Archive for marzo 2011

Il diavolo al Pontelungo.

marzo 30, 2011

Il prossimo 8 aprile un gruppo di persone senza fissa dimora partitica convocano un incontro presso il teatro San Martino per richiamare l’attenzione,in questa esangue campagna elettorale, ai temi che più stanno a cuore ai normali cittadini.

Di questo sparuto gruppo d’anime belle, votate alla testimonianza civica faccio parte anch’io.

Si tratta, ironicamente dei “Pontefici”: facitori di ponti.

Già perché nel momento in cui il Comune stanzia in via d’urgenza la mirabolante cifra di ben 70000 euri per rendere agibili i marciapiedi del Ponte lungo, rinunciando così, di fatto, al suo completo restauro che è anche restauro di un’antica memoria, forse proprio da qui bisogna ripartire , anche in termini simbolici, per denunciare un’ignavia da tempo intollerabile.

La quale consiste da almeno vent’anni, nell’annunciare progetti più o meno faraonici, e nell’abbandonare all’incuria del tempo manufatti come quello storico ponte sul Reno che da sempre collega la città al suo antico Borgo.

E’ trendy, moderno, innovativo e riformista assai, infatti, sproloquiare intorno alla progettualità che deve caratterizzare il futuro di Bologna.
Lo si fa, perlopiù, a pezzi e bocconi, ad orecchio, in salotti frequentati da costruttori , alias “le forze economiche”.
Lo si è fatto persino ,con scarso senso del pudore, chiarendo che il People Mover è un ottimo veicolo per lo sviluppo culturale della città.
Giuro , si è detto anche questo a supporto del treno per aria. Ad ogni buon conto ho tenuto da parte la dichiarazione autentica di un candidato.

Insomma le ambizioni metropolitane si risolvono in ben poca cosa. Compresa quella porta Europa su via Stalingrado che ,con ogni evidenza non serve ad aprire bensì a chiudere. Uno sbarramento, estetico e un ostacolo viabilistico innalzato subito prima della città murata entro i cui stretti confini, fino ad ora, si è risolto il vacuo chiacchiericcio intorno alle sorti metropolitane di Bologna.

E così, mentre la progettualità è catturata e presa in ostaggio da opzioni urbanistiche e trasportistiche del tutto contrapposte all’idea di far evolvere il paesone bolognese verso la metropoli, si trascura quella manutenzione costante ,(insieme e necessariamente, materiale e civile) che dovrebbe esser al centro delle preoccupazioni di un’amministrazione a misura di cittadino.
Dei suoi bisogni reali.
Insomma il buon governo d’antan il cui spirito andrebbe urgentemente recuperato e rinverdito.

Uno può “ammirar” la Porta Europa, smadonnando tutte le volte che si trova a dover transitare in quell’assurda strettoia che ricorda i canyon del Khyber Pass , ma non può camminare sul Ponte lungo.

C’è qualcosa di intrinsecamente maligno in un tale stato di fatto.

Perciò, a qualcuno è tornato in mente il libro di Riccardo Bacchelli, con la sua prosa fluente, distesa, ironica.
Roba d’altri tempi, che tuttavia torna attuale al nostro tempo.

Narra Bacchelli nel suo preludio alla calata di Bakunin a Bologna di quando l’arciprete di Borgo Panigale “che aveva terre al sole” incontra il diavolo alla vigilia di San Giovanni. Tempo di mietitura.
Lo incontra proprio mentre imbocca “il ponte di rossi mattoni, si dice Pontelungo”

“Un signore in gibus veniva lungo la spalletta a valle e in quel punto attraversò il ponte per farglisi incontro. Era nero come un grillo,abbottonato, schifiltoso nel mettere i piedi nella polvere della strada, e aveva sguardo duro e fuggitivo”.

Il diavolo in gibus gli si fa incontro e dopo aver constatato che “avete una bella campagna quest’anno” minaccia subdolamente l’arciprete possidente: “avrei dei buoni cavalli da mandare a pascere dentro il vostro frumento signor arciprete di Borgo Panigale”.

A quel punto l’arciprete, individuato il maligno, s’affretta a tornare in sacrestia e manda il campanaro a scrutare la campagna assolata e d’improvviso si preannuncia la tanto temuta e distruggitrice tempesta estiva, allorché nel cielo terso spunta una nuvoletta piccola come “un guscio di noce” ma velocissima.

“La nuvola era sorta dalle parti infedeli del Levante, dal mare elemento dei meno devoti”

La tempesta annuncia la rivoluzione a Bologna organizzata da Bakunin con la collaborazione di Andrea Costa nel successivo mese di luglio.

E, infatti : “quando furono a metà del ponte Bakunin si fermò a guardare la città affocata e i colli. E’ venuto davvero –disse appoggiandosi alla spalletta bollente- il diavolo al Pontelungo! E questa volta di qui Satana spiccherà il volo di liberazione di tutto il mondo. Costa , preso da improvviso entusiasmo, batté la mano sul margine della spalletta e recitò quei versi che non fanno maggior onore al maestro:

Salute a Satana
O ribellione
O forza vindice
Della ragione

Poi la progettata rivoluzione nella fantasia di Bacchelli va rapidamente in vacca in un esilarante crescendo di inconvenienti- compreso il disincantato scetticismo del biondino in panama (Costa)- pur essendo preparata nei dettagli, tipo la presa dei cannoni di San Luca,del deposito d’armi della cartiera del Maglio , il tutto coronato dal raduno della forza d’urto costituita dai rivoltosi provenienti da Imola e Persiceto previsto ai prati di Caprara.

Tornando a noi , dileguatesi da gran tempo le sgangherate suggestioni rivoluzionarie degli anarchici, resta l’anarchia manutentiva di amministratori distratti (anzitutto dalla cura della propria immagine), che rischia di abbandonare a sé stesso quel ponte di mattoni rossi che tanta parte ha avuto nella storia di Bologna.

Quel Pontelungo, che risale al XII secolo e che fu poi progettato e ricostruito dall’Ingegner Adriano Panighi tra il 1878 e il 1880 , e impreziosito da Carlo Monari con le statue che raffigurano le sirene, lo scultore  cui si deve anche il busto a Cavour collocato nell’omonima piazza.

 Adesso ,dopo oltre un secolo è giunta l’ora di rioccuparsene.

Io, assieme ai Pontefici, temo che quei miseri 70000 euri costituiranno una toppa peggior del buco.
Perché?
Semplice.
Giocoforza non potranno inserirsi in un serio progetto ricostruttivo , vista la sua inesistenza.
Dunque si procederà male e in fretta.
Un po’ di improvvisato cemento e pannelli prefabbricati sul ponte di mattoni rossi.
E nulla più.
Poi in futuro, magari lo si abbatterà affinché i suoi vetusti piloni, carichi di memoria , non costituiscano ostacolo alle frequenti incursioni torrentizie. Per dar luogo ad un moderno, grigio, manufatto in cemento armato.
Smemorato e anonimo.

Vabbè noi “pontefici” ci opponiamo con la prosa di Bacchelli, avendo nostalgia di un futuro diverso da quello che sembra prepararsi nell’incuria generale che caratterizza il presente bolognese.
Chi vuol partecipare è il benvenuto.

Annunci

La guerra in Europa

marzo 20, 2011

Così va il mondo.

Abbiamo un’altra guerra umanitaria in corso.

Ci s’è accorti che Gheddafi, colui che piantava la tenda all’Eliseo solo due anni fa, e che fu ricevuto l’altro ieri a Roma con tutti gli onori, baciamano compreso, è un dittatore sanguinario.

Dunque va liquidato.

Per difendere i diritti umani, per dare una mano ai ribelli di Bengasi.

L’effetto collaterale come in Irak assumerà la forma consueta del furto con destrezza.

Si ruba il petrolio ad un vasto territorio, le cui potenzialità il dittatore non ha mai del tutto sondato.

Il petrolio mesopotamico, al netto di una guerra civile ancora in corso, è oggi saldamente nelle mani delle corporations angloamericane.

Quello della Libia è destinato agli anglofrancesi con (forse) qualche briciola agli ex coloniali italiani.

La democrazia che viene dal cielo sotto le mentite spoglie della onusiana no fly zone
serve principalmente a questo.

Il resto è propaganda volta a coprire un fallimento di portata storica.

Qualcuno forse ricorderà la lunghissima fase politica nella quale l’Unione Europea cianciava con grande solennità ( come a Barcellona) di politiche di cooperazione con l’altra sponda del mediterraneo.

Politiche che avrebbero dovuto ,tra l’altro, incentivare un progresso democratico e civile in tutta l’area dei paesi rivieraschi e riscattare così il retaggio coloniale.

Le bombe che cadono su Bengasi e su Tripoli hanno soprattutto questo significato.

Quella politica è morta e sepolta.

Bando alle ciance.

E mano alle bombe.

Si sfrutta l’occasione della ribellione contro il regime di Gheddafi.

Si colpisce l’anello più debole della catena retto da un dittatore inviso all’opinione pubblica.
Per riprendere un pieno dominio coloniale.
Pardon neocoloniale.

In tal contesto La No fly zone è solo un travestimento che l’ONU ha concesso agli anglofrancesi anche in virtù dell’estrema debolezza dell’Italia e della sua non credibilità sulla scena internazionale.
Come dire che c’è un pagliaccio a Tripoli e uno a Roma.

Da qui la risoluzione 1973 che istituendo una zona di non volo chiarisce che ad essa s’accompagnano “tutte le misure necessarie a proteggere la popolazione civile”.

Che vuol dire guerra aerea indiscriminata.

Come in Serbia.

I caccia francesi infatti già bombardano truppe di terra dirette a Bengasi.

Presto, stanotte o domani si effettueranno raids generalizzati, su Cirenaica e Tripolitania con il metodo ampiamente collaudato del “bombardamento terroristico” a suo tempo così chiaramente definito dal Bomber Command britannico.

L’Europa è guidata dai governi di destra che , con l’esclusione di quello tedesco, puntano a spazzar via per sempre ogni velleità di politiche cooperative da parte dell’Unione. Un Unione di cui questa guerra sancisce la fine ingloriosa con la reazione anglofrancese al ruolo predominante via via assunto dalla Germania unificata in tutte le politiche comunitarie.

Gli shabab sparano in aria , esultanti per la liberazione, che viene dal cielo.

Non sanno e non son tenuti a sapere che gli anglo francesi sparano sulla Libia per radere al suolo in Europa ogni pur tenue traccia federalista a favore di quell’Europa delle nazioni da sempre sostenuta dal revanscismo antieuropeista delle destre.

Per far ciò è utile e necessario bombardare la Libia anche per ridimensionare la Germania.

Insomma mi par una guerra europea.

Gli americani lo sanno.

Ma non mi par che in Italia qualcuno se n’accorga.

Intermezzo 3. Preghiera dell’esperto

marzo 16, 2011

Ieri un capo dei capi della fisica nucleare italiana spiegava che a Fukushima non c’era un problema al mondo.

Illustrava , con linguaggio piano, comprensibile anche a noi profani il complesso sistema di scatole cinesi che contiene il nucleo del reattore e che ,di conseguenza, era altamente improbabile un incidente tipo Chernobyl.

Siamo a livello di gravità 4 -diceva l’illustre esperto- mentre a Chernobyl si era raggiunto il livello 7.
Il massimo.

Nei giorni e nelle ore precedenti il fior fiore degli esperti , sulla stessa falsariga e dall’alto della loro titolata competenza, ci aveva egualmente tranquillato.

Facendo appello alla razionalità.

Non si tratta di cose misteriche, è la scienza bellezza.

E’ la tecnologia che produce e poi imbriglia opportunamente l’energia nucleare, e la restituisce pulita per ogni uso e consumo.
Senza rilascio di CO2 nell’atmosfera.
Si è invariabilmente sottolineato.

Infatti, solo rare volte si sprigiona Cesio e Iodio radioattivo.

Sono gli stessi scienziati che all’epoca di Chernobyl ci spiegarono che solo grazie alla tecnologia obsoleta dei comunisti russi, si era potuto produrre quel disastro.

In un paese democratico si sarebbe potuto al massimo verificare un “lieve” incidente, quasi un contrattempo, tipo Three Mile Island.
Più tecnologia sofisticata e controllo democratico.
Of course.

Ricordo all’epoca il feroce atto d’accusa ideologico che fu rilanciato dagli scienziati , del mondo libero per definizione neutrali. Mentre i piloti degli elicotteri dell’URSS si mettevano sulla verticale del reattore per versarci sopra tonnellate di sabbia e cemento.
Certi di morire. Come poi , a pochi mesi di distanza avvenne per tutti i piloti.

Incompetenza e estremo cinismo della dittatura sovietica.

Già.

E adesso dopo diversi lustri , nel nuovo millennio, gli elicotteri giapponesi hanno tentato inutilmente con l’acqua di mare mentre la polizia prova con i cannoni ad acqua generalmente usati per operazioni antisommossa.

E cinquanta poveri cristi volontari sono sul sito , anch’essi pressoché certi di morire per fare quel che possono.

Poco.
Anzi niente.

Esattamente come a Chernobyl.

Infatti oggi, dopo che i nostri esperti ci hanno descritto con schifiltosa sicumera l’alta improbabilità di un’evoluzione negativa della situazione a Fukushima siamo a livello 6.
A un passo da Chernobyl.

Ora, tutti sanno (i quattro gatti che mi leggono) che io non son mai stato un ambientalista, un ecologista, né un verde, verdognolo e verdolino.
Sia detto senza offesa , dato che vi son tra loro persone che stimo da molto tempo, non perché condivida le loro tesi ma per la loro onesta, cristallina coerenza.
Naturalmente non sto alludendo ai vari Pecoraro Scanio e seguaci….

Tuttavia solo un cretino qualunque può sfuggire ad una semplice, e verificata , situazione storica.

E’ vero , gli incidenti nucleari sono assai rari.

La tecnologia e la scienza indubbiamente han fatto passi da gigante e ancora ne faranno. E dobbiamo tutti auspicare che qualsiasi atteggiamento antiscientifico e antitecnologico sia rifiutato alla stregua delle peggiori credenze medievali.

Bene.
Fin qui ci siamo.

Resta un dato di fatto.
Duro.
Chiaro.
Verificato.

Quando accade un incidente nucleare come quello di Chernobyl e Fukushima restano a disposizione solo sabbia e acqua di mare.

E, la preghiera sostituisce la tecnologia.

A tal proposito si spera che in queste ore gli esperti siano raccolti in preghiera , ciascuno invocando la benevolenza della propria divinità di riferimento.

Troppo poco, comunque per chi , come me, crede nel progresso scientifico. E, perciò ne valuta anche i suoi limiti attuali.

La verità semplice , persino banale è che scienza e tecnologia unita agli interessi formidabili che ruotano attorno al complesso atomico-nucleare, non si son mai posti il problema del che fare di fronte alla crisi di tutti i sistemi di sicurezza previsti.
Hanno semplicemente negato che una tale eventualità potesse prodursi.

Da ciò, ne traggo che il gioco non vale la candela.

Si può produrre tutta l’energia necessaria senza rischi.
E a costi minori.

In altre parole l’alternativa alla “preghiera dello scienziato” c’è.

Sia in termini di sicurezza che di costi che di quantità e qualità.

Dunque perché insistere?

Chiedetelo alla lobby atomica politico- militare , che si formò negli anni immediatamente precedenti la fine della seconda guerra mondiale.

Coloro che convinsero il governo americano ad effettuare un test atomico su di un paese sconfitto dopo che il bombardamento convenzionale di Tokio aveva già provocato centomila morti in un sol giorno. Più che a Hiroshima e Nagasaki singolarmente considerate.

In sostanza il nucleare civile è una ricaduta di quello militare.
L’uno e l’altro si sostengono a vicenda.
Con una differenza paradossale: quello militare è più sicuro.
Restando, dopo il crimine(mai sanzionato) contro l’umanità dell’agosto del 1945, un tabù.

Il nucleare militare è stoccato e anche portato in giro per cieli e mari per ragioni di deterrenza ancor oggi, ed è questa la ragione per cui, chi ce l’ha, si batte per la non proliferazione.
Quello civile invece è continuamente attivo per il nostro benessere energetico.
Salvo incidenti catastrofici mai presi in considerazione anche per ragioni di costi oltre che per non ancora raggiunte soluzioni tecnologiche.

Vabbè, alla fin della fiera, oggi han deciso di effettuare, in Italia il previsto referendum nel mese di giugno. La logica politica di un governo essenzialmente composto di deficienti in perfetta mala fede è fin troppo evidente. Così com’è ancora una volta chiaro che la variopinta fauna radicale alleata del PD non è, per definizione, affidabile.

Ebbene si tratta solo di smentir le previsioni.
Raggiungere il quorum.
Si può fare.
A questo punto si potrebbe fare anche se ci convocassero alle urne il 31 dicembre 2011.

Intermezzo 2. Lettera ad una professoressa.

marzo 11, 2011

Premetto che non conosco Paola Mastrocola.(Togliamo il disturbo. Guanda editore) Per me potrebbe benissimo essere un’affiliata di Comunione e Liberazione, come una vetero-catto-comunista o una colta baciapile. Non ho letto i suoi libri. Non ho fatto alcuna ricerca su di lei. Aggiungo, onestamente rilevandola, l’aggravante che ho smesso d’occuparmi da vicino di scuola fin dai tempi dei decreti delegati del 1974.
“Siamo tutti delegati” , non è vero?

In più per un profano addentrarsi nei meandri (corporativi) del dibattito sulla riforma , della scuola, sempre in itinere in Italia, è oggettivamente (ricordate questo termine?) periglioso assai.

Non c’è verso. Le pigli comunque . Da sinistra e da destra.

Ma dato che io scrivo su di uno di quei blog, tanto deprecati(forse giustamente) dalla Mastrocola, posso rischiare tutto.
Tanto non conta niente.
Parole nell’etere del web.
Nulla più.

Il fatto in ispecie, che mi muove a digitare sulla tastiera, consiste semplicemente in un impulso irrestibile a comprare il suo ultimo libro.

Non vi sto ad annoiare, descrivendo per il lungo e per il largo, le cause prime e/o seconde di un tal impulso.

Uno (specie se si pregia d’esser un autodidatta) prende in mano un libro.
Lo sfoglia leggendo a caso alcune pagine.
Poi lo ripone , oppure lo acquista.

L’ho acquistato. Dopo aver sbirciato a pag 131-132 : “ Domina un pensiero scolastico genericamente progressista”..con quel che segue. Poi a pagina 133 dove si descrive l’alleanza scellerata tra una scuola che non insegna e le famiglie che intrise di edonismo e narcisismo collaborano colpevolmente ad allevare dei nulla studianti che , si presuppone, diverranno anche al di là del ceto di appartenenza, dei poveri deficienti capaci solo di smanettare con gadget elettronici di vario tipo.

In particolare a pag 133,- ed è questo che più mi ha motivato a comprare il libro della Prof e persino a leggerlo-, si trova un giudizio sui giovani, sulla loro vita reale, sui loro comportamenti , su ciò che davvero conta oggi entro la “massa” dei giovani.

“Faccio un solo esempio, tanto per esser un po’ concreti: se la famiglia permette al figlio quindicenne di tornare dalla discoteca alle quattro del mattino, e se il papà (o la mamma) si mette persino la sveglia alle tre per andare a prenderlo, cosa pensate possa mai fare la scuola? Quale impegno può pretendere, quale disciplina, quale senso di responsabilità e autonomia?”

Già, simpatizzo. Alquanto.

La sola idea che(illo tempore) un mio genitore mi venisse a prendere da un qualsiasi posto mi fa orrore e mi riempie di vergogna. A parte che non ho mai corso questo rischio.

E’ un dato di fatto. Famiglia e allievo sono generalmente coalizzati contro gli insegnanti.
Ma direi soprattutto contro lo studio vero e proprio.
A prescindere.

Secondo la Mastrocola , tuttavia ciò riguarda assai poco gli insegnanti.
Ponendo ella l’accento sulla deriva del donmilanismo e, sia pure in minor misura del rodarismo che ha portato a concepire la scuola come “centro di socializzazione dove stare insieme e trovare amici e mostrare gadget e vestiario”.
Insomma una scuola creativa e ricreativa, dove venir incontro alla spinta edonistica generalizzata che caratterizza i tempi (post-moderni) che corrono.

Colpa di Don Milani, di Rodari, del ’68, di Berliguer(Luigi), di Mussi, con la Gelmini che non se ne discosta.

Una scuola finalizzata al piacere e quando va bene piegata strumentalmente al lavoro.

Una scuola dove è abolito lo studio come fine in sé, grazie ad una “pedagogia democratica” secondo cui è tempo perso leggere, studiare e faticosamente capire tanto Dante, quanto (il suo amato, dalla Mastrocola) Tasso.

Già.

Professoressa io son d’accordo con Lei fino questo punto.
E mi fa gran piacere quando cita Antonio Gramsci: “ Si ha a che fare con ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza anche fisica,di concentrazione psichica su determinati soggetti che non si possono acquistare senza una ripetizione meccanica di atti disciplinati e metodici”.

Son d’accordo con lei, essendo io persona di sinistra e non genericamente, progressista. Lascio da parte una digressione malevola sui “progressisti” che pur ho sulla punta della lingua.

Però veda Professoressa, Lei è alquanto unilaterale.
Vede le cose dalla sua parte.

Cerco di spiegarmi meglio.
Anche se non è facile, non avendo io il privilegio di scrivere su carta stampata, debbo tener conto che in questo esatto momento la metà dei miei pochi lettori con un semplice clic mi ha già abbandonato.

Comunque ,”non ti curar di loro” e andiam avanti.

Lei , a pag 154 cita un’intervista al Corriere della Sera di tal Claude Thèlot che ha presieduto la commissione sul futuro della scuola francese.
Intervista che Lei considera un “documento agghiacciante”.

Basterebbe una tal definizione a rendermela simpatica , gentile Prof.

Odio le mezze misure, gli eufemismi e le parole ambigue come “creativita” e “trasparenza”.

Tuttavia io considero quel documento agghiacciante anche (ho scritto anche) per ragioni se non opposte almeno diverse rispetto a quelle pur fondate che lei adduce e descrive.

Comunque Lei evidenzia in particolare tre frasi del pessimo soggetto in questione:
1) “I docenti sono troppo concentrati sulle discipline che insegnano”.
Sua chiosa , ridotta ai minimi termini di un blog: “Docent, insegnano! A cosa altro dovrebbero pensare?”

2) “dovrebbero aiutare i propri studenti ad andare al di là della loro materia”.

Sua chiosa : “Al di là di cosa?”

3) “I docenti amano troppo la loro materia al punto di considerarla un fine e non un mezzo”.

Sua chiosa: “ è la chicca, il massimo cui sia giunta la mente scolastica del millennio”…..”amare la materia che s’insegna equivale a non amare l’allievo, forse anche ad odiare l’allievo”.

Bene.

La critica io la trovo giusta. Solo che io la fondo, su di un’esperienza e quindi anche, come ho già detto, di un punto di vista molto diverso dal suo.

L’esperienza di un allievo di quarantanni fa.

Quando , si suppone, poco prima del vituperato ’68, la scuola non era ancora degenerata secondo i dettami di quel che Lei chiama il p.c.e, il politicamente corretto europeo. (Sul quale sia detto per inciso avrei molto di peggio da aggiungere).

Per farla corta io frequentavo un istituto tecnico molto considerato nella mia città, quando ancora non si era chiuso “il cerchio quarantennale della distruzione dello studio”.

E , in effetti anche a mio avviso il Thélot è un tipo che spara cazzate.

Vediamo. Su uno solo dei punti da Lei richiamati.

Docenti troppo concentrati?

Balla colossale.
Chi li ha visti.
Non ne ho mai trovato uno.

Ricordo come fosse ieri il Prof di tecnologia. Sa la scienza e la tecnica che s’occupa delle caratteristiche fisiche e chimiche dei metalli e dei loro trattamenti.
Affascinante, anche per chi come me era più naturalmente portato per altri studi e per il “pensiero astratto”. Insomma avrei voluto , (se non ci fosse stata la scuola di classe) frequentare il liceo classico e studiare il suo amato latino , professoressa. Tuttavia anche solo scoprire che ciò che chiamiamo comunemente ferro è, in realtà acciaio, (minerale di ferro con aggiunta artificiale di carbonio) costituiva una prima scoperta.

Solo che…… c’era, tra i piedi, l’insegnante di tecnologia.

Appena entrato in aula si guardava attorno schifato. Si sedeva dietro la cattedra- sì quella con lo scalino di legno che Lei descrive come indispensabile base materiale e simbolica d’autorevolezza- e se ne stava in silenzio per cinque minuti buoni. Tanto per adattarsi all’ambiente. Per la serie cosa cazzo ci faccio qui esattamente?

Poi, si scuoteva dal suo stupore e chiedeva , invariabilmente a qualcuno dei primi di banchi, di portargli il libro di testo. Lui non l’aveva con sé. Non lo possedeva proprio. L’avevano scritto altri dato che l’Istituto non aveva adottato per quel biennio il suo.

Dunque afferrava delicatamente, il libro incriminato con due sole dita, trattandolo come fosse uno stronzo fumante e lo apriva a caso , borbottando. Cercando di capire dove si era giunti solo tre giorni prima. Di seguito passava a richiarire che su quel libro non si poteva apprendere un bel nulla. E cominciava a divagare saltando di palo in frasca. Gli allievi prendevano inutili appunti perché la volta dopo l’illustre insegnante non conservava il più pallido ricordo di cosa diavolo avesse “spiegato” la volta prima.

Potrei proseguire con l’insegnante di meccanica. Un liberale di destra che parlava per allusioni di politica, raccontava barzellette invariabilmente idiote e si faceva cogliere, spesso e volentieri , in castagna dal primo della classe allorchè, non di rado, sbagliava il calcolo di una trave.

Il primo della classe, peraltro si faceva pubblico vanto di masturbarsi otto volte nel giro di ventiquattro ore. Un record. Ebbene nonostante la comprensibile sfinitezza era temutissimo dall’insegnante..che non capiva un tubo di meccanica.

E via di questo passo.
Con l’insegnante di Italiano, un’anziana signora che attendeva solo la pensione, fumando venticinque Turmac bianche ad ogni “lezione” mentre tra volute di fumo azzurrino c’intratteneva su episodi illuminanti relativi alla sua trascorsa gioventù. Tipo lunghe cavalcate, alpinismo, navigazioni spericolate in mari procellosi, e , da ultimo ma non ultimo, vaghi accenni a grandi amori. Totalmente rincoglionita.

Il Tasso dice Lei Prof?
Ma quando mai?

Così io ho vissuto la scuola agli albori del sessantotto.

Menefreghismo, scarsa cultura generale, competenze specialistiche tenute nascoste, custodite come un segreto iniziatico, nessun incentivo allo studio.
Solo inopinata e del tutto immotivata, arrogante richiesta di riconoscere le autorità scolastiche.
Autorità per nulla autorevoli.

E fu gran soddisfazione quel giorno in cui ad alcuni di questi mangiapane a tradimento dicemmo che la scuola era occupata e non si poteva entrare.

Si voleva, tra le altre opinabili rivendicazioni, affermare il diritto allo studio.
Altra e ben diversa cosa dall’ascoltare insegnanti annoiati, autocentrati, per nulla interessati ai “contenuti” dello studio.

Per tutto ciò, dubito assai che la crisi della scuola come luogo di studio sia databile a partire dal 1968.

PS. Naturalmente c’erano anche bravi insegnanti. Cioè gente cui piaceva insegnare a studiare.
Pochi però.
Davvero pochi.

Di ban sò fantesma

marzo 7, 2011

22 febbraio.
Prologo ad una piccola cronaca cittadina verso le elezioni.

Mentre l’aviazione libica addestrata dagli italiani bombarda i manifestanti a Tripoli Il fantasma del blogger s’aggira per il paesone che fu città simbolo, martire,e mito.
In cerca di tracce.
Non del passato ,del futuro.
Il futuro che dovrà pur incombere.
Sull’eterno presente.
Niente tracce.
Se ci sono, non si scorgono.
Ad occhio nudo.
A piedi, dalla periferia verso Piazza Maggiore, per strade decisamente sporche. Marciapiedi malmessi. Ridicole, sbiadite orme, di piste ciclabili continuamente interrotte.
Molti anziani. In sosta davanti a farmacie e bar.
I Bar di Bologna. Dalla assai dubbia igiene. Perlopiù. E con cessi che, quando ci sono, sembran caveau di banche nazionali tanto son gelosamente custoditi da cerberi che obbligano a chieder, in pubblico, la chiave per aprirli.
Ti guardano di sguincio.
La gente perbene piscia a casa sua.

E poi sfilata di edifici dall’apparenza fatiscente.
Apparenza. Se capita di sbirciare all’interno il panorama cambia.
Il privato benestante si prende assai cura del suo cortile esclusivo.
La sciatteria manutentiva, è riservata all’affaccio sull’esterno pubblico, regolarmente imbrattato da geroglifici tracciati a caso.
Niente a che vedere con l’arte di strada. I graffiti nostrani,troppo spesso, son solo indecifrabili scarabocchi.
Intonaci sbrecciati , sotto portici invasi dall’acre olezzo del piscio di cane a malapena combattuto da spruzzi di disinfettante bianco giallastro intorno alle base delle colonne.

Bologna , bella città.
Sì ma per scoprirla devi lasciare ormai la pubblica via.

Bologna, città accogliente?
Già.

Il fantasma del blogger, coglie frammenti di questa antica tradizione di ospitalità e tolleranza nel luogo più vocato agli incontri conviviali per i comuni cittadini : dal barbiere.
“Li andiamo pure a prendere in mezzo al mare. Hanno il telefonino. Chiamano e noi subito accorriamo. Prego s’accomodi , ci mancherebbe altro. Si figuri. Ha sete? Vuole un po’ d’acqua minerale? O magari una delle nostre donne?
Roba da matti! I greci li speronano, gli spagnoli gli sparano, e noi li rimorchiamo fino a terra e gli facciamo pure la visita medica.”

A tal proposito, repentinamente, l’attenzione devìa sui malanni tipici che affliggono, insieme alla canizie, la salute di attempati amici , parenti e conoscenti.

Un museo degli orrori, per un anziano ipocondriaco come il ghost.

-Da quand’è che non viene G? Ah quello poveretto è ormai alla fine. Gli hanno fatto la chemio ma ormai… Sì però poteva anche smetter di fumare. Ma io dico c’è scritto anche sui pacchetti , che se fumi muori. E loro no-

-Ma sta buono va là che a me mi han dovuto fare la cosa.. lì..come si chiama? Quella roba lì che ti prendono un pezzettino e poi ci fanno l’esame. Ma dice che son solo polipi-

Il barbiere, saraffo : “polipi? Beh son buoni, mia moglie me li fa con le patate. Buoni davvero e costan poco..relativamente.”
Risate.

Uscito dal barbiere, mentre il dibattito svolta ormai verso i consueti argomenti pecorecci volti a risollevare il morale degli astanti , il ghost arriva in piazzola.
Via indipendenza.
Una sfilata di negozi dove puoi far scorta di cellulari, e ogni sorta di diavolerie elettroniche, insieme a costosi balocchi e profumi di genere vario.
Il negozio d’abbigliamento a gestione familiare che andava cercando, è letteralmente sparito.

Al suo posto vendono carabattole. Un’accozzaglia indistinta di ciarpame la cui utilità sfugge del tutto al consumatore medio dotato di un minimo di sale in zucca.

Per il resto esercizi commerciali interamente rivolti ad una clientela giovanile in una città di vecchi.

Vabbè, mentre il ghost dà un’occhiata alle cronache locali su Repubblica, dove (alla buon’ora) si evidenzia il formidabile conflitto d’interessi di un candidato a sindaco, uno che ha del civismo da vendere, e si presume anche qualcosa d’altro, s’avvicina una signora di mezz’età che chiede un aiuto.

Deve prendere l’autobus per Corticella. Non è affatto una mendicante. Ha l’aria di una normalissima ‘zdoura bolognese . Probabilmente tira avanti con saltuari lavori di pulizia, a giudicare dall’involto che ha sotto il braccio.

Esaudita, con la maggior disinvoltura possibile, la richiesta.

Poi verso Piazza Maggiore.

Stavolta l’incontro è diverso:

“Nonnino mi dai un soldino”?

Beh, nonnino proprio no!!

“ Mi spiace, davvero mi spiace, ma l’ho appena dato a tua madre che ho incontrato dietro alla stazione”.

Poco elegante.
Volgare.
Machista e così via.

Ma nel ghost(non certo in chi scrive per suo conto e su sua esclusiva ispirazione) talvolta riemerge impetuosa la radice plebea ancora piantata nel contado bolognese. Specie di fronte alla strafottenza di un giovanotto che, ad ogni evidenza, scoppia di salute e a lavorare (quand’anche ne trovasse) non ci pensa proprio.

E’ sveglio però e ribatte platealmente.
Con un sol gesto si tira giù i pantaloni , intanto che si raduna un po’ di gente incuriosita, e mostra il culo nudo.

Il ghost quando si tratta di stare in scena non è secondo a nessuno.
Per temperamento e anche per mestiere.
S’appresta dunque a cogliere lo sprezzante invito a centrare il bersaglio, così generosamente offerto, bilanciando un poderoso calcione.

Troppo tardi.
Riflessi ormai lenti.
Al giovanotto è bastata la mossa dimostrativa e già corre per via IV Novembre.

Neanche tanto antipatico, tutto sommato.
Non violento comunque, rimugina il ghost mentre s’allontana a sua volta sfogliando la cronaca del Corriere, dove c’è una colonnina di O.R che rileva garbatamente, ma non meno puntualmente, le dichiarazioni contraddittorie di un altro candidato sindaco il quale , in effetti, sorprende con la sua totale incapacità di selezionare l’opzione di “fermo immagine”.

Se c’è una cosa importante, sopra le altre, per un qualsiasi candidato ad una qualsiasi carica, è proprio quella di stabilire e tener ferma una propria immagine.
D’imporla , solida, non sfocata , alla pubblica attenzione.
Nel bene e nel male.
Viceversa, dicendo e disdicendo, s’induce il mal di mare.
E quando gli elettori son afflitti da un sia pur vacuo senso di nausea finisce che rinunciano…. all’imbarco.

Ma non son cose che possan cogliere l’interesse dei fantasmi.