Carte coperte.

Grande è la confusione sotto il cielo di Bologna. Tuttavia la situazione non appare , a prima vista, granché eccellente.
Fino alla settimana scorsa si potevano contare, almeno cinque candidati a sindaco.

Cinque candidati in presenza di una dichiarazione giurata da parte del neo segretario cittadino del PD sull’irrinunciabilità delle primarie.

Sembra di capire che l’asse Roma- Modena-Ravenna fosse invece di tutt’altro avviso. Senza, tuttavia, poterlo dichiarare pubblicamente.
Da qui forse l’apertura possibilista di Lorenzo Sassoli verso le primarie.
Come che sia, questa m’appare la prima contromossa a fronte della muscolare determinazione primariesca di Donini all’uopo rincalzata da qualificati rappresentanti dell’officina prodiana.
Oggi è arrivata la seconda mossa sempre sull’asse Roma-Modena-Ravenna.
Una mediazione: non più di due candidati del PD alle primarie.
Semigeniale. Nella difficoltà.
Diventerebbe geniale per intero se , alla fine i due candidati risultassero , per rinuncia degli altri, Sassoli e Anselmi. Entrambi considerati credibili e stimabili dal segretario regionale del PD. Il primo vince, l’altro (non me ne voglia è solo una previsione) perde, ma con onore cavando le castagne dal fuoco a Donini come a  Bersani, Bonaccini e Errani.

In questo caso ,il primo ottiene le primarie, per quanto lievemente taroccate. Pardon, corrette. I secondi si limitano invece ad ottenere, semplicemente, il candidato.

Per inciso questo “gioco” mette a nudo l’infingardaggine insita nel metodo delle primarie in salsa bolognese. Infatti, se si pone un vincolo alla partecipazione con l’intento di predeterminare un risultato viene, una volta di più, sputtanato il fondamento stesso di questa metodica di selezione dei candidati.

Naturalmente per ottenere il risultato voluto bisogna contare sulla rinuncia degli altri candidati. Si può immaginare (non ci vuole una grande immaginazione) che il candidato della cooperazione si renda disponibile al “gioco”. Così potrà fare anche un candidato come Campagnoli che per primo, forse intempestivamente, si rese disponibile.

Per il Cev, le cose paiono meno scontate. L’intesa Roma –Modena -Ravenna avrebbe dovuto confinarlo per tempo in un ruolo istituzionale tale da non consentirgli ripensamenti. Ad esempio alla presidenza del Consiglio regionale.
Solo che in un partito- bipartito (esattamente come in un’alleanza politica a due) è difficile che una sola parte possa ricoprire tutt’e due le più alte cariche regionali. Ma questo è uno dei vizi originari del “partito nuovo”.

Un partito che continua a rendersi vittima delle proprie macchinazioni. Tutti sanno che se si indicono primarie “vere” vince, verosimilmente, Cevenini.
Non lo si vuole? Allora c’è un solo modo corretto per sbarrargli il passo. Bisogna dimostrare che l’uomo è inadeguato o comunque non adatto per quel particolare ruolo. E, dettaglio non secondario, bisogna anche che gli elettori se ne convincano.

Ma è proprio qui che ricasca l’asino del partito nuovo. Si è partiti sul piede sbagliato. Prima si decidono gli uomini e poi il programma.

A tal proposito Sassoli ha dichiarato che la politica dovrebbe avanzare un progetto per Bologna e che solo dopo ,e su quella, base lui( come altri) potrebbe decidere , a ragion veduta, una proprio impegno.

Ragionevole. In parte. Solo che non funziona così. Non più. La particolare torsione italiana della personalizzazione della politica imposta dal berlusconismo favorisce un’altrettanto particolare visione delle primarie che, semplicemente, non prevede un’assunzione di responsabilità della politica e di un partito en plein air.

La politica si chiama(apparentemente) fuori per poter cascare sempre in piedi. Come nel fatidico ’99 quando un segretario di partito chiarì che “per me l’uno vale l’altra”.
A questo punto un interrogativo s’impone: e se il candidato prescelto si rivela, alla prova dei fatti, un emerito incapace?
Semplice. In tal caso la responsabilità ricade sui partecipanti alle primarie che lo hanno indicato e sui cittadini –elettori che, in seguito, lo hanno insediato col loro voto. Non certo sulla dirigenza di un partito che si è sbarazzato in partenza di una sua primaria responsabilità: indicare in primo luogo un programma e poi il candidato ritenuto più idoneo ad attuarlo.

Un tempo la politica decideva su troppe cose. E non andava bene.

Adesso la politica sembra non voler decidere sulle scelte fondamentali per non pagare, al caso, il giusto dazio.

E va peggio. Perché in assenza di un’aperta assunzione di responsabilità, subentra inevitabilmente una tendenza manipolatoria.

La politica democratica , anche grazie alle primarie, s’avvale di un doppio fondo.

Si cerca di dar a bere che tutti sono chiamati a decidere. In prima persona. Ma, alla fin della fiera, si è chiamati solo a metter un timbro su decisioni già prese.
E’ così proprio le primarie finiscono col favorire ancora, e molto più di prima, un gioco a carte coperte.

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9 Risposte to “Carte coperte.”

  1. roberto Says:

    Caro Mauro, tanta lucidità meriterebbe una visibilità ben più ampia di questo blog, se pur “ben frequentato”.
    Certamente si farà finta di nulla dalle parti di http://www.pdbologna.org, mettendo tutto nello stesso doppiofondo nel quale sono state infilate molte cose che hanno caratterizzato le primarie di Delbono, come la stratificazione per classi di età dei partecipanti e i costi sostenuti dai singoli candidati, analisi di cui era stata promessa la pubblicità da Donini ma sempre disattesa.
    Ha ragione il giornalista Mori quando dice che le uniche primarie “vere” sono state fatte contro il PD in Puglia.
    A Bologna rivedremo il balletto delle firme e della disponibilità delle liste con annessa privacy, degli elenchi disponibili per qualcuno ma provenienti da una pluralità di fonti ecc.
    L’ostracismo a Forlani prima e poi a Pasquino si ripeterà pari pari, con risultati prevedibili ma di cui nessuno avrà la paternità.

  2. Rudi Says:

    Che il Pd sia un vicolo cieco, poco male.
    E’ che il Pd – se non scatta qualcosa, e in fretta – ci trascinerà tutti in questa strada senza uscita.
    In fondo alla quale, tale è la disillusione che avverto fra le persone che conosco, ci sta la sconfitta nel 2010, qualunque sia il candidato, qualunque sia la coalizione.

    Se non si riporta al voto almeno una parte degli astenuti 2009, nemmeno l’aura prepolitica di un Sassoli raggiungerà l’obiettivo.

  3. Giovanni Says:

    Se l’OCSE fosse invitata a sorvegliare le primarie nel PD, quale sarebbe il giudizio finale?
    Domanda retorica, perché io stesso ho avuto il privilegio di assistere “dietro le quinte” alla messa in scena.
    La cosa che più mi ha colpito, nel corso delle operazioni, è che una parte degli elettori erano persone dal cuore antico, che ignoravano le regole del gioco, pensando di fare la cosa giusta, perché rassicurati da vecchi e stimati compagni.
    E’ questa una ragione sufficiente perché il discorso pubblico debba essere fatto in modo chiaro, non filtrato dal linguaggio politico corrente, che utilizzato a proposito o sproposito, ispessisce il “velo d’ignoranza” che circonda l’oggetto della contesa “nascosto” dentro Palazzo Accursio.
    Io, per esempio, il Conte Lorenzo Sassoli de Bianchi, il candidato-sindaco preferito da Bersani, Errani e Bonaccino, non lo conosco.
    Qualche decennio fa, se la memoria non mi inganna, ricordo che qualcuno mi disse che il Conte, allora giovane specializzando, prima di partire con un’allegra brigata di neurologi per l’Australia, tenne una lezione sul sonno con una bacchetta lunga tre metri, normalmente utilizzata dal Direttore della Clinica di Neurologia. Alla lezione avrebbero assistito professori, associati, assistenti, specializzandi, laureati e persino i chiarissimi professori Lugaresi, Tassinari e Coccagna e Saguegna.
    Dopo le vacanze in Australia, non si sentì più parlare del Conte-neurologo. Dove, quando e come abbia esercitato la scienza neurologica, non è dato conoscere.
    Ricordo poi, ma sempre vagamente, di quando fu tirato giù la Buton, in viale Masini, dove oggi sorge Borgo Masini. Ma non saprei dire, se lo splendido manufatto, esempio di architettura industriale irripetibile, appartenesse o meno al Conte-candidato. Né so dire, se il Conte sia proprietario, anche solo “pro quota”, della Galleria Cavour. Luogo certamente sconosciuto a chi guadagna meno di 20.000 euro al mese. O, se il tutto, o parte del tutto, appartenga al potente zio, o altro parente prossimo.
    Mi pare però di ricordare, che oltre una decina di anni fa, su una bella terrazza bolognese, si raccontava una favola metropolitana, che aveva per protagonista l’allora sindaco Vitale, che avrebbe segnato un gol in una partitella organizzata dagli amici del Conte.
    Ma a pensarci bene, forse, il Conte dovrei averlo visto a Londra, in occasione di un’asta di un’importante collezione morandiana. Era attorniato da molti clienti del bar Zanarini.
    Mi pare, sempre che si trattasse del Conte, che nell’occasione si aggiudicò un acquerello di Morandi per qualche migliaia di sterline. Insomma, non conosco il Conte e, perciò, sarebbe politicamente corretto che Bersani, Errani e Bonnacini ci presentassero pubblicamente il Candidato.Magari, illustrando le virtù, i saperi e i successi conseguiti dal Conte nei diversi campi dello scibile umano, di cui si è occupato.
    E’ soprattutto, dovrebbero spiegarci, perché la scelta è caduta sul Conte, anziché sul figlio del popolo Cevevini, tanto per fare un nome tra coloro che aspirerebbero all’Ufficio..
    Per il vero, neppure il soldato Cev conosco. So che celebra tanti matrimoni, perché è ben voluto da tutti, anche in ragione della sua passione per il calcio. Può essere ciò una ragione sufficiente per eleggerlo Sindaco di Bologna?Non lo so.
    Sergio Sabattini, ex deputato PDS, a proposito della svolta maturata a Bologna nel 1995, qualche mese fa, su un quotidiano locale, ha dichiarato che il partito di allora non era attrezzato a gestire un bilancio da 1200 miliardi di lire e che, perciò, fu necessario rivolgersi a manager esterni al Partito.
    Forse è questa la motivazione che regge ancora la scelta del caminetto emiliano-romagnolo. Ma allora sarebbe eticamente e moralmente auspicabile, che fosse resa pubblicamente chiara la giustificazione motivazionale della scelta, cosicché ognuno, alla luce del sole, si assumesse le proprie responsabilità. Non solo degli esiti infausti delle scelte pregresse, ma anche delle proposte improponibili.
    I problemi e le difficoltà, tuttavia, non mancano. La giustificazione motivazionale implica l’accettazione del metodo democratico, la cui essenza non è come la vulgata vuole, il voto, ma la discussione pubblica. Discussione mille miglia lontana da affermazioni del tipo “credibili e stimabili” (Bonaccini), “donna saggia” (Finocchiaro), “questo cioccolato è squisito” (Mussolini).

  4. Lorenzo Sassoli Says:

    Caro Giovanni, sono il “conte”, lo scrivo sorridendo perchè, come lei ben sa, i titoli nobiliari in Italia sono stati aboliti da un pezzo e le garantisco di non essere un nostalgico. E’ vero sono nato in una famiglia molto privilegiata ma non sono mai andato in Australia con neurologi nè ho mai giocato a calcio con il sindaco Vitali, persona con cui ho avuto la fortuna di collaborare nel rilancio della GAM e nella progettazione della Manifattura delle Arti, MAMbo incluso. Guazzaloca mi ha mandato poi a casa perchè “di sinistra” e Cofferati mi ha richiamato per terminare il progetto iniziato con Vitali. Non ho nessuna proprietà immobiliare a Bologna e comunque non penso sarebbe una colpa. Per quanto riguarda la politica non ho mai partecipato a camminetti, barbecue o altre amenità giornalistiche, nessuno mi ha mai chiesto di candidarmi nè io l’ho chiesto ad alcuno. Mi sono trovato sui giornali (su cui sto malvolentieri) perchè qualcuno ha ritenuto di interpretare una mia dichiarata disponibilità a prendere eventualmente in considerazione una candidatura come una vera e propria candidatura. Ho capito, a mie spese, che quella posizione era ambigua e si prestava ad equivoci e strumentalizzazioni e quindi, posso rassicurarla, non mi vedrà candidato sindaco. Continuerò a fare il mio lavoro di imprenditore come ho fatto da oltre 20 anni con responsabilità e serietà nella consapevolezza che ciascuno di noi possa dare un piccolo contributo con l’onestà del suo lavoro e del suo impegno alla comunità in cui vive. Tutto qui. Con un caro saluto. Semplicemente Lorenzo.

  5. maurozani Says:

    Rudi. Per riportare al voto gli elettori sarebbe necessaria quella discussione pubblica auspicata da Giovanni qui sopra. Per tale discussione in pubblico, sarebbe necessaria una politica che rialza la testa, forte di un progetto riconoscibile per la città. E qui , tutto qui, il vicolo cieco del PD che a me appare ancora e sempre un oggetto misterioso. Io me la prendo con le primarie proprio perchè finiscono per rappresentare la rinuncia , persino etica, a quell’esercizio di responsabilità che dovrebbe esser posto a base di una rinascita della politica. Se la politica fosse forte e legittimata non si sentirebbe alcun bisogno di primarie o consimili ginnastiche “democratiche”. La verità è che la politica deve “guidare” facendosi a sua volta guidare da un progetto generale incarnato da alcune idee-forza. Dentro quest’ambito da ritrovare (prima o poi) sappiamo tutti che ci sono, e ci saranno sempre, anche interessi ,ambizioni, logiche di potere confronti e duri scontri. Non ci scandalizziamo per questo. Il problema è che senza quest’ambito generale(ideologico?) restano solo logiche di pura gestione di un potere sempre più residuale. Ciò vale in generale ma vale ancor più nella particolare situazione che si è creata a Bologna. Non a caso Lorenzo Sassoli chiedeva (come ho notato nel post) alla politica di avanzare un progetto per Bologna. Ripeto che ciò non è più previsto da una politica che si è fatta di nebbia. (E qui il riferimento non è più circoscrivibile al solo PD). Adesso l’onere di avanzare un programma è posto, per intero, sulle spalle di un candidato. Si dice che ciò è moderno.Ovvio,nell’epoca della personalizzazione. Ammesso e non concesso, ai partiti resterebbe almeno l’obbligo di indicare apertamente un candidato. Ebbene non si fa più neppure questo. O lo si fa per vie tanto tortuose da poter sempre ritirare in tempo la mano. Per inciso, in un quadro di tal ambigua fattura si può ben comprendere anche la recisa smentita che Lorenzo rivolge, in pubblico, a Giovanni.
    A me rimane l’interrogativo, quello che in fin dei conti mi ha portato(con sofferenza mista a straniante sollievo) a rinunciare alla politica attiva: a cosa, esattamente, servono i partiti? A questo punto, anche alla luce della vicenda bolognese, resta un fitto mistero.
    Morale della favola, in queste condizioni, generali e particolari, è complicato trovare argomenti per riportare la gente al voto.
    Tuttavia, se , come credo, Berlusconi, in evidente difficoltà, cercherà di giocare la carta Bologna,(ancora fortemente simbolica) forse il PD potrà lanciare quell’estremo appello che non fu possibile contro Guazzaloca.

    PS. Per memoria ed onestà. Caro Lorenzo, per quanto mi riguarda , conte o non conte, al netto di ogni facile ironia, non c’è mai stata una prevenzione nei suoi confronti. Solo , all’inizio, una richiesta che rivolgo a tutti coloro che intendono candidarsi, anche (credo di poter dire) a nome di quei quattro gatti che mi leggono. Si tratta di sapere, prima del voto, se s’intende, oppure no, togliere radicalmente di mezzo tutta quella confusa e costosa congerie di progetti trasportistici previsti fino ad ora. Se non si parte da qui , il destino della città è segnato. Dai debiti. Per molto tempo a venire. Dopo non c’è più niente da governare, solo da subire.

  6. Lorenzo Sassoli Says:

    Caro Mauro, mi permetta ora, liberato dalla assurda pressione mediatica e dall’ambiguità di pseudo-candidato dei camminetti di esprimere il mio umile punto di vista sullo stato infrastrutturale della nostra città. Emergono a mio avviso tre elementi fondamentali: le scelte infrastrutturali sono prigioniere di un incantesimo da approssimazione, la città è attraversata da un corto circuito politico e imprenditoriale, la politica si è avviluppata in un processo decisionale dove ha contato molto più il controllo che il risultato. Che peccato! Non molti anni fa per il resto d’Italia Bologna era un mito: un laboratorio sotto le stelle, profondamente diversa da ogni altra città. Era identificata come città modello di welfare, città della creatività, delle avanguardie politiche e culturali. Era al centro di una logistica naturale e chi la vedeva da lontano lo percepiva addirittura meglio degli stessi bolognesi. Certo non tutto era positivo, ma nessuno può negare che negli anni ‘70/’80 Bologna fosse una ‘città aperta’. Oggi, trent’anni dopo, il profilo della città è profondamente cambiato. Il ‘germe’ di una crisi profondissima si è insinuato nella ‘città laboratorio’: l’Italia ha conquistato Bologna. Non l’Italia migliore, ma l’Italia delle istituzioni irrigidite e sorde di fronte ai bisogni sociali. Da città modello in cui l’innovazione e la democraticità erano i segni distintivi,l’amministrazione pubblica ha assunto ora l’aspetto di una fortezza chiusa in se stessa. Avevo 11 anni quando ho visto sparire i tram, 45 quando li ho visti ricomparire in un progetto ambiguo e 56 quando le due Torri sono diventate lo spartitraffico del Civis. Che evoluzione è mai stata questa? Chi ha compiuto queste scelte? Chi ha voluto mantenere solo il controllo senza mai confrontarsi col risultato? Alla fine del gennaio 2009 apro il Corriere Bologna. Vado a memoria con le notizie: Passante e Civis, doppia bocciatura. L’UE blocca l’iter del bypass autostradale, il tram non passerà in Strada Maggiore. Il mondo economico che dichiara come il 29 gennaio sia una brutta giornata per la città, i comitati anti Civis cantano vittoria, Pier Luigi Cervellati dice che il Civis è un ordigno progettato per distruggere il centro storico, il Ministero dice che occorre ripensare il suo percorso, i costruttori dicono che la città è in quarantena, la dirigente regionale della Sovraintendenza alle Belle Arti dice che la politica non l’ ha calcolata. Tutto questo solo un anno e mezzo fa. Poi abbiamo eletto il Sindaco e tutto sembra essere entrato in un altro corto circuito. Insopportabile. Caro Mauro a Bologna manca un progetto, manca la domanda fondamentale, che idea di città vogliamo realizzare nei prossimi vent’ anni?. Vogliamo ispirarci al sistema di metrotranvie della città metropolitana di Lille o al piano sostenibile di Portland, Oregon,? Tanto per restare in dimensioni paragonabili a Bologna. Dieci anni fa in Francia rottamavano il Civis. Nessuno se ne accorto?
    E i debiti che si chiedono quando arriverà la generazione che li pagherà? Mi permetta di concludere con una battuta: se una mucca si lancia a tutta velocità contro un coltello affilato, qualche bistecca ci scappa.

  7. mauro zani Says:

    Caro Lorenzo, condivido.
    In particolare il fulcro della sua analisi , attorno al quale ruota l’impotenza della politica cittadina:il prevalere di una stanca gestione di fronte all’urgenza di elaborare e proporre, a fronte alta , un’idea di città allargando lo sguardo oltre i confini della città murata.
    Molto ci sarebbe da dire a partire da questo dato di fatto.
    Basti qui accennare alla mancanza di coraggio e di passione civile nell’avanzare anche un’idea di società in questo mondo così profondamente cambiato.
    Il difetto è tutto qua. Risiede in una rinuncia. Per quanto riguarda Bologna persino in una rinuncia a tornare ad imparare da altri. Altre esperienze di governo locale, altrove in Europa e nel mondo, E ciò è molto triste.
    E’ triste e amaro constatare che dall’orizzonte culturale di una città colta è del tutto scomparso il gusto del rischio, della ricerca nell’implementazione di nuovi progetti in diversi campi. La questione ambientale ed ecologica ad esempio, come quella della lotta alle povertà vecchie e nuove divengono oggetto di mera propaganda ,non di progetti innovativi di governo. Tutt’al più vengono delegate in toto al volontariato sociale.
    Per questo , per questa sostanziale viltà e pigrizia che accomuna politica, cultura e imprenditoria, ci si è rassegnati ad affastellare uno sull’altro progetti nati obsoleti, fuori tempo e fuori luogo. Lei , giustamente fa l’esempio del Civis, altrove rottamato. Che dire di un metro’ di pochi chilometri. Poco più di un costoso buco in terra. E della conseguente rinuncia a investire nell’ambito del servizio ferroviario regionale in un moderno , rapido e efficiente sistema di trasporti metropolitano. Vera infrastruttura di supporto allo sviluppo e di servizio ai cittadini quest’ultima, che solo l’alleanza tra la miopia della politica e la scarsa lungimiranza dell’imprenditoria può del tutto ignorare.
    Ma ormai sembra prevalere la rassegnazione. Lei si domanda retoricamente “chi ha compiuto queste scelte”? La verità è che la politica continua a portarle avanti senza assumerne paternità. Il “pacco” infrastrutturale è figlio di nessuno. Sembra vivere di vita propria, e non c’è verso di, seppur pietosamente, sopprimerlo. Dopodichè, non mi stancherò mai di denunciare, Bologna sarà ingessata dalla camicia di forza di un onere debitorio che ricadrà a lungo sui contribuenti.
    Sì, caro Lorenzo, allo stato dei fatti attuale è purtroppo assai probabile una dieta a base di bistecche nel prossimo futuro.

  8. Giovanni Says:

    Caro Lorenzo, ha fatto bene a scrollarsi dal capo la corona di spine del candidato sindaco.
    Altri sono pronti a scendere in campo all’ultimo minuto con le vesti del Salvatore della Patria.
    Per portare avanti le sue realizzazioni personali Ella non ha bisogno di quella politica, poiché è l’ampiezza delle vedute degli uomini che fa la vera differenza.

  9. Lorenzo Sassoli Says:

    Grazie caro Giovanni. Di cuore. Ha proprio ragione. Cii sono certamente altri modi, più intimi e dimessi – come chi digiuna nella Bibbia – per realizzare qualcosa di utile. L’opera silenzioso della compassione, di chi non cerca il clamore dei media. Nella miglore tradizione, si faceva politica per impoverirsi.

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