Archive for novembre 2010

Non c’è limite..

novembre 27, 2010

Non c’è limite al peggio.

Si è fatto di tutto e di più per approdare al candidato unico del PD, ma l’accordo non tiene.

Anzi.

Siamo ai materassi.

E nessuno che s’interroghi onestamente sulle ragioni di questo casino.

A Bologna c’è un partito che, sulla base oggettiva di tutti i risultati elettorali recenti, ha la vittoria in mano. Nonostante il grosso dettaglio costituito dalla scelta di ben tre candidati sbagliati di seguito e nonostante il non piccolo dettaglio aggiuntivo, d’aver provocato, da ultimo, anche l’onta del commissariamento della città.
Per di più spicca l’assenza di una qualsivoglia opposizione, col centro –destra reso del tutto inessenziale dalla pochezza dei suoi dirigenti e da una divisione interna destinata, con ogni probabilità, a non ricomporsi in tempo utile.

In un tal contesto basterebbe, ancora, che nel PD prevalesse la ragion di partito.

Invece no.

L’appello accorato di Cevenini, secondo cui bisogna “chiudere ogni polemica e ogni incomprensione per concentrarci il più possibile sul bene della nostra amata città” appare per quel che è: un patetico tentativo di far finta di non capire.

C’è una guerra in corso nel PD bolognese.

Si tratta di far prevalere posizioni e destini personali. E di assicurare rendite per gli appartenenti alla propria fazione.
E, ciò comporta una corsa a spartirsi le spoglie persino della residua buona fede di tutti quei militanti che credono ancora nelle primarie come principale carattere distintivo, identitario, di un partito privo, per il resto, di qualsiasi certa identità.

A riprova.

Dove diavolo stanno, esattamente, le differenze politiche e programmatiche tra i due principali contendenti, Merola e De Maria?

Per cosa ci si combatte?

E mentre infuria la battaglia si continua a recitare, sempre più stancamente, la litania in base alla quale non ci son candidati di partito.

Non va bene.

Donini.

Non va bene.

La verità è che eravate giunti a indicare un candidato di partito ma la mediazione, per ragioni che sfuggono alla mia comprensione, non è riuscita.

Inutile, adesso, metter la sordina allo scontro in atto.

Se non si senton rumor di spari, a questo punto vorrà solo dire che s’usano pugnali.

Ed è persino peggio.

D’altro canto qual è quel partito che non ha un candidato alle elezioni?

Se un partito non ha un candidato rinuncia semplicemente a svolgere una delle sue più rilevanti funzioni democratiche.

Non è un partito.

E’ solo un asino in mezzo ai suoni.

Il resto son balle.
Inventate per cadere sempre in piedi e non pagar dazio alla responsabilità di una scelta da sottoporre al giudizio degli elettori.

Questo o quella per me pari sono.
Qualcuno disse così anche nel lontano ’99.
Dopo peraltro aver avanzato una proposta.

E qualcun altro, d’impulso rispose: ah sì, allora vai a fare in c…

Attenzione che stavolta gli elettori possono ragionare anch’essi d’impulso…

Spero solo che almeno adesso qualcuno comprenda il senso politico, nient’affatto strumentale, della proposta di lista civica di sinistra che avanzai nell’aprile scorso.

Non si trattava d’umiliare un partito, ma di prender atto della situazione difficile e inedita che si era creata per la prima volta con il commissariamento del comune e di trarne conseguenze politiche tali da mobilitare e rimotivare la cittadinanza dei bolognesi.
Persino il consenso che questi ultimi venivano spontaneamente esprimendo nei confronti della figura del commissario avrebbe dovuto far intendere la necessità di avviare una nuova stagione politica.

Se si fosse lavorato seriamente alla costruzione di una svolta in senso civico, a partire dallo schieramento di centrosinistra, il PD non si troverebbe oggi a brancolare in questo ginepraio.

Dal quale , in un modo o nell’altro si uscirà , naturalmente.

Ma per il PD e , segnatamente per lo strato dirigente proveniente dai DS, non si tratterà di un uscita indolore.

Tutt’altro.

Strano e imprevisto modo di concludere una lunga storia.

Forse anche ingiusto.

Il partito democratico di Bersani.

novembre 25, 2010

Accettando il cortese invito di Pasquino a partecipare alla presentazione del libro da lui curato “Il partito democratico di Bersani” mi ero ripromesso di mantenere un certo aplomb.

Profilo basso. Atteggiamento distaccato, consono a chi si trova ad osservar la politica dall’esterno.

Tra l’altro , essendo presente anche il segretario bolognese del PD, un tale approccio era in qualche misura dovuto per evitare d’impicciarsi impropriamente nella vicenda in corso a Bologna.

Beh, ci son riuscito solo in parte. A mantenere un atteggiamento distaccato , dico.

Nonostante il libro in questione si componga di vari saggi tutti mirati a descrivere dettagliatamente lo stato organizzativo attuale (primarie, ricambio dei gruppi dirigenti, partecipazione al voto) del PD di Bersani in rapporto a quello di Veltroni , l’incipit di Paquino e Valbruzzi mi ha, inevitabilmente, trascinato a riproporre i termini essenziali di ciò che continuo a considerare la falsa partenza del primo PD.

Il suo peccato originale.

Infatti, subito all’inizio, gli autori scrivono che per un partito che nasceva all’insegna dell’innovazione, “c’è poca novità nel definirsi solo e soltanto democratici”.

Oggi siamo tutti democratici. “Perciò dirsi e rendersi riconoscibili in quanto democratici tra i democratici richiedeva uno sforzo di elaborazione ideale e intellettuale titanico”.

Ora quest’apertura corrisponde per me ad una provocazione costruttiva impossibile da eludere, dato che la fusione tra gli ex comunisti e gli ex democristiani ignorò volutamente proprio questa necessità.

Per me , il terreno d’elezione di un “partito nuovo” che assume il nome di democratico deve obbligatoriamente proporsi d’affrontare, in prospettiva strategica, il tema della democrazia.

Per dirla con Salvadori, deve porsi di fronte ad uno stato di fatto generale che vede dispiegarsi, in giro per il mondo, il paradosso di “Democrazie senza democrazia”.

Salvo pensare che si tratti solo , dopo l’89, di “rientrare” nell’alveo di una vittoria definitiva della democrazia liberale vista (Salvadori) “come lo stadio conclusivo dell’evoluzione della storia umana”.

Se così è , e così deve essere, allora si giustifica e ben si comprende lo sforzo, coerente, di Veltroni di costruire in Italia una forza liberaldemocratica capace di tagliare il cordone ombelicale con tutta “l’invecchiata” esperienza e tradizione storica del socialismo europeo. Insomma , una resa senza condizioni.

Si comprende meno il PD di Bersani che cerca di recuperare in chiave di un rinnovato riformismo quell’esperienza continuando, tuttavia, a non prendere il toro (della democrazia) per le corna.

Se c’è un limite, e c’è- teorico e pratico- nella socialdemocrazia europea è proprio quello di non assumere ancora come centrale una critica della democrazia nel XXI secolo.

Non serve a nulla, perché non dice nulla a nessuno, definirsi riformisti se non ci si pone di fronte a quelle che Bobbio ebbe a definire e descrivere (i suoi sei punti) come le “promesse mancate della democrazia” e se non ci si confronta con la sfida drammatica che oggi è rilanciata CONTRO la democrazia dai poteri irresponsabili e rapaci che agiscono liberamente, dentro la globalizzazione economica e dei mercati.

E così se Veltroni ha pensato al PD come ad un progetto di normalizzazione in chiave liberaldemocratica , Bersani rischia d’apparire, grazie anche alla deriva culturale ormai innescata, come un restauratore all’insegna di un riformismo generico che recupera la sinistra- di cui il primo segretario ha celebrato funerali sommari e senza onori- solo in termini evocativi.

Una sinistra rituale. Transunstanziata. Come il corpo e il sangue di Cristo.
Insomma un nobile moto dell’anima. Qualcosa che riguarda più la memoria, lo “spirito” che l’attualità e il futuro.

In quest’ambito il PD, per quanto si rimbocchi le maniche, rimane un partito irrisolto.
Campato in aria.
Dall’identità sempre incerta, gracile.

Tutta la retorica intorno alle primarie, in tal contesto, torna utile per saltare a piè pari la necessità di ricercare una nuova sintesi politica e ideale nel fuoco degli avvenimenti e dei cambiamenti in atto. Siamo democratici perché chiamiamo tutti a partecipare. Punto.

Tale sintesi , a mio avviso , potrebbe invece ben fondare un nuovo progetto politico, non solo in Italia.
Su di un blog non è congruo diffondersi a lungo.
Taglio corto per descrivere questa sintesi semplicemente come un matrimonio stretto, anzi indissolubile, tra democrazia e socialismo.

“Sinistra evocazione delle democrazie socialiste”. Mi rimbeccò, con la consueta efficacia propagandistica , una volta Veltroni.

No.

Solo la presa d’atto che la liberaldemocrazia ha già dato tutto ciò che poteva dare , ed è oggi, alla prova dei fatti e dei misfatti, del tutto impotente (anche nella larga percezione dei cittadini) a regolare il traffico agguerrito di poteri globali in grado d’aggirare del tutto le regole delle democrazie. A proposito di novecento, è facile rovesciare la frittata : la liberaldemocrazia appartiene ad una storia ormai trascorsa.

D’altro canto anche il socialismo europeo sconta un ritardo e un’ormai annosa subalternità , ferito gravemente, comunque azzoppato dall’offensiva neoliberista durata oltre un quarto di secolo.

Morale della favola, rozzamente narrata d’accordo, tuttavia alquanto difficile da eludere : nel tempo in cui viviamo sta divenendo problematico definirsi democratici senza recuperare, ricollocare e ridare attualità e dignità politica e culturale ai motivi universali e alle ragioni (sociali) del socialismo.

Certo si può essere e restar democratici senza esser socialisti. Ci mancherebbe. Ma ci si colloca in una trincea ormai difensiva.

Per chi vuol impegnarsi per una rinnovata efficacia della democrazia e non rassegnarsi al suo declino è preferibile assumere una disposizione finalmente “offensiva” essendo, ad un tempo, democratico e socialista.

Demosocialisti. Dunque. Tutto qui.

E poi discutiamo pure delle primarie.

Falsi pudori.

novembre 23, 2010

Andrebbe raccolto l’appello di Nicola Gratteri a non minimizzare il pericolo insito nella presenza della criminalità organizzata a Bologna e in altre città dell’Emilia-Romagna.

Già i lavori di ricerca e le analisi di Enzo Ciconte , svolti negli anni scorsi per conto della Regione, avevano messo in luce talune, insidiose, caratteristiche dell’infiltrazione di mafia, camorra e ndrangheta .

L’arresto del boss di Rossano Calabro e il ritrovamento di tutto quel plastico a Castel Maggiore fanno pensare che Bologna, come già altre zone dell’Emilia-Romagna, costituisca sempre più un ideale e tranquilla retrovia per le attività della criminalità organizzata.

Lo si sapeva già.

L’enorme massa di denaro derivante da ogni sorta di attività criminale, a partire dal traffico di droga e carne umana, ha bisogno di esser riciclata.

Una città come Bologna non può certo considerarsi al riparo da questo ruolo di lavanderia del denaro sporco particolarmente a fronte di difficoltà economiche delle imprese che crescono parallelamente alla crescita delle disponibilità finanziarie delle cosche.

E’ passato molto tempo da quando ,negli anni settanta e ottanta, in virtù dell’istituto del soggiorno obbligato, l’Emilia-Romagna e Bologna ospitavano criminali del calibro di Badalamenti, Giacomo Riina o Luciano Liggio.

O da quando i cavalieri del lavoro di Catania, sui cui attirò l’attenzione Carlo Alberto Dalla Chiesa, puntavano ad ottenere appalti pubblici in diversi punti della Regione tra cui quello dell’aeroporto di Bologna.

In tutto questo tempo la presenza delle varie mafie si è progressivamente incistata nel tessuto economico.

Si tratta di una presenza discreta, a macchia di leopardo che sfrutta abilmente difficoltà, e convenienze nei settori più disparati.

Le cosche diversificano i lori investimenti.

Prendono un controllo morbido, parziale o totale, di attività private del tutto lecite e, nello stesso tempo, scavano trincee logistiche sicure da cui muovere per colpire altrove.

Conviene farsi carico, pubblicamente, senza falsi pudori, di questa situazione ormai troppo consolidata.

Molti anni addietro mi capitò di lanciare un allarme, a tal proposito.

Non lo si disse mai del tutto apertamente, ma furono in molti a pensare, anche nel mio campo, che si trattasse di una semplice alzata d’ingegno.

Esagerazioni che potevano provocare danni allo sviluppo locale e all’immagine di governo in una città al di sopra di ogni sospetto.

Mi par giunto il tempo di recuperare il tempo perduto.

A partire dalla prossima campagna elettorale.

Altro che far volar i poveri stracci di zingari e lavavetri .

L’anno scorso continua.

novembre 20, 2010

A un certo punto avevo pensato che la situazione nel Pd bolognese si risolvesse secondo un criterio di razionalità politica.

Dopo l’abbandono tecnico di Cevenini si era profilata, miracolosamente, un’altra occasione per il segretario bolognese di salvare le primarie, metter fine allo scontro interno, e prospettare un cambiamento.

Avanzava sul proscenio la Candidatura di Segrè.

Era logico pensare che, se non altro, per riproporsi in veste rinnovata la classe dirigente del PD cogliesse l’occasione insperata.

Per far ciò, non era peraltro necessario aderire all’idea di una “svolta civica”dando così ragione ai reduci rancorosi (of course) del ’99.

Paradossalmente era sufficiente far prevalere la ragion di partito.

O, anche solo il mero interesse di un ceto politico a non farsi sbrindellare in una guerra di fazioni l’un contro l’altro armate, dato che la visione edulcorata di primarie in cui vince il migliore e tutti gli altri s’adunano, solidali, per dargli una mano, è una pura e semplice scemenza.

Una favola per gonzi da ritrarre semmai in una foto per il pubblico.

Dunque era del tutto ragionevole e razionale pensare che Donini avrebbe avuto la forza, facendo leva, sull’interesse comune della “ditta” d’imporre un disarmo bilaterale.

A quel punto un candidato civico o pseudo tale come Segrè avrebbe avuto sgombro il terreno. E come tutti sanno le elezioni sarebbero state vinte dalla coalizione di centrosinistra al primo turno.

Rivendico, ancora adesso, d’aver divinato che Donini ragionasse in tal modo.

Se non s’è ottenuto il risultato è perché si è andati,evidentemente, molto oltre una pur dura lotta politica altamente personalizzata.

Neppure in situazione d’ emergenza, dopo l’onta di un commissariamento, ci si trova di fronte ad un corpo politico e organizzativo minimente coeso e solidale.

E ciò, mi permetto di dire, non poteva rientrare, non fino a tal punto almeno, nell’ambito di valutazioni politiche razionali.

Il PD bolognese è davvero un “partito nuovo”.

Un non partito.

E’ una federazione-coacervo di gruppi dove l’interesse immediato dei singoli non riesce più ad esser differito nel tempo in virtù di una fiducia, seppur vigile, sulla continuità dell’organizzazione: rinuncio a qualcosa oggi per averne in cambio un riconoscimento da investire sul futuro.

No . Ognun per sé e Dio per tutti. Si deve prender tutto e subito. Quel che c’è. Di volta in volta. Poco o molto che sia. Del doman non c’è certezza…..

In questo contesto l’inevitabile personalizzazione che s’accompagna allo strumento delle primarie scatena uno scontro interno che fa evaporare persino quel riflesso di conservazione che da sempre caratterizza le logiche delle organizzazioni politiche e non solo.

Il PD ha a disposizione un sondaggio che indica in Segrè il vincitore delle elezioni , ma non è in grado di candidarlo.
Non mi par poca cosa.
Mi sembra cosa enorme.

Al di là della persona- di cui non m’è piaciuto l’incomprensibile stop and go trascinato troppo a lungo- Segrè e anche altri candidati più o meno civici indicati prima di lui , avrebbe potuto dare l’idea, almeno l’idea, che il PD avesse intenzione di voltar pagina rispetto al passato.

Adesso, dopo aver fatto prevaler l’orgoglio di partito nella nuova forma di logica di fazione, c’è un unico candidato del PD alle primarie .

Si tratta di colui che, nella spartizione delle spoglie di ciò che fu un grande partito di massa e nella balcanizzazione insita all’origine nel “partito nuovo”, ha saputo tener più unite e motivate le sue truppe nel corso del tempo.

Chi la dura la vince.

L’assessore prediletto da Cofferati ha avuto il merito di tener duro.

La fazione da lui capeggiata si è dimostrata più forte, determinata e agguerrita delle altre e ha ottenuto il risultato pieno.
Donini è reimbalsamato nel ruolo di arbitro.
L’autorevole trio composto da Bersani, Errani e Bonacini è costretto a prender atto dei rapporti di forza interni al sempre più ristretto circuito del PD bolognese.
Dal canto suo De Maria non è detto abbia perso. Non del tutto. La sua fazione resterà in campo a vigilare sul mantenimento di eventuali promesse.

Stavolta comunque , chapeau a Merola.

Solo che, il capo della fazione vincente rappresenta più di ogni altro la continuità con un passato dal quale secondo molti era utile prendere critiche distanze.

Con Merola, per parafrasare un vecchio titolo del Manifesto,di un inizio d’anno del secolo scorso: “L’anno scorso continua”.

Dilemmi.

novembre 18, 2010

Situazione complicata per il PD .
Dopo che Fini ha fatto quanto richiestogli insistentemente da Bersani.
La spina è staccata.
Vada come vada il tentativo di Berlusconi di ricostruire attorno a sé, tra un mese, una maggioranza, resta in campo un dilemma.
Di quelli che non si lasciano facilmente aggirare.
E, destinati ad influenzare il corso delle cose per molto tempo a venire.

Si tratta di decidere, infine, cosa si vuole dalla vita.

Leggo Carlo Galli : “ Ci sarebbe il rischio che il progetto del PD sia messo in crisi, proprio dalla concretezza della storia,dal ritorno alla normalità..dal riemergere della divisione categoriale e pratica tra destra e sinistra.”

Di mio aggiungo , per inciso, che ho trovato solo deboli tracce di questa divisione nel confronto Bersani- Fini svolto in TV lunedì scorso.

Leggo invece Travaglio che con la consueta, ironica sicurezza (e sicumera) afferma che : “Gli elettori considerano destra, sinistra e centro categorie un po’ meno attuali di assiri , babilonesi e fenici”: una balla destinata ad alimentare il populismo.

Leggo inoltre Ilvo Diamanti che illustra la possibilità di una prevalenza elettorale del tradizionale schieramento ulivista.

In effetti alla chiara propensione del gruppo dirigente del PD di contribuire ad una larga intesa per un governo di transizione con Fini, Casini, e Rutelli per chiudere la stagione di Berlusconi, s’oppone una alquanto netta propensione degli elettori di centrosinistra ad unirsi invece a Di Pietro e Vendola e a prepararsi ad un confronto elettorale assai duro.

Sembra che Stefano Ceccanti registri questa propensione come un evento che contrasta con la natura stessa del PD, il quale se diventa di sinistra “rende inutili anche le elezioni primarie” le quali daranno sempre la prevalenza ad un candidato minoritario.

A parte l’aperta e onesta ammissione che il PD non ha, attualmente, nulla a che vedere con la sinistra il riferimento è al caso Milano.

E, proprio a Milano, non sembra del tutto destituita di fondamento l’idea di aggirare il risultato delle primarie nel caso di una scesa in campo di Albertini.
Si tratterebbe di compiere un  primo passo (magari alla chetichella) per aprire la strada ad un’alleanza con l’UDC scaricando tutta la zavorra possibile a sinistra.

Solo che quest’ultima opzione non scioglierebbe il dilemma originario che ha lasciato fino ad ora il PD in un indistinto limbo identitario.
Né carne , né pesce.
La chimera costruita in laboratorio dagli ex comunisti e dagli ex democristiani trova, su questa via, proprio l’ostacolo di un terzo polo che ,a quanto pare, non è disponibile a rinunciare alla propria autonomia.
E perché mai dovrebbe, dopo essersi assunto il compito e il merito di staccar la spina?
D’altra parte mica possono i centristi di varia foggia partecipare alle primarie democratiche.

Stando così le cose all’inizio del prossimo anno, Il PD dovrà ,in ogni caso decidere quale strada prendere.

A me sembra difficile che un governo di transizione possa prescindere, non formalmente, ma nei fatti, dal consenso di Berlusconi.

Il quale consenso non c’è.
Specie perché a Berlusconi , a torto o ragione (si vedrà) conviene ancora tenersi la legge elettorale in vigore. E giocarsi la pelle in un’ulteriore ordalìa elettorale.

L’unica possibilità potrebbe risiedere in una spaccatura o anche solo in un parziale smottamento del PdL tale da dar luogo , ad esempio con Pisanu, ad un governo di unità nazionale.

Al momento mi sembra una possibilità remota.

Quindi conviene, comunque, prepararsi alle elezioni.

Con un congresso straordinario nel quale decidere se la sinistra c’è e se i suoi valori e ideali di riferimento hanno ancora un senso nella storia contemporanea nel momento in cui si riuniscano in un soggetto democratico ampio capace di innovare la tradizione socialista europea senza distaccarsene.

Un partito, che assuma una forma federale e federativa capace di aprire il cammino che porta al superamento delle vecchie identità per assumerne una nuova.

Una identità, ad un tempo, democratica e socialista.

In Italia come altrove nel mondo è del tutto, clamorosamente, aperto il tema del destino(e del declino) dei sistemi democratici a fronte di nuovi e aggressivi poteri globali.
Non vi è, evidentemente, efficacia alcuna in ciò che chiamiamo democrazia senza una visione socialista nell’approccio ai problemi del governo dell’economia.

Da qui la necessità e l’urgenza di un “partito nuovo” che produca nel tempo una sintesi ,ideale, culturale e programmatica : demosocialista.

Oppure, vista la conclamata impotenza della liberaldemocrazia , non resta che rassegnarci , a nuove forme di populismo consegnando la politica al carisma di leaders installati al potere…. dal potere dei soldi.

Come dite?
Dopo tre anni mi ripeto.
Quel congresso c’è già stato?
Già.
Ma non ha impedito la scissione silenziosa ancora in pieno corso che diventerebbe scissione aperta seguendo l’indicazione di Fioroni: “mai con Di Pietro e Vendola”.

PS. Anche se si potesse varare il governo transitorio fino al 2013, (poiché di questo si tratta) evitando il rischio, indubbiamente rilevante, insito nell’attuale legge elettorale, il discorso di riproporrebbe. Pari, pari. Semmai aggravato, nel frattempo, da un ulteriore abbandono del campo da parte degli elettori del PD.

Galeotto fu il sondaggio.

novembre 11, 2010

Un’agenzia della Dire, sulla scorta di un sondaggio di Fausto Anderlini afferma che: “La tua Bologna lista dell’ex sindaco Giorgio Guazzaloca se si fosse presentata in questi giorni non avrebbe sorpassato l’1’6%. Stesso risultato per l’ipotetica lista civica di sinistra vagheggiata per un certo periodo in ambito Sel e da Mauro Zani.”

Eccomi sputtanato ad obiettiva opera di un valoroso sondaggista.

Gioco facile tuttavia.

Resto in attesa, infatti, di sapere quale esatta domanda è stata rivolta agli interpellati dal sondaggio.

Un conto è chiedere il gradimento su una lista civica di sinistra senza chiarire di che si tratta. In quel caso l’elettore capirà che è l’ennesimo tentativo di disturbo avente per protagonisti i soliti noti.
Un pugno d’ estremisti magari vogliosi di posti.

Altro conto è chiedere se si condivide la necessità di produrre una svolta civica con la convinta partecipazione del PD,(il listone) poiché tale , inequivocabilmente reiterato, era e resta anche ora il senso della mia proposta.

In questo secondo caso forse il risultato del sondaggio sarebbe stato molto, ma molto diverso.

Per il resto il sondaggio scopre ciò che per me è acqua calda.

1) Non per caso avevo sconsigliato amici e compagni dal proporre una lista civica spiegando che non c’era molta trippa per gatti nel momento in cui il PD faceva prevaler la pur legittima ragion di partito rispetto all’idea di far riconoscere un’intera comunità entro un nuovo processo politico.
Tra l’altro non era in ballo solo la concorrenza agguerrita dei grillini,(che io davo stabili rispetto alle regionali) ma già era chiara in campo quella ch’ebbi a definire come una “nuova variabile”, cioè la CRESCITA di Sel, a fronte dell’attuale stato del PD.
D’accordo non è che mi abbiano creduto molto, ma la mia analisi non differisce di un ette dai risultati del sondaggio in questione.
Consideravo ovvia questa crescita anche perché io stesso , pur non avendo grandi estimatori nella Sel di Bologna, voterei , allo stato degli atti e dei fatti proprio per questo partito.

Un bene rifugio.

Nel caso, naturalmente vi fossero elezioni anticipate. Che tuttavia potrebbero non esserci, dato che si lavora alacremente ad un governo di transizione.
Un governo che aspira transitare fino al termine della legislatura.
E magari  riproporsi con opportune varianti anche dopo.
Ma di ciò si parlerà un’altra volta.
Si parlerà cioè di come si fa a preparare un’altra sconfitta.

2) Quanto a Segrè, basta leggere il mio post dove mi levo il cappello di fronte a Donini perché presumo (presumevo) lo abbia convinto a partecipare alle primarie.
Nel qual caso era del tutto prevedibile un pieno successo elettorale alle secondarie.

Discorso di metodo il mio.

Non conosco Segrè, se non per un’amicizia feisbucchiana, di per sé non particolarmente utile a cogliere, al di là delle indubbie potenzialità elettorali, effettivi pregi, virtù e attitudini di governo.

Ma anche in questo caso il sondaggio di Anderlini mi dà ragione.

Ciò depone (immodestamente chiedo scusa )a favore del mio acume e della sua professionalità.

Son contento.

Lo sarei di più se si fosse evitata la piccola perfidia di cui ho parlato all’inizio.

Comunque così va il mondo.

Prima si cerca di ridicolizzare la tua proposta su un blog. Il tuo.

In seguito si replica con l’autorevole autorità di un sondaggio.

Scorretto?

Lascio a voi giudicare.

PS. Apprendo adesso , sempre dalla Dire, che Segrè rinuncia a partecipare alle primarie del PD. Situazione chiusa o riaperta?

Vieni via con me.

novembre 11, 2010

Ero anch’io davanti alla Tv, lunedì scorso, a godermi lo spettacolo messo su da Fazio e Saviano. Il giorno dopo, a ridosso della valanga di commenti entusiastici, non ho provato alcuna particolare e piena sintonia.

Non del tutto.

La performance di Benigni aveva risolto in parte un certo mio scetticismo sul quadro d’insieme della trasmissione televisiva tanto attesa, dopo le polemiche e il rischio di censure che incombevano su di essa.

Sol per la canzoncina di Benigni era comunque valsa la pena di star inchiodati davanti al teleschermo. Una narrazione esatta, chirurgica, sullo stato dell’arte di questo povero paese che s’avvia celebrare i suoi centocinquantanni nel punto del suo massimo declino etico. Sia detto al netto di ogni moralistico approccio.

Tuttavia nell’insieme, fatta salva la qualità della trasmissione, mi pareva d’aver assistito ad uno schema abbastanza scontato, invecchiato, retorico oltre misura.
Vi diciamo ciò che volete sentirvi dire.
Rassicurante.
Stiamo insieme al calduccio tra noi.
Siamo in tanti, riuniti a celebrare le glorie dei nostri eroi moderni.
Passati e presenti.

Pensavo che non lo avrei reso esplicito, ma l’idea di aver assistito ad un polpettone nazional-popolar-progressista con tutti i necessari ingredienti mescolati al punto al punto giusto mi rimaneva in testa.
Forse anche per via del pregiudizio che a volte ho provato nei confronti di un certo cerchiobottismo (ma la parola da usare sarebbe un’altra, più esatta e romanesca) di Fabio Fazio.

Non gli avevo mai perdonato, ad esempio, di aver fatto accomodare nella sua seguita trasmissione, a sparar idiozie a profusione, un tale che rappresenta il distillato del peggior modello berlusconiano: il gestore del Billionaire.
Sarà che sono un pochino lombrosiano ma la faccia, in questo caso, basta e avanza ad illustrare le doti manageriali (of course) dell’ibrido soggetto umano in questione.

Comunque va dato atto a Fazio che il suo coinvolgimento, non solo professionale ma umano nell’ambito della narrazione buonista cui abbiamo assistito è stato autentico. Fino al punto da non riuscire a celare una commozione sincera al termine della magistrale esibizione di Benigni. Il quale appariva letteralmente stremato dopo una prova assai faticosa.

Non ci si pensa mai, ma il dispendio di energia fisica e mentale che si rende necessario per una prova di quel tipo richiede uno sforzo portato al limite.
Senza riserve.
Questa, tra l’altro, è una caratteristica professionale ed umana di Benigni che, in altra occasione ho potuto osservare dal vivo.

Vabbè, allora cos’è esattamente ciò che non mi è piaciuto?

Beh, non mi è piaciuta la sostanziale innocuità del programma di Fazio e Saviano.

E, stavolta , mi trovo a concordare con Travaglio :
“La critica dunque investe non tanto Saviano, quanto i suoi autori, che hanno allestito il perfetto presepe della sinistra politicamente corretta,con tutti i santini, gli angioletti, i pastori, le pecorelle e le altre statuine leccate e laccate, pettinate e patinate. La versione televisiva delle figurine Panini veltroniane.
Da quel presepe, in cui è appena entrata la statuina di un Vendola sempre più imparruccato, devono sparire le figure controverse, scapigliate, borderline.”

Già.

Sofficini….

novembre 7, 2010

Insomma.
In fin dei conti scrivo su un blog.
Si può fuoriuscire qualche volta dalla vecchia scuola.
Quella dove , scrivi sempre un articolo. Al quale ti vincoli.
S’avanza una tesi e si cerca, faticosamente, di dimostrarla.
S’affilano le parole come quando si fa (si faceva) la punta alle matite
Si scrive, si cancella, si riscrive.
Per ricavarne un testo conchiuso. E chiuso a testuggine.
Protetto da tutti i lati.
Laccato, leccato, rifinito.
Da difendere, parola per parola . Alla morte.

Gran cosa la vecchia scuola.
Anche rischiosa, in verità.

Tuttavia per commentar l’afflato che anima la “Carta di Firenze” sento l’impellente necessità di prender le vie brevi.

Non c’è da spremersi le meningi.

E’ tutto così chiaro, trasparente,limpido, lindo, buono,fecondo e felice.

Ammirevolmente easy:

“Metà parlamento a metà prezzo”;
“Meglio la banda larga del ponte sullo stretto”;
“Risponder al cinismo con il civismo e alla divisione con una visione”;
“Dalla parte dei promettenti e non dei conoscenti”

Non è bello?

Roba che sarebbe certamente apprezzata dalla proverbiale saggezza del grande capo Estiqaatsi (pronuncia esticazzi).

In ogni caso siamo di fronte ad una mirabile sintesi pubblicitaria.
Come l’accattivante “ sorriso che c’è in te”…. dei sofficini Findus.

Manfrina.

novembre 5, 2010

Nel breve giro di dodici ore la situazione è cambiata.

Ieri mattina abbiamo letto le parole del preside di agraria: “Se ci sono altre disponibilità io non ho veti da porre, ma è chiaro che ciò renderebbe la mia eventuale candidatura non necessaria, non cerco un posto al sole”.

Il significato era inequivocabile: o sono il candidato unico, o almeno largamente preferito oppure non se ne fa nulla.

A tarda sera invece, come c’informa oggi, tra gli altri, Repubblica “con un colpo a sorpresa Andrea Segrè accetta la sfida con altri candidati”.
Una rotazione di 180 gradi.

Con ciò la situazione di stallo è risolta.

E cade quella terza possibilità cui avevo accennato nel post di ieri. Si trattava d’innescare “dall’alto”, tramite la candidatura di Segrè, un processo di ricostruzione civica di cui il PD poteva esser partecipe e protagonista.

Come e perché sia avvenuto il radicale cambiamento, può esser solo oggetto d’illazioni.

Ma in sostanza l’opzione definitiva(?) di Segrè lo spoglia dell’abito civico e lo riporta nell’alveo delle primarie di rito bolognese togliendo le roventi castagne dal fuoco al segretario del PD.

Evidentemente si è raggiunto un accordo sulla base della preoccupazione del candidato “esterno”, il quale chiedeva di non esser coinvolto nelle faide interne al PD.

Immagino che tale preoccupazione sia stata fugata.

Il significato evidente è che c’è, da oggi, un candidato di “sintesi” con un crisma conferito in camera caritatis, il quale s’appresta, con elevata probabilità, a vincere le primarie .
Chapeau a Donini.

In conclusione ciò che a me era apparso come un piccolo dramma, meritevole d’attenzione, si è dimostrata una semplice manfrina.

Tutto procede sui soliti collaudati binari.

A questo punto, a scanso d’equivoci e a meno di altri colpi di teatro, converrà tornare a parlar di Bologna solo quando s’aprirà la campagna elettorale.

Au revoir.

Partir bisogna. (Il canto dei coscritti)

novembre 4, 2010

Per rifare il punto.
Abbiamo due candidati alle primarie ai blocchi di partenza con le loro 1500 firme già raccolte.

Poi ci sono diversi altri candidati, potenzialmente almeno quattro, che aspirano a candidarsi. Di cui almeno un paio, non sembrano, al momento propensi a mollare.

Infine abbiamo un candidato civico come Segrè che si dichiara pronto ad accogliere un appello unitario da parte del PD.

Traggo a mano libera da una sua intervista.
-Son qui se mi volete. Son pronto a farmi costruttore di una città nova, sennò resto comunque una risorsa. Pianto semi e allevo piante. Continuo a fare il giardiniere –

Insomma si chiede un’investitura direttamente politica. Come già altri, a suo tempo, avevano richiesto senza successo.

Nel frattempo il segretario del PD bolognese torna a chiarire che non ha intenzione di candidarsi proprio per cercare di dirigere un traffico fattosi sempre più caotico dopo la rinuncia di Cevenini.

Non molti vorrebbero esser nei suoi panni.

Dopo essersi legati le mani dietro la schiena e sospesi per il collo alla corda delle primarie alla bolognese, diventa arduo scendere dallo sgabello per tornare sui propri passi. C’è il rischio d’impiccarsi accidentalmente.

Insomma battezzare , in un modo o in un altro, Segrè come candidato ufficiale del PD manda automaticamente in vacca le primarie.
D’altro canto, l’intransigenza sulle primarie è comprensibile. Se al PD togli l’abito delle primarie, assieme alla retorica democratica che le accompagna, cosa resta?

Ma c’è anche un’altra controindicazione nell’indicare il preside di agraria come candidato unico o comunque preferito del PD.

Un candidato che vien appellato come “civico” , cessa di esserlo ,all’istante, se diventa il candidato di un partito. E s’indeboliscono, non poco, anche le potenzialità elettorali e di consenso insite nel suo esser “civico”.

Ci sarebbe una strada per uscir dalla trappola in cui ci s’è ficcati. L’ho indicata da tempo. Ma il PD ritiene di dover pagar un prezzo troppo alto imboccandola.

Penso quindi che alla fine si cercherà di convincere, in qualche modo, gli aspiranti primaristi a correre, per perdere, attorno a Segrè che vince.
Ho già più volte spiegato che le primarie son importanti non solo per il predestinato a vincerle ma anche per chi le perde bene e/o benino.

E se gli aspiranti non si convincono?

Beh allora, Segrè rinuncerà a costruire per coltivare il suo giardino e nel PD sarà guerra di guerriglia.
A quel punto l’esito delle elezioni amministrative non è più scontato.

Fossi io in Donini o chi per lui e fossi anche convinto che Segrè ha tutte le qualità per essere un buon sindaco, richiamerei il preside di Agraria e gli farei balenar l’idea che tra esser il candidato del PD e fare il giardiniere c’è una terza possibilità.

Quale?

Mi sembra ovvio.

Anche per Segrè.

Partirò, partirò /partir bisogna/dove comanderà il nostro sovrano/chi prenderà la strada per Bologna/…..

PS. E’ una variante in corso d’opera a quell’approccio civico che ho avanzato ormai da molti mesi. Una variante intelligente. Non mia peraltro. Troppo intelligente? Vabbè come non detto.