Archive for ottobre 2010

Per Bologna.

ottobre 28, 2010

Lo spettro del ’99 si aggira per Bologna.

Cevenini non aveva ancora lasciato Villalba che già, insieme agli ultimi auguri, si era riaperto il toto-sindaco nel PD.

Un paio di candidati chiedono di essere “unici”. Cioè indicati da tutto il PD. Mettendo così in mora la ragion d’essere delle primarie.

A distanza di 48 ore, ci si rende conto che bisogna evitare “la guerra per bande” per non finire come nel ’99.
A parte che la guerra per bande è insita nel meccanismo stesso delle primarie all’italiana, dove anche chi perde si garantisce comunque un posticino da qualche altra parte, adesso si cerca di correre ai ripari cercando un candidato nella società civile.
Da offrire alle primarie beninteso.
Primarie “vere”, beninteso.

La ripartenza avviene ancora una volta sul piede sbagliato.

Il Cev era l’unico candidato che poteva coprire, non riempire, (come ho già avuto occasione di dire) una preoccupante assenza di responsabilità politica, e di responsabilità tout court, che coinvolge l’intero arco delle forze del centrosinistra.

Per questo si cerca un candidato civico cui s’assegna il compito di stendere un velo, più o meno pietoso, sull’implosione in atto nel PD bolognese.

Posta così la questione si tratterebbe di un surrogato di Cevenini.
E, con tutto il rispetto per il Cev, non si troverà nessuno disposto a svolgere un tal ruolo.

Si poteva, ovvero si può ancora, agire in altro modo?
Vi sono altre opzioni a disposizione?

Può darsi.
Ma tutto , proprio tutto, dipende dal gruppo dirigente democratico. Locale e nazionale.

Solo che è una faccenda dolorosa. Si tratterebbe di azzerare la situazione con un’analisi franca e veritiera intorno all’esperienza dell’ultimo decennio.
Da qui chiedere e ottenere la comprensione e l’impegno di una larga maggioranza di cittadini che, sia pur ad intermittenza, si son riconosciuti in passato nella sinistra e nel centro-sinistra bolognesi.
Un sacco di brava gente che si appresta a non votare, né alle primarie , né alle secondarie.

Per tutti costoro non è sufficiente far mostra di piantare nuovi ulivi sul suolo nazionale. La festa degli alberi, tradizionalmente prevista nel mese di novembre, appartiene ormai a sfocati ricordi d’infanzia.

E non è neppur sufficiente la ricerca affannosa, a Bologna, di un civico candidato.

Neppure la tradizionale richiesta di dar la precedenza ai programmi può essere di qualche utilità. Di programmi son piene le fosse della politica bolognese e non solo.

Son passati ormai molti mesi da quando indicai la necessità di produrre a Bologna – a partire dall’esperienza storica della sinistra e da quella più recente dell’Ulivo e del centrosinistra- una SVOLTA CIVICA.

Un listone per tutti. Senza sigle di partito e partitini. Senza bilancini del farmacista a misurar forze e microforze,per assegnar in anticipo sedie e strapuntini.

Una lista di responsabilità e progresso civico per organizzare e gestire un passaggio al futuro nella politica,nell’amministrazione, nel governo di Bologna.

Spiegai come e perché una scelta di questo tipo non implicava una rinuncia bensì poteva rappresentare una nuova idea, politicamente offensiva per riprendere il cammino interrotto di un rapporto più autentico, ricco e onesto con la città intera.

Continuo a non vedere affatto questa proposta e quest’approccio come il “saltar un giro” da parte del maggior partito.

No.

E’ solo una idea nuova della politica, nel momento in cui è chiamata a misurarsi con i problemi sempre più complicati dell’amministrazione e del governo.

Un’idea e una proposta che non è semplicemente legata alla contingenza bolognese ma che , a mio avviso, s’impone più generalmente

Qualsiasi comunità locale, nel rapporto che s’instaura tra una quotidianità, a volte aspra, sempre complicata, e le tendenze e le dinamiche globali sente e sentirà sempre più il bisogno di un’autoidentificazione.

Insomma, sentirà l’urgenza di ritrovarsi tra cittadini che reagiscono e agiscono insieme.

Non necessariamente una visione di tal genere porta verso una chiusura localistica, settaria e verso la reazione corporativa di gruppi sociali omogenei.

Dipende.

Dipende da come s’affronta questo bisogno. Da chi lo identifica e lo promuove nel contesto di una più elevata convivenza civile e cooperazione sociale.

Non si tratta per questa via di escludere e negare le ragioni insopprimibili del conflitto tra interessi ma di tornare a radicarlo sul fertile terreno dell’interesse pubblico e generale e del bene comune.

Vabbè inutile proseguire. So già che è tempo sprecato

Sappiano comunque, i ricercatori di un candidato civico, che lo troveranno , senza particolare sforzo, solo quando e se imboccheranno la via principale.

Insomma se ridaranno in qualche modo lo “scettro al principe” (Scusa Pasquino).

La metto giù in politichese volgare: volete un civico?
Allora mollate davvero gli ormeggi che vi tengono sospesi per il collo ad un passato che non passa. Mi verrebbe da dire , novecentesco.
Per provocarvi. Voi che siete nati col sol pensiero di bruciarvi i vascelli alle spalle. Voi, che adesso, retrocedete confusamente verso la costa per timore di spingervi innanzi.

Voi , democratici del nuovo secolo- millennio, provate a riaprire la discussione con tutta la città in vista della presentazione di una lista “Per Bologna” .

Rinunciate a coltivare orti e orticelli ormai infruttiferi.

Date un’occhiata al futuro che incombe.

Aprite la finestra del partito/dei partiti e guardate in strada: c’è tutto un mondo che s’agita là fuori.

Tra un po’ è già primavera.

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Autoillusioni.(intermezzo)

ottobre 26, 2010

Articolessa di Ulrich Beck apparsa su Repubblica.

Premetto che ho comprato quasi tutti i suoi libri.
Gallina beccami se son riuscito a finirne uno.
Mi consola appena la possibilità che anche quelli che dicono di averli letti fino all’ultima pagina, il più delle volte mentano.
Accademici e intellettuali di vaglia a parte, naturalmente.

Comunque il nostro descrive le cinque autoillusioni della politica nell’era globale. Una roba mica per tutti.

La prima.

L’autoillusione del mondo globalizzato, riassumibile per i profani nell’affermazione secondo cui nessuno può far nulla contro i mercati: “si tratta – in un doppio senso – di una favola dell’innocenza impolitica”.

Vabbè, vuol dire (credo) che i politici si autoassolvono e si giustificano per la presunta incapacità di agire dopo che, loro stessi, avevano fatto di tutto per aderire in ogni paese alle regole (di bilancio) imposte dai mercati globalizzati condannandosi così all’inazione.

Ma non è finita.
C’è anche un’altra faccia di quest’impotenza che s’autoassolve.
Per le vie brevi ,essa consiste nel far i furbi per non pagare il dazio alla propria incapacità d’agire.
Ciò avviene quando , ad esempio, il governo tedesco propone una tassa sulle transazioni finanziarie. Una proposta che secondo Beck serve solo a gettare polvere negli occhi considerando che chi la propone è il primo a “non credere, neppur lontanamente nella sua introduzione”.

Riassumendo la politica s’avvale del pretesto di “non poter fare”, salvo ridiventar improvvisamente forte quando si tratta di salvar banche e Stati dalla bancarotta.
In certi momenti il “plusvalore politico” , argomenta Beck, ridiventa centrale nei contesti statali -nazionali.

La seconda.

L’autoillusione nazionale.

Qui si può esser concisi. Tutti comprendiamo,al volo, (persino io) di che si tratta.
Comunque per Beck la premessa di questa auto illusione si raduna nella radicata credenza (otto-novecentesca, suppongo), che : “senza nazione,niente democrazia”.

La terza e la quarta .

Autoillusione neoliberista e neomarxista.

Qui andiamo su un terreno più coltivato dalle nostre (mie) parti.
Utopia neoliberista come miglior socialismo perché con il regime del mercato globale si combatte efficacemente emarginazione e povertà.
Quella neo marxista inutile descriverla, è semplicemente “la gemella nera come la pece” dell’autoillusione neoliberista.

La quinta.

La richiamo al netto dei virtuosismi lessicali.
Si tratta dell’autoillusione tecnocratica.
Mentre le prime quattro muovono da una “minimizzazione delle opzioni politiche” questa punta invece alla “massimizzazione dello spazio d’azione sotto la pressione dei pericoli per l’umanità”.

Beck parla dell’emergere- par di capire dallo scioglimento delle calotte polari- di una “espertocrazia dello stato d’emergenza”. E qui , francamente e profanamente simpatizzo assai.
Alla fine, saltando tutti i passaggi intermedi del sinuoso argomentare bekiano , l’autoillusione tecnocratica presuppone “lo Stato nazionale che interviene in modo eco dittatoriale”.

Come al solito, e come s’è capito, sto’ tedesco, per quanto a intermittenza, m’intriga.

Del resto noi autodidatti restiamo sempre ammaliati/impaniati nel surplus di fatica che dobbiamo fare per arrivare a penetrare ragionamenti complessi e sofisticate analisi.

Rimane però sempre in noi, un certo senso di diffidente e rozza riserva.

Infatti qual è nella fattispecie la pars construens di Beck?

Sempre quella.

Il superamento “dell’ontologia nazionale”; la cooperazione transnazionale; uno spazio europeo che dovrà inverare nuove forme di democrazia diverse da quelle dello Stato nazione; una politica interna mondiale, dato che non ha più alcun significato una distinzione tra politica estera e politica interna.

Insomma la nota prospettiva cosmopolitica che il grande sociologo individua come la sola via per governare il futuro.
Tutto ciò riassunto al grezzo.
Ma naturalmente la tesi è più fine e notevolmente arricchita .

Arricchita per esempio da ciò che Beck chiama la “cosmopolitizzazione quotidiana” la quale comporta aprirsi al “mondo dell’Altro”, per percepire le differenze come arricchimento.

Beck avanza dunque una prospettiva affascinante, tuttavia continua a sottovalutare nettamente le controforze e le controtendenze che ribollono pericolosamente nel calderone della globalizzazione, come “potere anonimo” e irresponsabile.

Tra queste c’è  l’uso crescente della violenza (statale e privata) interna allo spazio nazionale globalizzato.

Guerre neo-coloniali in corso.

Un fondamentalismo religioso sempre più aggressivo.

Un evidente e clamoroso stallo del processo di costruzione di ciò che un tempo si definiva come l’Europa politica.

In tal contesto , che si potrebbe ulteriormente descrivere aggiungendo numerosi altri fattori, l’idea progressiva che stilla da tutto il linguaggio di Beck secondo la quale, innescato un processo questi è destinato a procedere, sia pur per vie diverse e inedite verso un solo possibile esito , mi sembra collidere, spesso e volentieri con molti e significativi eventi che si producono qui e ora.
In Europa e altrove nel mondo.

Torna quindi d’attualità il conflitto sociale(da ricostruire) come risorsa essenziale da rimettere in campo “al di qua e al di là della dimensione nazionale”- per usare il suo linguaggio.

Senza questo motore la dimensione cosmopolitica da imprimere allo sviluppo globale rischia di non contrastare esiti diversi e persino opposti rispetto a quelli preconizzati.

Al momento ,interessi potenti, rapaci, e sempre più indistinguibili da poteri criminali, fortemente e capillarmente radicati nello spazio globalizzato dei/dai mercati , dispiegano una volontà di potenza che non si ferma di fronte ad alcun altro potere, compreso quello ancor fragile e nascente di una società civile globale.

In questa concreta condizione storica  il volontarismo, insito nella visione di Beck ,rischia di divenire una sesta, non prevista, autoillusione.

Una profezia che non si autoavvera.

Ripartenza.

ottobre 25, 2010

Immagino si dirà che Cevenini ha fatto la sua scelta.
In verità, non c’erano scelte da compiere.
Un malore insidioso, come quello che lo ha colpito si affronta nell’unico modo possibile. Con una rinuncia imposta dalle avverse circostanze.
Non con una libera scelta. Dato che scegliere presuppone una libertà d’azione che nella fattispecie non è più ragionevolmente consentita. Almeno per un certo periodo di tempo.
Auguro, come tutti, a Cevenini che si tratti di un tempo breve.

Intanto la giostra non si ferma e il PD si trova a dover affrontare problemi che la candidatura di Cevenini poneva nettamente in secondo piano.

Il Cev, copriva un vuoto, senza tuttavia riempirlo.
Per questo ebbi a definire la sua candidatura come una via breve, una scorciatoia , un espediente. Una politica debole scopriva Cevenini per coprire la propria fragilità e cavarsela, ancora una volta, per il rotto della cuffia.

Altri pensano diversamente.

C’è chi ritiene che la debolezza della politica corrisponda semplicemente a un suo nuovo modo d’essere. D’essere all’altezza di una “modernità” che presuppone una personalizzazione depoliticizzata e una politica che si dispiega, invariabilmente, a trecentosessanta gradi.

I 360° costituiscono ormai la melopea ricorrente tra politici pragmatici senz’arte né parte. Non sanno nulla e nulla vogliono sapere, dunque si spalmano, col loro vacuo e puerile fraseggio e con le loro esangui presenze, nella più vasta assenza possibile: trecentosessanta gradi. D’assenza.

C’è chi, pur non arrivando a tanto, si limita a prender atto dei tempi che corrono. Risorse pubbliche decrescenti limitano a tal punto le possibili opzioni di governo, che una candidatura “popolare” senz’altre qualificazioni diventa la miglior soluzione possibile.

L’uomo giusto nel momento giusto. Colui che s’identifica con i problemi di tutti.

Serve, infatti, una consolazione. Non una soluzione.

Non potendo fare molto di concreto s’impone un approccio realistico e smagato. Più che compiere scelte politiche complicate e perigliose, importa accudire le anime, assecondando pulsioni, umori diffusi .

Insomma “stare tra la gente” in modo disincantato. A prescindere.

Con un bolognesismo direi , “starci dietro” alla gente. Nel senso di occuparsi dei cittadini semplicemente ascoltandoli.

O mostrare di ascoltarli.

Porsi all’ascolto. Comunque.
Quante volte si è recitata questa formula magica dopo ogni sconfitta elettorale.

Dice: che fate voi della politica?
Risposta: noi ascoltiamo.

Ma bravi, dico io.

Naturalmente capisco che finita l’epoca in cui ci si poneva “innanzi” alle persone per guidarle verso il sol dell’avvenire, quest’ultimo approccio appaia a prima vista non privo di qualche ragione.

Solo che, in passato a Bologna, la politica è riuscita molto spesso a stare, non “tra la gente”, ma CON la maggioranza dei cittadini, senza rinunciare alla propria prerogativa, che risiede appunto nella capacità di compiere scelte. A volte anche difficili.

Forse da qui si potrebbe ripartire.

Leghismi di ritorno.

ottobre 23, 2010

Bersani ha voluto chiarire l’altra settimana da Fazio -al netto di espressioni sempre più suggestive- per cui “quando piove ,piove per tutti”e “bisogna sfondare il muro del suono” e infine, “non siamo qui a pettinar le bambole” che Berlusconi: “è un osso duro”.

Vero. Ce n’eravamo accorti.
Già da qualche tempo.

Ciò non toglie che sia già iniziata un’aspra lotta per la successione entro il blocco di consenso che il Cavaliere ha saputo cementare attorno alla sua persona dagli inizi degli anni ’90 fino ad oggi.

Sarebbe utile approfittarne.
Ma non è su questo che voglio intrattenermi.
E’ arcinoto come la penso al proposito.

Voglio soffermarmi , invece da profano (e quindi con tutta la modestia del caso), a segnalare un fenomeno in atto, che si svolge dentro un pezzo del sistema di potere berlusconiano non particolarmente esposto alla luce del sole e tuttavia nevralgico; poiché non solo Fini e a suo modo Casini, si preparano ai giorni che verranno dopo Berlusconi.

Noi bolognesi, intenti a guardarci il civico ombelico, tra primarie e drammaturgie locali in corso d’opera, non vi facciamo caso, ma forse il sintomo più eclatante dell’inizio della fine dell’attuale regime viene dalla Sicilia.

Laddove il centro destra diede clamoroso cappotto al centro sinistra quando ancora si votava nei collegi. Beh in quella terra meravigliosa , al netto della mafia , sta succedendo qualcosa che ci ricorda l’inizio degli anni ’90 .
Gli anni successivi alla fase stragista di Cosa Nostra capeggiata dalla “belva” di Corleone. Gli anni del grande “avvento” che videro la scesa in campo del presidente del Milan.

Pochi lo ricordano ma in quel periodo, mentre tangentopoli impazzava in Italia, e la Lega cresceva al nord, si verificò tutto un lavorìo, tra politici, massoni più o meno deviati, e mafiosi a ventiquattro carati, finalizzato a dar vita alle leghe del Sud.
A partire dalla Sicilia. Fu impegnato persino il Gran venerabile della loggia P2, insieme ad autorevoli rappresentanti dell’estrema destra e dell’eversione nera del calibro di Stefano delle Chiaie.

Per memoria , ancora nel 1999 Gianfranco Miglio cui è intestata la nota scuola di Adro, chiariva che : “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta . Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il meridione al modello europeo. Sarebbe un’assurdità….. insomma bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate.”

E, non c’è dubbio che i movimenti leghisti che si vollero impiantare anche in forma di liste elettorali in tutte le regioni del Sud negli anni del grande cambio, dopo l’89 e tangentopoli, miravano a “costituzionalizzare” un’ area franca, e in particolare in Sicilia a costituire una sorta di “Singapore del mediterraneo”. (La definizione di trova in “La trattativa” di M. Torrealta Ed Bur) .

Poi , più realisticamente, ci s’aggiustò con il nuovo regime nascente.

Adesso, forse non è un caso se, ancora una volta in Sicilia, s’annusa l’aria e nascono movimenti e partiti autonomisti.

Qualche mese fa ero a Pantelleria dove, con un freddo cane, si votava per l’elezione del sindaco.

Da una parte tutti i partiti, (dal PD al PdL) di centro-destra e centro- sinistra uniti in un listone a sostenere il sindaco uscente proveniente dai DS (che peraltro conobbi a suo tempo); dall’altra parte una lista civica di cacciatori-ambientalisti(?) alleata a il “PdL Sicilia” di Gianfranco Miccichè.
Ha vinto, sia pure per pochi voti e contro ogni ragionevole previsione, il candidato dell’ex sottosegretario del governo Berlusconi.

Dopo qualche mese, è ormai chiaro che il Pdl nazionale, d’improvviso, conta assai meno in tutta la Sicilia da quando il Presidente autonomista Lombardo ha deciso di farne a meno nella nuova composizione della sua giunta di “tecnici”.

E dopo che Miccichè ha già annunciato la nascita “del partito del popolo dei siciliani”.

Può anche darsi che l’autonomismo degli anni ’10 del nuovo secolo, rappresentato dall’Mpa di Lombardo e dal nuovo partito di Miccichè, non abbia nulla in comune con il leghismo separatista (nero, mafioso e piduista) dei primi anni ’90.
E che , anzi, si tratti di un autonomismo “virtuoso”.
Anche se, su quest’ultima, è lecito assai dubitare.

In ogni caso quanto sta avvenendo in Sicilia è il sicuro sintomo di una “trattativa” che si già si preannuncia.

Infatti il Miccichè ha già chiarito di sognare “ un Berlusconi premier sostenuto dalla Lega Nord e dalla Lega Sud ..ho già accordi in Campania e in Puglia”.

Per il momento si può parlare solo della preparazione ad uno scambio politico con il “federalismo” leghista del Nord nell’ambito di un cambiamento politico nazionale, con Berlusconi o (al di là dei sogni di Miccichè) senza di Lui.
Ciò che farà (o sta facendo?) Cosa Nostra lo vedremo.

Come al solito con qualche ritardo.

Certo è da immaginare che , ora come allora, non starà – per dirlo con un’immagine in puro stile bersaniano- a “rigirarsi i pollici”.

Si profila la possibilità di un cambiamento.

Tutti i  poteri, a partire da quelli più forti che (checchè se ne dica) son quelli criminali, si mettono all’opera per influenzarlo.

Occasioni perdute.

ottobre 21, 2010

Il successo enorme della manifestazione della Fiom dovrebbe far riflettere, di nuovo, i dirigenti del PD. Su loro stessi, sul loro partito.
Non so se sia corretto, giusto e opportuno che un partito come tale aderisca ad una manifestazione sindacale. Lascio in sospeso quest’aspetto che comunque affiderei alle circostanze “storiche” concrete piuttosto che a ragion di principio.
So che è significativo che i dirigenti PD , a partire dal loro segretario, a quella manifestazione non c’erano. Salvo Cofferati che invece c’era e che ha consegnato a “Il Fatto quotidiano” la sua critica a quell’assenza.
Ha aggiunto anche Cofferati – si presume con qualche cognizione di causa derivante da una lunga esperienza- che “se la piattaforma della Fiom peccava in qualcosa era nell’essere molto moderata.”

Su quella piattaforma comunque che riguarda diritti fondamentali costituzionalmente tutelati, sono confluiti a Roma i lavoratori d’Italia insieme a diversi gruppi sociali che secondo le logiche “riformiste” non ci sarebbero dovuti essere.

In sostanza la Fiom ha ottenuto un successo sul piano quantitativo che è andato persino al di là delle aspettative della vigilia, nonostante l’aperto sabotaggio del Ministro Maroni che preconizzava ogni sorta di disordini invitando la gente a starsene a casa.

Ma la Fiom ha fatto ben più di questo.
Ha rilanciato infatti una vera politica delle alleanze facendo perno non sulla mediazione ma sull’intransigenza. Con la quale, ultima, ha difeso diritti fondamentali dei lavoratori e di tutti i cittadini.

Su questo successo qualitativo dovrebbe riflettere il PD. Per arrivare a comprendere che , forze e gruppi sociali, singoli cittadini, gli operai e la parte maggioritaria di una classe media ormai largamente “proletarizzata” , attendono solo un riferimento certo e saldo per costituire un blocco sociale e politico elettoralmente vincente.

La Fiom , cari democratici, col suo crescente consenso nella società italiana dimostra quanto sia fuorviante e del tutto priva di fondamento reale la solita tiritera secondo cui bisogna proporre un riformismo moderato, in termini di programmi e contenuti, per conquistare il centro. Quel luogo mitico e ormai materialmente e culturalmente assai sfumato dove si decide della vittoria o della sconfitta.

Quest’approccio da almeno vent’anni  è sempre stato tipico di una subalternità alle altrui visioni del mondo  sommariamente e impropriamente definita come “riformismo”.
Chiunque ne individuava la intrinseca debolezza, consistente nel fare con maggiore gradualità e dolcezza le stesse riforme proposte dalla destra, veniva etichettato come radicale e come tale messo fuori gioco , a furor di popolo incazzato(giustamente) contro le facce impresentabili di varie piccole sinistre di rentiers.

Il successo della Fiom, dovrebbe adesso schiarir le idee, poche e confuse, di quanti ancora s’attardano in decrepite visioni di fine novecento allorquando sembrava assurdo, antistorico e conservatore opporsi con successo alle peggiori conseguenze della globalizzazione economica. Bisognava , allora, bere fino in fondo l’amara medicina che avrebbe fatto tanto bene , in futuro, a i nostri figli.

Beh, quel futuro è il nostro presente e nel PD ancor s’indugia ad un realismo politico che ha introiettato la sconfitta.

Non si va dalla Fiom anche per non scontentare la CISL, e Marchionne di cui furono vantate capacità e meriti a profusione da parte dei maggiori dirigenti del PD.

E così si continuano a perder le occasioni per rimboccarsi le maniche.

La corsa.

ottobre 18, 2010

Il malore che ha colpito Maurizio Cevenini, indurrebbe a considerazioni più o meno rilevanti intorno ai ritmi, sempre più massacranti, imposti dalla politica ai giorni nostri.
Ma forse è sempre stato così.
Ci vuol un fisico bestiale, non solo per bere e per fumare ,come dice la canzone ma anche per stare in pubblico ventiquattro ore al giorno.
Sempre pimpanti, disponibili, sorridenti.
Sempre a disposizione di chi domanda, sollecita, incita, rampogna, critica o loda.
Francamente non credo vi sia un mestiere più bello e ad un tempo più duro della politica a tempo pieno. E accade di pagar dei prezzi.

Ma adesso è inutile , fuori luogo e anche di cattivo gusto, soffermarsi su questa fatica intrinseca al mestiere della politica.

“Forza Cev , presto in piedi e di corsa” dice Prodi dagli USA.
Capisco benissimo il senso positivo e affettuoso di questo incitamento.
Io direi invece a Cevenini di prendersi tutto il tempo necessario per rimettersi in piena forma.
Tutti sanno cosa penso delle primarie.
Cevenini può benissimo fare a meno di quella ginnastica.
A riprova basta leggere i messaggi di solidarietà, stima e affetto che gli son giunti in questa circostanza per capire che non ha bisogno di ulteriori legittimazioni.

Se poi il PD ritiene che le primarie valgano soprattutto come mobilitazione in vista della campagna elettorale della prossima primavera , beh allora c’è una soluzione semplice e comprensibile a tutti: sposti le dannate primarie a Febbraio. Il risultato non cambierà.

Intanto si dia a Cevenini , la possibilità e anzi s’impartisca, se possibile, l’ordine di star a riposo e in vacanza per almeno un mese, o anche più.

A tal proposito, sfido chiunque a prospettare il benché minimo problema politico.

Perché mi permetto d’avanzare questi consigli non richiesti?
Ma perché so, anche per esperienza, di cosa parlo.

Quando si è sulla giostra sembra che ogni giorno e ogni ora siano importanti. Decisivi.
Poi, a distanza di tempo, ci s’accorge che non è così. Quasi mai.

Si fa politica d’accordo, ma pur sempre in tempo di pace.
Non ci son nemici alle porte ,e a Bologna non ci son neppure avversari che incombono, nè decisioni che non possano subire un congruo rinvio.

Dunque: riposo.
C’è tutto il tempo per ricominciare a correre.

Esercizi di democrazia.

ottobre 10, 2010

E’ quasi fatta ,scrive Pasquino. Tre concorrenti molto diversi rendono le primarie del PD un reale esercizio di democrazia.
In omaggio alla stima che confermo al professore, vien da sorridere.
Viceversa ci sarebbe solo da ridere.

Un reale esercizio di democrazia non può consistere in una gara il cui esito è scontato in partenza.
Non è sufficiente che la posta in gioco sia “contendibile”in astratto.
E’ necessario vi sia , in concreto, qualche pur remota probabilità ch’essa sia anche “ottenibile”.
Nella fattispecie tale probabilità non arriva all’uno per mille.
Lo sanno anche i sassi.
Primarie vere si son svolte recentemente nel Labour, per esempio.
Nel PD bolognese non se ne son mai viste. Né si vedranno in quest’occasione.

Lo dico anche in relazione alla decisione che incombe sull’assemblea di “IO CI STO” . Potete starci, cari amici e compagni, nelle primarie che il PD organizza in nome e per conto della coalizione di centrosinistra.
Di sicuro non potete pensare, neppure alla lontana, di incidere in qualsivoglia modo.

Certo anche la decisione, opposta alla prima, di dar vita ad una lista civica è tutt’altro che semplice.

Il PD di Donini in fin dei conti, respingendo la proposta avanzata, con somma improntitudine dal cattivo soggetto che firma questo post , è riuscito tuttavia a far quadrare il cerchio.
Almeno per il momento.

Cevenini infatti è contemporaneamente il candidato del PD e il candidato civico. Ognuno può prenderlo (votarlo) come gli pare.
Lo preferisci del PD? Ce l’hai.
Lo vuoi civico? Ce l’hai ugualmente.
Per proseguire con geometriche metafore, si chiude il cerchio. Comunque.

Dunque lo spazio per una lista “agonista e d’orgoglio civico” (rubo questa definizione ad un altro cattivo soggetto, come me) si restringe.

In effetti il Cev sarà votato nelle “secondarie”,( le primarie son già fatte), da molte e diverse parti .

I due brevi e significativi cenni del Cev, all’atto dello scioglimento della riserva infatti, già chiariscono l’assetto di marcia.
La Curia bolognese e Guazzaloca.
Non so cosa farà quest’ultimo e, se non s’indigna, devo dire che non m’importa poi tantissimo.
Oh, se poi s’indigna, vabbè. Fa lo stesso.

La Curia invece m’interessa assai più.

A differenza della Cisl, che sale d’impeto sul carro del vincitore designato pensando alla futura giunta senz’avere alcun particolare seguito elettorale, la curia possiede invece qualche capacità di moral suasion che intende far valere con religioso fervore operativo nella prossima campagna elettorale.
D’altro canto non si contano più le esternazioni direttamente politiche, persino di dettaglio, dei suoi massimi vertici, o gerarchie che dir si voglia.

Ad una politica sotto scopa corrisponde anche a Bologna come nel resto del mondo, una ripresa di ruolo direttamente politico delle autorità religiose.
Si è giunti a fare, nel corso di solenne liturgia, l’identikid del candidato.
E non a caso Cevenini, che dovremmo da subito smetter di considerare come uno sprovveduto, avvia la sua corsa da Piazza Maggiore con l’obiettivo d’ arrivare, penitente e grato, a…. San Luca.

Mi sembra chiaro.
Il Cev, per non saper né leggere né scrivere, cerca intanto di rientrare nel ritratto rispondendo tempestivamente alla raccomandata (con obbligatoria ricevuta di ritorno) del Cardinale.

Si potranno fare altri esempi, a iosa, nei prossimi giorni e mesi. Dato che vi sono altri ritratti in cui rientrare.
Quando poi si dovesse (ammesso e non concesso) parlare di programmi ,il “ma anche” di veltroniana memoria è destinato ad impallidire nella campagna elettorale bolognese.
Per il momento può bastare il riferimento alla curia per chiarire che tra Grillo e il PD- civico- Cev, c’è poca acqua in cui nuotare. Quanto agli altri “poteri”, meramente secolari e laici si faranno vivi presto. In modo più o meno palese.
Coi loro “contenuti”, ovvio.
Cosa avevate capito?

Insomma, il Cev-PD-civico, prima ancora d’essere il sindaco di tutti (espressione tutto sommato congrua sotto il profilo istituzionale) è già il potenziale candidato di tutti. Di tutti quelli che andranno a votare , beninteso. E anche di quelli che non votano a Bologna dato che c’è anche Cofferati che fa capolino da Strasburgo per pietire un riscontro positivo alla sua generosa offerta d’aiuto.

Ma torniamo a noi.
Poca acqua dicevo.
Troppo poca quando s’avverte un vero e proprio disincanto dei bolognesi.
La partita si gioca in un vuoto partecipativo sostanziale, fatta eccezione per un’ agguerrita tifoseria( tra cui c’è già chi paragona il Cev a Dozza, sindaco della liberazione ), la città sembra avere ormai la testa altrove.

I bolognesi col loro atteggiamento distaccato e fatalistico sembrano pensare : ne abbiamo viste di tutti i colori. Più niente ci stupirà.
Si può vivere anche senza politica.
Fate un po’ quel che volete. Noi,negli interstizi, lasciati liberi da una politica debole fatta di chiacchiera e d’immagine, ci arrangiamo come possiamo. 

E , per dir la verità, per quanto io abbia contratto il virus della politica in tenera età, mi vien spesso da solidarizzare con l’istinto d’autodifesa dei miei concittadini. Tutti , non solo quelli di sinistra.

Del resto , molti della mia generazione, tra cui quelli che per la prima volta non andranno alle urne, da tempo m’avvertono: smettila, è ora di dargliela su.
Sottinteso: anche con l’onanismo insito in questo blog.
Tanto più pernicioso, per gli occhi e per la mente, in quanto pericolosamente tardivo.
Ma, insomma, tengo ancor duro,(si fa per dire) finché la vista mi sorregge.

E a riprova concludo con un consiglio agli irriducibili della lista civica di sinistra, in questo contesto, ultra-minoritaria.
Ci ho pensato. Io non la farei. Per non dare troppe soddisfazioni a chi non le merita e perché continuo a pensare che vi siano altre strade per tornare alla politica in futuro.

Cari compagni ed amici, in parte vi conosco.
Persone per bene e disinteressate. Anche quando ci siamo scontrati, siamo sempre stati dalla stessa parte. Partigiani.
Se, alla fine ci sarete vi voterò.
Con una sola condizione: trovate un candidato che non appartenga al novero dei soliti noti.
E’ importante.
Per la qualità della testimonianza dico.
Per la sua credibilità.
Per il futuro che verrà. Che dovrà pur venire. A Bologna e altrove.

Pasquino.

ottobre 6, 2010

Pasquino (ciao Prof) scrive che nel peso del passato che riguarda la lunga storia politica di Bologna, vi sono anche le mie responsabilità.
Quando rinunciai alle primarie di partito nel fatidico 1999 e quando scelsi e indicai Caronna per la segreteria del partito.

Le ammetto entrambe.

Più volte ormai , con dovizia di particolari anche inediti, ho cercato di surclassare la vulgata della “gran rinuncia” e di giustificare la scelte successive. Basterebbe rileggere parecchi dei miei circostanziati e non reticenti commenti che si trovano in questo blog per avere un’idea di come andarono le cose secondo la versione di Zani.

Non ci torno sopra. E’ inutile. Ormai è passata una versione tanto “ufficiale” quanto faziosa che non val la pena insistere.

Per la stima e anche per l’amicizia non ipocrita che nutro verso Gianfranco Pasquino, col quale condussi, a suo tempo, una battaglia politica e di idee perduta in partenza, val la pena di tornare su due punti del suo editoriale apparso su Il Corriere di Bologna.

La questione del candidato civico e quella delle primarie.

Sulla prima.

Non mi pare d’esser stato reticente o tardivo. Ho avanzato la mia proposta di lista civica di sinistra all’inizio del mandato commissariale.
L’ho illustrata per il lungo e per il largo ormai un numero eccessivo di volte.
Ero solo in parte convinto, anzi speranzoso che nel PD e in Sel si comprendesse il senso politico “offensivo” di un tal approccio.

Si trattava di far finalmente i conti con il peso del passato.
Ricominciare per una via nuova riallacciandosi in un modo originale e aggiornato ai tempi nostri alla migliore tradizione civica di questa città.

Naturalmente per esser minimamente credibile un tal approccio scontava un disinteresse personale da parte di chi lo avanzava.

Per quanto riguarda le primarie invece Pasquino afferma che il sottoscritto è coerente da almeno quindici anni.
Mah, forse son troppi. Comunque io la penso ancora così.

Le primarie, fino ad oggi concepite e svolte in questa città, son sempre state del tutto farlocche. Sfido a sostenere decentemente il contrario. Esattamente al pari di quelle che si preannunciano. Per la ragione che ancora una volta non vi son dubbi di sorta su chi le vincerà.
Infatti, prima si crea una situazione favorevole ad un candidato, nella fattispecie lo s’investe addirittura nel corso della principale manifestazione di partito, e poi s’afferma che gli organi di quel partito, segretario in testa, svolgeranno una mera funzione d’arbitraggio.

Chi vince è sempre il migliore dei mondi possibili.
“Bella gara, vinca il migliore” dice Romano Prodi. E buonanotte ai suonatori. Così nessuno sarà obbligato ad intestarsi, in seguito, la responsabilità di averlo indicato, il migliore.
Non si sa mai. Metti che si vincano le primarie e si perdano (o si vincano male) le “secondarie”. Oppure che il sindaco in carica non si riveli all’altezza del compito. A quel punto nessuno potrà cercare responsabilità nei gruppi dirigenti.

Per conto mio, la penso diversamente. Non apprezzo questo modo di far politica.

Nel dare atto a Donini della sua intransigente coerenza sulle primarie, che ha fatto saltare altri piani e progetti e candidati, debbo però notare che chi si limita a dirigere il traffico rischia d’assomigliare più a un vigile urbano che a un dirigente di partito.

Ciò vale, peraltro, per qualsiasi organizzazione sociale o aziendale.

Tra i compiti essenziali di quanti assumono una funzione dirigente c’è anche la (più difficile) responsabilità di indicare le persone che si ritengono giuste per il posto giusto.
Accade a volte che la situazione imponga talune scelte perché altre son precluse. Anche in quel caso la responsabilità resta.

In quest’ambito son d’accordo con Pasquino. Una volta che i dirigenti scelgono e sostengono un candidato alle primarie e quel candidato non risulta gradito sono chiamati a compiere un solo atto: quello delle dimissioni.
Solo in questo modo mi si potrebbe convincere ad aderire alla logica di elezioni primarie.

Ciò , tuttavia non è mai successo, Né mi pare accadrà in futuro.

Risposta.

ottobre 5, 2010

Secondo Giovanni, un mio acuto interlocutore su questa sub-specie di blog, il compromesso storico “era nella testa del partito di Berlinguer ma non corrispondeva ad alcuna reale esigenza sociale , economica , politica ed etica presente nel paese.”
Analogamente anche nell’’89 non c’è stata alcuna svolta.
In verità non è successo alcunché.

Debbo una risposta dato che ho, fino ad ora, effettivamente glissato.
Per la verità l’avevo già scritta, sotto forma di commento al commento, come faccio di solito. Internet mi ha fregato e il mio lavoro si è perso nei misteriosi meandri dell’etere elettronico.

Poco male, se non per il tempo perduto. La qual cosa ad una certa età costituisce comunque un danno irreversibile. A scanso d’incidenti stavolta scrivo direttamente sul mio Microsoft Word anche ritenendo(pur con qualche dubbio) che la risposta a Giovanni possa incontrare un qualche interesse più diffuso.

Era trascorso appena un anno da quando nel settembre e ottobre del 1973, subito dopo il golpe in Cile, Berlinguer aveva scritto su Rinascita tre lunghi articoli (tre ,non quattro come si trova su Wikipedia) componenti un saggio che si concludeva con la necessità di dar vita ad “un nuovo e grande compromesso storico….” e io mi trovavo, in una nevosa serata dell’inverno del ’74, ad aggirarmi un po’ fantozzianamente per la pianura bolognese.

Cercavo un indirizzo presso il quale depositare un carico clandestino: un ciclostile, un quintale di risme di carta, un megafono ,una quantità industriale d’inchiostro e infine una macchina da scrivere.
Il tutto era nuovo di zecca. Acquistato per l’occasione.

“L’occasione” di un imminente colpo di stato.
Aspettando il quale si trattava di preparare adeguatamente una risposta immediata, in grado d’informare su quanto stava accadendo considerando ovvio che i golpisti avrebbero subito preso possesso di radio e televisione.
L’idea era quella di proclamare lo sciopero politico generale ad oltranza per far rientrar sul nascere il colpo di forza.

Come dite? Come dici Giovanni?

Roba da matti?

Mah, mica tanto, considerata l’enorme quantità di commenti di stampa inneggianti al celeberrimo lealismo dell’esercito cileno, sul quale con dovizia di particolari storici l’opinione pubblica internazionale era stata edotta e tranquillata per tutto l’arco degli anni e dei mesi precedenti l’11 settembre del 1973.

E considerate le inconsuete manovre di carri notate in diverse caserme del paese nei giorni precedenti.

Ex post dovrebbe valer qualcosa anche la testimonianza resa da Edgardo Sogno a chiarire che non si trattava di un allarme infondato. Del resto tutti i golpe falliti, o semplicemente non attuati diventano, per la storia e nella memoria collettiva, golpe da operetta.
Può esser istruttivo a tal proposito leggere il libro di Javier Cercas (Anatomia di un istante) sul tentato golpe del 1981 in Spagna.

In Italia, comunque correva l’anno 1974 con i giovani neofascisti a gridare per strada “ Santiago/Atene /adesso Roma viene”.

Il PCI, aumentava il proprio consenso elettorale e sociale. Presto sarebbe arrivato vicino al confine considerato invalicabile nel mondo diviso in blocchi.
Si trattava di dare sbocco politico concreto a quel consenso, dato che se il consenso non lo impieghi, non lo investi e non lo fai fruttare , inevitabilmente lo perdi.

La proposta del compromesso storico assumeva così, pur muovendo da una preoccupazione difensiva , un carattere politicamente offensivo.
Si doveva compiere un doppio movimento.
Tener vincolato il partito unico al potere , la Dc, al terreno democratico, nel momento in cui, un insieme d’interessi e di forze premeva su di esso affinché rompesse, in un modo o in un altro, il patto costituzionale.

Nello stesso tempo si trattava di avanzare allargando la camicia di forza dell’equilibrio bipolare senza stracciarla, (la terza fase di Aldo Moro) o se si vuole “la seconda fase della rivoluzione democratica e antifascista”, in “attesa” che maturasse il tempo,(ovvero per avvicinarlo) di una normale alternanza nel governo dell’Italia.

Ho scritto alternanza e non alternativa.

Nella controparte costituzionale cui Berlinguer si rivolgeva non era evidentemente presente l’idea di alternativa democratica che implicava non già una riforma del sistema politico ma una messa in discussione radicale del “modello di sviluppo” (capitalistico).

Su questo terreno si trovano le basi etiche, sociali, economiche e politiche di quella proposta.
A parer mio c’è una sostanziale continuità di pensiero e di elaborazione nell’approccio berlingueriano ai problemi del governo “delle moderne contraddizioni” tra il compromesso storico e la successiva proposta di alternativa democratica.

La prima fu certo banalizzata, sminuita e ridimensionata anzitutto all’interno del PCI, ma nondimeno fu ben intesa dal paese stando almeno alla formidabile crescita elettorale degli anni ’75 e ’76 e considerando la estrema determinazione di quanti si misero subito all’opera per vanificarla con ogni mezzo.

Moro infatti fu preso e poi ammazzato.

Dalle BR , certo.

Da quelle stesse BR che l’indomani (proprio il giorno dopo intendo) avrebbero mietuto un successo clamoroso visto che la direzione nazionale della Dc s’apprestava a dar il via libera alla trattativa riconoscendo, solennemente, ai brigatisti lo status di combattenti rivoluzionari.

Invece no.

Le BR, nuova versione, cioè le BR +Moretti, si autoaffondano con l’uccisione di Moro.

Come dite, come dici Giovanni?

Ho una visione complottarda della politica e della storia d’Italia?
O magari sono tra quanti, all’inizio, pensarono che le Br erano fascisti travestiti da comunisti?

No. Non sono tra questi e non si tratta di questo.
Fermo restando che si può sempre discutere (ancora sissignore) sulla patente esposizione del fenomeno brigatista e della sua stessa organizzazione a molti e diversi influssi esterni.

Ma , al netto di una tal legittima discussione, m’interessa metter in rilievo che il cuore di tenebra che ha continuato a battere in continuità con il passato regime fin dai primordi della Repubblica sotto la pelle della giovane democrazia italiana, non è mai stato davvero strappato dal corpo della nazione.

C’è stato sempre un grumo di interessi illeciti e criminali sorretto da alleanze più o meno occulte e variabili e mantenuto in un brodo di coltura potenzialmente(e a tratti scopertamente) eversivo. Interessi e poteri informali , attivi, capaci di interagire di volta in volta con le dinamiche sociali e i processi politici.
Qui tra l’altro s’intravede ancora a distanza di oltre mezzo secolo una sorta di “connessione sentimentale” con il ventennio del fascismo.

Così io valuto ad esempio quel “piano di rinascita democratica” oggi considerato come l’opera buffa di quattro cialtroni incappucciati e che però si è incarnato se non attuato, almeno in qualche punto, nel berlusconismo oltre che influire ,temo, nella formazione del senso comune.

A tal proposito potrei proseguire.
Per chiarire che anche nell’89 qualche cosa è successo. Così come qualcosa è successo, nei primi anni novanta, per far nascere la sedicente seconda repubblica. Morti ammazzati e stragi di mafia. Il cuore di tenebra ha accelerato ancora una volta il suo battito e ha mosso il corpo di una nazione non ancor del tutto costituita in una direzione imprevista.

Vabbè proseguirò magari in seguito.

Adesso mi limito a concludere che se il compromesso storico fosse nato solo nella testa di un partito o di una persona non avrebbe dato luogo ad un insieme di reazioni così diverse e pur così confluenti e ferocemente determinate a far fallire quella politica.

In ogni caso quella politica fallì.

Ammetto che è lecito chiedersi con sincerità e distacco critico se un’altra via era per caso possibile.

Ma come dice quel tale, questa è un’altra storia.