Archive for maggio 2010

Metropolitana intra moenia. No, grazie.

maggio 21, 2010

Sembra aprirsi la possibilità di rimettere in discussione la scelta peggiore. Quella del metro. Un sacco di soldi pubblici per pochi chilometri di metropolitana. Una demenzialità vera e propria. Senza alcun rapporto tra costi e benefici. Da profano sostengo dall’inizio, che collegare la fiera con la stazione con un breve tratto di treno underground è come sparare ad una mosca con un gigantesco cannone. Tipo la grande Berta. L’effetto rinculo sulla città sarebbe devastante. Adesso la Cgil e la Cisl, complice la crisi in corso, propongono apertamente di lasciar perdere facendo il possibile per destinare le risorse ad altri ,più urgenti obiettivi. Mi sembra giusto.
E’ stato possibile per Parma. Deve esserlo anche per Bologna. A Parma la maggior parte delle risorse statali sono state dirottate su progetti di mobilità alternative. La minor parte vengono dedicate anche a progetti d’ordine sociale. Il sindaco di quella città parla di mobilità sostenibile. Appunto. I treni sotterranei e anche quelli sopraelevati per città delle caratteristiche storiche e delle dimensioni territoriali di Bologna sono del tutto insostenibili. Stupisce che non lo si sia capito prima. E insospettisce che ancor adesso si provi a difendere l’indifendibile.

La mobilità alternativa per Bologna riguarda il collegamento rapido con l’insieme dell’area metropolitana che, di fatto, coincide ormai con l’intera Provincia e non solo. Dunque il tema che potrebbe (dovrebbe) tornare d’attualità riguarda la possibilità di dare corpo e senso concreto ad un servizio ferroviario regionale efficiente e (relativamente) poco costoso tramite un suo deciso ammodernamento in tutta la vasta area bolognese: tracciati esistenti e materiale rotabile. Una raggera composta di varie linee, di metropolitana di superficie. Veloce, frequente, sicura.

Tutto il gran parlare che si è fatto da un paio di decenni almeno sull’istituzione della città metropolitana non ha fino ad oggi portato a nulla anche perché ci si è limitati per lo più ad agitare il tema nel corso di un’infinita diatriba tra poteri istituzionali (Comune ,provincia e regione) e altri addetti ai lavori.
Adesso si potrebbe rimettere sui piedi anche quell’antico confronto, muovendo dalle esigenze di ancor maggior integrazione del territorio metropolitano. Non esigenze astratte ma servizi essenziali per tutti i cittadini. Non sono un tecnico , né in alcun modo un esperto, tuttavia qualcosa mi suggerisce che, in quest’ambito, e con qualche variante all’esistente, (e qualche strizzatina in più ai cervelli di chi ne sa più di me) si risolverebbe anche il problema(essenziale) del collegamento stazione-aereoporto. Bisognerebbe cioè cambiar ottica. Ragionare in modo tale da affrontare in modo unitario e integrato i problemi del Comune di Bologna con quelli del suo territorio metropolitano. Rozzamente esemplificando: due piccioni con una fava. (Chiedo venia, quest’ultima è rivolta a quanti continuano a far finta di non capire).

Quanto a coloro che operano il solito ricatto occupazionale per i quali perdere l’occasione della pseudo* metropolitana significa rinunciare a posti di lavoro, basti obiettare che intervenire sui collegamenti ferroviari di area vasta porterebbe a pareggiare il conto dell’occupazione, con in più il pregio di collegare il lavoro allo sviluppo di un progetto di ben più vasta portata e ,per di più, chiaramente finalizzato ad ottenere benefici per tutta una comunità di cittadini.

Quanto a quelli che ritengono invece necessario sostituire i treni interrati con quelli aerei, pudicamente definiti come People mover, e “opportunamente” prolungati. Su ciò posso obiettare solo una tantum. Infatti il prolungamento dell’aerovia ferrata passerebbe a circa quattro , cinque metri dalle mie finestre. Dunque sono in palese conflitto d’interesse. Sì perché tale scelta mi agevolerebbe notevolmente. Come Fantozzi quando prende al volo la sopraelevata. Dunque ne parlo adesso e poi mai più. Resta che allo skyline della nostra città tale scelta non aggiungerebbe alcunché di notevole.

Allo stesso tempo qualcuno dovrebbe spiegare a me, e a tutti voi che (con pazienza) continuate a leggermi, quale sarebbe il rapporto costi- benefici di una tale scelta. Quanti passeggeri, ogni giorno, diretti all’erigendo Tecnopolo sarebbero necessari per recuperare negli anni (e in quanti anni) i costi della progettata via aerea di Del Bono? E poi perché al Tecnopolo e non nel cuore del polo fieristico, dove vi sarebbero, probabilmente, i numeri. Dei passeggeri dico.
Quest’ultima forse è semplice. Per andare alla Fiera non c’è abbastanza spazio. E comunque c’è gente che non può esser disturbata. Dunque l’uovo di Colombo, della politica del fare, è presto trovato. Andiamo da un’altra parte. Una parte che però deve essere anche solo parzialmente giustificabile. Ed ecco scoperta l’America, sotto forma di Tecnopolo. In fondo con una fermata intermedia e previa una, sia pur insalubre, passeggiata si raggiungerebbe facilmente anche il polo fieristico. E comunque, con poca spesa, si potrebbe opportunamente allestire un centro di prima accoglienza per operatori di mezz’età, sfiatati e tachicardici.

A questo punto mi domando: qualcosa di più normale oltre alla messa in efficienza effettiva del servizio ferroviario regionale, no? Tipo una vasta rete di piste ciclabili sull’esempio di molte città europee delle dimensioni di Bologna e magari una ripresa dell’antica idea di una fascia boscata a ridosso della tangenziale? E , aggiungo, una seria disincentivazione dell’uso dell’autotrazione a diesel nelle aree più densamente popolate a partire dal centro cittadino, no? Capisco tutto ciò è più difficile. Interessi in gioco troppo potenti. Ma allora piantatela di triturarci i testicoli, mattina e sera, con la propaganda a buon mercato sull’effetto serra. Ci sono polvere sottili che vanno nei polmoni. Bastano quelle. Non si sente davvero il bisogno di polvere (anche) negli occhi.

*pseudo. Perché pochi chilometri di tunnel ferroviario non fanno ancora una metropolitana. Si tratta solo di un costoso buco in terra. E, non mi si venga a parlare di lotti successivi, magari con la “finanza di progetto”. Quest’ultima, in Italia, è come la bella Cecilia.

Public hearing.

maggio 13, 2010

Ferve il dibattito. A Bologna. Sotto le due torri. Molto meno in periferia, laddove è dislocata la maggioranza degli elettori. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Da dove partire? L’elenco è lungo e non bisogna deprimere l’ego di alcuno. Dunque provo scegliendo un criterio di contingente popolarità. Arbitrario, naturalmente.

Direi che per primo viene l’ex assessore Ronchi. Del quale so poco o nulla dato che durante il suo mandato ero in altre faccende affaccendato. Tuttavia lui , non è un leader, come dice di sé stesso. Pensa che bisogna governare con la cultura e intende dar vita ad un’associazione (idea non originale) che si chiamerà Bologna città d’Europa. Commendevole. In effetti anch’io penso da tempo che Bologna dovrebbe cercar d’imparare il meglio (le best practice) dalle più significative esperienze di governo locale in Europa. Infatti Bologna non ha quasi più nulla da insegnare ma piuttosto da imparare.

Segue Bonaga /Petazzoni il vulcanico duo che ha accumulato progetti innovativi nei cassetti da molto tempo a questa parte. Istruttoria pubblica per raccogliere idee e progetti per Bologna.Il Commissario , donna pratica, subito depotenzia l’iniziativa riportandola entro un solido alveo istituzionale: public hearing ,cioè udienza conoscitiva. Come nei parlamenti. Ci si limita ad ascoltare. Si fa così , di solito. Lo si fa –come scrive Pasquino non senza una certa malizia- proprio per “evitare che facciano la loro frizzante comparsa alcuni inventori pazzi”. Già.

Nel back stage partitico l’approccio è diverso. Si segnala la sortita anticonformista dell’ex assessore Campagnoli (eh sì sono gli ex che più smuovono le immote acque della politica bolognese) il quale invita l’ex sindaco Guazzaloca a partecipare a primarie di coalizione. Da via Rivani, si limitano ad offrire un dialogo. Anche in vista di un’eventuale alleanza con Casini. Cosa abbia convinto Campagnoli (ciao Duccio!) a effettuare la compromettente avance può esser solo oggetto speculativo. Del tipo partecipiamo a primarie tutt’e due e poi chi arriva secondo o terzo appoggia chi è arrivato primo. Giorgio da par suo non risponde. Aspetta. Non si sa mai. Metti che il PD ancora una volta s’incarti. E si vedrà. Ma non certo per arrivare secondo.

Intanto emergono anche un paio di nomi illustri ben addentro l’establishment. Società civile a 24 carati. Mica gente da nulla. Il presidente della Fondazione Del Monte, Marco Cammelli, giustamente stimato in vari ambienti e del quale non è la prima volta che si parla. Segue (probabilmente favorito) un briscolone civico come Lorenzo Sassoli de’ Bianchi il cui nome è già di per sé un programma. Secondo solo a Luca Cordero di Montezemolo. Anche per cumulo d’incarichi e presidenze. Solidità, tradizione , cultura, impresa, unita ad una naturale propensione all’innovazione.

Romanini sul Corriere scrive che Lorenzo ,con quel che segue e consegue, piacerebbe molto a Bersani. Può essere. D’altro canto Bersani sa bene che dopo tre tentativi falliti l’dea di un candidato civico s’impone. Preferibile di gran lunga anche ad una candidatura in extremis di Romano Prodi. Quest’ultima – anche dal punto di vista di Bersani, che non confesserà mai neppure sotto tortura- ha infatti molte controindicazioni . La prima delle quali ha a che fare con il futuro stesso del PD.

Infine il Cev (ciao Cevenini). Sfumata, per ovvi problemi di equilibri interni al partito dei separati in casa, la naturale scelta (è ciò che sa far meglio) di una sua presidenza del consiglio regionale Cevenini si sente di nuovo in pista. Ma forse la sua sorte è stata segnata anzitempo proprio dalla candidatura alla regione. Checché ne dica con maldestra abilità e soave cortesia il neosegretario designato del PD bolognese.(ciao Donini). Sul Cev va detto per onestà e verità che è stato tra i primi a capire che nella nuova politica bisogna farsi imprenditori di sé stessi. Cosa che ha fatto con costanza e inossidabile tenacia ormai da lungo tempo a questa parte. Solo che…
Solo che l’operazione politica che si sta ponzando e forse tessendo alacremente va da un’altra parte. Non si tratta di mischiare le carte nel e del PD. Bensì di tirar fuori una carta nuova che non c’è nel mazzo del PD. Quella del sindaco civico. Appunto.

Comprensibile. Ma non condivisibile. Per chi come me ha avanzato l’idea di una rinascita civica e democratica che chiami a raccolta in una nuova stagione politica e di governo l’intero frastagliato campo d’opinione che si riconosceva un tempo nella sinistra bolognese (anche senza farne parte organica) e che oggi spesso rifiuta,con qualche buona ragione, d’esser etichettato a priori. Sì lo so. Procedo per definizioni approssimate e generiche. Tuttavia mi par d’annusar l’aria che tira. Stavolta l’area della delusione e del disincanto è davvero assai larga.

Per questo ben prima del candidato dovrebbe venire un chiaro annuncio: un listone democratico e di sinistra sotto il simbolo delle Due Torri accompagnato da un programma innovativo che stralci e butti alle ortiche con coraggio alcune vecchie scelte. Un centrosinistra rifondato attorno ad idee nuove e diverse rispetto al passato recente. Chi segue questo blog sa di cosa parlo. Di tutto quel ferro e di tutto quel cemento pigiato dentro i confini comunali e persino entro le mura, Bologna non ha alcun bisogno. Anzi. Ne avrebbe un danno permanente e irrimediabile anche tradendo quella che dovrebbe essere la sua naturale vocazione metropolitana. La quale, per contro, non consiste nell’esternalizzare i costi limitandosi a governare la città piccola. Vabbè su tutto ciò ho già scritto e detto in passato e qualcosa d’altro spero di poterlo dire assieme ad altri nel prossimo futuro.

Concludo a proposito di vocazioni. Potrà un civico blasonato tradire la sua vocazione manageriale rimettendo in discussione il piatto ricco costituito da scelte infrastrutturali ormai consolidate, se non nel loro iter tecnico amministrativo, certamente in una convinzione largamente trasversale al ceto politico ed imprenditoriale? Temo di no. E a me questo basta e avanza. A proposito di prevalenza dei programmi.

Finanza per lo sviluppo

maggio 12, 2010

Passata l’euforia per i rialzi sulle borse europee conseguenza del grande piano di contrasto ai fenomeni speculativi concepito dai paesi UE, si cerca di correre ai ripari tramite una riforma del patto di stabilità e di crescita (PSC) fatto a Maastricht nel 1997.
Com’è noto il patto è stato criticato molte volte in questi anni essenzialmente per la sua rigidità. I paesi dell’euro non devono superare la soglia del 3% del deficit e rimanere al di sotto del 60% per ciò che riguarda il debito. E’ altresì noto che i paesi forti , come la Germania e la Francia, pur superando la soglia del deficit non sono mai stati sanzionati. E’ mancata la forza politica. E manca tutt’ora.
A ciò si è aggiunta l’incapacità dell’Unione di considerare oltre alla stabilità monetaria anche la crescita che pur era genericamente evocata nel patto. L’idea era e resta quella secondo cui se c’è rigore monetario e di bilancio la crescita viene di conseguenza.
A modesto parere di un non esperto , come me, ciò non corrisponde al vero. Mi sembra dimostrato dai dati relativi alla crescita di questi anni.
Si cresce poco e male perché non c’è mai stata la volontà di mettere in comune risorse per attuare un piano di sviluppo di medio termine. Non che non si avesse consapevolezza del problema. La strategia di Lisbona era stata concepita (malamente) al fine di realizzare la crescita. Un modo per coprire il fianco scoperto del patto di stabilità.
Nulla di fatto tuttavia. Adesso non si trova di meglio che rendere più severo e rigido quel patto. I paesi con deficit eccessivo dovranno addirittura versare una cauzione e le leggi finanziarie dei singoli membri dovranno esser approvate preventivamente dall’Ue prima d’esser sottoposte all’iter legislativo dei singoli paesi.
Un paradosso. Quella cessione di sovranità che sarebbe stata utile e necessaria per andare oltre il metodo di “coordinamento aperto” (che vuol dire ognuno faccia ciò che vuole e che può) che ha così mal sorretto i volenterosi e propagandistici intenti di Lisbona (vedi post precedente) la si propone ora ai fini di dare maggior “sostenibilità alle finanze pubbliche”.
Resta che , se certo non spendere più di quel che si guadagna è buon metodo di governo , ciò non basterà affatto a produrre uno slancio competitivo. E dunque una crescita e, sperabilmente, un miglioramento della qualità del lavoro e della vita nell’UE.
Mario Monti dice che “occorre una maggior brutalità nella gestione dell’Europa sulle regole che ci siamo dati”.
Temo che, senza un progetto di sviluppo socialmente sostenibile e comunemente finanziato, una maggiore brutalità possa facilmente trasformarsi in una macelleria sociale. Per far contenti i mercati.
Tuttavia sembra che tra le righe del suo rapporto sul mercato unico Monti avanzi anche un’altra idea: quella delle obbligazioni europee collegate agli investimenti. Idea molto vicina a quella proposta a suo tempo (son passati 30 anni) dal socialista Delors.
Ecco questa è una strada da intraprendere. So che piace anche a Tremonti. Pazienza. Non si può aver tutto dalla vita.
Importante sarebbe concepire questa operazione come finanziamento allo sviluppo e non come semplice operazione monetaria volta a superare la frammentazione delle emissioni a livello nazionale per usufruire delle economie di scala insite nella moneta unica.
Sarebbe un inizio di ragionevolezza per cominciare(almeno) a considerare l’economia, la finanza, la moneta e i mercati come mezzi e non fini.
Sì perché ciò che continua a rimanere in ombra (ed è ombra cupa) nella vicenda attuale è proprio quella cosa che continua a chiamarsi comunemente: la società. Vale a dire il luogo nel quale s’arrabattano quotidianamente gli esseri umani.
Naturalmente bisogna trovare la forza per far i conti con l’oste: tedesco. E con il cavallo di troia: britannico. Quest’ultimo è ben dentro l’UE ma fuori dall’Euro. All’uno e all’altro per ragioni diverse ma per interessi concorrenti non piace affatto l’idea di uno sviluppo comune. Troppo da perdere e poco (mediamente) da guadagnare.
Perciò è da temere che le buone intenzioni rimangano scritte sulla carta e che come sempre è avvenuto fino ad oggi, prima ci saranno i sacrifici per rimettere ordine nei conti sotto forma di tagli alla spesa e dopo altri sacrifici per assecondare un’eventuale crescita sotto forma di bassi salari, tanto precariato e diritti tendenti a zero. Non credo che una tale prospettiva possa allettare i piccoli risparmiatori nella loro veste di azionisti dato ch’essi sono anche, in vario modo lavoratori e consumatori. Becchi e bastonati.
Che sia il caso di pensare ad un’alleanza sociale? O, al secolo, ad un movimento d’opinione tendenzialmente unitario e trasversale in grado d’influenzare le scelte politiche del prossimo periodo? Parole d’ordine : Eurobond + Tobin Tax. Quest’ultima per tassare (com’è noto con aliquota bassissima) i movimenti di capitale.
La potremmo chiamare finanza per lo sviluppo.

Carlo Marx?

maggio 11, 2010

Qualcuno dice che con la decisione di creare un fondo di 725 miliardi per tre anni corrispondente a quanto necessario per mettere in fuga il “branco di lupi” incarnato dalla speculazione sul possibile default di Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo, l’Europa tutta ha compiuto un passo avanti nell’integrazione “passiva”. Sotto scacco il vecchio continente ridiventa, giocoforza, solidale. I mercati reagiscono positivamente. Per il momento.
Maurizio Ricci su Repubblica scrive che, tutto sommato, ha ragione chi fa riferimento alla strategia shock and awe che gli americani hanno sperimentato in Irak. Si tratta “dell’impiego di una forza soverchiante che lascia sgomenti gli avversari”.

Ora, può persino essere che la difficoltà imponga ai governi europei di accennare ad una sorta di salto di qualità. O , almeno di definirne i contorni a tavolino. Quando però si fosse costretti ad intervenire in solido può persino essere che le cose cambino. Voglio dire che se il branco di lupi decidesse di andare a vedere le carte ci si potrebbe anche trovare di fronte ad un bluff. O a qualcosa che gli rassomiglia molto. E ciò perché non è stata aperta una linea di credito europea gestita in modo comunitario ma si è ripiegato su un sistema di prestiti bilaterali. Ha prevalso un approccio in larga parte intergovernativo. Saranno i singoli governi a decidere, all’uopo, se rispettare o meno l’accordo fatto a Bruxelles. E si sa le circostanze possono cambiare ed esser diversamente valutate a seconda dei casi. E delle convenienze nazionali. Ci si potrebbe ritrarre anche solo con la motivazione di un’insufficiente azione, verso le famose riforme strutturali da parte dei paesi sull’orlo della bancarotta. Si tratta, ancora e sempre, (com’è arcinoto) di tagli alla spesa, alla previdenza, e di ulteriori deregolazioni del mercato del lavoro. Insomma la “forza soverchiante” resta di riserva . Poi si vedrà.

Non voglio tediarvi ancora con la solita tiritera sulla mancata integrazione economica, evidenziata dal totale e disastroso fallimento della strategia di Lisbona secondo cui l’Europa doveva diventare “l’area più competitiva al mondo” entro il 2010, ovvero sulla pessima interpretazione della riforma istituzionale. A tal proposito, nonostante  l’entrata in vigore del nuovo “trattato di riforma”, Kissinger potrebbe continuare a dire che non esiste un numero di telefono dell’Europa. Non si capisce, infatti, quale sia stato il ruolo giocato dal nuovo presidente permanente dell’Unione, Herman Van Rumpoy. Qualcuno gli ha telefonato?

Comunque niente tedio. Voglio solo mettervi, unilateralmente, a parte dell’ozioso, roccioso e schematico pensiero giovanile che ritorna a frullarmi in testa in questi giorni.

Primo. “Il branco di lupi” è stato allevato amorevolmente entro la logica mercatista che ha subornato le coscienze di mezzo mondo e che ha ridotto in ginocchio ogni sistema pubblico dopo aver fatto prigioniera la politica. Tutta la politica, a qualsiasi livello. Dunque è assai difficile difendersi dai morsi della speculazione se non ci si difende dal mercato. Per tagliar le unghie ai lupi, specie protetta dal mercato, occorre riformare radicalmente quest’ultimo. Non si tratta di demonizzare il mercato ma di sottometterlo all’interesse generale. Severamente. Altra via non c’è. Non c’è mai stata. Ciò presuppone una rivoluzione. Culturale anzitutto: sottrarsi ad una vera e propria malìa. Le Corporations assieme alle massime espressioni del capitalismo finanziario, ci hanno somministrato, a dosi omeopatiche nel corso del tempo, un beverone magico. Adesso si tratta di rigettarlo. Sorvolo sul fatto che ci vorrebbe un’élite capace di iniettare un contravveleno se non d’effettuare una lavanda gastrica nel corpo sociale. Troppe cose, non tutte graziose, abbiamo vissuto nel novecento . Mi limito a dire che occorre un processo sociale, il quale tuttavia può ben difficilmente e virtuosamente avviarsi, (se non in forma sporadicamente ribellistica), senza un impulso e una guida. La politica servirebbe ad una tal bisogna. Ma lasciamo perdere.

Secondo. Per sperare che, almeno in futuro – magari dopo un aspro e generalizzato disincanto dovuto ad un peggioramento drastico delle condizioni di vita – s’inneschi un ripensamento/rigetto collettivo è opportuno, per non dire vitale, cominciare a dire che il Re è nudo. Per me ciò significa tornare ai fondamentali.
Da dove diavolo origina tutta questa faccenda? Ancora e sempre (mi si scusi l’estrema e rozza sintesi ) dal meccanismo sociale che consente di produrre un profitto dall’impiego di forza -lavoro, per la ragione semplice e primordiale che il lavoro viene retribuito in misura molto inferiore al valore prodotto. Questo “plusvalore” è la fonte del profitto. Bon.
Inoltre, il capitale che viene accumulato da questo processo generatore di profitto eccede di gran lunga quanto è necessario reinvestire nei processi produttivi. Ciò grazie all’aumento esponenziale della produttività del lavoro umano, esplicato nel contesto dell’innovazione tecnologica, e anche grazie al drastico diniego di attribuire al salario quanto sarebbe socialmente necessario e giusto riconoscere nel nostro tempo storico. Di conseguenza il suddetto(capitale) si emancipa del tutto dal lavoro e anche dagli altri fattori della produzione. Comincia a vivere una vita propria e se ne va a zonzo per il vasto mondo globale sotto forma di capitale finanziario. Novella pietra filosofale. Cerca di produrre denaro attraverso denaro, credendo (e sperando) di poter svincolarsi completamente dal valore. E da qui originano i guai attuali. Dalla follia del capitalismo finanziario.
Ergo, per me la malattia è nel capitalismo. Né più , né meno. Ma allora bisogna curarlo. Domare e poi addomesticare la bestia selvatica che è in lui. Tener a freno il suo intrinseco essere asociale senza uccidere il suo spirito animale e vitale. Operazione complicata. Non impossibile. Solo logica, necessaria, urgente. In verità : umana.
Alla luce degli eventi attuali e alla fin della fiera forse conviene ripartire dai grandi umanisti. Come Karl Marx. Con tutti i grani di sale che volete.

Vista Casaralta

maggio 5, 2010

Nei giorni scorsi seguendo distrattamente la vicenda relativa alla “vista Colosseo” che ha coinvolto Scajola ho ripensato al mio recente acquisto immobiliare. Infatti, a fine carriera e dopo tre anni di ricerche sulle gazzette, ho deciso di investire i miei risparmi acquistando un appartamento con “vista Casaralta”. L’area dismessa nota in città per l’enorme quantità di amianto che ha provocato, nel corso del tempo, la morte di tanti operai. Costo al metro quadro come quello di Scajola. Pensavo, e tutt’ora penso, di aver fatto un buon affare. Perché? Semplice. Trattandosi di una nuova costruzione quel costo è tra i più bassi entro i confini del comune di Bologna.Certo fino a che non verrà riqualificato l’intero comparto si dovrà giocoforza convivere con la presenza di manufatti fatiscenti e di cumuli d’immondizia del più vario tipo, deposti e mai rimossi fin dall’epoca fordista nei quali s’annidano ogni sorta di antipatiche bestiole. Niente a che vedere con le colonie di gatti del Colosseo. Ma insomma, dato il contesto di partenza in futuro non potrà che migliorare e magari valorizzare il mio investimento. Furbo no?

E invece no. Scajola insegna. Lui sì che ha il genio degli affari. Lo ha detto anche alla coinquilina Lory Del Santo: “ho fatto un buon affare” . Altroché se l’ha fatto. Adesso però dice (al volenteroso Vespa) che non ricorda affatto i dettagli dell’acquisto. Non ricorda neppure chi era presente alla stipula notarile. Gli viene addirittura il sospetto che qualcuno , a sua insaputa, gli abbia praticamente regalato il “mezzanino” al Colosseo da 180 metri quadri.
Un caso di “proprietà percepita” come scrive Travaglio. E per questo il ministro si è ,alfine, dimesso. Vespa, col volto tirato, dice in TV che, l’affaire assume contorni inquietanti.

E inquietante dev’esser davvero se Scajola, come apprendo dalle cronache, confida agli amici più intimi che “troppe cose non tornano”. Vuoi vedere che si tratta di un complotto internazionale? Eh sì. Può essere. I francesi, per esempio, di molto preoccupati per la concorrenza nucleare che l’Italia per impulso di Scajola sta per scatenare nei loro confronti. Da qui a un quarantennio. Forse. Ma si sa i francesi con la loro mai dismessa mania di grandezza guardano avanti. E poi, manco a dirlo i soliti americani con tutto il loro seguito di diavolerie da covert operations. Gratta, gratta e sotto ci trovi sempre la CIA. Gli americani sono estremamente preoccupati per il rapporto sempre più stretto tra Putin e Berlusconi. Anche il monumentale fuoristrada che l’autocrate di Mosca ha regalato al Berlusca, il quale lo ha subito passato per competenza al fedelissimo La Russa, deve aver avuto qualche parte in questa faccenda. Forse la NSA agenzia tecnologica ben più informata (tramite il sistema d’intercettazione globale Echelon) della stessa CIA avrà scoperto i sofisticati segreti militari celati nell’apparentemente innocuo e sgraziato carrozzone di lamiera e acciaio in dotazione al nostro ministro della difesa.

Insomma le cose non sono mai così semplici. Come appaiono. La riprova: può un uomo politico navigato e rotto ad ogni esperienza come quella del massacro al G8 di Genova passando per il rompicoglioni a Marco Biagi, esser così sprovveduto e tonto da farsi regalare i due terzi di una casa lasciando così tante tracce. Tipo un gran mucchio di testimoni e ben ottanta assegni circolari?

Può Scajola esser (parole sue) così cretino?
Secondo me sì. La possibilità esiste. Mica tutti gli uomini di potere sono intelligenti. E comunque il rischio di comportarsi da cretini, alla lunga, è insito nell’abitudine all’impunità.