni date sarebbe un’impresa da titani, tantomeno è pensabile che i laboriosi e onesti tedeschi paghino i debiti dei greci, dei portoghesi e degli italiani.
    Se si vuole ancora l’euro, ogni paese deve risolvere, al suo interno, i problemi che aveva l’opportunità di risolvere con il processo di convergenza.
    A petto di queste verità, suona oltremodo stonato l’articolo, su “La Repubblica” di oggi, di un economista nostrano di vecchia data, Luigi Spaventa, secondo cui la Merkel e i tedeschi sarebbero i veri nemici dell’euro, prospettando il solido brodino caldo del rientro graduale della Grecia dal deficit, mediante l’aiuto degli altri paesi europei, con azioni meramente finanziarie.
    E qui sta il problema, Amato, Ciampi e Prodi, hanno creduto (o fatto credere) che fossero sufficienti le manovre finanziarie da lacrime e sangue, beninteso, da parte dei lavoratori italiani, per portare l’Italia in Europa e, quindi, per entrare nella moneta unica.
    Era una prospettiva contabile, di corto respiro, che non aveva alla base alcuna riflessione sul sistema che andava cambiato, cioè, su quel sistema distorto che ogni tanto necessitava e necessita di manovre correttive, per essere ricondotto “in equilibrio”.
    Sarebbe lungo indugiare sulle politiche necessarie per rendere l’Italia degna di essere in Europa. Ma qui dico che ha ragione la Merkel. Se la Grecia si trova al punto in cui si trova la ragione è nota a tutti, corruzione, evasione fiscale annuale pari a 1/5 del debito pubblico, conti taroccati da una destra imbrogliona e levantina.
    Non vorremmo passare per razzisti, ci mancherebbe, ma viene il momento in cui una nazione, per essere tale, deve assumersi le proprie responsabilità: la responsabilità di aver fornito il proprio consenso alla destra politica ed economica, la responsabilità di ogni singolo individuo di aver guardato sempre ed esclusivamente al proprio personale interesse.
    La responsabilità non si contrappone alla solidarietà, anzi, ne è il presupposto. Il solidarismo cattolico è un vecchio malinteso che va rimosso, perché è sempre stato funzionale alle gerarchie cattoliche, che si sono arricchite sulla miseria degli altri.

  3. maurozani Says:

    Ho leggiucchiato distrattamente l’articolo di Spaventa. Dunque m’astengo dal condividere il tuo giudizio tranchant. Tuttavia Spaventa mi è sempre parso un uomo molto, troppo, sicuro di sè. Spesso apodittico salvo divenire circonvoluto all’eccesso quando passa a dimostrare le proprie tesi.
    Ben vero che la destra greca ne ha fatte di cotte e di crude. Truffaldina oltre il bene e il male e premiata , a suo tempo, dagli elettori proprio per ciò. Resta che il comportamento della Merkel è del tutto influenzato dall’incombenza elettorale.Un debole stop and go che m’appare molto rischioso. Al punto in cui son giunte le cose Papadopolus non sbaglia quando afferma che o si spegne l’incendio in Grecia o questo si propagherà al resto d’Europa. Ad occhio e croce mi sembra che Prodi abbia una qualche ragione quando nota che l’economia greca rappresenta il 2,6% del Pil europeo e che dunque l’intervento che si prospetta è minore di quanto già fatto per salvare le banche. D’altro canto, come tu ricordi, la leadership economica della Germania qualche responsabilità la comporta. Non foss’altro perchè è stata consolidata e prima ancora ampliata in un contesto storico ben preciso. (alludo all’allargamento, e alla scelta di impedire qualsiasi seria riforma nel governo economico dell’UE, anche lasciando da parte qualsiasi suggestione federalista ). Esempio forse ingenuo: perchè non si è mai acceduto all’idea più volte prospettata (per primo mi sembra da Delors) degli eurobond per finanziare la strategia di Lisbona o comunque progetti di rilevanza europea nell’eurozona? Era proprio inconcepibile una tal scelta? E ciò nell’ambito di un’Europa a geometria variabile , a mio avviso, assolutamente necessaria dopo il grande allargamento. In sostanza ciò che intendo dire è che l’assunzione di responsabilità da parte di ogni singolo socio dell’Unione diventa più stringente e possibile se c’è un disegno di sviluppo comune almeno per alcuni essenziali aspetti. Se al contrario tutti hanno chiaro che nè la politica economica nè un salto di scala nell’unione politica sono alle viste, allora ciascuno s’industria (certo sbagliando) a cercar di trarre vantaggi senza pagar pegni. Alla fine dei conti e alla base della situazione attuale c’è il lungo stallo della prospettiva europea che ha incentivato una rinazionalizzazione delle politiche in molti campi. Il passo del gambero rispetto all’acquis comunitario, adottato al riparo della moneta unica, non poteva che portare ai risultati attuali. In conclusione (provvisoria) la moneta unica poteva esser la base per un salto di qualità nel “governo europeo” dello sviluppo e non lo è stata. Il metodo Monnet in gran parte non funziona più. Per molte ragioni che non è il caso di richiamare. C’è di mezzo anche il resto del mondo (globale). Una classe dirigente europea non c’è più. La Merkel forse ha preso atto di questo cul de sac e agisce realisticamente di conseguenza. Tuttavia non l’approvo. Salvo prova contraria dopo il 9 maggio. Si vedrà…

  4. giovanni Says:

    Anche il debito sovrano degli US ha un rating che, probabilmente, verrà rivisto al ribasso con effetti perniciosi per l’intero sistema finanziario. Perciò non credo che gli eurobond avrebbero risolto il problema più di tanto. Semplicemente il merito di credito dei singoli paesi sarebbe stato omogeneamente spalmato su quello europeo e, quindi, più basso e meno significativo rispetto al punto di riferimento costituito dal Bund tedesco.
    Insisto, a mio avviso il problema che ha di fronte l’Europa non è finanziario, ma eminentemente economico e sociale.
    È troppo difficile tenere insieme un treno di ruote ognuna delle quali marcia ad una velocità diversa. Troppi variatori e ammortizzatori. L’allineamento della velocità delle singole ruote è la soluzione. Sarà vero che la Grecia rappresenta il 2,5% del pil europeo, ma questa osservazione, a mio sommesso avviso, non modifica di una virgola la sostanza del problema: da cosa è generato il disavanzo pubblico greco? È ipotizzabile uno sviluppo economico di quel paese, tale da consentire un riallineamento ai vincoli della moneta unica.
    Ebbene chiarire oggi, con la Grecia il problema, che domani riguarderà il Portogallo e, dopodomani, l’Italia. Basta con la politica del “cacciavite” dice la Merkel, a cui bisogna dare atto di ascoltare il sentimento profondo del corpo elettorale, e non di contraddirlo affermando che il problema è un altro.

  5. maurozani Says:

    Non so se gli eurobond avrebbero effettivamente risolto il problema. Tuttavia resta il problema di finanziare lo sviluppo e ciò riguarda appunto l’economia e la società, non la finanza.
    Quanto alla politica del cacciavite. Capisco benissimo. A tal proposito far andare le ruote o meglio i vagoni del treno europa alla stessa velocità lo ritengo semplicemente impossibile dopo l’allargamento. Troppi cacciaviti e chiavi inglesi da usare continuamente. L’idea di un’Europa a due velocità mi appare ancora , se non la soluzione, almeno un avvio di soluzione. A tal fine si rende urgente una politica europea coordinata in modo stringente nell’eurozona. Che poi in Grecia qualcuno dovrebbe addirittura andare in galera siamo d’accordo. E, infine che con la riforma di Lisbona qualcuno possa uscire dall’Unione dovrebbe esser concepito come fattibile in concreto e non mera petizione di principio.

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