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Tolomelli.

aprile 5, 2011

Se n’è andato anche Aroldo Tolomelli.
Dubito che gli farebbe piacere essere commemorato.
Specie con parole di circostanza.
Difficile dar conto a chi non l’ha conosciuto dei tratti essenziali di una personalità complessa come la sua.

Si può solo dire che è stato sempre un combattente.

Un uomo che non mollava mai.

L’ultima volta l’ho visto insieme ad un gruppo di compagni. Quegli ex giovani che costituivano il suo vanto.

L’abbiamo festeggiato per iniziativa di Giordano Gardenghi che s’incaricò di riunirci dopo trent’anni.

Quelli del comitato cittadino del PCI.

Più semplicemente ,come si diceva comunemente negli anni settanta in via Barberia, quelli del “cittadino”.

Giovanotti che Tolomelli aveva riunito attorno sé, e che cercava di difendere e promuovere.
E per far ciò doveva confrontarsi quotidianamente con quel resto del mondo che costituiva la pluralità di poteri di cui si componeva la Federazione Comunista bolognese.

La squadra di Tolomelli era in realtà assai disomogenea per origini, esperienze, e personalità.
Lui ci teneva insieme, con la discussione.
Secondo Tolomelli non v’era problema che non avesse soluzione.
Bastava discutere.
A lungo, a fondo.
E così ci prendeva per stanchezza.
Era in grado di sfinire, pazientemente, con la sua tenacia, chiunque di noi.
Adattava e piegava sempre, con funambolico senso politico e pratico realismo , l’argomentazione al raggiungimento dell’obiettivo: il suo.

Quale che fosse.

Semplice.

Ti teneva col culo sulla sedia intorno al suo tavolo verde di riunione fino a che non gettavi la spugna.
In un modo o in un altro.

Dopodiché concludeva, invariabilmente che eravamo tutti, perfettamente d’accordo.

Se qualcuno era così stupido da obiettare, si dichiarava disposto a riaprire ,subito, il dibattito.
La sua resistenza fisica e mentale era fuori discussione.

Quando poi dovette decidere il suo successore scelse il sottoscritto.
Il più giovane e l’ultimo arrivato.

Non perché mi preferisse ad altri , ma più probabilmente per non dover scegliere tra gli altri e fors’anche per ragioni di equilibrio e di dialettica con gli altri settori di quel partito così complesso, articolato e anche molto intricato che contava, solo nella città di Bologna, oltre 60000 iscritti.

Gli feci presente che a 26 anni il peso che mi metteva sulle spalle minacciava di schiacciarmi. Sia perché la modestia era d’obbligo a quei tempi, ma anche perché ne ero del tutto convinto.

Mal me ne incolse.

Incappai in una delle sue consuete pacche sulle spalle che sento ancor oggi, assieme all’incitamento altrettanto consueto ad andare “avanti”.

Un’altra pacca me la presi in una tarda serata d’autunno , anni prima, quand’ero ancora segretario della federazione giovanile.

Accadde che, con un gruppo di giovani militanti incontrammo quasi per caso, in via Farini un noto fascista del Fronte della Gioventù. Erano appena terminati i giorni della cosiddetta settimana anticomunista nelle scuole lanciata dai giovani fascisti a livello nazionale. A Bologna ne traemmo un bilancio alquanto negativo con circa una decina di teste rotte, tra i nostri.

Dunque si fu addosso al fascista. Il quale rimase steso sul selciato dopo un pestaggio a dieci contro uno, non particolarmente leale.

Dopodichè me ne andai in Federazione con “l’animo in spalle”. Bocca amara. E roso dal dubbio. Chi m’aveva detto di avergli dato un pugno , chi un calcio e così via. La somma di tutte quelle percosse m’ inquietava.

Insomma un conto era render ai fascisti pan per focaccia, che se l’erano meritato ampiamente. Altro era ridurre in poltiglia il malcapitato fascista.

Fortunatamente l’ufficio di Tolomelli, ormai verso la mezzanotte, era illuminato a giorno.

Mi precipitai per le scale e bussai. Stava naturalmente telefonando. Mi fece segno di entrare mentre riponeva la cornetta.

Gli confessai tutto d’un fiato (a chi altri se non a lui?) l’orrendo misfatto. Senza mancar di chiarire che l’oggetto della nostra aggressione certamente versava in cattive condizioni.

Mi chiese qualche chiarimento ulteriore guardandomi con un certo divertito scetticismo.
Pacca sulle spalle: “adesso vai a letto, son cose che si chiariscono al mattino” .

Già si chiarirono.

Dopo una notte insonne appresi che il fascista s’era recato a scuola regolarmente , pimpante al punto da partecipare alle prime due ore di educazione fisica.

M’avevano mentito.

Consci di esser troppi contro uno solo, quei pugni e quei calci non produssero neppure un livido, mentre il fascista si fingeva senz’altro esanime.

Insomma quando c’era un problema noi giovani andavamo da Tolomelli.

Fui a dir poco felice e sollevato più recentemente , quando con Angius presentai a Bologna una mozione di minoranza in vista della nascita del PD, e scorsi Tolomelli in piedi tra il pubblico.

Non si trattò di poca cosa. Per un uomo di partito e del Partito come sempre fu Aroldo Tolomelli, fu un atto di coraggio.
Una testimonianza preziosa.

La conservo insieme al suo ricordo.
Solo con una punta di rimpianto per non esser stato all’altezza del suo vero insegnamento: mai arrendersi, combattere sempre.

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