Archive for agosto 2010

La libertà dei servi.

agosto 30, 2010

“La libertà dei servi” è l’ultima fatica di Maurizio Viroli. Un repubblicano schietto e rigoroso con il quale non sempre ho concordato.

Questa volta la sua lettura è stata , almeno per me, un buon esercizio di riflessione critica e ulteriore approfondimento sull’avvento di Berlusconi e sul lungo spiazzamento dell’opposizione di sinistra e di centro-sinistra.

Uno spiazzamento evidente ancora  ai giorni nostri, quando Berlusconi ha già da tempo imboccato il  viale del tramonto.

Per Viroli Berlusconi incarna un “potere enorme” e come tale incompatibile con l’esercizio pieno di una vera libertà dei cittadini. Questo enorme potere infatti gli offre la possibilità di farsi leggi su misura e di sfuggire in un modo o in un altro a quelle esistenti. E, in questo contesto accade che : “ la mancanza di libertà non è soltanto la conseguenza di azioni che subiamo contro la nostra volontà, ma può esser anche una semplice condizione. In estrema sintesi: se siamo sottoposti al potere arbitrario o enorme di un uomo possiamo essere liberi di fare più o meno quel che vogliamo, ma siamo servi”.

A conferma cita Hobbes il quale afferma che quanto minore è l’ambito delle azioni regolate dalle leggi, tanto maggiore è la libertà dei sudditi.

Ma, appunto. Dei sudditi. Non dei cittadini.

“La libertà dei cittadini invece non è una libertà dalle leggi, ma una libertà grazie a o in virtù delle leggi.”

Insomma ,la condizione necessaria per la libertà dei cittadini risiede nel fatto che le leggi siano più forti degli uomini.
Se viceversa “in uno Stato c’è un uomo che è più forte delle leggi non esiste libertà dei cittadini”.

Quest’assenza di libertà  non significa che è abolita la democrazia.

Solo che, a parer mio- e immagino anche di Viroli- si può vivere in democrazia senza esser cittadini liberi. Ciò avviene quando il senso comune (ciò che Viroli definisce come “costume”) viene manipolato e alla fine letteralmente plasmato dai mezzi relativi alla costituzione e alla vigenza di un “potere enorme”, per quanto legittimo.

La seconda parte è , anch’essa assai interessante.

Analizza e descrive la formazione della Corte intorno al capo grazie al semplice fatto che quest’ultimo possiede molto denaro che si traduce in “vero e proprio potere politico”. S’instaura così un sistema di “servitù volontaria” da parte di schiere di cortigiani.

Un sistema a cerchi concentrici che s’allarga a macchia d’olio fino al limite (Viroli cita Etienne de La Boétie) che : “ a causa dei vantaggi e dei favori strappati ai tiranni, si arriva a un punto ove quelli che traggono vantaggio dalla tirannide sono quasi numerosi come quelli che aspirano alla libertà”.

Non proseguo oltre.

Per conto mio, l’opposizione in Italia dovrebbe mettersi in testa di forzare la porta stretta di quel “quasi”.

Per farlo però deve cambiare atteggiamento di fronte al “potere enorme”. Non rimanerne affascinata o quantomeno abbacinata. Com’è troppo spesso avvenuto.

Non tentare mai , per nessuna ragione di “mediare” quel potere, poiché si tratta di spegnerlo.

Qualsiasi strategia di riduzione del danno reca ulteriore credibilità al potere che ci s’illude di limitare o imbrigliare.

La natura stessa di quel “potere enorme” e la sua dinamica interna richiedono una contrapposizione radicale tale da far prevalere nel “costume”: il principio democratico repubblicano.

In conclusione va affermata , da parte delle opposizioni, un’intransigenza morale, la quale (se ho ben inteso) secondo Viroli fa parte integrante del nostro dovere di cittadini.

Esattamente quel dovere civile che ci consente di esercitare i nostri diritti di cittadini liberi emancipandoci dalla condizione di sudditi o servi.

Molti non saranno d’accordo. Io sì.

Il mio orto.

agosto 26, 2010

Dice , il Corriere di Bologna, che io agito il PD. Mi sembra difficile. Di gran lunga superiore alle mie forze.

Ci pensa già Bersani a scuotere i democratici dal loro torpore. Dopo l’ipotesi del governo Tremonti, il segretario lancia la campagna d’autunno : “porta a porta”. Senza dubbio destinata a provocare un terremoto. L’uomo di Arcore è assai preoccupato. Starà giusto strappando Bertolaso dai meritati ozi estivi per mobilitare la protezione civile.
Se mi posso permettere un consiglio,fossi in voi, cari democratici non perderei tempo a preparare la campagna d’autunno per schivare la campagna elettorale di primavera. Quest’ultima, anzi la pretenderei per contenderne l’esito a Berlusconi.

Mi scuso per la divagazione. E torniamo a noi. Anzi a voi.

Dice il Corriere che chi mi conosce, tra i democratici, accredita la possibilità di una mia scesa in campo. Come candidato o come padre nobile.

Dice anche che tutto ciò si può evincere dal mio “attivismo”. Il quale si riduce poi a tener aperto questo blog.

Dice ancora, il Corriere che vi sono almeno due ipotesi: partecipare alle primarie della coalizione del PD magari come candidato della sinistra (SEL) , ovvero capeggiare o ispirare una lista civica di sinistra.
Il tutto è corredato da una bella foto (grazie) a sua volta illustrata dalla definizione di “veterano” quasi che gli anziani giovanotti che si contendono la gara fossero nella loro più verde età. Per cui ringrazio di meno. Mi vien da dire: veterana sarà tua…

Insomma un gran bel “servizio”.

C’è gente , di mia conoscenza, disposta a pagare per questo. Scommetto che ne conoscete anche voi.
E poi anche remunerativo sotto il profilo meramente egoico. Sì perché, sol pel fatto di esistere, riesco ad agitare un intero partito. Troppa grazia.

Comunque oramai ci ho fatto il callo.

Non è la prima volta che qualcuno immagina che io possa candidarmi a fare il sindaco.

Confesso che ho avuto l’ardire di pensarlo io stesso, per almeno un buon paio di volte, in passato.

Si sa com’è finita.

Basterebbe questo annoso  antefatto a destituire di fondamento i cosiddetti rumors che vengono accreditati dal Corriere.

E, invece, no.

C’è ancora chi mi pensa acquattato (nell’ombra del blog?) pronto a saltar fuori all’ultimo momento utile. E perciò la gola profonda che ha ispirato il Corriere cerca di ottenere (per conto terzi, nella fattispecie qualche ben identificato dirigente del PD) una ulteriore pubblica smentita.

Tanto per andar sul sicuro. Non si sa mai coi tipacci come me.

Eh sì questi son ragazzi che han paura anche della propria ombra.

Figuriamoci dell’uomo nero.

Arrivo persino a sospettare che la gola profonda sia stato presente a una delle varie occasioni d’incontro conviviale di solito propiziate dall’appennino agostano.
Nel qual caso consiglierei di avvalersi per il futuro di un’ intelligence più intelligente.

Al netto dei sospetti, (certamente infondati) va comunque bene ragazzi!

Tranquilli.

Eccomi qui a, prontamente, smentire. Tutto. Va bene così?

Magari la prossima volta potete anche chiedere lumi direttamente.
Vi ho forse mai mentito? Anche quando si trattava di farvi rilevare con parole, poche e franche, i vostri limiti?

Ma se proprio vi ostinate a non fidarvi di me , vi suggerisco di pensare politicamente.

Nel qual caso capirete (spero presto)  che l’alleanza, che ho citato altrove per pura comodità, come asse Roma-Modena-Ravenna, ha già preso atto dell’irresistibile ascesa del candidato del popolo. Immagino pensino che ciò non impedirà loro di continuare a tener “bassa” Bologna nel contesto regionale e nazionale. Esattamente com’è avvenuto dal 1999 ad oggi.

Ah. Dimenticavo. La smentita vale per quel “tutto” che vi sta più a cuore: nessuna volontà/velleità da parte mia di candidarmi ad alcunché.

Quanto a far politica nei modi che ritengo e riterrò più opportuni anche in futuro, ebbene questi son cavoli esclusivamente miei. Del mio orto. Tutelato dalla Costituzione.

Spero vi sia chiaro il concetto.

Dunque a presto.

Cossiga.

agosto 18, 2010

Vado sul filo della memoria. Tutto sommato ancor buona. Mattino, ore 6,30 squilla il telefono fisso nel mio “garage” (definizione di Sergio Sabattini del mio quartierino al piano terra) di Trastevere. E’ la batteria del Viminale, una delle poche istituzioni efficienti in Italia. Se ti cercano , prima o poi ti trovano. Il carabiniere in servizio m’informa che all’altro capo del filo c’è Cossiga e come da consueta prassi mi chiede se voglio rispondere alla chiamata.

Per farla corta Cossiga aveva già letto i giornali e notato una mia intervista in seconda pagina del Corrierone nella quale , timidamente criticavo da sinistra (ca va sans dire) l’operazione, all’epoca , ormai comunemente denominata come la Cosa 2, propedeutica alla Cosa 3 che poi vide la luce nel nuovo secolo come PD. Parlò solo Lui. Qualcosa come: “vedo con piacere che nel PDS ci sono ancora dei comunisti”. E vabbé in qualcosa dovevo aver sbagliato.

Poi commissione stragi. Audizione di Cossiga.

Arriva equipaggiato di tutto punto. Stecca di cioccolato e thermos di caffè. “Preferisco non farmi offrire un caffè in questa sede”.
Per i più giovani l’allusione di storia patria è a Gaspare Pisciotta e Michele Sindona che passarono a miglior vita dopo un buon caffè corretto alla stricnina.

Quando arriva il mio turno cerco di sfrucugliarlo con un’apertura alla sua vanità. Faccio positivo riferimento al suo intervento a Dublino subito dopo la caduta del muro di Berlino, quando, unico tra i democristiani, capì che quell’evento riguardava in Italia un intero sistema politico e non un solo partito.
Mi corregge subito: “Edimburgo onorevole , non Dublino”. In effetti non sono mai stato forte in geografia. E prosegue chiarendo che comunque mi scusava sulla base delle informazioni riservate che lui aveva avuto in ordine al mio intervento svolto nella segreteria nazionale ai tempi di Occhetto quando si doveva decidere l’impeachment contro di lui.
“So che lei non era d’accordo”. Bugia. O forse solo equivoco.
Io, pur essendo d’accordo con la messa in stato d’accusa del presidente per via dell’affaire Gladio, accennavo in quella sede al pericolo di un effetto boomerang, qualora una tale mossa fosse caduta nel vuoto. Come poi in effetti accadde.

Episodi di poco rilievo che , tuttavia, servono a metter in risalto il particolare rapporto che Cossiga ha sempre cercato d’intrattenere con la versione italiana del “mondo comunista”.

Si pensi ad esempio alle frequenti chiamate in causa di un uomo come Ugo Pecchioli.
Il Presidente cerca di dar l’impressione che Pecchioli fosse in tutto e per tutto subalterno (consapevole oppure no) delle scelte del Viminale nella lotta contro il terrorismo.
Chi ha conosciuto Pecchioli sa che ciò non può esser preso, neppure alla lontana, in qualche sia pur minima considerazione. Pecchioli, come noi tutti , sapeva semplicemente che il fenomeno delle BR era del tutto funzionale a sbarrare per sempre il passo al PCI sulla via del governo. E per questo lo combatteva. Senza riserve e mezze misure.

Pecchioli si sarebbe fatto uccidere piuttosto che riconoscere alle BR lo status di combattenti come invece , in una logica di scambio omertoso, fece più tardi Cossiga.

Ecco su questo crinale si situa il peggior Cossiga. Quello che :” la cosa più semplice è quella vera. E la cosa più semplice è che le BR hanno ucciso Moro”. Mente sapendo di mentire. E gli ex combattenti brigatisti gliene ne sono grati.

Nessuno , né i brigatisti , né Cossiga ha interesse a passar per fesso. Gente che , con ruoli diversi in sanguinosa commedia è stata dentro un big game che li trascendeva di gran lunga.

Strage di Bologna? Beh un palestinese in transito ha dimenticato un ordigno già innescato nella sala d’aspetto. Un puro incidente. Strage di Ustica: sono stati i francesi. E via di questo passo.

Ecco qui è il peggior Cossiga.
Colui che cerca peraltro di lasciar intendere di saper molto, se non tutto, dei misteri d’Italia, e che forse (il sospetto l’ho sempre avuto ed è lecito) ne sapeva abbastanza poco.

C’è anche il miglior Cossiga. Quello che dice la verità, nuda e cruda. Come ad esempio nel libro scritto con Andrea Cangini.
Solo qualche pillola.
“Tendiamo troppo spesso a dimenticare che la democrazia è sorta nel quadro delle nazioni, e faremmo pertanto bene a interrogarci su quale forma di democrazia possa in effetti sopravvivere alla crisi delle nazioni e all’eclissi degli Stati”.

E , più avanti , Cossiga pone l’accento su ciò che considera il paradosso dello stato moderno il quale nasce come monopolio legittimo della violenza ma, dopo la grande strage della prima guerra mondiale, si diffonde l’idea che “l’effettivo esercizio di quella violenza” sia incompatibile con la ragion d’essere dello stato. Da qui la necessità , per muover guerra, di demonizzare l’avversario fino a considerarlo “la personificazione del male assoluto” e dunque pianificarne l’annientamento.

E comunque la “parola chiave oggi è pace. Vietato fare guerre, si fanno solo operazioni di pace. L’ha scritto anche l’ONU, no? Passi per il peace keeping, ma quando si dà il via a operazioni di peace enforcing di cos’altro si tratta se non di operazioni militari di guerra?”

Chiaro che Cossiga rompe il pudore ipocrita che impedisce di rivendicare le guerre d’aggressione e di conquista moderne come in Irak o in Afghanistan.
Chiaro che siamo stati su posizioni diverse e opposte rispetto a quelle guerre.
Va tuttavia riconosciuta la chiarezza e la lealtà (nei confronti dei cittadini) di Cossiga in questo campo.
“L’imperativo morale è che la guerra, la guerra cattiva, sia sempre l’avversario a farla. Noi, che siamo buoni facciamo solo la pace”.

Già, proprio così : i soliti soldati di pace che appaiono sconcertati, delusi e sorpresi quando in guerra gli altri, i cattivi, s’industriano ad ammazzarli, come possono.

In conclusione della controversa figura di Cossiga si capisce poco o nulla se ci si limita agli stereotipi , da lui costantemente e alacremente alimentati. Quando faceva il matto lo faceva per non pagar dazio e anche perché, semplicemente gli piaceva farlo.

Resta , a mio parere, che l’intera sua esistenza politica ed umana viene fortemente influenzata e sconvolta dalla sanguinosa beffa.
Aspettava Moro vivo e glielo restituirono morto.

Adesso anche su questo pezzo di storia patria cala il sipario.

Ombre Africane.

agosto 14, 2010

All’Aja , Naomi Champbell nega di aver ricevuto nottetempo un “regalino” in diamanti da parte di quel gran bastardo di Charles Taylor sotto processo per crimini contro l’umanità. Poche pietruzze sporche dice la suddetta. Senza avvedersi della gaffe. Quei diamanti, provenienti dalla Sierra Leone in cambio di armi, erano certamente sporchi, infatti. Incrostati dal sangue di una guerra civile che ha fatto duecentomila morti e decine di migliaia di mutilati. Braccia e gambe tagliati via col machete. L’esercito dei soldati bambino messo su dai ribelli in Sierra Leone con l’aiuto dell’uomo degli americani: Taylor , appunto.

Di tutto questo ha parlato un’Inchiesta di Silvestro Montanaro andata in onda su RAI 3 l’altra sera.

La segnalo non tanto per la vicenda in sé: il processo internazionale contro Taylor. Altre volte ho chiarito un mio non particolare apprezzamento per i tribunali speciali di solito messi in piedi a cose fatte da chi non ha voluto impedire i fatti al solo scopo di salvarsi la coscienza e nascondere le proprie dirette o indirette responsabilità.

Ma a volte un ripassino, va fatto.

La Liberia , com’è noto, più che un paese è un appalto permanente degli USA. Confina con la Sierra leone. Tra i due paesi si compone una delle aree diamantifere più produttive del mondo.

Storia recente. C’era una volta un presidente, andato al potere con un colpo di stato e sostenuto dalla popolazione liberiana. Si chiamava Samuel Doe. Aveva manie indipendentiste e faceva discorsi strani sulle risorse della Liberia. Un po’ come Thomas Sankara in Burkina Faso (l’ex Alto Volta) o come ancor prima, molto prima, Patrice Lumumba in Congo. Fatti fuori tutt’e tre. Due di loro non senza aver subito efferate torture in pubblico.
In tutti e tre i casi non è provata la presenza in loco di agenti della CIA. Non è provata. Solo fortemente sospettata.

Certo è provato che il gran bastardo Taylor , a suo tempo sostenuto con fervore religioso (of course) anche dal reverendo Jesse Jackson, era detenuto in un carcere federale di Boston e difeso dall’avvocato generale dello Stato sotto presidenza Carter, quando improvvisamente prese il volo e arrivò a Monrovia, carico di dollari americani, per organizzare la sua rivoluzione. Dicono sia molto difficile fuggire da un carcere federale negli USA. Beh, lui ce la fece.

Più tardi indisse “libere elezioni”. Correva l’anno 1997 e verso le undici di sera del primo giorno di votazioni il capo degli osservatori internazionali , l’ex presidente USA Jimmy Carter, annunciò (molto anzitempo) al mondo intero, che Taylor stava vincendo le elezioni con il 73, 3% dei voti. Lo riporta un’autorevole testimone intervistato da Montanaro.

Già, il buon vecchio Carter col suo aperto , irresistibile, sorriso.
Era sul mio stesso aereo diretto ad Addis Abeba , nella primavera del 2005, all’epoca delle penultime elezioni politiche. Passò a salutare con molta cordialità, ad uno ad uno, tutti i membri del team dell’UE che si recavano in Etiopia in qualità di osservatori internazionali nell’ambito della missione ONU.

E guarda il caso, anche allora, concluse le operazioni di voto – mentre era appena iniziata la riunione per valutare la conclusione della tornata elettorale ed emettere un giudizio in ordine alla sua regolarità- Carter batteva sul tempo gli europei rendendo noto al mondo che tutto era andato benissimo.

A ruota un comunicato del premier Meles Zenawi che decretava lo stato d’assedio in tutto il paese per un mese, in attesa della proclamazione ufficiale dei risultati. Poi 193 morti. Studenti per lo più. Uccisi dai berretti rossi dei corpi speciali per le strade di Addis.

Eh sì, l’Etiopia filoamericana è un paese in cui si vota liberamente.
Si è votato anche nel maggio scorso e il Consiglio elettorale nazionale ha spiegato che la tornata elettorale è stata : “pacifica, chiara, libera e democratica”, mentre i risultati provvisori davano al Partito al potere e ai suoi alleati 545 seggi su 547.

Non ho notizia dei risultati definitivi. Non li ho trovati pubblicati da nessuna parte.

Tutto ciò per ricordare che l’Africa resta un continente pieno di ombre. Molte risorse, molto sangue, disse una volta un rappresentante della Repubblica Democratica del Congo.

E del sangue fatto scorrere a fiumi da Charles Taylor, l’ammiratore evidentemente contraccambiato di Naomi, sono responsabili i burattinai che operano tutt’ora tra la Liberia e la Sierra Leone. Le compagnie diamantifere che dopo la caduta del presidente liberiano secondo molte e diverse testimonianze raccolte da Montanaro , piazzarono persino un loro esponente al vertice della missione di pace dell’ONU.
Lo poterono fare , naturalmente, grazie ad un forte sostegno politico. Anche la politica come Naomi non è insensibile al fascino dei diamanti. E’ noto: un diamante è per sempre.

E così, prima porti al potere un assassino, che ti apre le porte . E , a quanto pare, ti consegna anche l’intera mappa mineraria della zona. Dopo te ne sbarazzi ricorrendo a un tribunale speciale.
Meglio, più pulito e meno rischioso che dover invadere Panama per liberarsi di Noriega.

Fattore Guazza.

agosto 6, 2010

La faccenda s’ingarbuglia ulteriormente. Dopo l’intervista di Guazzaloca che segue a ruota e, non per caso, la  ricapitolazione dell’impasse che Donini ha offerto in pubblico al segretario Bersani.

Proviamo a capire. Guazzaloca ,novello Platone, propone un “governo dei migliori”. Per definizione tale forma aristocratica di governo non prevede quella partecipazione “primaria” per la quale si è specializzato ormai il Cev.
E già qui c’è un primo ostacolo anche dopo il sondaggio pubblicato dall’Espresso. A parte ciò, (per il momento) sembra che il PD si apra alla possibilità di larghe intese. Qualcosa che riecheggia , almeno  nell’approccio, ciò che si propone a Roma. Come dicono qualificati esponenti del PD , “l’intervista di Guazzaloca è un buon segno, un allargamento del perimetro politico” che s’allarga a forze civiche.

Qualcuno ,gettando il cuore oltre l’ostacolo, apre anche ai finiani.
Ipotesi questa che contrasta con una possibile candidatura a sindaco proveniente dall’area di Fini a Bologna , la quale non va liquidata frettolosamente se inserita in un disegno di più ampio respiro nazionale.
A Fini potrebbe tornar utile , in prospettiva, raccogliere e poi consolidare un gruzzolo di voti a Bologna con la potabile candidatura di Sofia Ventura.
Specie se il terzo polo, o “l’area di responsabilità”, come l’appella democristianamente, Casini è destinata a rimanere (com’è probabile) allo stato larvale. Salvo scomporsi rapidamente negli scenari futuri.

Ma restiamo a Guazzaloca. E’ bastata la sua incursione per mettere in confusione il PD. Ancora una volta , dopo l’incidente, grave, dell’abbandono di Lorenzo Sassoli.

E questo la dice lunga sulla chiarezza d’idee che alberga nel partito nuovo in salsa bolognese.
Per conto mio , dirò subito, che il terreno, abilmente, proposto dall’ex sindaco non è facilmente praticabile per il PD se non scontando una ,forse rilevante, perdita elettorale anche in caso di successo del “perimetro allargato” di cui si parla.

Per spiegare perché , tuttavia , può esser utile richiamare ,in breve, il rapporto complesso e schizofrenico che , da un certo punto in poi, ha caratterizzato il rapporto tra Guazzaloca e la sinistra bolognese.
Quando vinse le elezioni, emersero subito  diverse tendenze all’interno dei DS, circa l’atteggiamento da tenere nei confronti dell’inedita situazione. 

Personalmente ritenevo assolutamente esiziale reagire con la bava alla bocca evidenziando il colpo subito. Invitai subito il sindaco , tra i mugugni di una base depressa e inferocita, alla festa provinciale de L’unità. Tra l’altro se non lo avessi fatto pubblicamente e tempestivamente si sarebbe invitato da solo, potendo comunque contare sul gruppo di amici del tresette coi quali ,infatti, si trattenne a lungo fino a notte fonda.

Più tardi lo invitai anche (era il sindaco eletto) a presenziare ad un congresso. Anche qui, sgomento generalizzato. Osai appellarlo per nome. Con normale cordialità e semplice buona educazione

Per non farla troppo lunga. C’era chi come me, riteneva di mantenere un profilo di rigore politico e di correttezza istituzionale: non siamo d’accordo con le tue proposte (ad esempio il metrò), ma sei il sindaco col quale si parla e al caso si dialoga anche. Perfino si concorda quando necessario. Avvenne, per esempio, nella difficile gestione del NO OCSE a Bologna. Mi pare nel 2000. Lui , verosimilmente antipatizzava con i contenuti di quella manifestazione, io simpatizzavo piuttosto apertamente, nonostante una malcelata riprovazione nazionale della mia parte. Comunque non successe nulla di rilevante sotto il profilo dell’ordine pubblico.

Era molto chiaro l’atteggiamento da assumere. Nessun sconto da parte dell’opposizione e nessun livore subalterno. Rispondere colpo su colpo, senza degenerare in una contrapposizione preconcetta sui programmi. Linea difficile. Ma produttiva.

Difficile perché stretta tra  altre due tendenze. Entrambe presenti nel gruppo dirigente. Allora c’era ancora. Il gruppo dirigente dico. Ma io ero , a parte una naturale inclinazione della quale non mi sono mai pentito, in condizione di non tenerne troppo conto, se non in via puramente diplomatica. In fondo avevo fino ad allora raccolto cocci anche in nome e per conto di chi li aveva provocati.

La prima tendenza faceva capo agli irriducibili sostenitori di un’opposizione a testa bassa, stile tori impazziti ripetutamente colpiti dalle banderillas che il Guazza scagliava con una certa maliziosa e talvolta perfida costanza.

Per costoro se il sindaco si lamentava per la stagione torrida , si era invece , con ogni evidenza immersi in un clima  siberiano.

Emergeva a tratti anche un sentimento di odio personalizzato.

Lo constatai persino, amaramente, nel corso della sua malattia. Mentre facevo il tifo, per lui. Mi sembrava un destino ingiusto. Aveva vinto le elezioni per un semplice colpo di vento(si potrebbe usare anche un’altra, più colorita espressione) e poi gli arrivava tra capo e collo una durissima batosta. A me piacque, a differenza della maggioranza dei miei, il modo con il quale Guazzaloca reagì.
Vabbè , adesso qualcuno , di mia conoscenza dirà che ero influenzato dalla mia nota ipocondria. Fatto sta che , soprattutto in presenza di determinate circostanze, non è un delitto, né un tradimento apprezzare il fattore umano, fino a provare un sentimento di sincera solidarietà nei confronti di un avversario politico.

Ma c’era anche la seconda tendenza. Quella che torna in campo oggi. Diversi esponenti di lungo corso del gruppo dirigente giungevano a dire più o meno apertamente, che l’errore, alla base della sconfitta del ’99, consisteva nel non aver candidato noi, direttamente Giorgio Guazzaloca.
Tra loro non pochi infatti lo avevano anche votato. E c’era anche chi riteneva di dover convergere su Guazzaloca nel corso stesso del mandato, salvo riproporlo in quello successivo.

La consideravo e la considero tutt’ora una tendenza suicida.

La barra comunque si mantenne ben diritta. Respingendo entrambi questi atteggiamenti.

E si tornò a vincere.
Anche se col candidato sbagliato al quale tuttavia era semplicemente impossibile opporsi.
Infatti quelli del gruppo dirigente nazionale lo volevano sbolognare. E lui, per ragioni diverse e opposte, anche. Una tempesta perfetta. La breve e deprimente “era” Cofferati. Il tribuno del Circo Massimo,fu accolto a Bologna tra le acclamazioni popolari e con l’entusiastico abbraccio del gruppo di incalliti masochisti promotori della cosiddetta “Sveglia”. Tutta bella gente , peraltro abituata ad alzarsi assai tardi. (Spero nel frattempo si siano davvero destati dal loro autocentrato torpore, anche se non se ne coglie più, da tempo, traccia alcuna).

E veniamo a noi. Anzi a loro. Quelli del PD.

Se si vedono costretti a valorizzare Guazzaloca dopo tutti questi anni vuol dire che sono davvero nei guai fino al collo. Non sanno più dove sbatter la testa. Oppure che anche a Bologna si è tentati dal disegno (dico e scrivo “disegno” per carità di patria) nazionale.
Magari ce lo spacciano anche come laboratorio, anticipazione lungimirante.
Per inciso , a me sta’ storia dei laboratori, delle officine e delle fabbriche, questo ritorno continuo ad una visione vuoi alchemica , vuoi manifatturiera, della politica mi ha un bel po’ annoiato. Anche perché ormai è chiaro che non c’è un bel nulla sotto il vestito.

I bolognesi, anche loro, forse si son stufati di ricoprire il ruolo di cavie o di api operose e ubbidienti.
Fosse venuto questo dubbio anche ai democratici nostrani invece di ridursi a mendicare un qualche aiutino dall’ex avversario, potevano strizzarsi un attimo il cervello dopo l’infausta prova di Cofferati. Lasciandosi alle spalle la demagogia a buon mercato sulle primarie e anche l’ennesima ricerca d’improbabili briscoloni.

Una strada c’era. Quella di aderire alla particolare situazione locale suscitando e mettendosi alla testa di un movimento di rinascita civica. Un civismo saldamente ancorato (per ideali e cultura) a sinistra, con le radici affondate in un senso comune che ancora esiste a Bologna , fatto di socialità e solidarietà, di tolleranza e buon senso, di volontà di confrontarsi con un futuro incerto, sempre più difficile.
Un appello “disinteressato” ma non depoliticizzato, alla cooperazione e collaborazione. La costruzione di una trasversalità d’intenti. Alla luce del sole. Un patto per Bologna che rompesse, senza mezze misure e tatticismi deteriori con una progettualità , tanto casuale, quanto sedimentata nell’inerzia e nell’impotenza della politica. Naturalmente bisognava ammettere d’aver sbagliato. Ma tanto la gente già lo sa, e magari apprezzerebbe un’aperta ammissione di “colpevolezza”. Anche nei tribunali c’è lo sconto di pena per questo.

Da qui , da un listone civico e di sinistra, poteva passare il dialogo anche con Guazzaloca. Anche col diavolo in persona. Se i cittadini venivano rimotivati a partecipare, non in primariesche farse, ma in un processo di costruzione di un nuovo progetto di governo, pur nelle strettoie imposte dai tempi attuali.

Ma, ovviamente tutto questo si poteva fare solo con sincerità d’intenti. Solo con donne e uomini in grado di mettere in secondo piano , almeno per tutta una fase, i loro pur legittimi interessi personali e le loro legittime aspettative di carriera politica. Un’alleanza con l’ex avversario adesso (con i civici come s’è detto) e in queste condizioni significa solo prender atto di un lungo e ormai definitivo fallimento.

Ma forse al PD tutto questo mio ragionare appare solo come un ozioso sproloquio.
In parte magari è pure vero.

Adesso la destra è presa da ben altre faccende. Gli sfracelli annunziati qualche tempo fa con un impegno straordinario dei Duci nazionali su Bologna sembrano ridimensionati alquanto. Ergo, alla fine in un modo o nell’altro passerà la nottata delle elezioni.

Ci sarà senz’altro un sindaco a Bologna.

Si tratta però di vedere cosa resterà del PD. Forse poco. Meno di quanto ci si aspetti.

Il PD al lavoro.

agosto 4, 2010

Il PD sta alacremente lavorando per perdere le prossime elezioni.
Di fronte alla crisi nella maggioranza avanza la proposta di un governo di transizione. Per di più con a capo quel Tremonti responsabile della “pessima” manovra economica denunciata da Bersani.
La proposta fa perno sulla necessità di riformare , la legge elettorale in vigore. La porcata di Calderoli.

Sulla legge elettorale val la pena di rilevare che se si trova una maggioranza in parlamento non c’è bisogno di fare un governo. E aggiungere che, a suo tempo, l’opposizione non fu poi così vigorosa. Infatti la ciliegina avvelenata posta da Calderoli sulla fumante porcata , sotto forma di uno sbarramento al 4% per i partiti non coalizzati, provocava effetti collaterali assolutamente in linea con l’idea di un sistema politico basato sul bipartitismo puro.

Come si sa, o si dovrebbe sapere e ammettere per onestà, questa era la condizione per molti, nei DS e nella Margherita, per la nascita del PD.
Calderoli offrì un contentino alettante: far fuori tutta la ciurma sinistrorsa e verdastra in un colpo solo e forse ( ma andò male) anche quella giustizialista e dipietrista.

In seguito, alla prova dei fatti la “vocazione maggioritaria” tanto invocata favorì Berlusconi e il suo partito-non partito. Quello del predellino.

Adesso Letta(inteso come nipote) scopre che il mattarellum non era poi così male. Tanto che, la principale motivazione per il governo di transizione, di larghe intese o quel che è, riguarda proprio la possibilità che gli elettori possano tornare a scegliere i propri rappresentanti , nei collegi uninominali.

Propaganda a buon mercato naturalmente.

L’idea di fondo, per la quale la modifica della legge elettorale diventa solo un accessorio argomentativo, è quella di verificare in un nuovo governo la percorribilità di un’alleanza con il costituendo(?) terzo polo. Due piccioni con una fava.
Da un lato si mette da parte Berlusconi, dall’altro si tagliano i ponti con quel paio di rompicoglioni che rispondono al nome di Di Pietro, il Demagogo e Vendola,il Poeta.

Tattica suicida. Mentre prosegue la caduta di Berlusconi (vedi post precedenti, in epoca non sospetta) gli si offre la possibilità di un estremo rilancio. Magari con elezioni nella primavera prossima. Certo c’è Napolitano. Certo Fini cercherà di non tirar troppo la corda per non offrir pretesti per lo scioglimento anticipato delle camere.

Epperò ,Berlusconi, per quanto logorato e in parte bollito, non è stupido. Troverà il modo e la maniera di prender d’infilata il terzo polo e compagnia cantante prima ch’esso si consolidi. Non è realistico pensare che sloggi da Palazzo Chigi senza una sconfitta in campo aperto. Chi lo pensa ha urgente bisogno di una visita medica. E d’altro canto non si possono mandare i carabinieri. Questo è compito semmai della magistratura.

Tra l’altro pur non conoscendo sondaggi, son disposto a scommettere che il terzo polo, al momento (e anche in primavera), non vale i voti dell’IDV e quelli, in vario modo, sparsi a sinistra. O , ben che vada, li pareggia.

A parte ciò, che è materia opinabile, nel momento in cui è il berlusconismo che comincia a franare, anche in virtù di una questione morale che a tratti assume i caratteri di una questione criminale intrecciata alla politica, nel PD si continua con il vecchio armamentario di una tatticismo incomprensibile agli elettori, abituati a pensare che chi ha vinto le elezioni non può venir disarcionato con un colpo di palazzo.

Si, lo so, il premier viene incaricato dal presidente della Repubblica , ma da quando il suo nome è nella scheda elettorale, la riforma materiale della Costituzione si è imposta, nel senso comune, anche grazie alla debolezza della sinistra che fu.

Dunque si vince solo espugnando, con un vasto movimento d’opinione, le casematte già sbrecciate del berlusconismo. Bisogna suscitarlo.Promuoverlo. Assecondarlo. Il movimento, dico.
Per questo andrebbe elaborata e poi proposta una visione. Un progetto per il futuro. Che riguardi la società italiana. Il futuro appunto. Lo si vuol lasciar evocare solo da Fini mentre il PD compie la sua svolta neodemocristiana? Come si può pensar di preparare il dopo Berlusconi mettendo in mano a Tremonti o chi per lui , (comunque ad uno dei massimi interpreti del berlusconismo), le redini del governo?

Boh. E’ una tattica troppo sofisticata. Confesso che non arrivo a comprenderla.
A meno che il governo di transizione non serva semplicemente a completare la transizione del PD. Dal centro-centro- sinistra, al Centro. E basta.
Solo in quest’ambito la proposta di Bersani assume un senso compiuto.
Si vinca o non si vinca, alle prossime elezioni, un risultato lo si otterrà.
Quello del definitivo superamento dei nostalgici residui di sinistra, socialdemocratici e veterocomunisti, che ancora rimangono nel “partito nuovo”.
Benvenuti alfine nella nuova epoca democratica. O democristiana. Come vi pare.