Compagni.

I giovani “nativi del PD” contestano l’uso della parola “compagni” pronunciata tra applausi scroscianti da Fabrizio Gifuni al Palalottomatica di Roma.
Beh, tutto sommato qualche ragione ce l’hanno.
Il manifesto fondativo del PD , per quanto presto abbandonato alla critica roditrice dei topi, già chiariva che il “partito nuovo” (senza avvedersi di rubare a Togliatti questa definizione) nasceva in netta rottura con tutta la tradizione politica, l’esperienza e la cultura del movimento operaio del novecento.
Rottura con il comunismo ma anche cesura e sfida aperta nei confronti del sopravvissuto e malconcio socialismo europeo. Nel cui ambito, non a caso, ci si continua fieramente a chiamare compagni.

E’ ovvio, da queste premesse, che in un partito democratico che ha come punto di riferimento una cultura e una tradizione politica extraeuropea : dal partito democratico USA, al partito del Congresso indiano, la parola “compagni” non ha alcun senso. O se l’ha, esso assume un significato addirittura sinistro.

Infatti, per un nativo democratico post guerra fredda che non esita a far risalire la causa degli orrori del novecento alla rivoluzione francese, la coerenza può spingersi fino a stabilire una perfetta equidistanza tra la parola incriminata , “compagni” con quella, bollata dalla storia, di “camerati”.

Al netto di tutte le operazioni di revisionismo storico in corso da tempo in Italia, per lo più del tutto in linea con quel “genocidio culturale” che Gifuni ha avuto la temerarietà di denunciare , i giovani nativi del PD rompono il velo della compassionevole ipocrisia con cui il pragmatico Bersani ha inaugurato il suo mandato dovendo rassicurare una base elettorale che conserva un cuore antico e alla quale fu ripetutamente spiegato in un congresso di scioglimento che : “Tranquilli compagni. Non cambia nulla. Siamo sempre noi. Solo indossiamo un altro abito per stare al passo coi tempi”. Come si sa , l’abito non fa il monaco.

E’ dunque logico oltre che intellettualmente onesto che i giovani nativi si ribellino a ciò che considerano un errore non veniale sulla strada della costruzione del “partito nuovo”.
L’uso del termine compagni, al pari di quello di sinistra (mai pronunciato in termini positivi ad esempio dal vero fondatore del PD, Walter Veltroni) non riguarda, infatti, una mera contesa nominalistica. Esso appare, ai giovani nativi, come un ostacolo da superare. Un simbolo da abbattere poiché rinvia ad una storia dalla quale prendere finalmente e solennemente le distanze. Nel modo più netto. Si tratta per loro di sgombrare quell‘ultimo rottame lasciato sul terreno dal crollo del muro di Berlino.

Quasi inutile avvertire coloro che seguono questo blog che i giovani nativi hanno un’idea della storia un pochino diversa dalla mia.

Ma, del resto, di tutto ciò si discusse a tempo debito.

Si scelse la via dell’abbandono della stessa categoria di sinistra. Sull’onda lunga della clamorosa vittoria ideologica dell’Occidente (il cui substrato economico non fu mai indagato) prevalse un revisionismo oltranzista e sbilenco (da pezze al culo) che tolse di mezzo ,necessariamente oltre alla sinistra, anche l’idea che esistesse, in Italia , una destra aggressiva di stampo innovativo, modernamente piduista e in pari tempo incline a collegarsi alla vena populista del fascismo storico. Un mix potenzialmente micidiale per l’ancor giovane democrazia italiana.

Lo scontro culturale, (indispensabile premessa alla diffusione di un condiviso senso comune) con questa destra atipica non fu davvero mai ingaggiato dai partiti che diedero vita al PD.
Si considerò più saggio e prudente oltre che ,naturalmente, molto intelligente e tatticamente produttivo, acconciarsi al reality democratico messo in onda nel candido salotto di Bruno Vespa dal quale, tra l’altro, rassicurare un sempre pavido establishment sulla reale conversione degli ex comunisti con al seguito la residuale pattuglia degli ex democristiani.

Adesso il PD ,per dirla in modo civile, è ancora e sempre in mezzo al guado proprio mentre (a parere mio) molti e diversi segni indicano che il virile caporione; l’uomo che ha implementato, giorno dopo giorno, quel disegno politico eversivo costituito dall’ormai dimenticato “Piano di rinascita democratica”, si è ormai avviato su di un piano inclinato.

Nel guado, Bersani sembra esserne consapevole ed alza i toni del confronto per cercar di approdare all’altra sponda. Una sponda tuttavia resa indistinta, sfocata e nebbiosa proprio in virtù dei nodi mai sciolti dalla repentina e straniante nascita del PD.
Per la cronaca. Si fece il PD per non morire. Non per rinascere a nuova vita. In termini più crudi la continuità di un ceto politico fece premio su tutto il resto.

I nativi del PD, in fondo non fanno altro che segnalare questo peccato originale che rende arduo, fino ai limiti dell’impossibile, a questo partito “nuovo” prospettare una visione e avanzare un progetto sociale alternativo che parli all’insieme della società italiana.

I nativi dunque mettono il dito nella piaga. Proprio come quelli che al PD non hanno mai aderito. Verosimilmente per ragioni diverse. E , per quanto mi riguarda, non del tutto, simmetricamente, opposte.
In chiaro. Si voleva un partito davvero nuovo. Europeo,democratico e di sinistra, laico, libertario e socialista. Non un’esangue formazione demo –centrista concepita entro una drastica semplificazione bipartitica , all’americana, del sistema politico.

Resta il merito dei “nativi” che denunciano , con il loro semplicistico e giovanile settarismo, l’ambiguità di un partito costitutivamente impedito a superare il “ma anche” di veltroniana memoria. Un po’ meno indulgente sarei nel giudicare le parole con cui uno dei massimi e adulti custodi dell’ortodossia democratica bolla il discorso di Gifuni che non rappresenterebbe altro che “l’estremismo dei ricchi”.
Non molto elegante.

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8 Risposte to “Compagni.”

  1. Contrordine compagni, siam democratici | PUTA. A QUEER INVADER Says:

    […] Sulla querelle aperta dai Giovani Democratici. Condividi questo articolo su… Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web. […]

  2. Andrea Says:

    Credo che solo con una drastica semplificazione il sistema bi-partitico avrebbe potuto funzionare: qualsiasi elemento identitario novecentesco, a destra e a sinistra, avrebbe aumentato il rischio di ri-politicizzare uno scontro che si voleva affidato ai soli elementi narrativi, generazionali, moralistici o di sensibilità personale. D’altronde l’operazione è ben riuscita complessivamente e se il Pd non convince non è tanto per la mancanza di identità euro-socialista ma per scarsa credibilità dei suoi uomini, per la povertà della sua retorica, per il suo grottesco virtuismo da quattro soldi.
    Se fosse un problema identitario, il piccolo partito socialista di Boselli sarebbe riuscito a risollevarsi, e invece è scomparso completamente, malgrado il patetico spot elettorale proiettato nelle sale, con cui sarebbe giusto fosse ricordato: “Gesù, il primo socialista”.
    Il “ma anche” veltroniano credo fosse un messaggio in codice: “abbiamo chiuso: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori!”
    Altro discorso sarebbe esplorare perché si è giunti alla normalizzazione, che, probabilmente, avrebbe potuto essere più contenuta se fosse riuscita l’operazione dell’unità socialista proposta a suo tempo da Craxi, che di poteri forti nostrani e atlantici se ne intendeva: ma il mondo comunista scelse, o fu costretto a scegliere, diversamente.
    Fra l’essere esangui e l’essere sanguigni, che sono comunque stati non patologici, scorre il ridimensionamento operato sui confini di quella che fu la sinistra, sottoposta a diversi interventi chirurgici maxillo-facciali e di ortopedia funzionale: scrivi che “si fece il Pd per non morire” e per perpetuare un ceto politico che doveva raggiungere la pienezza del trattamento di quiescenza. Hai già detto tutto e sono quindi impossibili i ripensamenti da parte di chiunque, ingiustificati gli addebiti! La ragione sociale fu mutata e divenne la funzionalità del sistema, ovvero l’ordine sistemico: se tutti, a sinistra, ritenete che sia sempre in pericolo la democrazia, direi che sia stata una scelta azzeccata. Ricoprire troppi ruoli in commedia richiede grandi attori drammatici di grande scuola, ma di questi la sinistra scarseggia da sempre: da qui una certa invidia per Berlusconi, che traspare, il quale, da parte sua – continuamente cangiante – si smarca con successo. Dubbi, rimorsi, avarizia, invidia, paura, piattezza, meschinità, malafede, superficialità, cattiveria, risentimento… gli immortali acciacchi di una sinistra mortale e molto vulnerabile.

  3. maurozani Says:

    Caro Andrea,
    questa storia del novecento e dintorni è per me una solenne puttanata. Come del resto ben sai.

    Il sistema bipartitico tanto invocato da Veltroni non mi ha mai convinto. E anche questo lo sai.

    L’idea , perniciosa quant’altre mai ,che le categorie di destra e sinistra abbiano perso di significato è un’altra balla ideologica-propagandistica che dimostrerà abbastanza presto la sua fallacia. Non si era detto e scritto che la storia finiva con la fine della guerra fredda e con la vittoria dell’occidente? Non mi pare che il primo decennio del terzo millennio avvalori questa tesi.

    Quanto all’Unità socialista di Craxi, ebbene , nei tempi e nei modi in cui fu avanzata altro non era se non il cappio entro cui infilare , per di più volontariamente, il nostro collo. (non il tuo , il mio certamente). Non si può discutere di unità socialista e di nient’altro , per la verità, senza considerare il contesto politico e il periodo storico.

    La democrazia? Non è in pericolo, è semplicemente ridotta a vuoto guscio, praticamente ovunque, da quando la politica segue acriticamente le ragioni del mercato e della finanza.

    Invidia per Berlusconi? Parlo per me. Il personaggio continua a farmi
    un certo ribrezzo. E non ho alcun timore nel dirlo. Tutte le “qualità”che tu attribuisci alla sinistra, e altre ancora, io le vedo operanti in una destra berlusconiana: cialtrona, ladra,(proprio tecnicamente) parassita,
    arrogante, ignorante all’eccesso, oscurantista, cinica, manichea e grondante odio da tutti i pori.

    Infine, ti invito in amicizia ad esser più attento: non sollevo un problema eminentemente identitario. Non nel senso di provare nostalgia per la vecchia identità.

    Penso semplicemente e ostinatamente che le ragioni e le cause originarie (“efficienti” ,per mutuare il linguaggio di Gramsci) della sinistra siano più che mai attuali. Basta guardare al mondo o anche solo guardare fuori dalla finestra, nel cortile di casa.

    Dunque, nel mio piccolo, continuo a cercare.

    Non mi rassegno all’ordine sistemico.

    PS. Sei alquanto preso dal problema della quiescenza. Sappi che il ceto politico in oggetto di pensione non vuol sentir parlare.

  4. Andrea Says:

    Sento bene che non provi nostalgia per la vecchia identità e un po’ mi dispiace.
    Non mi pare di essere “alquanto preso dalla quiescenza”, se non dall’irragiungibilità della medesima da parte mia.
    Poi ti stimo soprattutto per quel fondo di dolcezza e di malinconia che traspare; di ingenuità, da ragazzo cresciuto con dei buoni sentimenti appresi in famiglia.
    Il comunismo fu l’organizzazione mentale ed emozionale dei nostri buoni sentimenti; nulla di scientifico (povera parola abusata, nel senso di violentata).
    E’ chiaro che non sollevi un problema “eminentemente identitario”: quello è diventato un grumo nevrotico che porta a comprare e stracciare “Repubblica” ogni giorno.
    “Cercate ancora!” fu un invito – l’ultimo – di Claudio Napoleoni e credo che Loretta non sia sua figlia.
    Non volevo certo difendere il ceto politico della destra ma parlare di quello della sinistra… mi sono dimenticato il vittimismo.

  5. maurozani Says:

    Si, naturalmente so che che fu Napoleoni. Non so se Loretta sia sua figlia o parente. Dato che avverto una nuance critica su di lei, ti dirò che io la leggo regolarmente e la trovo stimolante ( non mi piace questa parola) Non sempre son sicuro di concordare con le sue analisi. Anche per questo i suoi scritti m’invitano a leggere e pensare ..ancora.

  6. agostino Says:

    Sui “nativi del PD” a mio parere sarebbe meglio stendere un velo pietoso.
    Della serie: “guarda e passa e non ti curar di loro”.
    Per quanto riguarda “l’unità socialista” il tuo commento si riferisce alla proposta avanzata da Craxi, dopo la svolta, che anche a me appare e apparve provocatoria. Sarebbe più interessante indagare sull’evoluzione dei rapporti tra i due partiti della sinistra. Sulle occasioni mancate che hanno reso impossibile in Italia avere un forte e robusto partito riformista alla stregua di altri paesi europei. E qui, forse, accanto agli errori del PSI andrebbero meglio precisati i tanti errori nostri.

  7. Rudi Says:

    Mi sono permesso di fare un link al mio blog.

    Guardo con molta simpatia ai “giovani nativi del PD”, come alle squadre africane al Mondiale di calcio: sembra abbiano appena imparato le regole del gioco, escono immancabilmente sconfitte, e forse non capiscono nemmeno perché hanno perso.

  8. giovanni Says:

    I nativi del PD si muovono sull’antico solco del “sacro furto”, teorizzato dal vescovo Agostino: fregano i voti ad “una base che conserva il cuore antico” e distruggono quotidianamente tutto ciò che l’antico e laborioso popolo ha edificato.
    I loro caporioni (una pattuglia di ex colonnelli felloni, ex democristiani senza fissa dimora e arrivisti di ogni risma e condizione) hanno messo all’asta il “Partito nuovo”, per perpetuare la loro presenza sulla scena politica, che dovrebbe coincidere con la fine dei tempi.
    Un uomo solo, Romano Prodi, avvezzo al potere clientelare, si è impossessato di questo magma e ne detta le condizioni di sopravvivenza.
    Scusami, o Mauro, per l’eccessiva e brutale semplificazione, ma leggo commenti troppo “decontestualizzati”, per rubare un termine all’amico Roberto.
    Cosa può fare il buon Bersani? A mio giudizio chiarirsi le idee, scrollandosi di dosso, prima di tutto, l’abito ministeriale.

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