Archive for gennaio 2011

Contrordine.

gennaio 30, 2011

Contrordine.

Non più governo di transizione ma elezioni con schieramento costituente.

Ci si rende conto che dopo Berlusconi cambia tutto. E si cerca d’influenzare la direzione del cambiamento.

Giusto nel metodo.

Sbagliato nella sostanza.

Uno schieramento da Sel a Fini ha scarse possibilità d’esser allestito.
E quand’anche, dubito che i risultati elettorali premierebbero una proposta di tal fatta.

Ma non c’avevate insegnato, fino alla noia, che il “tutti contro Berlusconi” serve solo a rendere più coeso , se non altro per legittima difesa tutto il centro destra?

D’altro canto, uno schieramento costituente ,per definizione, deve comprendere semplicemente tutti. Destra e sinistra. Altrimenti è solo propaganda.

La verità è che il tema costituente lo si è lasciato consumare, sotto traccia, da almeno 15 anni.

E così, dopo il fallimento(scontato) della bicamerale la costituzione materiale è già cambiata in senso presidenzialista.
Un cambiamento esemplificato dall’inopinata comparsa del nome del candidato a premier sulla scheda elettorale.
Anche così, poco per volta, l’interpretazione populista del bipolarismo è entrata nel senso comune.

Bisognava , individuato il pericolo, abbinare alle elezioni politiche del 1996 l’elezione di un’assemblea costituente eletta con metodo rigorosamente proporzionale.

Se ne parlò.

La voleva anche Fini.

Ma non se ne fece nulla.

Si passò all’ennesima e meno rischiosa bicamerale.

E si sbagliò.
Di grosso. Grazie anche al contributo di quegli illustri costituzionalisti che , dall’alto della loro competenza, argomentarono l’impossibilità di limitare le materie costituenti alla sola seconda parte (ordinamentale) della costituzione.

Ciò nonostante Il tema è ancora sul tappeto.

Oggi più che mai.

Tuttavia, se non ci si fa obnubilare ancora una volta dalla tattica contingente, esso dovrà e potrà esser ripreso solo dopo aver battuto in campo aperto Berlusconi.

Con l’unica alleanza possibile.

La quale è anche la più credibile.

Per la verità lo sarebbe ancor più se non la si fosse rifutata fino ad ora.

Il rischio è che sul filo di lana ci si debba acconciare a metterla in piedi all’ultimo momento recuperandola come una sorta di ripiego.

E , a quel punto ,tale apparirà agli elettori.

Il solito capolavoro di tattica politica.

Ma perché non la si vuole?
L’alleanza tra Il Pd e tutto ciò che residua a sinistra , dico.

Si badi. Abbiamo a che fare con un “residuato” sociale particolare.

Si tratta, infatti, del riemergere , in forma e consapevolezza nuova, di una dinamica sociale trasversale , dalla Fiom ai movimenti giovanili, che invoca a gran voce un riscatto dalla lunga stagione liberista. E lo fa, anche in nome e per conto (e non di rado con l’empatia) di una classe media ormai largamente avviata sul piano inclinato di un progressivo impoverimento.

Comunque ,tornando a noi, non si vuole quest’alleanza, a sinistra nella società, non tanto perché il risultato non è scontato. E certo non lo è.

Non la si vuole per una ragione più di fondo. La quale attiene alla nascita del PD.

Leggendo l’intervista di D’Alema,si capisce infatti che è in gioco la qualità del cambiamento.

“Ci vuole un grande patto sociale per la crescita”.

E fin qui son d’accordo.

Solo che: “il nuovo patto deve contenere un’impronta liberale”, sia pure, “temperata da una forte carica di giustizia sociale.”

Insomma ancora una volta si deve fare ammenda di tutto un retroterra “ideologico” che, nella realtà storica concreta dell’Italia e dell’Europa, si è tradotto in conquiste sociali e in diritti civili per la mia generazione e che oggi sono in gran parte cancellate, o comunque sotto attacco, col risultato (non ideologico) di rendere precaria e grama la vita di gran parte delle generazioni più giovani.

Gli imperativi liberali dell’economia, s’impongono, nonostante l’evidenza dei fatti e dei misfatti in corso d’opera nell’intero orbe terracqueo, non meno che nel cuore dell’Europa sviluppata.

Per cui rovescierei l’approccio.

Un grande patto per la crescita. Certo.

Anche perché , a me la favola bella della decrescita felice piace solo fino a mezzogiorno , dato che la gente avrebbe l’ambizione di mangiare anche al pomeriggio e qualche volta persino di sera.
Soprattutto laddove si è sempre restati a digiuno.
Cioè in molta parte del mondo.

In quest’ambito dunque direi: “un patto per la crescita improntato alla giustizia sociale e temperato da una forte carica liberale.”

Non si rovesciano solo parole.

Si rovescia un approccio ,il quale si è dimostrato del tutto subalterno e politicamente (e elettoralmente) improduttivo.

Si ha l’impudenza di tornare a marcare la differenza tra liberalismo e socialismo.

Tra liberaldemocrazia e socialismo democratico. O come mi piace ripetere per l’ennesima volta,( e non smetterò) tra liberaldemocratici e demosocialisti.

Parole e definizioni cui, ai minimi e chiari termini, corrisponde una grande differenza: quella che passa tra sinistra e centro.

Tra sinistra e PD.

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Bunga Bunga.

gennaio 28, 2011

Una settimana tranquilla.
Pancia al sole dell’Africa equatoriale. Villaggio turistico che si erge in mezzo al consueto paesaggio polveroso. Capannuccie sbilenche, smunte capre e qualche mucca. Bambini s’aggirano tra le più varie masserizie. Interpellano il turista coi loro occhioni . Nei quali si perdono anche i vecchi cinici(come me) abituati, da lunga pezza, ad aggirarsi tra le varie realtà africane, col loro mix di modernizzazione e vecchia, irredimibile, miseria.

Comunque lasciarsi alle spalle l’Italia del Berlusca anche per uno che odia i viaggi organizzati , può essere un utile sollievo.

Un momentaneo distacco dal puttanaio che regna in patria.

Ma non c’è niente da fare.

La fama di Berlusconi ci precede. Me ne rendo conto mentre compio, proprio il primo giorno, una visita d’obbligo a una città araba del periodo medievale, in Kenya.

S’aggirano tra i ruderi una branco di simpatiche scimmiette cui offriamo banane che afferrano e sbucciano graziosamente con lieve destrezza.
La custode della città museo ha attribuito a ciascun esemplare un nome proprio.

Ad un certo punto comincia a chiamare a gran voce Silvio.

Subito s’avanza un maschio dal portamento aggressivo: “E’ Silvio Berlusconi, lui fare il bunga bunga a tutte le femmine”.

Ecco fatto.

Mi pareva….

Puoi andare dove vuoi ma l’Italia incombe. Il bel paese che compie i suoi 150 anni è diventato la patria del bunga bunga. Dotato di una classe dirigente che s’accompagna a magnaccia e alleva un giro di giovanissime puttane. Al secolo escort. Bisognose. Naturalmente.

Una classe dirigente che s’avvale anche dell’opera alacre di quell’esserino, senza arte né parte, che usa la sua posizione di ministro degli esteri non per occuparsi del vicino oriente in rivolta contro le democrature amiche del titolare , ma per attaccare gli avversari politici.

Dopo la caduta del satrapo di Arcore ci vorranno ancora molti anni per cancellare l’immagine dell’Italia offerta dal puttanaio ai quattro angoli del pianeta.

Incombe la questione del debito pubblico e di un possibile default.

Si parla di un euro a due velocità.

Amato propone una patrimoniale . Altri avanzano l’idea di porre barriere legali al movimento vorticoso dei capitali.

Altri ancora rispolverano la vecchia proposta della Tobin Tax.

Ma finchè non ci si libera del puttanaio la politica non serve a nulla. Delegittimata e spiazzata dal bunga bunga.

Intanto l’opposizione arranca.

Come al solito.

Un’occhiata ai sondaggi, tanto per mettermi in pari, mi conferma che si resta nel vago. Sperduti in un deserto identitario. Un limbo dal quale non s’esce. Nonostante l’occasione fornita dal risultato del referendum alla Fiat, grazie all’impegno della Fiom.

Mi domando cosa altro debba accadere per far decidere il PD a imboccare la via delle elezioni.

Non a parole ma con i fatti.

Non si tratta d’invocare elezioni ma di provocarle.

Ciò presuppone il definitivo abbandono di ogni suggestione ciellenistica verso improbabili governi di salvezza nazionale.

Ci vorrebbe un partito che non c’è.

Un partito capace di assumere, in proprio, una responsabilità nazionale. Lasciandosi dietro le spalle ingannevoli cianfrusaglie post-ideologiche, come le primarie.

Ma questo è un altro discorso sul quale ritornerò.

Intanto a Bologna è avvenuto esattamente quanto avevo, facilmente, preconizzato nel mio ultimo post.

Ci son luoghi dove la cosiddetta contendibilità nell’ambito delle primarie è pura e pia illusione. Roba per gonzi. Grazie alla forza residua dell’organizzazione .

Altri , come Napoli, dove apparati clientelari consolidati non lasciano spazio alcuno ad una competizione anche solo pallidamente libera.

Meglio tirar i remi in barca. Affrettarsi a metter su l’unica alleanza possibile.

Con la consapevolezza che ieri era già tardi.

Africa mite.

gennaio 17, 2011

Vabbè vado in Africa , per la prima volta in ferie. Una settimana per portar le mie vecchie ossa al sole. Roba da pensionati.
Ci risentiamo al ritorno.

Bologna, controvoglia.

gennaio 7, 2011

Controvoglia.
Torno su Bologna.
La faccenda si trascina stancamente tra un generale disincanto dei bolognesi.
Le primarie nel centrosinistra in salsa petroniana non sembrano riservare sorprese.

Dopo un primo avvio in cui s’avvertiva una sia pur tenue suspense dovuta alla candidata fuori ordinanza indicata da Sel sembra di poter dire che l’esito appare, allo stato dei fatti, abbastanza scontato.

Par di capire, che c’è stata una reazione piuttosto vigorosa a quell’intreccio di affinità elettive di scaturigine dossettiana che s’andava componendo fuori e dentro il PD e che poteva consentire alla Frascaroli di giocarsi la partita con buone possibilità.

S’è ristabilità la normalità entro il recinto del PD e il candidato di partito ,come sempre, s’avvia a tagliare per primo il traguardo delle primarie.

Restano da vincere le secondarie.

A tal proposito un recente editoriale di Romanini sul Corriere di Bologna dal significativo titolo “L’irripetibile occasione” m’offre il destro per ripetermi.

Noiosamente.

Romanini nota, infatti, che dopo il commissariamento s’è aperto “uno spazio civico” da colmare con una terza via rispetto agli schieramenti in campo.

“C’è lo spazio per costruire qualcosa di più ambizioso e autenticamente civico”.

Già lo spazio c’è.

Eccome se c’è.

Ed è ben per questo che, fin dall’aprile del 2010, mi permisi di suggerire al  PD  di dare semaforo verde alla presentazione di un listone civico capace d’accogliere tutte le sparse membra della sinistra e del centrosinistra bolognese.

Adesso, nelle vacue more della morta gora primariesca –comprese le performances sino a qui svolte dai candidati e sulle quali non è elegante intrattenersi- s’avanza l’idea che lo spazio civico possa esser colmato da un’operazione politica svolta al centro e aventi come registi Casini ,Fini e Rutelli.

Romanini scrive che se questi signori si decidessero in tal senso “sono molti gli interlocutori che potrebbero trovare lungo la strada”.

Lo credo anch’io.

Spero solo che i tre signori in questione si attardino ancora sul mito bolognese giungendo alla conclusione che il gioco non vale la candela.

Avendoli, in altri tempi, conosciuti la mia speranza non è forse infondata.

Se però si dimostrasse tale, beh allora qualche problema all’orizzonte mi par di scorgerlo.

Anche perché , come direbbe Bersani, si è perso un anno intero a “pettinar le bambole” o, come direbbe Crozza, a “smacchiare il giaguaro”.

Non s’è voluto capire che una lista civica, onestamente connotata a sinistra, avrebbe ben potuto conquistare consenso anche al centro.

Cari democratici : giocare d’anticipo proprio mai ?