Archive for giugno 2010

Ultimo appello.

giugno 29, 2010

Francamente si stenta a capire.
Lorenzo Sassoli ritira la propria disponibilità alla candidatura. E , a me pare, con più di qualche ragione. Il segretario bolognese e quello regionale del PD prontamente si defilano.
Il primo afferma che, “non porto responsabilità, di nomi non ne ho fatti”. Il secondo chiarisce che il gran rifiuto di Sassoli “ è la dimostrazione che non c’era nessun caminetto, né patti segreti”. Bella e non richiesta consolazione quest’ultima.

A questo punto viene da chiedersi chi ha avviato così maldestramente la giostra del toto sindaco. Magari i media locali, da soli, senza alcun impulso?
Nessuno a Bologna e nel limitrofo orbe terraqueo può prendere per buona questa puerile versione.
Ciò premesso, adesso diventa persino maramaldesco infierire oltre misura.
L’autolesionismo del PD porta in primo piano un ’altra grave preoccupazione .
La destra, infatti, potrebbe alfine scuotersi dal suo torpore. Sembra intanto che Berlusconi e Bossi si siano entrambi accorti dell’opportunità che la fase commissariale, tutt’altro che neutra, lascia sul campo.

Bisogna occuparsene. Subito. Anzi ieri.
Se invece di manovrare, in un modo o in un altro, dietro le quinte delle primarie per salvarsi- per dirla in modo educato- la coscienza, si fosse avviata per tempo una larga discussione sul programma di governo, muovendo dall’ azzeramento di tutta quella congerie di progetti essenzialmente trasportistici stratificata nel tempo e malamente assortita, la destra avrebbe meno frecce al suo arco.

Da qui si potrebbe forse ripartire. Con una vera e propria svolta civica in grado di rimettere in campo opinione pubblica e cittadini-elettori. Un modo onesto ed efficace , ai tempi nostri, di far prevalere l’interesse generale entro un progetto di governo locale.

Ma su ciò ho argomentato fino alla noia nel recente passato. Inutile ripetersi. Se non per tornare a ribadire dire che l’idea di una lista civica che riunisca il centrosinistra tutto intero non assume affatto il significato di una rinuncia.

L’ipotesi civica non mette in discussione l’esistenza dei partiti ,né la loro identità nazionale. Posto, naturalmente, che questa vi sia. Semmai, al contrario, rende comprensibile e rilegittima il ruolo dei partiti proprio a partire dalla loro “utilità” verificabile in modo ravvicinato nell’ambito locale.

Rendere protagonisti i contesti locali è compito di una politica rinnovata, che può ritrovare linfa, vitalità e radici nelle peculiarità e nelle potenzialità territoriali.

D’altro canto la particolare situazione bolognese non è certo estranea ad un più generale disfacimento per consunzione della politica.
Anche per questo ripartire dai territori riportando al centro del dibattito pubblico una aggiornata e reinterpretata visione del “buon governo” è semplicemente essenziale per un riscatto progressivo della funzione stessa della politica.

Un tempo , e per lungo tempo, gli interessi delle diverse “categoriali sociali” potevano amalgamarsi in un blocco sociale relativamente coeso e stabile.

Quel tempo è trascorso. Come sappiamo. Adesso, qui e ora , va ricostruita una base di consenso a partire da un diverso e ben più dinamico rapporto tra legittimi interessi privati e bene pubblico da perseguire. Tutto è divenuto più fluido e instabile. Nessuna, categoria sociale è in grado di sfidare una politica che si dotasse di un nitido progetto , teso al perseguimento del bene comune.
Quante “divisioni” (elettorali) possiede veramente questa o quella corporazione d’interessi? Beh, le cose sono assai cambiate.

Da qui la possibilità per la politica di risalire dal fondo del barile, in cui è stata da lungo tempo costretta, per avanzare liberamente una visione ampia e trasversale che non si limiti ad una mera (e illusoria) sommatoria d’interessi settoriali a fini elettorali.
Una politica che parli apertamente alla generalità dei cittadini.
Nella fattispecie proponendo, ad un tempo, un progetto per Bologna, e un candidato credibile per attuarlo. Può ancora farlo il PD?
Certo, in mancanza, possono farlo anche altri a sinistra. Ma con minori possibilità.

Dunque , cari democratici, il tempo è scaduto. O la smettete di perder tempo con invereconde manfrine spacciate per metodiche democratiche o la partita rischia d’esser perduta. Purtroppo per tutti noi.
Diteci cosa volete fare a Bologna. Diteci quale idea avete (se l’avete) per il futuro di questa città. E , per favore , non sottoponeteci un programma sulla falsariga del “ma anche”. Non rappattumate il rusco e il brusco. Bisogna correre il rischio insito nella scelta. Siete lì proprio per questo. E non ve l’ha ordinato il dottore. Se non vi assumete questo rischio diventate semplicemente superflui.

In ogni caso da questo “mostrarsi” in pubblico con una selezione di idee e proposte passa o meno la possibilità di vincere le prossime elezioni.
E, sia detto senza alcuna presunzione di “verità”, ma tuttavia, una volta per tutte: rendetevi conto che solo da una robusta, sostanziale e sincera correzione di rotta passa anche la possibilità che molti tra noi si rechino alle urne.
Altre parole non ci sono. O , almeno, io non le trovo più. Vedete voi….

Carte coperte.

giugno 25, 2010

Grande è la confusione sotto il cielo di Bologna. Tuttavia la situazione non appare , a prima vista, granché eccellente.
Fino alla settimana scorsa si potevano contare, almeno cinque candidati a sindaco.

Cinque candidati in presenza di una dichiarazione giurata da parte del neo segretario cittadino del PD sull’irrinunciabilità delle primarie.

Sembra di capire che l’asse Roma- Modena-Ravenna fosse invece di tutt’altro avviso. Senza, tuttavia, poterlo dichiarare pubblicamente.
Da qui forse l’apertura possibilista di Lorenzo Sassoli verso le primarie.
Come che sia, questa m’appare la prima contromossa a fronte della muscolare determinazione primariesca di Donini all’uopo rincalzata da qualificati rappresentanti dell’officina prodiana.
Oggi è arrivata la seconda mossa sempre sull’asse Roma-Modena-Ravenna.
Una mediazione: non più di due candidati del PD alle primarie.
Semigeniale. Nella difficoltà.
Diventerebbe geniale per intero se , alla fine i due candidati risultassero , per rinuncia degli altri, Sassoli e Anselmi. Entrambi considerati credibili e stimabili dal segretario regionale del PD. Il primo vince, l’altro (non me ne voglia è solo una previsione) perde, ma con onore cavando le castagne dal fuoco a Donini come a  Bersani, Bonaccini e Errani.

In questo caso ,il primo ottiene le primarie, per quanto lievemente taroccate. Pardon, corrette. I secondi si limitano invece ad ottenere, semplicemente, il candidato.

Per inciso questo “gioco” mette a nudo l’infingardaggine insita nel metodo delle primarie in salsa bolognese. Infatti, se si pone un vincolo alla partecipazione con l’intento di predeterminare un risultato viene, una volta di più, sputtanato il fondamento stesso di questa metodica di selezione dei candidati.

Naturalmente per ottenere il risultato voluto bisogna contare sulla rinuncia degli altri candidati. Si può immaginare (non ci vuole una grande immaginazione) che il candidato della cooperazione si renda disponibile al “gioco”. Così potrà fare anche un candidato come Campagnoli che per primo, forse intempestivamente, si rese disponibile.

Per il Cev, le cose paiono meno scontate. L’intesa Roma –Modena -Ravenna avrebbe dovuto confinarlo per tempo in un ruolo istituzionale tale da non consentirgli ripensamenti. Ad esempio alla presidenza del Consiglio regionale.
Solo che in un partito- bipartito (esattamente come in un’alleanza politica a due) è difficile che una sola parte possa ricoprire tutt’e due le più alte cariche regionali. Ma questo è uno dei vizi originari del “partito nuovo”.

Un partito che continua a rendersi vittima delle proprie macchinazioni. Tutti sanno che se si indicono primarie “vere” vince, verosimilmente, Cevenini.
Non lo si vuole? Allora c’è un solo modo corretto per sbarrargli il passo. Bisogna dimostrare che l’uomo è inadeguato o comunque non adatto per quel particolare ruolo. E, dettaglio non secondario, bisogna anche che gli elettori se ne convincano.

Ma è proprio qui che ricasca l’asino del partito nuovo. Si è partiti sul piede sbagliato. Prima si decidono gli uomini e poi il programma.

A tal proposito Sassoli ha dichiarato che la politica dovrebbe avanzare un progetto per Bologna e che solo dopo ,e su quella, base lui( come altri) potrebbe decidere , a ragion veduta, una proprio impegno.

Ragionevole. In parte. Solo che non funziona così. Non più. La particolare torsione italiana della personalizzazione della politica imposta dal berlusconismo favorisce un’altrettanto particolare visione delle primarie che, semplicemente, non prevede un’assunzione di responsabilità della politica e di un partito en plein air.

La politica si chiama(apparentemente) fuori per poter cascare sempre in piedi. Come nel fatidico ’99 quando un segretario di partito chiarì che “per me l’uno vale l’altra”.
A questo punto un interrogativo s’impone: e se il candidato prescelto si rivela, alla prova dei fatti, un emerito incapace?
Semplice. In tal caso la responsabilità ricade sui partecipanti alle primarie che lo hanno indicato e sui cittadini –elettori che, in seguito, lo hanno insediato col loro voto. Non certo sulla dirigenza di un partito che si è sbarazzato in partenza di una sua primaria responsabilità: indicare in primo luogo un programma e poi il candidato ritenuto più idoneo ad attuarlo.

Un tempo la politica decideva su troppe cose. E non andava bene.

Adesso la politica sembra non voler decidere sulle scelte fondamentali per non pagare, al caso, il giusto dazio.

E va peggio. Perché in assenza di un’aperta assunzione di responsabilità, subentra inevitabilmente una tendenza manipolatoria.

La politica democratica , anche grazie alle primarie, s’avvale di un doppio fondo.

Si cerca di dar a bere che tutti sono chiamati a decidere. In prima persona. Ma, alla fin della fiera, si è chiamati solo a metter un timbro su decisioni già prese.
E’ così proprio le primarie finiscono col favorire ancora, e molto più di prima, un gioco a carte coperte.

Compagni.

giugno 21, 2010

I giovani “nativi del PD” contestano l’uso della parola “compagni” pronunciata tra applausi scroscianti da Fabrizio Gifuni al Palalottomatica di Roma.
Beh, tutto sommato qualche ragione ce l’hanno.
Il manifesto fondativo del PD , per quanto presto abbandonato alla critica roditrice dei topi, già chiariva che il “partito nuovo” (senza avvedersi di rubare a Togliatti questa definizione) nasceva in netta rottura con tutta la tradizione politica, l’esperienza e la cultura del movimento operaio del novecento.
Rottura con il comunismo ma anche cesura e sfida aperta nei confronti del sopravvissuto e malconcio socialismo europeo. Nel cui ambito, non a caso, ci si continua fieramente a chiamare compagni.

E’ ovvio, da queste premesse, che in un partito democratico che ha come punto di riferimento una cultura e una tradizione politica extraeuropea : dal partito democratico USA, al partito del Congresso indiano, la parola “compagni” non ha alcun senso. O se l’ha, esso assume un significato addirittura sinistro.

Infatti, per un nativo democratico post guerra fredda che non esita a far risalire la causa degli orrori del novecento alla rivoluzione francese, la coerenza può spingersi fino a stabilire una perfetta equidistanza tra la parola incriminata , “compagni” con quella, bollata dalla storia, di “camerati”.

Al netto di tutte le operazioni di revisionismo storico in corso da tempo in Italia, per lo più del tutto in linea con quel “genocidio culturale” che Gifuni ha avuto la temerarietà di denunciare , i giovani nativi del PD rompono il velo della compassionevole ipocrisia con cui il pragmatico Bersani ha inaugurato il suo mandato dovendo rassicurare una base elettorale che conserva un cuore antico e alla quale fu ripetutamente spiegato in un congresso di scioglimento che : “Tranquilli compagni. Non cambia nulla. Siamo sempre noi. Solo indossiamo un altro abito per stare al passo coi tempi”. Come si sa , l’abito non fa il monaco.

E’ dunque logico oltre che intellettualmente onesto che i giovani nativi si ribellino a ciò che considerano un errore non veniale sulla strada della costruzione del “partito nuovo”.
L’uso del termine compagni, al pari di quello di sinistra (mai pronunciato in termini positivi ad esempio dal vero fondatore del PD, Walter Veltroni) non riguarda, infatti, una mera contesa nominalistica. Esso appare, ai giovani nativi, come un ostacolo da superare. Un simbolo da abbattere poiché rinvia ad una storia dalla quale prendere finalmente e solennemente le distanze. Nel modo più netto. Si tratta per loro di sgombrare quell‘ultimo rottame lasciato sul terreno dal crollo del muro di Berlino.

Quasi inutile avvertire coloro che seguono questo blog che i giovani nativi hanno un’idea della storia un pochino diversa dalla mia.

Ma, del resto, di tutto ciò si discusse a tempo debito.

Si scelse la via dell’abbandono della stessa categoria di sinistra. Sull’onda lunga della clamorosa vittoria ideologica dell’Occidente (il cui substrato economico non fu mai indagato) prevalse un revisionismo oltranzista e sbilenco (da pezze al culo) che tolse di mezzo ,necessariamente oltre alla sinistra, anche l’idea che esistesse, in Italia , una destra aggressiva di stampo innovativo, modernamente piduista e in pari tempo incline a collegarsi alla vena populista del fascismo storico. Un mix potenzialmente micidiale per l’ancor giovane democrazia italiana.

Lo scontro culturale, (indispensabile premessa alla diffusione di un condiviso senso comune) con questa destra atipica non fu davvero mai ingaggiato dai partiti che diedero vita al PD.
Si considerò più saggio e prudente oltre che ,naturalmente, molto intelligente e tatticamente produttivo, acconciarsi al reality democratico messo in onda nel candido salotto di Bruno Vespa dal quale, tra l’altro, rassicurare un sempre pavido establishment sulla reale conversione degli ex comunisti con al seguito la residuale pattuglia degli ex democristiani.

Adesso il PD ,per dirla in modo civile, è ancora e sempre in mezzo al guado proprio mentre (a parere mio) molti e diversi segni indicano che il virile caporione; l’uomo che ha implementato, giorno dopo giorno, quel disegno politico eversivo costituito dall’ormai dimenticato “Piano di rinascita democratica”, si è ormai avviato su di un piano inclinato.

Nel guado, Bersani sembra esserne consapevole ed alza i toni del confronto per cercar di approdare all’altra sponda. Una sponda tuttavia resa indistinta, sfocata e nebbiosa proprio in virtù dei nodi mai sciolti dalla repentina e straniante nascita del PD.
Per la cronaca. Si fece il PD per non morire. Non per rinascere a nuova vita. In termini più crudi la continuità di un ceto politico fece premio su tutto il resto.

I nativi del PD, in fondo non fanno altro che segnalare questo peccato originale che rende arduo, fino ai limiti dell’impossibile, a questo partito “nuovo” prospettare una visione e avanzare un progetto sociale alternativo che parli all’insieme della società italiana.

I nativi dunque mettono il dito nella piaga. Proprio come quelli che al PD non hanno mai aderito. Verosimilmente per ragioni diverse. E , per quanto mi riguarda, non del tutto, simmetricamente, opposte.
In chiaro. Si voleva un partito davvero nuovo. Europeo,democratico e di sinistra, laico, libertario e socialista. Non un’esangue formazione demo –centrista concepita entro una drastica semplificazione bipartitica , all’americana, del sistema politico.

Resta il merito dei “nativi” che denunciano , con il loro semplicistico e giovanile settarismo, l’ambiguità di un partito costitutivamente impedito a superare il “ma anche” di veltroniana memoria. Un po’ meno indulgente sarei nel giudicare le parole con cui uno dei massimi e adulti custodi dell’ortodossia democratica bolla il discorso di Gifuni che non rappresenterebbe altro che “l’estremismo dei ricchi”.
Non molto elegante.

Dilemma mortale.

giugno 16, 2010

Si dice che l’accordo capestro proposto da Marchionne agli operai di Pomigliano mette in discussione diritti fondamentali. Il diritto di sciopero ( tutelato dalla Costituzione) e quello ad ammalarsi (tutelato dalla legge). Vero.
Ma forse come scrive oggi Revelli su Il Manifesto “non c’è davvero altra alternativa che piegarsi al ricatto”. Esatto. Non c’è. Non c’è più da tempo. Oggi semplicemente si sancisce uno stato di fatto con un accordo aziendale destinato ad allargare a macchia d’olio i suoi effetti.

Marchionne fa il suo mestiere. Con rigore e coerenza. Si limita a interpretare la “legge del mercato”. E oggi la legge del mercato è legge del più forte.
Bersani dice che si tratta di un caso eccezionale. Sottintendendo che tale deve rimanere. Pura illusione. Quel che fa premio nella logica riformistica del PD è la salvaguardia dell’investimento su Pomigliano. Punto.
Fassino rincara la dose chiarendo che senza Marchionne la Fiat non esisterebbe più. E aggiunge che “sta passando l’ultimo treno per salvare Pomigliano”.
L’uno e l’altro sono sinceri nel loro approccio ultra-riformista. Non riescono neppure ad immaginare la possibilità di mettere in campo un’altra cultura politica. Non ci credono. Considerano come estremistica velleità anche solo l’idea di contestare in radice l’andazzo che ha portato all’accordo delineato da Marchionne. E anche perciò, l’attacco all’articolo 41 della Costituzione rischia di aver successo.
Perché così va il mondo.

Flores d’Arcais su Il Fatto spiega che la profezia di Marx (ancora il grande vecchio) risultò sbagliata perché le lotte dei lavoratori appoggiati dalla politica imposero camicie di forza al “capitale”.
Vero solo a metà. Dunque non vero. Se non altro perché oggi è il “capitale” ad imporre la propria camicia di forza ovunque nella società. La globalizzazione a senso unico chiarisce, infatti, che la profezia di Marx era del tutto giusta.
Oggi , terzo millennio, il capitalismo può riprendere la strada principale. Lo sfruttamento intensivo della forza lavoro, ovunque nel mondo, come condizione ancora e sempre più fondamentale per estrarre plusvalore. Il valore lo crea il lavoro. Non altro.
E oggi il lavoro dipendente è divenuto (come ho rilevato altrove su questo blog) attività puramente servile.

Il lavoro non concorre più a promuovere e sostenere un progetto di vita. Serve solo a sopravvivere. Per lo più malamente. In queste condizioni inutile lamentarsi se i lavoratori voltano le spalle alla politica e al sindacato. La Fiom dal canto suo, nel “dilemma mortale” manterrà pulite le proprie mani come auspica Revelli .

Ma. Se io fossi un operaio di Pomigliano voterei sì a quell’accordo. Non sono un eroe. Gli operai non lo sono. Devono pagare affitti e bollette, mandare a scuola i propri figli, arrivare alla fine del mese. Solo loro, esemplarmente, devono reagire immolandosi? Non mi sembra giusto, Non mi sembra umano. Non mi sembra ragionevole. Non mi sembra realistico.
Trovo addirittura razzista il mettere interamente sulle spalle di quei lavoratori la responsabilità di reagire. Quando la politica , tutta la politica li ha abbandonati alla logica predatoria del mercato globalizzato.
A sinistra per quasi trent’anni è prevalsa una visione della modernizzazione in base alla quale bisognava sempre e comunque accettare la grande e progressiva sfida della innovazione. Perdendola puntualmente.
Un riformismo tanto egocentrico quanto , alla prova dei fatti, imbelle.

A questo punto un democratico, riformista, ragionevole, innovativo, pietoso e proiettato(of course) oltre il novecento mi chiederebbe qual è l’alternativa. Dato che, appunto, così va il mondo.
Ebbene l’alternativa al momento non c’è. Si tratta di costruirla. Lo si può cominciare a fare solo a partire da una contestazione globale. Così va il mondo? Beh, a noi non piace. Continua a non piacere. Siamo minoranza? No, questo poi no. E lo si potrebbe dimostrare. Solo che se non si elabora una visione altra e diversa sarà sempre un’infima minoranza a dettar l’agenda alla politica. E il senso comune delle persone comuni andrà sempre da un’altra parte. Come dar loro torto?

Spicciola morale. Si ha il coraggio di cominciare una lunga traversata nel deserto. Equipaggiandosi di conseguenza? Ancora adesso basterebbe l’enunciazione sincera e convinta di questa volontà per riunire e ingrossar le file. E da cosa nascerebbe cosa.
Ma vale per il PD ciò che fa dire il Manzoni al suo personaggio: se uno il coraggio non l’ha , non se lo può dare. Con una correzione. Sostanziale. In realtà quel coraggio il PD non l’ha anche perché non lo vuol avere. Ritiene legittimamente, il PD, che grandi cambiamenti non siano all’orizzonte. Di più: ch’essi non siano ipotizzabili, né auspicabili. Stordita preda degli eventi della fine del novecento il PD non s’avvede ancora che la storia umana si è rimessa in movimento.

Maonomics

giugno 15, 2010

Non avevo ancora letto il nuovo saggio di Loretta Napoleoni dallo stralunante titolo di Maonomics. Avevo compreso che la tesi principale avanzata nel libro verteva sulla competitività, se non sulla superiorità, del modello di sviluppo cinese rispetto a quello occidentale. Non avevo però idea di come la Napoleoni argomentasse la sua tesi. Beh, c’è di che riflettere. Al netto di una scrittura, come al solito accattivante e con qualche concessione di troppo ad una forma divulgativa, ci troviamo di fronte ad un coraggio intellettuale tutt’altro che scontato coi tempi che corrono. La Napoleoni va decisamente controcorrente. Vediamo perché.

Si era già detto e scritto che la democrazia occidentale non si è sempre associata allo sviluppo. Si sa da tempo che l’equazione: democrazia=benessere economico è infondata. Quel che pochi hanno avuto l’ardire di affermare è che un sistema politico , come quello cinese, a partito unico può- collegandosi con la tradizione, la cultura e la storia millenaria di una nazione (nella fattispecie il confucianesimo) – risultare più efficace ai fini di perseguire l’interesse generale. E ancor meno sono coloro disposti ad ammettere, pragmaticamente, che anche un sistema politico a partito unico può evolvere verso forme democratiche (democrazia deliberativa) che promuovono e garantiscono, salendo verso l’alto dai differenti contesti locali, un diffuso consenso. E che, al contrario sistemi multipartitici con alternanza nel governo perdono consenso e generano un diffuso distacco dalla politica ormai ridotta in tutto l’occidente a pratica vojeristica dal momento che le persone comprendono la sua subalternità alle decisioni di oligarchie finanziarie del tutto sottratte al giudizio popolare. Cambiano sì i governi , ma la minestra è sempre quella.

Traduco in grezza sostanza l’analisi della Napoleoni: da Deng in poi, con gradualità e superata la crisi di Piazza Tiananmen, la Cina avvia un nuovo paradigma “in cui la legittimità del Pcc, dipende dal benessere della popolazione , proprio come in molte democrazie”.

Ergo chi ipotizza con ideologica sicumera una crisi del sistema a partito unico in virtù dell’irresistibile fascino della democrazia occidentale e della libertà individuale non si rende conto che : “ Visto da Pechino, ha poca importanza che in Irak o Afghanistan si voti quando manca il rispetto della legge, un valore cioè che limiti il potere posto dal popolo nelle mani dei suoi rappresentanti, qualcosa che noi occidentali diamo per scontato a casa nostra. La democrazia crea le regole, la legge le fa rispettare, questo è il principio del buon governo. Senza la legge le regole rimangono solo parole…… lo spirito del rispetto della legge è un’acquisizione culturale impossibile da imporre ad un popolo”.

Si potrebbe chiosare, a riprova, che nel caso italiano il berlusconismo ha spronato ad aggirare regole e leggi mentre il governo sta attualmente e alacremente operando per spazzar via quelle che ancora limitano il potere dell’esecutivo. E’ il caso della giustizia e dell’informazione. Nel mentre il “protezionista” Tremonti mette sott’accusa la Costituzione in nome della libertà d’impresa. E, non pago, afferma disinvoltamente che con la globalizzazione è finito il conflitto tra capitale e lavoro. Ci vuole “l’economia sociale di mercato” dice il clownesco ministro. Altra istrionica bubbola inventata nell’ambito del consociativismo europeo che non vuol dire un bel nulla. Definizione a doppio taglio e come tale priva di un univoco senso. Proprio perciò sta bene a tutti. Salvando a tutti il deretano. E la faccia. Due parti del corpo dell’uomo politico allevato nella batteria del reality democratico occidentale ormai del tutto interscambiabili.

Comunque tornando a noi, anzi alla Napoleoni, la sua tesi sul viaggio della Cina verso la modernità andrà (per quanto mi riguarda) ulteriormente verificata nel tempo e nello studio. Muovendo intanto dal lungo saggio dell’indiano Prem Shankar Jha (che mi appresto ad affrontare) il quale ad esempio discute sugli ostacoli che sono di fronte a Cina e India sulla via della modernità e del multipolarismo. Altra parola, quest’ultima, evocativa ( e non inoffensiva come quel multilateralismo che piace tanto ai democratici ) del mondo che verrà dopo la fine dell’illusione unipolare generata dalla war on terror (ormai perduta) e dalla propaganda ideologica degli gnomi di Wall Street che attualmente circondano Obama nella sala ovale della casa Bianca.

Dunque il libro della Napoleoni, per quanto ardito, è stimolante. Una boccata d’ossigeno che dovrebbe rimettere in movimento anche i sopravvissuti neuroni dei democratici nostrani. Eh sì la speranza è proprio l’ultima a morire.

1)La speranza che qualcuno comprenda alfine che quel mondo reso piatto dalla globalizzazione ,noiosamente descritto dal giornalista Thomas Friedman, e che tanto successo ebbe nel 2005, anche tra i democratici, si rivela oggi per quello che in effetti è: una vacua puttanata. L’unica cosa piatta è l’elettroencefalogramma di una politica che ha gettato la spugna impressionata dalla travolgente ed effimera vittoria ideologica conseguente alla caduta di quel muro a Berlino. Non s’è accorta la politica (e la sinistra) che la storia non finiva con la fine della guerra fredda e che anzi proprio la globalizzazione enormemente accelerata da quella vittoria,ottenuta senza colpo ferire, si sarebbe presto, paradossalmente, ritorta contro l’occidente vincitore.

2)La speranza che qualcuno si confronti seriamente con la scandalosa e piena riabilitazione di Karl Marx che la Napoleoni opera spudoratamente. Dati alla mano. “Il progresso tecnologico e la meccanizzazione riducono il plusvalore (per il concetto di plusvalore vedi mio post recente o vai alla fonte, che è meglio) e di conseguenza anche il profitto, questa in breve la tesi della caduta tendenziale del saggio di profitto”.
Sembra che neppure gli USA siano immuni dalla “profezia” marxiana dato che dal 1940 in poi i profitti medi delle imprese al lordo delle tasse sono in costante diminuzione. Ciò che è cresciuto da quando è venuta meno la proficua dialettica  tra liberismo e marxismo sono gli indici di borsa grazie alle bolle finanziarie e alla supremazia indiscussa dei grandi gruppi finanziari costantemente dopati e sostenuti dalla politica da loro stessi promossa e indirizzata.

3) La speranza infine che qualcuno s’accorga che è giunta l’ora di rivalutare nettamente il ruolo dello Stato nell’economia e nell’ordinato e giusto sviluppo delle società degli umani. Alla prova dei fatti e non delle ideologie l’idea reganiana che “lo stato è il problema e non la soluzione” (che ha letteralmente stregato anche tanta parte della sinistra occidentale a partire da Tony Blair) va per sempre gettata alle ortiche. E’ giunta l’ora di smettere di recitare la trita melopea contro i mali dello “statalismo”. Da quando lo stato-nazione è divenuto una pallida ombra non è avanzata alcuna logica di governance sovranazionale, bensì il dominio incontrastato dei monopoli della finanza con il saccheggio delle risorse pubbliche, sociali e naturali.

Anche in tal contesto la Napoleoni rileva che i cinesi hanno operato nella crisi finanziaria in modo alternativo rispetto all’occidente e in particolare agli USA: “ Sul versante finanziario il piano di salvataggio cinese ha riscosso sicuramente più successo di quello statunitense. Invece di rimpinguare le riserve bancarie come è avvenuto in Occidente, lo stimolo monetario iniettato dal governo nelle banche è finito nelle tasche dei cinesi, grazie al controllo che lo stato esercita sul sistema finanziario e bancario”.
Appunto. In occidente invece lo stato regala alle banche i soldi dei contribuenti affinchè li possano continuare a giocare in borsa. Come prima.

La truffa.

giugno 8, 2010

Ricapitoliamo. A Bologna grazie alla manovra di Tremonti saranno tagliati qualcosa come 92 milioni in tre anni. Se anche, dopo adeguate proteste ed ulteriori contrattazioni, si arrivasse a dimezzare una tale cifra si configurerebbe ugualmente una situazione drammatica per gli standard bolognesi.
Il sistema pubblico locale sarà stretto in una tenaglia. Sarà giocoforza tagliare la spesa e segnatamente quella sociale. Non a caso Il sistema delle imprese chiede già a gran voce di non aumentare la tassazione locale.
E’ il gioco truffaldino ideato da Tremonti. L’uomo che fa da solida sponda alla Lega sul federalismo fiscale. Una roba che nessuno al mondo sa ancora cosa sia.
Non a caso la truffa comprende anche la modifica dell’articolo 41 della Costituzione secondo cui :
“L’iniziativa economica è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale e in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

E’ evidente che modificare quest’articolo significa svincolare l’impresa da ogni e qualsiasi responsabilità sociale. Della serie:
“ L’iniziativa economica può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale e può benissimo recar danno alla dignità umana in nome delle superiori ragioni del mercato. La legge, infine, deve astenersi da qualsiasi velleità di indirizzare o coordinare alcunché”.

Una svolta cilena. Ovvio completamento, assieme alla riforma della giustizia e alla legge bavaglio sull’informazione, di quel “Piano di rinascita democratica” attribuito a Licio Gelli. La Marcegaglia esulta.
L’emergenza finanziaria diviene così l’occasione per un progressivo slittamento autoritario sul piano sociale.

Ricordate tutta la chiacchiera sulle nuove regole da introdurre per governare la finanza globale? Balle naturalmente.
Ben al contrario, si intende procedere ad un’ulteriore deregolazione per rendere più libero il “libero” mercato. I tagli al sistema pubblico non bastano. Bisogna  incentivare ulteriormente  il Far West nell’economia. Il lavoro diventa sempre più un’attività meramente servile al servizio del profitto. Le ulteriori riforme previdenziali servono a questo. Lavorerete tutta la vita senza tutele e protezioni sociali , e con redditi calanti. Ma com’è noto: arbeit macht frei.

La logica è sempre quella delle esternalità negative. Dato che bisogna continuare ad incrementar i profitti privati in una situazione finanziaria critica e al limite del collasso , la cosa da fare è scaricare con maggior vigore i costi all’esterno. Sulla società e anche sulla natura. E’ ciò che uno stuolo di truffatori , più o meno titolati e comunque esperti nel giuoco delle tre carte,  chiamano: “ambiente favorevole all’impresa.”

In un tal generale contesto leggo che la signora Cancellieri dice che “se i numeri sono questi bisognerà tagliare ovunque” e aggiunge che si profilano problemi anche per quel buco in terra pomposamente e ingannevolmente denominato metrò. Secondo il Prefetto , tuttavia, “sarebbe da incoscienti perdere una cifra come quella garantita dal finanziamento statale”.
Non sono d’accordo. Sarebbe da incoscienti non rendersi conto che quel buco in terra vincolerebbe tutti i bolognesi a pagarne i costi di gestione per molti anni a venire . E, sarebbe da incoscienti non chiedere al governo di svincolare quella cifra dall’inutile e costoso scavo per destinarla, almeno in parte, al potenziamento del servizio ferroviario regionale nell’ambito della ormai improcrastinabile costruzione di un servizio di trasporto metropolitano. Una vera metropolitana insomma. Molto meno costosa e del tutto gestibile senza caricarsi di un fardello insostenibile.

Metrò(si fa per dire)+ people mover (treno per aria)+ civis (già invecchiato prima di entrare in esercizio) peserebbero sulle spalle dei contribuenti bolognesi in modo ancor più schiacciante a fronte dei tagli ipotizzati.
A molti bolognesi ,in questa sciagurata ipotesi, non resterebbe altro da fare che portare i propri figli o i propri anziani a veder passar treni, interrati e sopraelevati. In assenza di asili nido,  scuole materne e adeguati servizi d’assistenza domiciliare.
Un cinema per gente a basso reddito.
Mi ripeto. Ciò che è stato possibile per Parma deve esserlo anche per Bologna. Non è vero signor Prefetto?

Vittime.

giugno 1, 2010

Adesso è tutto uno straparlare di freddi analisti che ci spiegano il come e il perché gli israeliani si son dati la zappa sui piedi compiendo una strage di gente inerme. Non sono d’accordo.

Da che è stato fondato lo “stato ebraico” tutti i governi che si sono succeduti alla sua guida, si sono comportati nello stesso identico modo. Qualcuno ricorda Sabra e Chatila quando i falangisti cristiani massacrarono in tutta calma oltre duemila palestinesi, donne e bambini compresi, sotto l’attenta protezione del macellaio Sharon? E qualcun altro ricorda, durante la prima intifada, due soldati israeliani rompere con grosse pietre le braccia di un ragazzo palestinese (poco più che bambino) in favor di telecamere, tanto per dare un esempio?

No. Israele non ha commesso alcun errore . Continua a compiere stragi e crimini a man salva. Perché nel caso d’Israele è la coda che muove il cane. Con buona pace della Nato che protesta e di Obama che obbietta. Il ponte di quella nave è invaso dal sangue ma Israele sa che il tempo (breve) lo laverà. Come ha dilavato il ricordo di tutto l’altro sangue versato in passato. Israele sa che può contare per sempre sul senso di colpa (via, via integrato da interessi strategici) degli anglo americani , i quali pur essendo perfettamente a conoscenza dello sterminio degli ebrei nei territori dell’est europeo diressero i loro bombardieri a far strage di civili tedeschi a Dresda come ad Amburgo a Colonia come a Berlino. Perché Parigi val bene una messa. Anche quella recitata in suffragio di tutti quei milioni di ebrei.

Da allora ad oggi il ricordo dell’olocausto cancella quello della tortura e del massacro sistematico dei palestinesi e di chiunque si opponga alla supremazia israeliana. Un popolo che ha subito tutto può permettersi di tutto.
I suoi governi, non importa di che colore, hanno sempre cinicamente sfruttato questa condizione di agnello sacrificale. Gli ebrei sono le VITTIME. Per ora e per sempre. Quando ammazzano lo fanno per legittima difesa. Continuano a difendersi dall’orrore di cui furono oggetto in un’altra epoca storica.
Anche stavolta invocano infatti la legittima difesa. Rovesciando la verità dei fatti.

Io, pur condividendo in quanto europeo quell’originario senso di colpa, sento tuttavia il bisogno imperioso d’affermare che coloro i quali hanno cercato di spaccar la testa a chi entrava con la forza a casa loro (loro navi in acque internazionali) avevano tutto il diritto di farlo.

Se qualcuno entra armato in casa mia, cercherò, nei limiti delle mie forze e delle mie dotazioni difensive e offensive di reagire col massimo vigore possibile. In attesa che intervengano le forze dell’ordine.
Solo che nel caso di specie, quando sono in azione le vittime , non ci sono forze dell’ordine disposte a mettersi in mezzo. La condanna ex post è tanto scontata quanto inefficace. Come sempre.

Gli israeliani , fatta salva una minoranza coraggiosa, hanno da molto tempo deciso di condannare i palestinesi alla condizione permanente di semi- schiavitù. Si attengono rigorosamente e coerentemente ad un tal precetto. I palestinesi possono solo servire, con la loro forza di lavoro, il popolo delle vittime , dato che si trovano nei paraggi del suo Stato.
E ,a Gaza, l’obiettivo largamente condiviso in Israele, è quasi del tutto conseguito. Con la fame e le malattie. Chi parla di diplomazia, di dialogo, di confronto e così via cinguettando fa finta di non capire che non c’è ormai più un conflitto da dirimere.
C’era un tempo. Ora non c’è più. Dopo il disfacimento per corruzione dell’OLP, la consunzione della cosiddetta Autorità Palestinese e il conseguente avvento del fondamentalismo religioso di Hamas. Non c’è più. Adesso una parte uccide e l’altra si limita a morire. In un modo o in un altro. Dunque niente conflitto.

Resta solo da attendere il risultato del blocco di Gaza per consegnare nelle mani della religione la gran parte di ciò che residua della lunga battaglia laica di libertà e indipendenza di un popolo , salvo appropriarsi della vita e del destino di quanti ormai estenuati andranno a servire presso il popolo d’Israele.

Dunque nessun errore. Israele conosce solo le ragioni della forza. Nessun altra. E la forza, anche quella nucleare, è dalla sua parte.
Oppure la Nato è disposta a rompere militarmente il blocco di Gaza? Magari per ragioni umanitarie come in Kosovo. Dite di no? Beh allora baccagliate pure. Gli israeliani sparano.

Intanto Frattini mostra la sua faccina in tv per dire che i nostri stanno bene e che si attende il disbrigo di faccende amministrative per il loro rilascio. Immagino che le faccende amministrative non comprendano botte da orbi o quantomeno insulti e ogni sorta d’intimidazioni e umiliazioni? O sbaglio , faccina?