Archive for dicembre 2010

Festa finita

dicembre 30, 2010

Rompo, emotivamente, la tregua post-natalizia per commentare , in breve, l’anno che verrà.
Il quale, per il Pd, è preannunciato dalla dichiarazione di D’Alema favorevole all’accordo capestro di Marchionne.

“Spero che i lavoratori voteranno a favore dell’accordo”.

D’Alema ha molti difetti (chi non ne ha? ) ma non quello dell’ipocrisia e detta, ancora una volta, la linea a Bersani. A colui che ha, in buona parte, insediato alla guida del PD. Come del resto , in precedenza aveva insediato Fassino alla guida dei Ds e prima ancora (con una non dimenticata e brutale blitzkrieg ) Violante alla guida del  gruppo parlamentare alla camera dei deputati.

Per me , e credo non solo per me, non costituisce sorpresa la posizione di D’Alema.

Marchionne , l’apolide svizzero –canadese (italiano pro-forma) che , per dirla col consueto francesismo , copula con l’ attributo virile di un altro (nella fattispecie i soldi di Obama finalizzati a salvare la Chrysler incorporando la Fiat), è destinato a vincere la partita.

Anzi l’ha già vinta.

I lavoratori non sono eroi. Sono persone che si trovano a dover sbarcare il lunario in condizioni sempre più difficili, spesso proibitive.

Dunque il ricatto ha pagato. 

La Fiom si troverà, nell’immediato, isolata.

Quanto a D’Alema odia perdere anche se ,forse proprio per questo, molto spesso e mal volentieri ha perduto.

Tuttavia la posta in gioco, nell’immaginazione fervida del Presidente del Copasir, va molto oltre la fabbrica, applicandosi ad un complesso combinato disposto che continua a puntare al bersaglio grosso del Quirinale.

Si sa, Parigi val bene una messa.

Ma , al di là di dietrologiche perfidie, bisogna ,alfine , arrendersi all’evidenza.

Nella posizione del leader maximo e in quella di tutti i principali dirigenti del PD, compresi Veltroni, Fassino e certo, sotto traccia anche Bersani, c’è un’autentica etica della convinzione che prevale e che oggi viene allo scoperto, anche se i militanti, ancora di sinistra del Pd non lo ammetteranno mai. Anzitutto per ragioni esistenziali profonde.

Tale etica riguarda appunto la convinzione che , nel momento in cui sembra trionfare il “capitalismo puro” (vedi Marx se ne hai voglia), difendere le ormai aggirate (dalla globalizzazione dei mercati) casematte del lavoro in cui son trincerati gli insider assuma il significato di una battaglia politica perdente.

Si sa, le fortezze son fatte per esser espugnate. 

Solo che a questa realistica convinzione non corrisponde affatto l’idea di “una guerra di movimento” volta a mobilitare le legioni degli outsider con l’obiettivo strategico di riunificare il mondo del lavoro facendolo rientrare compatto entro un sistema di relazioni industriali democratiche nell’ambito di una riforma generale del Welfare occidentale che si proponga di superare , con nuovi avanzamenti sul terreno sociale, le conquiste del novecento.

Ergo ci s’acconcia. Perché così va il mondo. E la “guerra” è perduta per sempre.

La politica dichiara così, ancora una volta, il suo carattere ancillare nei confronti dell’economia e del mercato che hanno vinto.

Diviene mero strumento del “capitalismo puro”.

Al più cerca (la politica) di mimetizzare questa sua totale subalternità e mancanza di progetto sociale trincerandosi dietro il fragile schermo di una presunta autonomia.
La quale, nella fattispecie  e se davvero vi fosse, avrebbe già dato luogo ad una legge sulla rappresentanza sindacale in grado di portare la democrazia nel sindacato sulla semplice base di un’obiettiva proporzionalità.

D’altra parte, se davvero vi fosse, non sarebbe difficile spiegare all’uomo col maglioncino che il suo ricatto sull’occupazione è , in parte, una pistola scarica. Almeno nell’attuale contingenza.

Perché?

Ma perché, à la guerre comme à la guerre.

Se da un lato non si possono negare i vincoli di competitività sul mercato globale che fanno leva essenzialmente sulla riduzione drastica delle regole e del costo del lavoro umano, dall’altro l’operazione di Marchionne troverebbe almeno un serio ostacolo qualora il paese che tanto ha dato (in soldoni e in rendite di posizione) rendesse la vita difficile alla Fiat , a quella “Fabbrica Italiana di Automobili” il cui marchio è, oggi, indispensabile allo svizzero –canadese (italiano en passant) proprio al fine di metterlo al servizio dell’americana Crysler.

Se invece di esaltare le doti di un manager(sospetto, di mezza tacca) , uno Stato, una Nazione, le sue istituzioni politiche, lo avessero incalzato dappresso per inchiodarlo alla eccezione dell’accordo di Pomigliano (ricordate l’eccezione non più ripetibile?) e in più e legittimamente gli avessero chiesto un piano industriale per la crescita (cosa diavolo ha in mente il supposto grande manager per la produzione in Italia?) le cose potevano andare ben diversamente.

Si sarebbe quantomeno ristabilito un potere di contrattazione non meramente sindacale, che chiamava in campo come protagonisti, la politica italiana e i datori di lavoro americani di Marchionne.

Invece no.

La politica, la Nazione, il Paese, il governo e la principale forza d’opposizione sono rimasti a guardare.

Con le mani in mano.

Uniti come un sol uomo in una sconcertante, colpevole e meschina pochezza.

L’accordo di San Valentino sulla scala mobile sta ancora ottenebrando il PD mentre, per dirla con il riformista(non tacciabile di conservatorismo di sinistra) di Repubblica, Massimo Giannini, Cisl e Uil “spacciano carte false” e Bonanni e Angeletti (tra i massimi sponsor della nascita del PD) “porteranno a lungo sulla coscienza una gestione gregaria dei rapporti con la politica e con la Fiat” , magnificando un accordo in cui si riconosce “per la prima volta il principio che chi non accetta i suoi contenuti non ha più diritto di rappresentanza sui luoghi di lavoro”.

Ebbene, tutto ciò grida vendetta.

Anche in nome di quanto dettato dalla costituzione italiana e dallo statuto dei diritti dei lavoratori. (A tal proposito mi permetto, pur da profano e pur intuendo che non gradirà , di segnalare le puntuali considerazioni proposte dal democratico Luigi Mariucci oggi su “Il Fatto quotidiano”).

Bene.

Well, come dicono gli americani.

A questo punto bisogna capire, con prontezza, che il capestro di Marchionne non riguarda la sola Fiom.

No.

Tutt’altro.

Lo schema “non prevede compromessi” come scrive sempre Giannini.

Infatti lo schema non importa in Italia solo un modello unilaterale di relazioni industriali “ma anche”, veltronianamente, un’idea d’azzeramento del welfare europeo.

Non  la sua riforma.

Solo la sua semplice liquidazione.

Per questo , nel bene e nel male , io sto con la Fiom.

Per il momento persino a prescindere da ogni sua posizione.

E non sto con il PD.

Voi direte che non ci son mai stato.

Beh è vero solo in parte.

Dato che la speranza è sempre l’ultima a morire.

D’ora in poi conviene gettare alle ortiche ogni velleità e illusione.

Festa finita.

dicembre 24, 2010

Buone feste.
Au revoir nel 2011.

Zorba il greco.

dicembre 20, 2010

Chi parla di alleanze con il terzo polo “semplicemente non ha capito un tubo”.
Così Bersani risponde su L’Unità a quanti lo hanno aspramente criticato con i loro commenti sul sito del PD.

Con un mezzo passo indietro, Bersani cerca dislocare il PD in una posizione centrale.

Il succo del ragionamento è riassumibile più o meno così: noi diamo le carte e vediamo chi vuol giocare con noi.

In realtà il sondaggio effettuato con l’ormai famosa intervista a Repubblica non è andato bene.
Anzi è risultato disastroso.
E tuttavia è stato molto utile.
Ha fatto venire al pettine il nodo esistenziale stretto intorno al collo del PD.

Tra i difetti del nuovo partito spicca infatti, agli occhi di semplici iscritti e militanti, la sua irrisolta identità.

Lo si vede molto bene, dalle tre diverse posizioni che si fronteggiano nel profluvio di commenti.

Le riporto per ordine di grandezza di seguito, pescando tra i commenti più moderati.

La prima.
-” Segretario stiamo scherzando? ce la fate a capire che il popolo democratico vuole un partito di sinistra???”

La seconda.

-“Vendola parla dei moderati come se si trattasse della legione straniera e qui, secondo me, c’è un fraintendimento: il Partito Democratico non era nato come forza plurale in grado di rappresentare progressisti e moderati che non si riconoscevano in un programma di destra? Me lo sono sognato io?”

La terza.

-Invece di (ri)proporre piattaforme o di ipotizzare deliranti alleanze, caro segretario, dica: “Nei prossimi 2 mesi il PD propone al resto del Parlamento di approvare il disegno di legge Ichino sul contratto unico, per porre un argine alla precarieta’ dilagante; gli esponenti del PD in questi 2 mesi non parleranno d’altro”. Dopo 2 mesi, riconsulti i sondaggi e veda se c’e’ bisogno o no dell’alleanza con CaFini.

Ora , la prima posizione per quanto di gran lunga maggioritaria, è del tutto destituita di fondamento in riferimento a ciò che fu il progetto politico del PD. Quel partito nacque sulla base di un presupposto analitico preciso : la sinistra è morta con il novecento, anche nella versione europea del socialismo democratico.

Le sue categorie concettuali, a partire dalla giustizia sociale da ottenere con un combattimento incessante per la ridistribuzione della ricchezza prodotta dal lavoro umano in tutte le sue forme , sono da abbandonare.
Nient’altro che ferrivecchi destinati ad arrugginire sotto il sole smagliante del terzo millennio.

Solo che questo pensiero non fu mai davvero apertamente espresso.
Vi fu una sostanziale disonestà intellettuale unita ad un’evidente doppiezza politica in un gruppo dirigente che non ebbe il coraggio di sostenere apertamente le proprie convinzioni trincerandosi dietro l’etica della responsabilità.
Dobbiamo varcare il Rubicone, il resto verrà di conseguenza.

E così, solo oggi, tantissime persone vengono a scoprire che il PD non è quel partito di “sinistra” sia pur innovativa , riformista e moderna che era stato loro offerto, lasciato intendere e immaginare.

E qui è la prateria elettorale a disposizione di Vendola.

La seconda (minoritaria, tanto nei commenti che nel corpo del partito) risulta invece maggioritaria nella classe dirigente tutta protesa a salvaguardare il proprio ruolo fino a definitivo incanutimento con relativo trasferimento a Villa Serena o consimili confortevoli luoghi.

E’ la posizione che corrisponde esattamente (progressisti +moderati) alla linea proposta da D’Alema e Bersani. La quale, ha il non piccolo difetto di aver assoluta necessità di una copertura sui due fianchi: quello sinistro e persino quello destro.

Sulla sinistra Vendola ha rotto il breve silenzio che gli avevo imputato e sembra difficile la sua cooptazione nel PD.

Quanto alla destra del presunto schieramento ciellenistico, e al netto dell’ANPI, è ragionevole ritenere che Fini non desideri un ulteriore , disastroso smottamento dei suoi verso Berlusconi.
Cosa senz’altro scontata nel caso di un’alleanza con il PD.

La mia modesta opinione è che se il 23 dicembre questa linea dovesse prevalere, seppur con qualche cosmesi volta a smussare gli spigoli alle critiche più aspre, si realizzerebbe per il PD quella “meravigliosa catastrofe” di cui parlò Anthony Quinn in “Zorba il Greco”. (Michael Cacoyannis 1964).

Al PD resterebbe comunque la soddisfazione di ballare (su di un 18-20%) quel Sirtaki contenuto nell’indimenticabile sigla ideata dal genio musicale di Mikis Theodorakis.

La terza infine , ancor più minoritaria, (nel partito e nella classe dirigente) corrisponde grosso modo alla posizione politica dei rottamatori, tesa a ripristinare lo spirito veltroniano del progetto del PD.
Senza Veltroni.
Of course.

Secondo quest’approccio i contenuti devono prevalere fino al punto da archiviare una classica politica delle alleanze.

Insomma, se si è bravi ci si allea con gli elettori , non con i partiti che, nel bene e nel male, li rappresentano. Apparentemente l’intendenza non è più costituita, in questa visione, dall’elettorato ma appunto dai partiti.

E’ il sogno di una semplificazione drasticamente bipartitica in chiave narrativa e favolistica della politica italiana se non della politica tout court.
L’idea di una formazione liberal accompagnata da sussulti d’ innocue radicalità, tipiche degli yankees boys, e condita da primarie a volontà.

Domanda conclusiva : e dar vita ad un partito democratico, di sinistra e socialista no?

Vabbè, dopo non lamentatevi se votiamo Vendola.

Magari storcendo un pochino i nostri sensibili organi d’olfatto.

Perché votare bisogna nevvero?
A costituzione vigente il voto , se non sbaglio, è definito un diritto-dovere.

Da mentecatti a:tutti pazzi per Casini.

dicembre 17, 2010

Con l’intervista di Bersani a Repubblica, che prepara il terreno per la direzione del 23 dicembre, le intenzioni del PD appaiono più chiare.

Bersani corregge vistosamente la linea che aveva ribadito a caldo dopo la sconfitta sulla mozione di sfiducia.

Il governo di transizione rimane, pallido sullo sfondo, destinato a scomparire del tutto. Avanza il progetto elettorale di un’alleanza con il cosiddetto terzo polo che , si badi, non è l’ipotesi ciellenista e repubblicana perorata da Barbara Spinelli e sponsorizzata da Travaglio: tutti contro Berlusconi per la liberazione nazionale.

E’ piuttosto la linea tortuosamente ambiziosa di D’Alema , appena attenuata da una rivendicazione di centralità del PD da parte di Bersani.
Il doppio movimento cui ho accennato in un post precedente. Alleanza elettorale con Casini e Fini (si va bene, c’è anche Rutelli con suo 0’6%) e iscrizione di Vendola al PD ad assicurare copertura a sinistra.

Cri, cri, cri chi vuol giocare (all’alleanza )venga qui – dice Bersani tenendo in alto la mano aperta, come in quel vecchio gioco da fanciulli mentre respinge al mittente l’impetuosa richiesta di matrimonio immediato avanzata da Di Pietro.

E, mentre s’appresta a liquidare l’equivoco delle primarie: gli strumenti vanno resi funzionali all’obiettivo.
Non è vero?
Stante che l’obiettivo comprende anche la leadership, (se non di Casini) di un tecnico di alto profilo, funzionalizzare le primarie significa semplicemente metterci una pietra sopra.

Né più e né meno.

Ve l’immaginate, non dico Casini, ma Draghi o Monti o chi per loro partecipare a primarie di coalizione?

Io no.

Naturalmente Bersani respinge come “fantasie” l’offerta del PD a Casini, dato che “prima viene il progetto e solo dopo gli organigrammi”.

Ma si capisce, certo.

Sicuro.

Non è sempre stato così?

Come dite? Ah, di solito è avvenuto l’inverso, specie nell’epoca della personalizzazione della politica incentivata dallo stesso PD con l’invenzione delle primarie?

Ma sì, forse avete ragione.

E penso d’aver ragione anch’io quando scorgo una scarsa fattibilità dell’alleanza con il terzo polo.

Casini mi sembra l’unico ad aver vinto la prima mano del 15 Dicembre. E non metterà a repentaglio il suo gruzzolo di credibilità e voticini pazientemente ragranellato in due anni di opposizione specie nel momento in cui, nella strategia del PD, la palla passa al centro.
Cioè laddove abita lui.

A meno che Casini non parli con lingua biforcuta- del che è certo lecito sospettare trattandosi pur sempre di un democristiano- la sua opzione è stata ribadita con chiarezza: né con il PD , né con il PdL.

Solo dopo le elezioni si dialogherà con chi le vince e lo si farà da posizione di forza, considerando che almeno al Senato si potrà fare l’ago della bilancia.

Sul fronte sinistro intanto, mentre Gennaro Migliore si spinge ad un timido dire che “l’alleanza è il minimo sindacale” fa molto rumore(ancora mentre scrivo) il silenzio di Vendola dopo che La Torre per la seconda volta lo invita ad accomodarsi, armi, bagagli e narrazioni comprese, nel PD.

Vedremo.

Intanto è ovvio che un’alleanza con Vendola, e ancor più con Di Pietro, esclude automaticamente sia Fini che Casini e, in più, mette in tensione fino al limite della rottura gli amici di Bonanni nel PD.

E, tutto sommato, mi par difficile che uno come Vendola, pur con tutta la sua rutilante fantasia e immaginazione possa entrare nel PD senza colpo (di primarie) ferire.

Son curioso di vedere come se ne verrà fuori.

C’è il rischio concreto che il 23 prossimo il PD si trovi semplicemente a dover scegliere di che morte morire.

Se vai al centro perdi a sinistra e viceversa.

Forse si poteva evitare di finire in questa trappola.

Bastava anche solo capire che quel “voto utile” che fece fuori, a suo tempo, una decrepita sinistra dal Parlamento non poteva bastare a sradicare tout court (com’era nelle intenzioni) l’idea stessa di sinistra in Italia.

Ma è una storia ormai lunga sulla quale mi son dilungato a mia volta anche troppo. Inutile ripetersi.

Adesso, tra l’altro, non c’è più tempo.

Se c’è ancora una possibilità(e al momento non lo so) di vincere le elezioni di primavera, a mio avviso questa consiste nel prendere virilmente atto che Casini non ci sta e che, nonostante lo spettro dei “Progressisti” del 1992, si deve puntare a fare il pieno a sinistra.

Questa via non implica affatto una rinuncia a lavorare e incidere dentro la scomposizione dei blocchi sociali tradizionali per proporre un’alternativa di governo.

Anzi.

Gli effetti sociali della crisi in atto, (che comprendono un impoverimento, fino al limite dell’estinzione, delle classi medie) aprono larghi spazi, sui temi del lavoro , della crescita e del modello di sviluppo, e riportano d’attualità una vecchia/nuova idea di giustizia sociale, da recuperare come l’Alfa e l’Omega di un nuovo rapporto tra politica, economia e società. Altro che semplice equità nella distribuzione dei sacrifici. Ciò di cui solo potrebbe occuparsi un governo tecnico.

Se non si prende questa strada mentre viene meno (o verrà meno a breve) l’illusoria alleanza con il terzo polo, non resterebbe che innestare la retromarcia per ripiegare sulle posizioni di partenza: la terza via della vocazione maggioritaria del fondatore del PD.

In questo caso : auguri.

Mentecatti.

dicembre 16, 2010

“Chi vuole cambiare idea rispetto al governo di transizione è un mentecatto”. D’Alema dixit.

Cosa volete continua a piacermi il leader maximo.

E’ più forte di me.

Una questione caratteriale.

Come quando D’Alema, vistosamente incazzato nel dover partecipare al seminario dei gruppi parlamentari riuniti ad ascoltare Romano Prodi, in un angolo remoto della Toscana, si rivolge ad Antonino Montenapoleone, che lo bracca per intervistarlo: “Non so come possa venirvi in mente di venir qua in mezzo al fango a dar fastidio alle persone”.

Il pensiero è chiaro, provocatoriamente trasparente e interpretabile(sotto la mia responsabilità esclusiva) più o meno così: “Ma come, io debbo venirci per forza ad ascoltar quello là che conciona di politica estera. Un tale che non ne sa mezza rispetto a me. Ma voi potevate ben risparmiarvi una inutile trasferta in mezzo a questo fangoso nulla, addirittura pretendendo di rompermi i coglioni con le vostre puerili domandine ”

Premessa la simpatia, non posso però esser grato a D’Alema quando m’iscrive insieme ad altri (una moltitudine) nella lista dei mentecatti sol perché ritengo che sia avvenuto qualcosa d’importante il 15 Dicembre in Parlamento.

Qualcosa che ha cambiato, in peggio, le condizioni entro cui agire politicamente.

Già, proprio così.

E’ avvenuto che Berlusconi ha vinto.

La mozione di sfiducia nei suoi confronti è stata battuta.
Insieme a quanti l’hanno promossa.

Ed è inutile e persino patetico cercar di spiegare che siccome l’opposizione parlamentare a Berlusconi è oggi numericamente più forte si è trattato di una vittoria di Pirro.
Questo resta da vedere.

Chi presenta una mozione di sfiducia pensa evidentemente di vincere.
Non di perdere.
E se perde deve interrogarsi seriamente intorno alle ragioni di una sconfitta.

Le quali ragioni si radunano poi in una sola: la mancanza di un’ alternativa politica e di governo credibile.
Se tale alternativa vi fosse stata, anche la compravendita avrebbe trovato un più robusto argine.

Al netto dei doverosi giudizi d’ordine etico e morale, l’esperienza suggerisce che un parlamentare in carica difficilmente cambia casacca per approdare nelle file dei perdenti.

La verità , amara quanto volete ma non men vera, è che il PD è apparso alquanto laterale rispetto alla sortita di Fini.

Adesso, dopo esser stati battuti, non mi par sicuro sintomo di sanità mentale e di saggezza politica limitarsi a ripetere che nulla è cambiato e che dunque si va avanti con l’ ormai fantasmatico governo di transizione.

Ieri forse una strada per evitare un precipizio elettorale al buio c’era.
E, in ogni caso era savio il cercar di percorrerla.

Oggi, con tutto il rispetto, è da mentecatti non vedere come diceva Vivien Leigh che “domani è un altro giorno”

Elezioni.

dicembre 14, 2010

Gli editorialisti dei grandi giornali ci spiegheranno domani come stanno le cose.

Per conto mio penso che non tutto il male viene per nuocere.
Almeno a certe condizioni.

Nell’ultimo post avevo definito stupida l’idea di precipitarsi verso elezioni.

A bocce ferme, infatti, l’unica alleanza elettorale possibile nel centrosinistra , quella tra PD-Idv-Sel risulta perdente.

Al di là della propaganda non ti precipiti a votare se sai di perdere.

Ancor più stupida e potenzialmente letale però è stata l’incapacità del centro sinistra e delle forze che si collocano all’opposizione di Berlusconi e Bossi di avanzare una proposta di riforma della legge elettorale in parlamento.

Adesso con la “vittoria” di B & B si può forse guadagnare tempo.

Tempo che, per quanto breve , potrebbe risultare prezioso proprio in vista delle elezioni.

Berlusconi, vincendo nell’immediato la prova di forza con Fini ha ottenuto la fiducia nei due rami del Parlamento.

Governi dunque, se può.

Nel frattempo, mettendo le ali ai piedi, il PD potrebbe puntare a mettere insieme uno schieramento di forze per varare una nuova legge elettorale. Per la quale, com’è noto, è sufficiente una maggioranza semplice trattandosi di legge ordinaria.

Se prima non si è trovata la quadra, adesso ci sono almeno due ragioni di necessità e urgenza per muoversi in piena velocità.

La prima.
Berlusconi potrebbe assumere lui un’iniziativa per cambiare la legge per l’elezione del solo Senato in modo da assicurarsi una maggioranza solida in caso di vittoria tramite un premio di maggioranza da assegnare su base nazionale.

La seconda.
L’ipotesi del governo di transizione dopo che Berlusconi ha riottenuto la fiducia diventa , alquanto impraticabile non in via istituzionale (e costituzionale) , ma in via politica.
L’elettorato presumibilmente non gradirebbe ciò che si è lasciato ormai passare nel senso comune come un “ribaltone”. Insomma c’è l’evidente rischio di fornire un assist alla banda B&B.

Realismo vuole che si consideri attentamente quest’aspetto: la dannata “costituzione materiale” che ha fatto presa il larghi settori di opinione pubblica grazie all’inno elevato a un bipolarismo semplificante , fino ai limiti del bipartitismo. Compresa la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria.

In quest’ambito , rozzamente tracciato, se anche non si conseguisse il risultato, si sarebbe comunque assunta un’iniziativa politicamente offensiva per cercar di collegarsi ad un movimento di lotta e di protesta che sta assumendo in questi giorni nel paese una base sociale tanto articolata quanto ampia.

Anche grazie al movimento in atto e con Berlusconi fortemente indebolito , costretto a cercare ogni giorno un voto in più in parlamento, la prospettiva elettorale può cambiare.

Si tratta di dar lenza allo squalo, alternare i rilasci con gli strattoni , stancare la preda, avendo chiaro che, al più tardi, nella primavera prossima bisognerà tirarla in barca.
E dargli il colpo di grazia.

A questo punto , con le elezioni.

In sostanza, dopo il voto di ieri è necessario cambiar spalla al fucile se si vuol cogliere il bersaglio.

Un governo di transizione era legittimato, sia pur tra grandi difficoltà, da una sconfitta parlamentare dei B&B.

Ora non più.

Sinistra-centro.

dicembre 6, 2010

Mica facile venirne a capo.
Del post 14 dicembre , dico.
Magari c’è qualcuno nel PD che sa come fare.
Magari se ce lo dicesse staremmo tutti più tranquilli.

Per il momento, al di là di un ectoplasmatico ed evidentemente improbabile “nuovo ulivo”, (PD+Sel+IDV+UDC?) è in campo solo il combinato disposto D’Alema-La Torre.

Un doppio movimento che ha una sua logica ma che , tuttavia, mi sembra alquanto complicato da effettuare.

Si tratta di metter su un governo d’unità nazionale con anche il PdL , ma senza Berlusconi e contemporaneamente far entrare Vendola nel PD.

Una roba intelligente e ardita assai.

Funziona più come copertura di un vuoto politico pauroso che come proposta effettiva capace di produrre effetti concreti.

D’altro canto, con scenari elettorali che non schiodano il PD dal 24% , a menar la danza è ormai il terzo polo.

Con l’attuale legge elettorale , se sei il PD e vai alle elezioni con Sel e Idv perdi.

Se ci vai con UDC e Fli, hai qualche possibilità in più, ma non è sicuro che vinci.

Son bei momenti.

Forse per questo circola l’ipotesi, stravagante e fantasiosa assai, di una lista civica nazionale. Tutti contro il Berlusca: PD+Idv+Sel+terzo polo o quel che è.

Non la vedo bene.

Per il PD, dico.
Il quale se s’allea con Sel e Di Pietro, perde pezzi fino al limite di una scissione plateale e di fatto già, in tal circostanza, annunciata.
Se invece s’allea con Fini , Casini e Rutelli, perde pezzi molto consistenti a sinistra a favore di Vendola. Una scissione silenziosa ma ancor più nefasta.

Ma, io dico: non si  poteva pensare da subito a fare un partito (democratico e anche socialista) potenzialmente valutabile intorno al 30%-35%?

Sì perché la sinistra tutta compresa in Italia s’attesta, con alti e bassi, su di una soglia pari a circa un terzo dell’elettorato. Per parafrasar Bersani questo “muro del suono” non si sfonda.

Se oggi vi fosse un partito così, gli resterebbe solo da allearsi col polo di centro, da posizioni di relativa forza ,potendo per di più stagliare nettamente la propria identità politica e programmatica.
Facciamo un 30% + un 20%.
Il gioco sarebbe fatto.

La politica ne guadagnerebbe in chiarezza .

Si vincerebbero le elezioni guadagnando il premio di maggioranza e si potrebbe governare stabilmente.
Ognuno rimanendo sé stesso.

Invece no.

A forza di menar il can per l’aia , la vocazione maggioritaria si è tradotta in una condizione minoritaria e subalterna.

Ma si può?

Mah.

Alla lunga, delle due l’una.

O si rimettono in discussione le fragili basi del progetto democratico togliendo il veto alla parola sinistra, e ricostruendola (la sinistra, democratica e socialista) con le forze che ci sono, oppure non resta che gettare il cuore oltre l’ostacolo (della sinistra) e confluire in una nuova DC, ovvero  in un polo liberaldemocratico, come volete.

Intanto però incombe il 14 dicembre.

A bocce ferme (con relativi sondaggi) l’idea, da qualcuno sbandierata, di precipitarsi a votare è una cosa tanto nobile e lineare quanto, con ogni statistica probabilità, stupida.

Ci vorrebbe un governo. Per molte e ottime ragioni. Tra cui anche quella , di costruire  un’ampia  aggregazione a sinistra: un partito nuovo.
E nel contempo gettare le fondamenta di un’alleanza elettorale e di governo tra la sinistra e il centro.

Poi se volete, per comodità e consuetudine, chiamatelo pure centrosinistra.