Maonomics

Non avevo ancora letto il nuovo saggio di Loretta Napoleoni dallo stralunante titolo di Maonomics. Avevo compreso che la tesi principale avanzata nel libro verteva sulla competitività, se non sulla superiorità, del modello di sviluppo cinese rispetto a quello occidentale. Non avevo però idea di come la Napoleoni argomentasse la sua tesi. Beh, c’è di che riflettere. Al netto di una scrittura, come al solito accattivante e con qualche concessione di troppo ad una forma divulgativa, ci troviamo di fronte ad un coraggio intellettuale tutt’altro che scontato coi tempi che corrono. La Napoleoni va decisamente controcorrente. Vediamo perché.

Si era già detto e scritto che la democrazia occidentale non si è sempre associata allo sviluppo. Si sa da tempo che l’equazione: democrazia=benessere economico è infondata. Quel che pochi hanno avuto l’ardire di affermare è che un sistema politico , come quello cinese, a partito unico può- collegandosi con la tradizione, la cultura e la storia millenaria di una nazione (nella fattispecie il confucianesimo) – risultare più efficace ai fini di perseguire l’interesse generale. E ancor meno sono coloro disposti ad ammettere, pragmaticamente, che anche un sistema politico a partito unico può evolvere verso forme democratiche (democrazia deliberativa) che promuovono e garantiscono, salendo verso l’alto dai differenti contesti locali, un diffuso consenso. E che, al contrario sistemi multipartitici con alternanza nel governo perdono consenso e generano un diffuso distacco dalla politica ormai ridotta in tutto l’occidente a pratica vojeristica dal momento che le persone comprendono la sua subalternità alle decisioni di oligarchie finanziarie del tutto sottratte al giudizio popolare. Cambiano sì i governi , ma la minestra è sempre quella.

Traduco in grezza sostanza l’analisi della Napoleoni: da Deng in poi, con gradualità e superata la crisi di Piazza Tiananmen, la Cina avvia un nuovo paradigma “in cui la legittimità del Pcc, dipende dal benessere della popolazione , proprio come in molte democrazie”.

Ergo chi ipotizza con ideologica sicumera una crisi del sistema a partito unico in virtù dell’irresistibile fascino della democrazia occidentale e della libertà individuale non si rende conto che : “ Visto da Pechino, ha poca importanza che in Irak o Afghanistan si voti quando manca il rispetto della legge, un valore cioè che limiti il potere posto dal popolo nelle mani dei suoi rappresentanti, qualcosa che noi occidentali diamo per scontato a casa nostra. La democrazia crea le regole, la legge le fa rispettare, questo è il principio del buon governo. Senza la legge le regole rimangono solo parole…… lo spirito del rispetto della legge è un’acquisizione culturale impossibile da imporre ad un popolo”.

Si potrebbe chiosare, a riprova, che nel caso italiano il berlusconismo ha spronato ad aggirare regole e leggi mentre il governo sta attualmente e alacremente operando per spazzar via quelle che ancora limitano il potere dell’esecutivo. E’ il caso della giustizia e dell’informazione. Nel mentre il “protezionista” Tremonti mette sott’accusa la Costituzione in nome della libertà d’impresa. E, non pago, afferma disinvoltamente che con la globalizzazione è finito il conflitto tra capitale e lavoro. Ci vuole “l’economia sociale di mercato” dice il clownesco ministro. Altra istrionica bubbola inventata nell’ambito del consociativismo europeo che non vuol dire un bel nulla. Definizione a doppio taglio e come tale priva di un univoco senso. Proprio perciò sta bene a tutti. Salvando a tutti il deretano. E la faccia. Due parti del corpo dell’uomo politico allevato nella batteria del reality democratico occidentale ormai del tutto interscambiabili.

Comunque tornando a noi, anzi alla Napoleoni, la sua tesi sul viaggio della Cina verso la modernità andrà (per quanto mi riguarda) ulteriormente verificata nel tempo e nello studio. Muovendo intanto dal lungo saggio dell’indiano Prem Shankar Jha (che mi appresto ad affrontare) il quale ad esempio discute sugli ostacoli che sono di fronte a Cina e India sulla via della modernità e del multipolarismo. Altra parola, quest’ultima, evocativa ( e non inoffensiva come quel multilateralismo che piace tanto ai democratici ) del mondo che verrà dopo la fine dell’illusione unipolare generata dalla war on terror (ormai perduta) e dalla propaganda ideologica degli gnomi di Wall Street che attualmente circondano Obama nella sala ovale della casa Bianca.

Dunque il libro della Napoleoni, per quanto ardito, è stimolante. Una boccata d’ossigeno che dovrebbe rimettere in movimento anche i sopravvissuti neuroni dei democratici nostrani. Eh sì la speranza è proprio l’ultima a morire.

1)La speranza che qualcuno comprenda alfine che quel mondo reso piatto dalla globalizzazione ,noiosamente descritto dal giornalista Thomas Friedman, e che tanto successo ebbe nel 2005, anche tra i democratici, si rivela oggi per quello che in effetti è: una vacua puttanata. L’unica cosa piatta è l’elettroencefalogramma di una politica che ha gettato la spugna impressionata dalla travolgente ed effimera vittoria ideologica conseguente alla caduta di quel muro a Berlino. Non s’è accorta la politica (e la sinistra) che la storia non finiva con la fine della guerra fredda e che anzi proprio la globalizzazione enormemente accelerata da quella vittoria,ottenuta senza colpo ferire, si sarebbe presto, paradossalmente, ritorta contro l’occidente vincitore.

2)La speranza che qualcuno si confronti seriamente con la scandalosa e piena riabilitazione di Karl Marx che la Napoleoni opera spudoratamente. Dati alla mano. “Il progresso tecnologico e la meccanizzazione riducono il plusvalore (per il concetto di plusvalore vedi mio post recente o vai alla fonte, che è meglio) e di conseguenza anche il profitto, questa in breve la tesi della caduta tendenziale del saggio di profitto”.
Sembra che neppure gli USA siano immuni dalla “profezia” marxiana dato che dal 1940 in poi i profitti medi delle imprese al lordo delle tasse sono in costante diminuzione. Ciò che è cresciuto da quando è venuta meno la proficua dialettica  tra liberismo e marxismo sono gli indici di borsa grazie alle bolle finanziarie e alla supremazia indiscussa dei grandi gruppi finanziari costantemente dopati e sostenuti dalla politica da loro stessi promossa e indirizzata.

3) La speranza infine che qualcuno s’accorga che è giunta l’ora di rivalutare nettamente il ruolo dello Stato nell’economia e nell’ordinato e giusto sviluppo delle società degli umani. Alla prova dei fatti e non delle ideologie l’idea reganiana che “lo stato è il problema e non la soluzione” (che ha letteralmente stregato anche tanta parte della sinistra occidentale a partire da Tony Blair) va per sempre gettata alle ortiche. E’ giunta l’ora di smettere di recitare la trita melopea contro i mali dello “statalismo”. Da quando lo stato-nazione è divenuto una pallida ombra non è avanzata alcuna logica di governance sovranazionale, bensì il dominio incontrastato dei monopoli della finanza con il saccheggio delle risorse pubbliche, sociali e naturali.

Anche in tal contesto la Napoleoni rileva che i cinesi hanno operato nella crisi finanziaria in modo alternativo rispetto all’occidente e in particolare agli USA: “ Sul versante finanziario il piano di salvataggio cinese ha riscosso sicuramente più successo di quello statunitense. Invece di rimpinguare le riserve bancarie come è avvenuto in Occidente, lo stimolo monetario iniettato dal governo nelle banche è finito nelle tasche dei cinesi, grazie al controllo che lo stato esercita sul sistema finanziario e bancario”.
Appunto. In occidente invece lo stato regala alle banche i soldi dei contribuenti affinchè li possano continuare a giocare in borsa. Come prima.

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