Archive for luglio 2010

Ginepraio afghano.

luglio 29, 2010

Stante l’attuale inerzia dall’Afghanistan non ci ritireremo. Più semplicemente –scrive Caracciolo, direttore di Limes- “lo evacueremo”.
Già. Mentre ascolto l’oscena retorica patriottarda del TG1 in memoria dei nostri ultimi due caduti, non posso che condividere una tal previsione.
Un giorno, ce ne andremo. Al seguito degli americani. Alla chetichella. Come al solito. O magari anche precedendo gli americani. Come abbiamo fatto in Irak. Rimpatrieremo i nostri soldati. Soldati unici al mondo e unici nella storia, in quanto “soldati di pace”. Lasciando l’Afghanistan al suo destino. Quale che sia.

A parte ciò, vengono in mente anche altre considerazioni.

In primo luogo l’assenza di una qualsiasi opposizione razionale al proseguimento di una guerra che ha perso il senso , se mai c’è davvero stato, della propria missione.

In secondo luogo l’assenza di un benché minima consapevolezza da parte della politica italiana sul retroterra storico nel quale affonda le proprie radici una guerra da cui non s’intravede via d’uscita.

Non si vorrebbe infierire , ma a creare l’attuale generale smarrimento, di cui è vittima anche l’amministrazione Obama, molto ha aiutato la superficiale imbecillità con la quale da destra e da sinistra si è ufficialmente proclamata la fine del novecento. La cesura, stabilita al tavolino di una nuova ideologia, tra un secolo e un altro.

Da qui l’idea, fuorviante, che una guerra iniziata nel 2001 non avesse nulla a che vedere con quella avviata nel 1979 .

La propaganda della guerra al terrorismo ha sfigurato lo scenario storico. Andrebbe invece rintracciato. Sia pure a cavallo tra due secoli.
Non so. Ad esempio, nel 1996 gli americani diedero autorizzazione all’operazione segreta della CIA volta a recuperare i missili Stinger che furono consegnati all’ISI pakistano e al dittatore, generale Zia, affinché li donasse a sua volta alla guerriglia talebana per abbattere gli elicotteri sovietici.

Armi micidiali in mano a terroristi. Ancora all’epoca dell’arrivo vittorioso dei talebani a Kabul “ne mancavano all’appello circa 600 dei 2300 distribuiti dalla CIA” negli anni precedenti. Nonostante venisse offerta la non disprezzabile cifra di 150000 dollari per ogni sistema d’arma.
(Fonte :Steve Coll in “La guerra segreta della CIA” ed. Rizzoli).

Adesso, nel nuovo secolo, mentre infuria la nuova guerra sembra che siano proprio gli Stinger (del secolo scorso) ad abbattere i sofisticati Predator ,gli aerei senza pilota ideati per la caccia all’uomo. Per inciso, in questo campo , degli omicidi extragiudiziali tramite droni aerei com’è noto eccellono gli israeliani.

Insomma , senza tornare alle guerre afghane dell’ottocento , sembra che vi sia una certa continuità storica tra il vecchio e il nuovo secolo. E che , oggi si raccolgano ancora i frutti velenosi della guerra fredda.

Nel corso del 1979 i dirigenti sovietici influenzati dal KGB di Andropov s’interrogavano ancora sul che fare, scomodando Lenin.
Di fronte alla rivolta fondamentalista in Afghanistan, continuavano a ritenere la situazione di quel paese “non matura” per il comunismo.
Per questo rimanevano incerti sul da farsi. Specie di fronte al sanguinoso caos tribale che dominava lo scontro interno alla dirigenza afghana. E del quale ricordo una colorita descrizione di Pajetta, di ritorno dall’Urss nel corso di una riunione riservata.

Nello stesso periodo fu Brzezinski a suggerire al presidente Carter di avviare una prima fase d’appoggio segreto,”non letale” ai ribelli afghani.

Si trattava, allora, di indirizzare il pericolo fondamentalista che proveniva dall’Iran di Komeini verso un altro bersaglio. Non a caso ancora all’atto della presa di Kabul da parte dei talebani, i maggiori esperti del governo USA consideravano che : “ I talebani non seguono il fondamentalismo antiamericano praticato in Iran. Sono più vicini al modello saudita”.

Per non farla troppo lunga, alla fine l’URSS, già con un piede nella fossa, si decise per l’invasione dell’Afghanistan. E gli USA , logicamente, si misero all’opera per dare il colpo di grazia all’impero del male foraggiando in ogni modo e senza andar troppo per il sottile il Pakistan e il suo regime terroristico, allora come oggi, retto dai servizi d’intelligence interni.

Ora , nel nuovo secolo, dopo dieci anni da che è iniziata la nuova guerra, si scopre –come scrive Caracciolo- che l’unico risultato ottenuto,dalle ultime due guerre (entrambe decennali) è il rafforzamento dei talebani e la destabilizzazione ulteriore del Pakistan che , non va dimenticato, resta pur sempre una potenza nucleare.

In questo ginepraio,appena accennato, cosa diavolo stiamo a fare noi italiani?

I dintorni del Civis.

luglio 28, 2010

Chi segue questo blog sa che non posso condividere in alcun modo la scelta annunciata da Cervellati. Non voterei per la Lega o per uno qualsiasi dei partiti o fazioni della destra. Una destra che ha ormai fatto venire alla ribalta nel paese non solo una generica ed endemica questione morale. Stando alle circostanziate accuse di molte e diverse procure in Italia emerge una questione criminale. Un intreccio tra poteri affaristici e poteri criminali. Su questo versante si situa la differenza rispetto alla tangentopoli degli anni novanta.

Ma persino, al di là di questo stato di fatto, intollerabile in qualsiasi democrazia degna di questo nome, non voterei a destra perché… sono e rimango di sinistra. Punto.

Ciò premesso, Cervellati sul Civis e dintorni ha ragione da vendere. L’acuto Smargiassi su Repubblica ne traccia uno dei suoi ritratti migliori. Nel senso di azzeccati. A partire dai suoi meriti. Centro storico e salvaguardia della collina bolognese. Uno tra i più bei luoghi d’Italia, quest’ultimo.
C’è poco da rimproverare all’esperienza amministrativa di un uomo come Cervellati. Se non quello (da lui negato) di esser pur sempre un VIP. E di ragionare come tale.

Un plebeo come me si è a volte, in passato, interrogato sulla radicalità della visione di Cervellati. Prendiamo la collina. Mi è sempre rimasto in un angolo della mia testolina “proletaria” l’enorme rendita di posizione assicurata, per l’eternità, ai pochi ,ricchi e fortunati residenti. La conclusione tuttavia è sempre stata che non esisteva e non esiste alternativa.

Oddio, qualche cosina in più, ancor oggi, si potrebbe fare per assicurare almeno un minimo di fruizione della nostra meravigliosa collina ai non VIP. Qualche idea potrebbe venire.

A me , ancor giovane , un tempo, venne quella(strampalata e duramente rampognata) di istituire “parchi dell’amore”. A partire dal Cavaioni, oggi mi dicono in completo abbandono. A trent’anni di distanza, non se ne avverte più il bisogno. Il costume (come suole dirsi si è evoluto) e i giovani possono fruire di luoghi meno ameni ma più sicuri, al riparo da guardoni e zanzare . A partire dalle comode abitazioni dei propri genitori che li ospitano fin oltre i trent’anni.

E, ancor oggi- per parlar di cose più “serie”- ritengo che al sacrificio richiesto a talune categorie per riprendere e proseguire coerentemente, la politica di salvaguardia, valorizzazione e fruizione del centro storico, resta più che mai attuale e necessario tener in primo piano un corrispettivo essenziale, in assenza del quale tutto ritorna appannaggio di un confronto tra VIP.

Si tratta della visione di una città metropolitana reinterpretata a partire dalla progressiva estinzione di un antico concetto di “periferie”.

Sia chiaro la periferia di Bologna non è mai stata paragonabile a quelle delle maggiori città italiane. Tuttavia la delega pressoché totale lasciata in capo ai presidenti di quartiere, forse gli unici che con poche risorse e non molti poteri si sono dedicati al tema, non basta più.

Ma qui parla uno che non ha mai condiviso l’idea sempre dominante(almeno negli ultimi vent’anni) di una città che si riduce, sotto le due torri: all’epicentro baccagliatore, del suo centro storico.

Detto questo, Smargiassi nota che anche uno come Cervellati, s’acconcia a lasciar il posto “all’entropia da comitati di una sola causa”. Beh. Anch’io in fin dei conti , preso atto della “disintegrazione della politica come sintesi di interessi generali” m’acconcio, nel mio piccolo, sostenendo la campagna significativamente denominata: STIAMO CON I TRENI PER TERRA.

Però non c’entra nulla l’entropia da single issue. Dato che solo bloccando nefasti, costosi e inutili progetti si può ripensare al futuro generale di Bologna.

Tale è ormai la condizione necessaria perché nascano idee e progetti nuovi e innovativi all’altezza di ciò che in un tempo ormai lontano fu definito il buon governo. Nessuna nostalgia. Per quanto mi riguarda. In quel tempo solo la consociazione nazionale tra PCI e DC consentì a Bologna , qual trincea della guerra fredda, di contrattare risorse per implementare politiche esemplari in campo urbanistico e sociale. Uno come Vincenzo Galetti per esempio lo sapeva bene quando radunò suoi discorsi in un volumetto dal significativo titolo di : “Bologna non è un’isola rossa”

Adesso indietro, comunque, non si torna.

A maggior ragione ,con risorse calanti, bisognerebbe assumere la responsabilità di buttar a mare tutto un pregresso progettuale imposto e sedimentato alla rinfusa da robusti interessi economici. E’ prevalsa una visione parziale degli interessi in campo. Poche ricadute pubbliche e massimizzazione degli interessi privati. Mentre la politica declinava. A Bologna, a Roma e altrove in giro per il mondo.
Cofferati ben lo sapeva e perciò non ha neppur provato a muover foglia.

Su quell’esempio si può decidere , come tutto al momento lascia presumere, di lasciar le cose come stanno. Con una politica e un sindaco che si limitano a procedere per residua forza inerziale.

Del resto ,assecondare è stata la parola d’ordine , saggia e “riformista”, che ci ha condotto a questa “disintegrazione della politica”. Si può pensare che sarà sempre così. E che , alla fin fine è stato sempre così.
Tanto vale allora usare in modo funzionale il proprio voto. Ultima risorsa. E’ ciò che preannuncia Cervellati.

Mi domando(e mentre lo faccio giuro che faccio fatica) se , eventualmente, non si può cercar di gettare lo sguardo oltre quest’epoca di decadenza. O se, comunque, a prescindere ,o anche solo per ragioni di coerenza, non valga la pena di delineare uno scenario alternativo.

Il mio è semplice. All’apparenza. Si raduna in sole tre linee guida.
Una volta, beninteso, abbandonato a metaforiche ortiche il pacco di ferro cemento e recuperate, almeno in parte, le risorse necessarie.

La prima: manutenzione ordinaria, permanente, efficiente, a ridosso delle esigenze dei cittadini. Il concetto di democrazia partecipata potrebbe avere in questa particolare versione di “governo del fare bene le piccole cose indispensabili” un suo banco di prova.

La seconda: manutenzione straordinaria. In questo campo c’è molto lavoro da fare e anche leciti interessi imprenditoriali da sollecitare. Tralascio molti esempi dove si potrebbe agevolmente dimostrare che un progetto di manutenzione straordinario si collega direttamente allo sviluppo ordinato di una città di medie dimensioni come Bologna, anche considerando la sua più vasta dimensione metropolitana.

La terza infine riguarda la possibilità da parte del sistema pubblico, complessivamente inteso, di fungere da catalizzatore di un nuovo sviluppo non solo economico, ma anche civile e sociale.

Qui si gioca la carta del rapporto positivo (secondo una logica win –win direbbe una mia amica) col resto d’Europa e del mondo.
Opporsi all’outsourcing non con grida manzoniane ma con la costruzione progressiva di “reti lunghe”(informazione, ricerca,tecnologia) di cui debbono necessariamente poter contare, in modo non sporadico, le realtà produttive locali che attualmente fanno ciò che possono ciascuna per conto loro. E , non di rado, scaricando oneri crescenti sul lavoro.
Non tutte queste realtà, naturalmente, hanno le potenzialità per partecipare a un tal disegno. Tuttavia , alla lunga potrebbero comunque usufruire di ricadute territoriali utili anche a loro.

Insomma un salto di scala, o meglio una riqualificazione del sistema produttivo locale mi sembra ancora possibile. In prospettiva. E’ comunque doveroso provarci. Altrimenti resta solo il discorso che ho già da tempo orecchiato. L’apparato produttivo, servizi compresi è quel che è. La festa del modello emiliano è finita da gran tempo. Non ci son più soldi per il welfare pubblico. Passiamo alla famosa e a mio parere, ingannevole, sussidiarietà.
In seguito verrà il tempo della carità. Con la politica alla finestra ad osservare gli effetti sociali di quel sistema di vasi comunicanti nell’economia mondiale che caratterizza l’epoca della globalizzazione.

Sia detto per inciso, questo discorso dei vasi comunicanti,(riproposto anche da Scalfari qualche domenica addietro) se vale a descrivere , “grosso modo” lo stato dei fatti, rischia tuttavia di non cogliere i dinamismi in atto.

Non è vero che il mondo è piatto.
Si ergono alture improvvise, vi sono dighe che interrompono il flusso, salti d’acqua, curve a gomito, strozzature varie, frane, ampi bacini e insomma ogni genere di strozzature. Il mondo continua a restar bello perché vario. (Variabili relative all’ambiente naturale, alla capacità energetica, al fattore geopolitico ,storico , umano , culturale e molte altre ancora).

Nella varietà potrebbe forse risiedere una possibilità. Anche per Bologna.
Del resto mi vien in mente che la parola inglese outsourcing non ha, almeno in origine, un significato univoco. Il significato manageriale negativo che gli viene, a ragion veduta, attribuito può esser rivoltato da parte di una comunità locale coesa in quello di “approvvigionamento esterno”. Apertura e scambio. Possibilmente alla pari.

Ma , insomma son cose per giovani. E semmai candidati. Lascio a loro pensieri più lunghi.

Spergiuri.

luglio 23, 2010

E’ arrivato dall’Aja il parere della Corte internazionale sulla proclamazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo. Non frega niente a nessuno, naturalmente.
Della “guerra umanitaria” contro la Serbia guidata dagli angloamericani e sostenuta dal governo italiano presieduto da D’Alema si è ormai persa memoria.
Tuttavia, per pura ostinazione, voglio ricordare. Per sommi capi.
La guerra fu preparata a tavolino nel castello di Rambouillet.
In quella storica sede, alla Serbia venne chiesto di rinunciare, d’un colpo e del tutto, alla propria sovranità statale.
Si trattata di accettare un’invasione di truppe Nato sul proprio territorio senza limitazione alcuna, spazio aereo compreso. O, in alternativa, subire una campagna di guerra aerea tesa a “riportarvi all’età della pietra”.

E guerra fu. In nome della salvaguardia di quegli stessi diritti umani che non valsero a smuovere in precedenza , né a Sarajevo , né a Srebrenica, il tenero cuore del mondo libero. Peraltro, qualche anno prima, il sensibile cuore dell’occidente democratico non accelerò i suoi battiti neppure di fronte al genocidio in Ruanda.

Fu guerra per i diritti umani, dunque.
Una campagna militare che non si era mai vista nella storia dell’umanità. Guerra disinteressata. Libera da considerazioni strategiche o geopolitiche. Guerra , sol perché, come spiegò il capo del governo italiano: “non provo simpatia per i fautori della pulizia etnica”.

Su questa falsariga fior di intellettuali con due dita di pelo sullo stomaco, analisti paraculi e supponenti interpreti del mondo post-guerra fredda ci spiegarono, con grande dovizia di parole, se non di solidi argomenti, che da quel momento in poi si schiudeva l’epoca dell’interventismo umanitario.

Le guerre non originavano ormai più dagli interessi economici , da mire espansioniste , da volontà di potenza: in una parola dalla politica. Ma solo e unicamente dall’eterna lotta del Bene, contro il Male.

A chi obiettava che in realtà dentro questo cartoccio ideologico c’era solo la volontà di ridimensionare Belgrado e con esso la nuova Russia, sorta pur sempre dalle ceneri dell’ex impero del Male, si rispondeva giurando sulla salvaguardia della integrità territoriale della Serbia: non è vero che vogliamo portarvi via il Kosovo.

Infatti.
Nel 2008 il Kosovo, sotto amministrazione Onu e saldamente presidiato dalla Nato, si proclama stato indipendente. Subito riconosciuto da altre 60 paesi con alla testa gli USA. Vasta corte di spergiuri.
E , oggi, la corte internazionale getta del tutto la maschera affermando che la dichiarazione d’indipendenza deve essere considerata alla luce della “situazione di fatto” che si era creata (con la guerra umanitaria) nell’area.

In fondo si tratta di un atto di chiarezza che ristabilisce una rocciosa verità: il diritto internazionale viene stabilito nei fatti. E con la forza. Sempre.

Tutto il resto è pura chiacchiera. Magari umanitaria. Ma pur sempre chiacchiera.
Alla fine s’impone la forza. La quale può esser impiegata oppure no. A seconda dei casi. E degli interessi in gioco.

Da questa logica, mai smentita nei fatti, origina il regime di doppio standard per tutto ciò che riguarda i diritti umani.
Se sei mio amico ti posso riconoscere una certa dose di diritti umani. Se non lo sei, facile che ti spetti solo una buona dose di botte. Umanitarie, beninteso.

Figli di nessuno.

luglio 13, 2010

In taxi da Villanova di Castenaso fino alle Due Torri. La tangenziale è murata. Come al solito. Più del solito. Rapido scambio di valutazioni con il tassista. Usciamo alle Roveri. Dopodiché è un’avventura. Via Irnerio impraticabile. San Vitale chiusa. Largo e tortuoso giro a passo d’uomo. Uomo lento. Entro da Feltrinelli. Non vorrei più uscire.
La città è già preda del Civis. Creatura bastarda. Figlia di tutti e di nessuno.

Intanto la Commissaria ha spiegato ciò che era arcinoto alla classe politica. Un’ovvietà bella e buona. In vigenza del patto di stabilità non è semplicemente fattibile scavare l’inutile buco in terra che porta dalla fiera alla stazione.
Ma, d’altro canto, giova ripetere , non esistono i presupposti gestionali per un benché minimo, decente, rapporto tra costi e benefici. Solo un povero demente può concepire di gestire in attivo una metropolitana di qualche chilometro.

Nel frattempo torna ad emergere qualche ragione per ritenere che anche il treno, sette metri sopra il suolo, dall’aereoporto alla stazione, torni  in discussione. Qualche stridore già s’avvertiva nelle procedure adottate per l’aggiudicazione del People Mover.

Non fatevi sviare dall’esotica denominazione. Si tratta-a detta dei costruttori- di un  meraviglioso oggetto volante morbidamente avvolto da lussureggianti e verdissimi rampicanti. Un’ardita ibridazione ecologica di ultimissima generazione.

Mah! Al netto dei problemi procedurali, solo per i costi di mantenimento di una tal giungla tropicale, che trova i suoi nutrienti nel  ferro e nel cemento, ci sarebbe di che intentar causa legale per abuso della credulità popolare.

Per il meno avveniristico e anzi ordinario Passante Nord poi, non se ne parla.
Se c’è una procedura che infrange, con inequivoca  chiarezza, le regole di concorrenza stabilite dall’Europa è proprio quella adottata per il lungo nastro d’asfalto in oggetto.
E, infatti, dall’Europa si è ribadito il non luogo a procedere.

Cose già dette e ridette su questo blog. Tuttavia stamane, nei 50 minuti del mio percorso a ostacoli, mi veniva fatto di pensare che siamo sulla nave dei folli. Alla deriva. In balìa di scelte pregresse. Alte onde di risacca ributtano indietro qualsiasi seria argomentazione. Nessuno ha la forza ,nel ceto politico locale, di dare un colpo di barra .
Probabile però che  l’ineffabile inerzia della “classe dirigente” affondi le sue motivazioni nella Ragion Politica.

Non si può , ragionevolmente, pensare che siano tutti imbecilli. Forse s’attende semplicemente che il tempo e le crescenti ristrettezze finanziarie s’incarichino di fare il lavoro sporco, spazzando via gran parte del progettato ciarpame infrastrutturale che residua da un’ormai lunga stagione di non governo.

Alla fine, ben che vada , ci resterà comunque sul groppone quel mezzo di trasporto graziosamente e artatamente denominato Civis, per il cui solo mantenimento in efficienza i bolognesi dovranno sudare sette camicie. Se non altro perché gli avanguardistici vettori, concepiti nel secolo scorso, non sono più in produzione. Non a caso. Immagino. Gli ultimi li acquistiamo noi.
Volenterosi.

Ma cosa volete, come dice un entusiasta sostenitore, del tram su gomma :”In fondo si tratta di una scelta che è stata ponderata da due schieramenti , non c’è ragione di pensare che non funzioni”.
Ah sì? Ma allora anche la metropolitana, che il suddetto sostenitore ritiene giustamente  “un progetto sbagliato” è stata oggetto, seppur con modifiche di tracciato, della “ponderazione” dei due schieramenti.

Temo che la garanzia in ordine alla bontà di un progetto non risieda ormai più e da tempo nella “ponderazione” comune di un ceto politico privo di idee autonome e di leadership adeguata.

Nell’inerzia della politica i progetti ormai in campo rischiano d’imporsi di per sè soli , appena sospinti dai corposi interessi economici che li ispirano.
E, i bolognesi rischiano di pagare  il conto , salato, di questa colpevole inerzia.

Ma non è ancor detta l’ultima parola.

Quando i “corposi interessi economici” dovessero divinare  che i soldi pubblici scarseggiano oltre misura. Beh… At salut, project financing.

Intanto attendiamo, i risultati del seminario a “porte chiuse” convocato -come c’informa il Corriere- dal segretario cittadino del PD.
Si sa mai.
Ha cominciato a parlare il “tecnico” Cancellieri, anche   per metter le mani avanti rispetto agli impegni del governo che resta pur sempre il suo datore di lavoro. La politica potrebbe approfittarne…. e seguire.

Per parafrasare Moretti, potrebbe dire qualcosa : la politica. Magari non di sinistra. Non ce lo aspettiamo.

Anzi dite pure qualsiasi cosa.

Sul futuro di Bologna.

Ma ditela.

Guanti bianchi

luglio 7, 2010

E così il capogruppo dei senatori del Pd non era neppur informato/a dell’iniziativa dei suoi nella commissione affari costituzionali. Può succedere. E già avvenuto altre volte.
Dunque per capire il significato dello svarione corrispondente all’emendamento, repentinamente ritirato, bisogna rifarsi alle motivazione del suo estensore.
Si tratta del professor Stefano Ceccanti. Persona per bene sulla quale non può esser gettata alcun ombra in relazione alla volontà di un possibile inciucio.

Eppure, ribadisco, quell’emendamento prestava il fianco ad ogni sorta di sospetti. Compreso il peggiore. Vuoi (sottinteso perché ne hai bisogno) l’immunità penale totale per il Presidente della Repubblica? Bene. Allora stai dentro la logica del lodo Alfano, per di più costituzionalizzato. Una mano lava l’altra. Solo che Napolitano le mani le ha pulite! E il PD non può non saperlo. Dunque perché tutto questo casino?

Prova a spiegarlo, a sua discolpa, Ceccanti oggi, su “Il Fatto Quotidiano”.
Chiedendo venia per la rozza sintesi, riassumo con parole mie.

Secondo Ceccanti , un’opposizione parlamentare deve sempre e in ogni caso assumere un profilo riformistico nei confronti di qualsiasi provvedimento di legge presentato dalla maggioranza di governo. Per cui nessuna battaglia di bandiera (o di principio) , né bastano emendamenti solo soppressivi, ma impegno allo stremo per migliorare perseguendo la logica del “male minore” che il professore traduce anche come “bene possibile”. Spinoza? Si potrebbe discutere dato che :”un bene che c’impedisce di fruire di un bene maggiore è ,in verità, un male”. Ma lasciamo stare perchè non son sicuro di uscir vivo dal labirinto logico che il filosofo propone.

Restiamo a Ceccanti ,che è meglio. Un tal “possibile bene”, secondo l’estensore dell’emendamento (vedi post precedente) consisteva nel sottrarre Napolitano da qualsiasi complotto ordito ai suoi danni nel momento in cui il progetto di legge governativo prevede che la sola maggioranza attuale possa mettere in stato d’accusa il Presidente oltre i casi previsti dall’art 90 della Costituzione “anche in relazione a fatti antecedenti alla assunzione della carica”.

Fin qui ci siamo? Bene.

Ora, mi domando e vi domando, quei “fatti antecedenti” nella logica del lodo Alfano a chi eventualmente e più verosimilmente possono riferirsi? Al presidente in carica ovvero a colui che la destra auspica veder salire al più alto colle dopo il settennato di Napolitano? Naturalmente la destra spera e crede di aver ancora, a tempo debito, i voti necessari per eleggere il Presidente. E, in tal caso, avrebbe anche i voti per salvarlo.

Dunque non bastava emendare su questo punto il lodo proponendo una maggioranza qualificata?

A tal proposito Ceccanti dice , in sostanza, che il suo emendamento ,costituiva un modo per tagliar la testa al toro e che, comunque, è già nelle cose. A conferma aggiunge che l’emendamento in questione trae le sue motivazioni da “elaborazioni dottrinali serie, da riferimenti comparatistici motivati, nonché da prassi giudiziarie note e riconosciute”.
E qui già faccio una certa fatica a seguire. Mi sembra di cogliere un’incongruenza.

Se la sostanza emendatizia è già nelle cose, giuridicamente acclarate e confermate, cade la ragione stessa dell’emendamento. Se invece è necessario tagliar la testa al toro, allora forse non tutto è così giuridicamente affidabile e chiaro fino ad ora. O no?

Non ho competenze specifiche per addentrarmi oltre in questa fitta giungla. Ma d’altro canto anche Ceccanti alla fine rinuncia a farsi largo con l’affilato rasoio emendatizio in punta di diritto perché :”in questo contesto mediatico poteva sembrare che assumessimo questa come ipotesi principale.” Ma va là!

Non è fantastico il riferimento al contesto mediatico? Ma dove diavolo esattamente vivete? Sulla luna forse. E’ da un paio di centinaio d’anni (ma anche da prima)che la politica s’avvale del contesto mediatico e ne è condizionata. Almeno da Napoleone Bonaparte . E dopo la carta stampata c’è stata l’invenzione della radio e pure della televisione. E che dire di Internet.

Dunque non v’è apparsa scontata la logica del sospetto che inevitabilmente introducevate col vostro emendamento?
Sembra a tutti gli effetti di no.

La ragione è abbastanza semplice e persino più grave di qualsiasi intenzione pattizia o pseudo tale (alla quale comunque s’accede sempre e solo, almeno, a parità di rapporti di forza). Essa riguarda l’eutanasia della politica “democratica” che ha ormai condotto il PD , e prima ancora i DS, nella sterile zona grigia delle tecnicalità e delle “competenze” per di più inserite in un’ idiota versione del politically correct che non ha nulla , ma proprio nulla, a che vedere con lo scontro che la politica sempre presuppone.

Scontro tra opposte visioni del mondo e progetti di società, ancor prima che tra diversi programmi di governo.

In quest’ambito , adeguatamente rinforzato da interessi corposi, il lodo Alfano rappresenta, assieme alla legge bavaglio, il massimo della sfida.
E’ un attacco frontale. Spietato. S’inspira, senza mezze misure, alla legge del più forte. Valida in politica come in guerra. Si batte il ferro fin che è caldo. Sempre. Sotto ogni cielo storico.
Berlusconi lo sa. Da animale politico fiuta ferinamente il timore dell’avversario. Specie quand’esso offre, anche solo l’impressione, d’acconciarsi a divenire preda.

Per inciso e per memoria più generale. In questi tempi di crisi e di appello ad un impegno corale per l’interesse generale del paese : proponete a Berlusconi una logica win-win e lui vi riderà in faccia. O si disporrà a raggirarvi, sempre col sorriso sulle labbra. Do you remember la bicamerale?

E voi , cari democratici, vi mettete a disquisire in punta di diritto quasi vi disponeste a giocare un’amichevole partita a carte con un galantuomo . Il quale , come dimostra l’esperienza, è certamente ben disposto ad accogliere la vostra superiore competenza giuridica. O a farsi comunque impaniare in sofisticate manovre politiche supportate da complessi tecnicismi giuridici.

Ma certo.

E per di più vi avvolgete nella tiepida coperta di dotte discussioni accademiche dentro la commissione affari costituzionali mentre fuori, finalmente, cominciano ad addensarsi nubi minacciose, foriere di tempesta, sul futuro dell’uomo della provvidenza.

Suvvia. In politica è previsto anche il tempo di riporre il rasoio per impugnare il machete.O almeno, se non piace l’immagine cruenta, toglietevi i guanti bianchi. Provateci . Nel qual caso guadagnerete , non certo un iscritto e men che meno un militante (parola che non vi piace) ma almeno un voto. Forse.
Non interessa? Peccato.

Lodo Napolitano?

luglio 6, 2010

Secondo me i ragazzi del PD non ci stanno. Con la testa, intendo.
Si sono, infatti, convinti della necessità di presentare emendamenti al lodo Alfano dando per scontato l’esito di una battaglia ancora tutta da combattere.
Se , infatti il progetto del governo è quello di procedere ad una modifica costituzionale è evidente, che non ottenendo la maggioranza dei due terzi, si potrà procedere a referendum popolare. Il brodo in questo modo si allunga. Oltre le esigenze spazio-temporali di Berlusconi.
E , francamente, non si vede altro modo per bloccare l’ulteriore porcata se non quello di chiedere aiuto agli elettori dato che in parlamento non ci sono i voti.

Sfiducia negli italiani? Sondaggi che corroborano tale sfiducia? Forse. O forse , una volta ancora si ha paura d’aver coraggio, investendo sulla possibilità che gli elettori respingano l’impunità richiesta dall’attuale capo del governo.

Ma non basta. Da quella via, il PD ha presentato un emendamento su misura per il Presidente della Repubblica: “Al di fuori dei casi previsti dall’Art 90 della Costituzione (alto tradimento e attentato alla stessa Costituzione), il Presidente della Repubblica, durante il suo mandato, non può esser perseguito per violazioni alla legge penale”.
E con ciò s’accetta di fatto, di fronte all’opinione pubblica, la logica del lodo Alfano. E, anzi si propone, obiettivamente, uno scambio.
Non vedo in quale altro modo potrebbe esser intesa questa intelligentissima manovra politica. Inoltre si getta, inevitabilmente un sospetto, o quantomeno si proietta un’ombra sulla figura di un uomo come Napolitano. C’è da credere che la destra c’inzupperà il suo pane quotidiano.

Sulla sfiducia. Se non si è convinti di spuntarla in un eventuale referendum, a maggior ragione si dovrebbe tenere in un angolo della testolina la possibilità che un bel giorno(si fa per dire) sia proprio Berlusconi a beneficiare dell’emendamento oggi proposto dal PD. Becchi e bastonati.
O no?

Nel merito. Ma davvero si considera giusto che, sia pur durante l’esercizio del proprio mandato, un Presidente della Repubblica non possa esser sottoposto all’azione penale per reati commessi in precedenza?
Ma scusate, se ci sono stati reati è ovvio che si è clamorosamente sbagliata la scelta e che bisogna correre e di corsa ai ripari.
O no?

Mah. Un ex magistrato d’assalto (meditate gente, meditate) oggi parlamentare del PD spiega che l’emendamento in questione è parte di una più complessa strategia di riduzione del danno. Va mo’ là!
Dice che hanno presentato anche emendamenti che coprono il Presidente da eventuali attacchi di magistrati politicizzati tramite una votazione a maggioranza dei due terzi.
Bravo. Bastava questa semplice e comprensibile idea. Uno sbarramento di garanzia più che sufficiente.

Solo che, caro ex magistrato, non avete i voti parlamentari per farlo passare. Un tal emendamento. E, presentandone anche un altro, come quello sopra descritto, vi esponete , inesorabilmente, ad una logica di ricatto e scambio politico.
O no?

PS. Naturalmente tutto ciò al netto degli arcana imperii della politica. Un allarme dovuto a un possibile complotto e consimili timori? Quandanche, resterebbe pur sempre il problema della comunicazione in un epoca in cui voi stessi, cari democratici, non fate altro che parlare e straparlare di trasparenza, partecipazione diretta, primarie a gogò e così via ..riformando la politica. A parole.