Archive for settembre 2010

Chiarezza.

settembre 29, 2010

Per quanto mi riguarda considero l’intervista del segretario del PD bolognese al Corriere una novità positiva. Da quando è nato il PD, per la prima volta un suo dirigente, non mi considera un lupo cattivo. Scontando, immagino, qualche interno rimbrotto.

Fino ad ora , infatti, le mie critiche, sollecitazioni e proposte erano rimaste senza pubblica risposta. A parte ,in passato, qualche accenno decisamente offensivo,si è sempre adottata la formula classica da politburo.
O il più assoluto silenzio, tipico dell’ala ch’ebbi a definire,( in modo politicamente scorretto) dei sordomuti o la risposta indiretta, circonfusa di allusioni più o meno velate.

A maggior ragione debbo a Donini e al PD una dose di chiarezza supplementare.

Ho già cercato di spiegare perché non voterò Cevenini, il candidato del PD e, in futuro, della coalizione.

Riassumo.

La candidatura Cevenini, rappresenta ,a tutt’oggi, una scorciatoia e insieme un espediente.

Entrambi servono ad evitare di trarre tutte le conseguenza da quanto è avvenuto a Bologna nell’ultimo decennio. E quanto è avvenuto, avrebbe dovuto consigliare ai partiti , tutti i partiti del centrosinistra, di rendersi protagonisti di una vera e propria riscossa civica.

La vera umiltà e, ad un tempo, la più alta ambizione consisteva nel fare un passo indietro come partito per farne fare due avanti alla politica. In un modo aggiornato ai tempi che corrono.

L’idea di una lista civica che connotasse una “nuova sinistra” ,che per me viene a coincidere con un nuovo, (ristrutturato e riqualificato) più vasto e articolato  campo del centrosinistra.

Nominalismi a parte: una lista aperta  in varie direzioni e senza preclusioni di sorta.

Sola idea e proposta,  che poteva far muro contro il dilagare di pulsioni  populiste.

Questa , del “listone civico”, per me resta   la formula più valida e innovativa  anche per gli anni che verranno.

Non solo per Bologna.

E forse , dico forse, proprio ripartendo dal basso, anche in questo modo, si potrebbero innescare dinamiche innovative nella politica nazionale.

Dunque la mancata esibizione di simboli di partito in elezioni amministrative non corrisponde , nella mia visione, ad una rinuncia, bensì al contrario nell’ assumere un assetto di marcia finalmente offensivo e non difensivo, con l’obiettivo di dare rappresentanza e sbocco politico al disincanto civile in atto.
Al quale non si può rispondere  con formule politiciste e francamente anacronistiche, fuori tempo e fuori luogo, come quella del cosiddetto nuovo ulivo.

In quest’ambito  le regole proposte dal PD per le primarie di coalizione,per dar maggior agibilità ad eventuali candidati “civici” possono costituire  una prova di buona volontà ,ma restano pur sempre all’interno di un vecchio e screditato ambito.

Prima s’indica solennemente un candidato di partito e poi s’organizza la rappresentazione delle primarie.

Ciò comporta , specie nel contesto bolognese, un alto livello d’astensione, poiché ,volenti o nolenti e nonostante la “buona volontà”, tutto ancora una volta appare (ed è) fatto in casa.

Gli elettori non dimenticano che tra quelle mura ,per tre volte di seguito, ne sortì un sostanziale fallimento.

In questo modo, al di là del giudizio che si può dare sulla candidatura di Cevenini (ma ciò vale anche per altri) il sindaco che risulterà eletto rischia inevitabilmente un handicap iniziale piuttosto rilevante.

Certo si elegge un sindaco.

Ma un sindaco debole.

Tra l’ altro, se si fosse andati nella direzione da me , (e per la verità anche da altri), auspicata, nessuno può sostenere che magari l’interprete di una tale innovazione politica potesse risultare alla fine proprio lo stesso Cevenini.

Chi può dirlo?

Ma a quel punto entro un contesto completamente diverso caratterizzato da una vasta assunzione di responsabilità civica.

Si sarebbe eletto un sindaco forte.

Dato che ciò non è avvenuto, altri lavorano a mettere in campo, in autonomia, una lista civica da presentare alle elezioni, restando realisticamente questa l’unica possibilità di fornire un’alternativa a quanti chiedono un impegno, non contro qualcuno ma per la comunità bolognese.

Certo, può esser semplicemente un surrogato della via principale.

Ciò non mi esimerà,  al momento opportuno, di valutarne credibilità e potenzialità. E, se del caso sostenerla con il mio  impegno, oltre che con il mio voto.

Dato che non escludo del tutto e a priori che potrebbe esser questa l’unica via ancora percorribile per tener aperte prospettive future.

E’ tuttavia una strada in salita, piena d’ostacoli d’ogni genere.

Bisogna esserne consapevoli.

Per dirne  una : lo stato di fatto già creato dalla particolare e insistita azione di Grillo su Bologna rischia di sbarrar il passo anche a questa, residua, opportunità.

Per dirne un’altra: nel caso ,a mio avviso probabile, di elezioni politiche anticipate. Beh, la festa è finita prima di cominciare.

Tutto ciò per  chiarezza.

Ognuno ha le sue ragioni.

settembre 27, 2010

L’altra sera, finalmente, è comparso Antonio Pennacchi.
Su La 7.
Non ho perso l’occasione di spiare, live, il personaggio che con il suo “Canale Mussolini” ( grazie anche alla geometrica potenza dispiegata da Mondadori), ha vinto il premio Strega.

Ero curioso. Specie dopo che la rivista Limes gli ha dedicato un intero numero: “Stregati da Pennacchi”.
Curioso di capire se Pennacchi c’è, o ci fa.
In altre parole se si tratta di un personaggio autentico, ovvero autocostruito o quantomeno fortemente ritoccato, ad uso e consumo del mercato, sul filo di una biografia originale , per come la si evince dalla sua opera prima: “il fasciocomunista”.

Ebbene arriva Pennacchi.

Il mal di schiena del conduttore Piroso(solidarizzo, ahimé ) non consente aria condizionata. A maggior ragione lo studio televisivo dev’esser un forno.

Ma il nostro compare in completa tenuta da sommossa, anticonformista e politicamente scorretta.
Berretto alla Lenin in capo, occhialini alla Trotzkj, casacca vagamente maoista.
Su il tutto, una lunga e sgargiante sciarpa (di seta?) rossa.

Andiamo bene! Ho subito pensato. Ci fa, ci fa….

E, infatti , esordisce sfoggiando con evidente compiacimento un pesante, quasi grottesco, accento romanesco. E, subito spiega che parla in laziale e continua a sognare in veneto, la terra d’origine, dalla quale la sua famiglia, spinta dalla miseria, emigrò per andare a bonificare l’Agro Pontino.
La storia raccontata nel suo libro.
Dalla quale, per la verità, se ne trae che oltre alla miseria occorreva anche un’ineccepibile dotazione di fedeltà al regime per diventare coloni.

La faccio breve, o quasi.

Nel corso della comparsata televisiva non si capacita, Pennacchi , delle stroncature che ha subito (assieme a lodi sperticate ) il suo “Canale Mussolini”.
Ce l’ha su, in particolare con quelli de “il Manifesto” che non esita a definire fascisti.
Più in generale è incazzato con la “sinistra fighetta” che lo snobba. E qui la faccenda si complica, dato che mi par emergere il personaggio autentico.
Quello che preferisce ancora  “Marx ed Engels a… Realacci”.
E vai, Pennacchi!
Ben detto. Condivido.

Qui si rivela il Pennacchi che ha cominciato a lavorare a tredici anni e te lo ricorda. Quello che ha fatto l’operaio fino a cinquant’anni a turni di notte e lo rivendica a gran voce, sbattendotelo in faccia senza ritegno.

Mi è capitato di conoscerne altri come lui. Ad occhio e croce lo riconosco come autentico. Persino sotto lo spesso mantello di vaporosa demagogia in cui ama avvolgersi.

Per altro verso basta tastarlo/testarlo un pochino –come fa il buon conduttore- e si scopre il “democratico” Pennacchi che abbandona la veste dell’anticonformista per esprimere giudizi assai ponderati e politically correct tanto su Cofferati, che lo espulse dalla CGIL, quanto su Vattimo, col quale gli occorse di litigare, come infine su Saviano verso il quale adotta un affettuoso linguaggio diplomatico.

Nello stesso tempo però, non rinuncia ad esibire il suo personaggio: nuclearista e produttivista. Forse che le biciclette, tanto omaggiate dagli ecologisti, non si fanno con l’acciaio? E chi lo produce l’acciaio?

E via di questo passo.

Alla fine ne esce un personaggio autentico di cui fa intrinseca parte un coté (per dirla con un francesismo romanesco) paraculo.

A me sta simpatico. Anche nella sua, scoperta, furbizia.

La scaltrezza contadina ben  si staglia in tivvu, quando dice  :”io racconto storie”. Come dire, a proposito di “Canale Mussolini”che : ambasciator non porta pena.

Qui però Pennacchi esagera. Come quando fa dire, così spesso, al suo io narrante di Canale Mussolini che “ ognuno gà le so razon”. Traendosi così in salvo rispetto ad un giudizio storico non tanto  sul fascismo, quanto sui fascisti come persone, sulla loro mentalità e cultura e sulle loro azioni concrete.

Non sono tra coloro che considerano il libro con il quale ha vinto l’ambito premio come apologia del fascismo. Non sono però neppure tra quelli che lo considerano un ottimo esempio di divulgazione storica. Eppure , grazie alla buona scrittura, all’accattivante poetica, e allo stile narrativo che ricorda il “far filò” della società contadina, il libro di Pennacchi proprio questo rischia di divenire, “arricchendo” quella fenomenologia già prodotta (con le peggior intenzioni, però) dai libri “revisionisti” di Giampaolo Pansa.

A maggior ragione bisogna dire a Pennacchi che quel continuo reiterare : “ognuno gà le so razon” e  “io racconto storie” assomiglia molto, decisamente troppo, al motto mussoliniano “qui non si parla di politica”.

Mi spiace dirlo ,per la naturale simpatia che m’ispira il personaggio, ma il bel libro di Pennacchi presta il fianco alla critica conclusiva di Giacomo Sartori che su Nazione Indiana http://www.nazioneindiana.com/ scrive così:
“Canale Mussolini ci mostra solo una faccia della medaglia. Non sovverte,come lo sanno fare i grandi romanzi, le mitologie convenzionali e le visioni precostituite. A differenza dei grandi romanzi, mente.”

Già.
E’ vero.
Epperò ,ognuno ha le sue ragioni.
A sessant’anni.
Anche per mentire. A sé stesso.

L’incubo che non c’è.

settembre 25, 2010

La mia esperienza mi consiglierebbe (verbo condizionale) di non rispondere mai ad articoli di stampa.
Non se ne esce.
Ad esempio, il Corriere mi attribuisce una volontà di partecipare alle primarie del PD che non ho mai espresso.
Che fare?
Un qualsiasi giornale stampato su carta (riciclata o no) è sempre più autorevole e persino credibile di un blog.
Primo perché è più letto.
Secondo perché : se l’ha detto il/un giornale…sarà vero.
Dunque è tempo perso. Com’è arcinoto a lavar la testa all’asino di perde l’acqua e il sapone.
Tuttavia stavolta faccio un’eccezione. Per quanto ciò che ognun può capire leggendo il mio ultimo post è già abbastanza chiaro.

Comunque lo riassumo.

1)Ho scritto quel post per rispondere ad una ben nota signora, della quale m’ero del tutto dimenticato, sol perché mi ha tirato per i capelli.

2) Ho colto l’occasione per rispondere ancora una volta a quanti mi chiedono un atteggiamento più attivo nell’attuale contingenza politica bolognese. Tra cui ci son quelli che m’invitano a partecipare alle primarie del PD e quelli che mi chiedono di promuovere una lista civica.

3) Nel farlo ho chiarito che non intendo assumere ruoli che ( a mio insindacabile giudizio) non mi competono più. Tuttavia ho voluto rassicurare le persone che, frequentano questo blog: le loro sollecitazioni ad assumere responsabilità, per quanto mi riguarda, non cadono nel vuoto.

4) Naturalmente, (sempre a mio insindacabile giudizio) tale responsabilità non potrà eccedere il “mio attuale modesto ruolo”.

Ci siamo fin qui?
Bene.

Ora notate come il Corriere ha riportato la non notizia trasformandola in una notizia. Nel pezzo viene riportato,correttamente, ciò che ho detto a proposito delle primarie: …”una semplice capriola non scandalizzerebbe” (condizionale).

Fuori dall’articolo in questione, però viene riassunto a grandi caratteri che …”una capriola non scandalizzerà” (tempo futuro prossimo) avvalorando così la tesi voluta .
Cioè la seguente: “posso essere un giocatore ALLE PRIMARIE, non un capitano”.
Questa sarebbe una frase da me conferita all’estensore dell’articolo.

Ma non è così. Io ho detto ,usando un gergo calcistico proprio al fine di non lasciar scampo al giornalista: “ posso essere un giocatore , non un capitano”.

Le primarie NON CI SONO in questa mia risposta.

Però, esse vengono incluse, dato che anche di primarie io ho comunque scritto e parlato.

E così il gioco è fatto. Forse anche al di là delle intenzioni dell’estensore dell’articolo.
Diciamo che la linea editoriale prevale: si può far comunque un titolo ad effetto “sull’incubo Zani” che ritorna.

E’ semplicemente fantastico.

Si prende Zani e lo si usa come testa d’ariete tanto per aumentare la tensione nel PD e in più si offre su di un piatto d’argento la possibilità ai suoi detrattori (ovunque siano) di giocare a loro volta su quel “torna l’incubo”. Per la serie : a volte ritornano.

Una “tempesta perfetta”..in un bicchier d’acqua.

A questo punto delle due l’una: o la si smette di scrivere su Bologna , oppure si corre il rischio di venir scagliati proprio laddove non si vorrebbe : dentro le complicate evoluzioni del confronto interno al PD bolognese.

Beh. Di smetter di scrivere , a questo punto, non ci penso neppure.
La prendo come un sfida e continuerò a correre il rischio.

PS. Quanto al merito, o nocciolo della questione, riformulo l’ invito a prender atto delle mie risposte, in particolare a Giovanni, nei commenti ai post precedenti. E’ tutto molto chiaro.

Le buone azioni non rimangono mai impunite.

settembre 24, 2010

Come i lettori han notato, anche dagli ultimi tre post, volevo rimaner coerente con l’intenzione di stare alla larga, almeno per un po’, dal dibattito bolognese.
Sento il bisogno , di prender le distanze, da una certa pressione che mi vien fatta, da parti diverse. Mi si invita, in vario modo ad occuparmi più attivamente della situazione che si è creata a Bologna.
In verità ritenevo di occuparmene proprio tramite questo blog che è divenuto da tempo uno spazio aperto d’incontro, di scambio d’opinioni e di qualche approccio propositivo.
Ma sembra non bastare.
Per dirla con gergo bersaniano mi si vorrebbe , a “maniche rimboccate”.
Immerso nella tenzone.
Non a caso qualcuno (più d’uno e di due) m’incita a partecipare alle primarie di coalizione.
Come dite?
Non sarebbe coerente con la mia critica serrata al meccanismo stesso delle primarie? Son d’accordo con voi. Tuttavia è anche vero che di fronte ai tripli salti mortali che così di frequente ci offre in visione lo spettacolo della politica, una semplice capriola non scandalizzerebbe più di tanto.

Qualcun altro invece mi vedrebbe bene capeggiare una lista civica dopo che la mia proposta iniziale al PD bolognese non ha ottenuto alcuna audience.

Di fatto la mia propensione è chiara.

Al netto delle digressioni imposte dalla caratteristica del mezzo, la si può leggere nelle univoche risposte ai commenti dei post precedenti.
Tuttavia non voglio neppure dar l’impressione di chi critica senza assumere alcuna responsabilità diretta. Essa però andrà attentamente commisurata al mio attuale, modesto, ruolo.
A tal fine avverto il bisogno di riflettere ulteriormente e serenamente.

Solo che c’è un passato che non passa.

Una “formidabile” signora che viene dal passato e che , tra lo stupore generale perse le elezioni comunali contro Guazzaloca mi chiama di nuovo in causa a distanza di un decennio.

Totalmente sprovvista di comune senso del pudore, la signora in questione mi chiede dov’ero quand’ella fu candidata a furor di gruppi dirigenti col favore di ben tre ex stimatissimi sindaci e di buona stampa cittadina.

Lo sanno tutti. Dove ero. Quando la trappola era già scattata. E già erano organizzate, con un colpo di mano dell’ultimo momento, primarie farlocche, il cui risultato una coalizione larghissima accettò poi, senza batter ciglio.

Ero lì, con inchiostro amaro, a firmar documenti per la sua candidatura perché così voleva la logica di partito.

Così come tutti sanno dove ero in seguito, quando i militanti piangevano come vitelli portati al macello, e a Bologna sembrava scoppiata una bomba al neutrone mentre ancora due fazioni si scagliavano l’un contro l’altra armate.

Ed ero lì, e non me ne vanto di certo, quando per sottrarre la signora ad un severo giudizio degli elettori imponevo al Presidente Errani d’accoglierla , blindata, nel suo listino.

E adesso sento la signora parlar di fuoco amico. Forse quello che i suoi potenti amici e padrini , scatenarono senza risparmio di munizioni, comprese quelle venefiche proibite dalla convenzione di Ginevra, contro di me.

E’ proprio vero che le buone azioni non rimangono mai impunite.

Bisognerà ricordarsene in vista della prossima primavera.
Viceversa non s’impara mai nulla.

Khyber Pass

settembre 20, 2010

“Era l’amara conclusione della disastrosa Prima guerra afghana. John Nicholson stava attraversando a cavallo il Khyber Pass verso l’India,in direzione della frontiera e della libertà. Giovane ufficiale subalterno, prestava servizio nell’esercito dell’India britannica e il suo reggimento era stato inviato in Afghanistan dopo l’invasione del 1839 e vi era rimasto mentre le fortune degli inglesi declinavano fino a crollare del tutto. Durante la terribile ritirata da Kabul nel gennaio 1842, quando il grosso dell’esercito britannico era stato completamente annientato, Nicholson e un pugno di altri erano stati catturati a Ghazni e avevano dovuto sopportare parecchi mesi di crudele prigionia nelle mani degli afghani . Poi una nuova forza britannica- nota come l’Armata punitiva- aveva compiuto una seconda invasione, vendicandosi duramente sulla popolazione afghana e lasciando Kabul in fiamme. Nicholson era stato liberato e , la mattina del 4 novembre 1842, doveva soltanto attraversare il Khyber Pass,- il leggendario passaggio in India- per trovarsi in territorio alleato.
La marcia da Kabul era stata lugubre e pericolosa. I morti di gennaio erano ancora disseminati lungo tutta la strada che portava dalla capitale afghana alla città di Jalalabad, a metà strada fra Kabul e il Khyber Pass: un esercito di oltre sedicimila soldati con civili al seguito era stato annientato in pochi giorni……”

E’ il prologo di Khyber Pass (Paddy Docherty, pubblicato in Italia da il Saggiatore).
Ed è anche l’epilogo, a mio avviso, dell’ennesima spedizione punitiva occidentale in corso tutt’ora.

Apprendo proprio ora da un tiggì che l’onorevole Marco Minniti (esperto, dal Kosovo in poi, di guerre moderne) spiega, a commento dei funerali dell’ufficiale del Col Moschin, che: “bisogna conquistare il cuore degli afghani.

Già.

Nelle more, una squadra della morte composta da soldati statunitensi s’è incaricata di macellare all’ingrosso civili afghani.
Conservando souvenir sotto forma di pezzi di umana anatomia.
Teschi, sembra.
Niente cuori.

E, in mezzo a questo granguignolesco mattatoio, che si chiama guerra moderna,(vedi Droni e altre diavolerie) in Italia si continua con la retorica dei soldati di pace.

Siamo differenti.

Noi vogliamo addirittura affetto. Ancora fermi al mito dell’italiano brava gente.
Stupida, criminale e cinica favola che già portò al massacro di Nassirya.
Laddove tutti ci volevano un gran bene. (vedere le cronache dell’epoca).

Nel frattempo il generale Petraeus, nominato da Obama al comando delle truppe in Afghanistan, corregge il Presidente spiegando che la guerra può durare ancora altri dieci anni.

No, generale. Finirà prima.

O con un compromesso più o meno onorevole, con i signori della guerra e i talebani, che vi consenta di salvar la faccia almeno un po’.

Oppure….. al Khyber Pass.

“Il coso”

settembre 16, 2010

“Tutto quel coso lo leggo solo per soldi”, dice un tale in un commento al documento dei Giovani Turchi riportato su “il post” di Luca Sofri.
In effetti è una prosa un pochino faticosa.
Ma s’è visto di peggio.
Linguaggio a parte, non mi pare meritare la scomunica definitiva di Sofri che lo definisce “conservatore e reazionario”. Salvo cercar di graffiar il vetro chiarendo che conservare e reagire son termini neutri senza nessuna particolare connotazione negativa.
Come dire che il conservatore conserva, il reazionario reagisce, alla stessa stregua del coltivatore che coltiva.

In verità Sofri reagisce (anche lui reazionario?) all’attacco più diretto che si sia mai fino ad ora prodotto da dentro il PD allo “spirito del lingotto” che viene definito senza mezze misure come “summa teorica di un ‘eclettica visione dell’Italia” ,mentre il PD è nato all’insegna di una “retorica del partito completamente nuovo ,figlio di niente e di nessuno”.

Musica per le orecchie di chi come il sottoscritto s’attestò su di una mozione di minoranza che puntava il dito proprio su questa totale mancanza d’identità, politica, programmatica e ideale.

Nasceva, infatti, un partito allo sbando.

Esposto a tutti i venti. Senza difese. Nudo come un verme.

Adesso , senza voler riassumere per intero il “coso” ( anche a me non mi paga nessuno per farlo), valgano solo alcuni cenni sulla linea del documento in questione.

La quale è caratterizzata da una serrata critica alla subalternità della sinistra agli stereotipi del libero mercato: “una certezza fideistica nel libero mercato che si traduce in una visione personalista e leaderistica che fa breccia anche a sinistra”.

Ben detto!

Mentre il post-comunismo “assumeva le letture di moda sul terreno economico sociale, tradendo un’infatuazione per il mercato e accreditando la strumentale contrapposizione tra padri garantiti e figli abbandonati con in più un attacco sistematico alle forze sindacali”.

Fantastico!

Chi mi segue s’avvede subito che sembra scritto da me stesso medesimo.

Insomma si rimette al centro l’economia, il lavoro, la società e le persone con tutta la densità e qualità delle loro relazioni sociali contro la visione di una società degli individui.

Anche qui , altra buona musica.

Adesso però uno potrebbe dire: ma dove caspita eravate voi, post-dalemiani, quando si decideva di dar vita al partito figlio di nessuno?
Lo so bene che non avete mai creduto e anzi disprezzavate l’eclettismo veltroniano, ma allora perché siete stati buoni e zitti, anzi no, avete portato acqua a quel mulino?

Eh beh, c’è chi é figlio di nessuno e chi è figlio di (…….) un cattivo modo di far politica. Mettiamola così.

C’è poi un’altra parte fondamentale del documento, meno apprezzabile per me. Quella che espone più facilmente il fianco all’accusa di conservatorismo, occhieggiando (a partire dalla crisi del berlusconismo come crisi di sistema) il sistema politico della prima repubblica.

Non m’addentro oltre più che tanto altrimenti cambiate canale. E’ storia lunghina e anche a voi nessuno vi paga per seguirla tutta.

Ma in breve sostanza si discute sullo stallo cui ha portato il bipolarismo all’italiana: “una grande bonaccia”.

Qui gli autori s’ispirano con ogni colta evidenza a Italo Calvino (La gran bonaccia delle Antille, 1957) per denunciare la non avvenuta scomposizione dei blocchi sociali grazie ad  un “perverso intreccio di liberismo e giustizialismo”.

E qui non siamo più in sintonia.

La musica si fa greve.

Mentre concordo in pieno con la critica allo spirito del lingotto (dì ben so’ fantesma) mi sembra che al liberismo di Berlusconi non si sia affatto contrapposta alcuna visione giustizialista (al netto di Di Pietro).

Giustizialismo, come malattia infantile del post-comunismo?

Non mi par proprio.

Anzi i toni della denuncia sono stati assai bassi. Guai a demonizzare. Dal “mio principale avversario” in poi.

Ma io dico: siamo o non siamo in balìa di una banda di farabutti, corrotti e corruttori che rubano a man salva e in grande senza che mai nessuno tra loro abbia fatto (o possiamo sperare che faccia) un sol giorno di galera?
Vale o non vale lo stato di fatto, in Italia, secondo cui uno che ruba poco ha molte più possibilità di esser giudicato e condannato rispetto ad uno che ruba milioni a sacchi sol perché è incistato nella cerchia del potere?

Domande legittime specie se rivolte a chi (i nostri giovani turchi) parlano (finalmente) anche di ricchezza(da ridistribuire) e di potere da usar a tal fine.

M’è piaciuto “il coso”?

Insomma. Mezzo e mezzo.

Veltroni?

settembre 14, 2010

Le elezioni sembrano allontanarsi.
Dico sembrano poiché nel caso di un’eventuale cambio nella maggioranza, con l’entrata dei repubblicani e dei transfughi dall’UDC siciliana, la Lega non rinuncerà ad usare la sua golden share.

Ma in ogni caso nel PD son convinti, con qualche ragione, di poter contare sulla riottosità di Berlusconi, sondaggi alla mano, a provocare in un modo o in un altro elezioni anticipate.

Da questa convinzione muove, a quanto pare l’offensiva di Veltroni.
Il fondatore del PD si dimise dopo aver ottenuto il famoso (arrotondato) 34%. E dunque oggi, come dicono i suoi sostenitori, di fronte al minimo storico che i sondaggi accreditano ai democratici , proprio mentre prosegue la caduta di Berlusconi, si apre lo spazio per restaurare lo spirito originario di un progetto politico che Bersani ha cercato d’instradare su altri, diversi, binari.

Personalmente, da posizioni di minoranza non ho mai condiviso lo “spirito originario” se non come necessità urgente e assoluta di uscire dalla morta gora dei DS e della Margherita.
Ma di questo ho già a lungo concionato. Importa di più che non ho mai condiviso il programma politico di Veltroni, almeno per ciò che fu dato di capire all’epoca.

Molti, anzi moltissimi nei DS aderirono invece al nuovo corso, con una forte riserva mentale. E’ ciò che ho sempre rimproverato ai miei ex compagni.

Adesso i nodi vengono ancora una volta al pettine.

Bersani è fortemente indebolito da un’immagine e una sostanza che sembrano rivolte a rabberciare vecchie logiche politiche.

Quasi un ritorno al passato: nuovo Ulivo, alleanza repubblicana più ampia, subito facilmente bollata come union sacrée contro Berlusconi dai suoi interni oppositori.
Il tutto condito con un linguaggio oscillante tra un metaforico e ormai oscuro bon ton e improvvise impennate popolane concesse ad una platea di militanti sempre più inquieta.
Dal simpatetico rapporto/confronto con quel navigato imbroglione di Tremonti , “no guarda Giulio che..” subito corretto con l’evocazione di una politica che slitta come nero liquame in una “fogna” . Tanto per regger la concorrenza con il fattore di Montenero di Bisaccia.

Adesso si scrivono libri. Non a caso.

Ad ogni crisi i candidati a risolverla prendon la penna in mano o si fanno aiutare da un professionista condiscendente: i famosi libri-intervista. (Non ne leggerò mai uno neanche se me l’ordina il dottore). Comunque dopo Chiamparino e Vendola, lo stesso Veltroni annuncia il suo. Dove non si tratterà del continente africano.

Ergo  sembra prepararsi un vero e proprio redde rationem.

Era ora.

Sono ad esso interessato poichè conservo, com’è noto e come talune volte mi è stato rimproverato, ancora un residuo di speranza in una possibile ripartenza.
Perciò continuo a prendermela così calda.
D’altro canto o avviene qualcosa di nuovo nel PD oppure non c’è partita per la sinistra in Italia.

Ma cosa esattamente deve avvenire?

Beh, per esempio si potrebbe prender atto in via definitiva che la “vocazione maggioritaria” con relativo bipartitismo rappresenta una scorciatoia che ha già portato in un vicolo cieco. In più per esser perseguita con veltroniana coerenza deve giocoforza incarnarsi in un partito di centro con in più l’ambizione di esser, ad un tempo, moderato e progressista.

No. Non c’è trippa per gatti.

D’altra parte l’idea di barcamenarsi nella geometria delle alleanze verso il centro berlusconiano in via di sfaldamento(?) rischia d’esser un rimedio almeno uguale al male.

Porta, per vie diverse, allo stesso illusorio traguardo.

Per conto mio butterei a mare , per sempre, la suggestione di cui son intrise ambedue le strategie politiche citate. Le quali entrambe sono tributarie, in diverso modo, di una vecchia e subalterna tentazione: una Forza Italia di “sinistra” che si tradurrebbe in una sorta di moderna DC.

Conviene pensare ad una ,seppur moderna, innovativa, riformista (e chi più ne ha più ne metta) SINISTRA nazionale. Che, magari  non potrà, fulmineamente, assurgere a forza di governo. Ma chissà?  Non è poi così scontato. Quando s’imbocca la strada giusta si può marciare anche molto velocemente.

Sì, ai tempi della globalizzazione, è giunto il tempo di parlare , da sinistra, alla nazione come condizione per non esser agiti, subornati e alla fine fottuti dal mercato globale.

Mi par questa la via per restaurare una sinistra universalista nei valori e negli ideali che per esser potenzialmente maggioritaria non può prescindere dagli interessi in campo nazionale.

Gli interessi.

Già.

Con Marchionne o con la Fiom?

Inutile cincischiare. Il buon manager fa il suo mestiere?
Solo il suo mestiere o apre anche una pista politica che punta a metter in ginocchio gli interessi e i diritti umani legati alla condizione sociale dei lavoratori?
Mi par chiaro: l’ultima che ho detto.
E con la Cisl di Bonanni verso la quale, gli “uomini vicino a Veltroni” spezzano in questi giorni più di una lancia, che vogliamo(volete) fare?

Per conto mio e di molti altri come me, Bonanni è già (legittimamente) da un’altra parte.
Insomma guardatelo, lo si vede ad occhio nudo.

Bisognerebbe (nello scontro) prenderne atto.

A proposito di “rivoluzione democratica”. Son d’accordo.

Provate a metterci un po’ di carne ed ossa insistendo per una legislazione che consenta ai lavoratori di decidere col loro voto. Sarebbe un modo, fortemente simbolico, per collegare uno slogan alla società, agli interessi che si vogliono difendere e financo promuovere.
Un modo per scegliere. O tutto s’esaurisce nell’ormai eterno tormentone delle primarie?

A proposito di simboli e del valore ch’essi hanno per la formazione delle opinioni e delle convinzioni.
Perché non chiedete che i carabinieri vadano a rimuovere i simboli della Lega che un sindaco fuori di testa ha fatto stampare su tutti i banchi di un complesso scolastico. Ce ne sarebbe ben donde. Lasciamo fare alla magistratura?

E perché non vi va il sangue agli occhi e non v’incazzate come delle pantere di fronte alla banalizzazione del nazismo che il Presidente del consiglio ha fatto l’altro giorno con una barzelletta su Hitler?
No è?
Controproducente vero?
Eppure proprio da queste simboliche gestualità, per nulla minori, passa la formazione di un senso comune. Una certa idea dell’Italia.

Comunque se scontro ha da essere che avvenga almeno sulle cose, sui problemi da affrontare e sui simboli da affermare.
Le “grandi strategie” si misurano e si fanno eventualmente intendere su questo. Non viceversa.

PS. Quanto ai giovani turchi. Ne parlerò un’altra volta. Non son tutti uguali comunque. E questa è cosa buona.

appunti

settembre 11, 2010

Ancora qualche appunto e poi mi taccio. Per un po’, almeno.

Dice Il Magnifico Rettore che un “partito che ha sbagliato uomo deve saltare un giro” e cercare i migliori anche in campi non suoi.

Ora, quali siano i campi del PD non è dato sapere con certezza. Il manifesto fondativo( o come si chiamava) fu stracciato mentre ancora s’asciugava l’inchiostro.

Ma a parte ciò importa l’analisi, come si diceva un tempo.

Dionigi coglie il punto. Con ritardo- dato che Cevenini è ormai lanciato, da ultimo con l’autorevole spinta del Presidente Errani- ma lo coglie.

Io ,(vedi post “Utopia” del gennaio scorso) mi ero espresso in modo meno brutale e con linguaggio paraleninista (chiedo scusa ora per allora) avevo chiarito l’importanza per lo stesso PD,e per i partitini della sinistra, di “fare un passo indietro” per aiutare una svolta civica chiaramente connotata a sinistra.

Non simboli di partiti, nessun partito , ma la maggioranza della comunità bolognese che s’aduna sotto le Due Torri per rispondere ad un evento straordinario come il commissariamento provocato, appunto, dalle scelte del PD.

Naturalmente occorreva qualcuno che chiamasse a raccolta. Ma non era così difficile.

Insomma : la sinistra civica per Bologna.

Non si è voluto andare in questa direzione.

Neppur provarci.

Salvo dire adesso, con Donini, che il PD deve mostrare un volto civico: quello di Cevenini che intanto si duole della riottosità della piccola sinistra partitica e dei verdi a fare come in regione.

Il quasi candidato, ma ormai è tardi per tirarsi indietro, aveva già accennato alla cornice (intendi il quadro delle alleanze politiche) entro cui collocare la propria candidatura.
Certo per vincere una competizione elettorale, dopo che la vocazione maggioritaria s’è squagliata , le alleanze sono ancora necessarie.
Tuttavia , avendo il PD deciso, contro ogni ragionevolezza, di presentare un proprio candidato ( l’ha fatto in pompa magna nella Festa de L’ Unità), non può, adesso, invitare il resto del mondo a mangiare la minestra salvo saltare dalla finestra.
Perché di questo, ancora una volta, si tratta.

Certo , non si sa mai.

Ciò che residua della sinistra a sinistra del PD , a Bologna, si è sempre dimostrato, alla mano, molto comprensivo e responsabile. Direi che, tirando un pochino la corda da una parte e offrendo un minimo di garanzie dall’altra parte, lo stallo può esser superato.

Non mi par questo il problema principale per Cevenini e per il PD.
Bensì quello implicato dalla denuncia/rivendicazione di Dionigi che interpreta e dà voce, trasversalmente, ad una parte di città che si estende ben oltre la cittadella universitaria.
L’umore critico diffuso nella città, non riguarda affatto, in questo momento, la questione delle alleanze. Ma piuttosto il che fare e il dove andare, con chi e con quali mezzi.

Insomma una direzione di marcia , un  progetto di sviluppo. Come altro chiamarlo?

E’ qui che si registra la solitudine del PD alla quale corrisponde la sua decisione di proseguire lungo la solita strada : noi vi diamo il candidato.

Nonostante tre fallimenti successivi.

Per farvi contenti e coinvolti, ve lo diamo con le primarie.

Cioè con quell’artefatto democratico che Dionigi definisce come “un trucco premeditato.”
Ora, lasciando da parte che un trucco non premeditato non mi par possibile, il Rettore non sbaglia.

Resta che questa roba del governo dei migliori, che sa tanto di governo delle oligarchie, non sarebbe neppur in campo se a Bologna si fosse affrontata l’emergenza relativa al commissariamento innescando un processo di riscossa civica e civile.

Il PD, avendo a disposizione la popolarità di Cevenini ha preferito la scorciatoia.

Come con Cofferati. Anche lui era a disposizione.

Fatta salva l’elezione di Cevenini, seppur con qualche defezione in più di quelle messe in conto, la scorciatoia può benissimo condurre Bologna in un vicolo cieco.

Ci se n’accorgerà magari più tardi. A cose fatte. Specie se l’elezione del sindaco, verrà a coincidere e sovrapporsi con le elezioni politiche anticipate.

Il sindaco.

settembre 7, 2010

Sembra che abbiamo un sindaco a Bologna. In questo climax sempre più rarefatto l’investitura al Parco Nord, vale un’elezione.
Le primarie, come molti fanno notare a caldo, sono ormai una semplice formalità.
Lo sono sempre state. Almeno a Bologna. Si faranno, tuttavia, per consolidare e rafforzare ulteriormente un consenso già acquisito sul terreno progressivamente desertificato della politica.
Son questi i tempi che corrono, signora mia.
Siano resi dunque onori e lodi, entrambi meritati, a Cevenini.
Mirabile quel : “ Candidato di partito? Io resto il candidato della gente” .
Anche così la presenza del Cev va a riempire, nell’immediato, un vuoto drammatico nell’immaginario di una città già da tempo estenuata dalle promesse mancate da parte di leadership acclamate a furor di popolo e  –si fa per dire- d’intellighenzia radunata in circoli mattinieri.*
Una città, in seguito, ferita gravemente dall’inaudito evento del commissariamento.

Sia lode anche a Donini (per gli onori è ancor presto) per aver avuto l’accortezza di puntare sul cavallo vincente convincendo, con la sua marmorea insistenza sulle primarie,(il cui esito era ed è scontato) i maggiorenti dislocati sull’asse Roma-Modena-Ravenna e i riottosi e ombrosi (nel senso che agiscono nell’ombra) ex aspiranti notabili che risiedono a Bologna. Ex dirigenti DS nel PD. Partito sul quale non hanno mai davvero creduto.

Dunque vai incontro al tuo destino, sindaco Cevenini.

Te lo sei cercato senza davvero cercarlo. Adesso non c’è ritirata possibile. Non onorevole comunque.
Lo sai. E anche per questo mi resti simpatico.

Non ti voterò, tuttavia.

Non sono d’accordo ,infatti, col Professore Ignazi secondo cui con te : “Bologna ha la possibilità di rovesciare di nuovo il tavolo…. Cevenini può trasformarsi da boa di ancora di salvezza in un faro”.
Faro?
Non ne sono convinto. Per ragioni che attengono alle scelte da compiere e che magari in seguito cercherò di chiarire ulteriormente ma che si possono già agevolmente desumere dal contenuto di questo anomalo blog.

Ma ciò ha ben poco o nullo rilievo.

Per adesso basti a te e ai quattro gatti che mi leggono quest’espressione di lealtà.

Quando, (questa è purtroppo la mia previsione) le difficoltà ti saranno, anche ingenerosamente imputate, e i tuoi più illustri sostenitori ti volteranno le spalle, io continuerò a darti atto di aver accettato semplicemente il tuo , non previsto, destino.

Nel malaugurato caso non mi troverai tra i tuoi facili detrattori.
Dalla tua hai pur sempre la possibilità ch’io mi sbagli.
E’ già successo.

PS *La Sveglia: ore 6,30 , per chi se lo ricorda ancora.
PS.2. E la destra mi chiedete? No. Non c’è. Fortunatamente. Lega compresa.