Tolomelli.

Se n’è andato anche Aroldo Tolomelli.
Dubito che gli farebbe piacere essere commemorato.
Specie con parole di circostanza.
Difficile dar conto a chi non l’ha conosciuto dei tratti essenziali di una personalità complessa come la sua.

Si può solo dire che è stato sempre un combattente.

Un uomo che non mollava mai.

L’ultima volta l’ho visto insieme ad un gruppo di compagni. Quegli ex giovani che costituivano il suo vanto.

L’abbiamo festeggiato per iniziativa di Giordano Gardenghi che s’incaricò di riunirci dopo trent’anni.

Quelli del comitato cittadino del PCI.

Più semplicemente ,come si diceva comunemente negli anni settanta in via Barberia, quelli del “cittadino”.

Giovanotti che Tolomelli aveva riunito attorno sé, e che cercava di difendere e promuovere.
E per far ciò doveva confrontarsi quotidianamente con quel resto del mondo che costituiva la pluralità di poteri di cui si componeva la Federazione Comunista bolognese.

La squadra di Tolomelli era in realtà assai disomogenea per origini, esperienze, e personalità.
Lui ci teneva insieme, con la discussione.
Secondo Tolomelli non v’era problema che non avesse soluzione.
Bastava discutere.
A lungo, a fondo.
E così ci prendeva per stanchezza.
Era in grado di sfinire, pazientemente, con la sua tenacia, chiunque di noi.
Adattava e piegava sempre, con funambolico senso politico e pratico realismo , l’argomentazione al raggiungimento dell’obiettivo: il suo.

Quale che fosse.

Semplice.

Ti teneva col culo sulla sedia intorno al suo tavolo verde di riunione fino a che non gettavi la spugna.
In un modo o in un altro.

Dopodiché concludeva, invariabilmente che eravamo tutti, perfettamente d’accordo.

Se qualcuno era così stupido da obiettare, si dichiarava disposto a riaprire ,subito, il dibattito.
La sua resistenza fisica e mentale era fuori discussione.

Quando poi dovette decidere il suo successore scelse il sottoscritto.
Il più giovane e l’ultimo arrivato.

Non perché mi preferisse ad altri , ma più probabilmente per non dover scegliere tra gli altri e fors’anche per ragioni di equilibrio e di dialettica con gli altri settori di quel partito così complesso, articolato e anche molto intricato che contava, solo nella città di Bologna, oltre 60000 iscritti.

Gli feci presente che a 26 anni il peso che mi metteva sulle spalle minacciava di schiacciarmi. Sia perché la modestia era d’obbligo a quei tempi, ma anche perché ne ero del tutto convinto.

Mal me ne incolse.

Incappai in una delle sue consuete pacche sulle spalle che sento ancor oggi, assieme all’incitamento altrettanto consueto ad andare “avanti”.

Un’altra pacca me la presi in una tarda serata d’autunno , anni prima, quand’ero ancora segretario della federazione giovanile.

Accadde che, con un gruppo di giovani militanti incontrammo quasi per caso, in via Farini un noto fascista del Fronte della Gioventù. Erano appena terminati i giorni della cosiddetta settimana anticomunista nelle scuole lanciata dai giovani fascisti a livello nazionale. A Bologna ne traemmo un bilancio alquanto negativo con circa una decina di teste rotte, tra i nostri.

Dunque si fu addosso al fascista. Il quale rimase steso sul selciato dopo un pestaggio a dieci contro uno, non particolarmente leale.

Dopodichè me ne andai in Federazione con “l’animo in spalle”. Bocca amara. E roso dal dubbio. Chi m’aveva detto di avergli dato un pugno , chi un calcio e così via. La somma di tutte quelle percosse m’ inquietava.

Insomma un conto era render ai fascisti pan per focaccia, che se l’erano meritato ampiamente. Altro era ridurre in poltiglia il malcapitato fascista.

Fortunatamente l’ufficio di Tolomelli, ormai verso la mezzanotte, era illuminato a giorno.

Mi precipitai per le scale e bussai. Stava naturalmente telefonando. Mi fece segno di entrare mentre riponeva la cornetta.

Gli confessai tutto d’un fiato (a chi altri se non a lui?) l’orrendo misfatto. Senza mancar di chiarire che l’oggetto della nostra aggressione certamente versava in cattive condizioni.

Mi chiese qualche chiarimento ulteriore guardandomi con un certo divertito scetticismo.
Pacca sulle spalle: “adesso vai a letto, son cose che si chiariscono al mattino” .

Già si chiarirono.

Dopo una notte insonne appresi che il fascista s’era recato a scuola regolarmente , pimpante al punto da partecipare alle prime due ore di educazione fisica.

M’avevano mentito.

Consci di esser troppi contro uno solo, quei pugni e quei calci non produssero neppure un livido, mentre il fascista si fingeva senz’altro esanime.

Insomma quando c’era un problema noi giovani andavamo da Tolomelli.

Fui a dir poco felice e sollevato più recentemente , quando con Angius presentai a Bologna una mozione di minoranza in vista della nascita del PD, e scorsi Tolomelli in piedi tra il pubblico.

Non si trattò di poca cosa. Per un uomo di partito e del Partito come sempre fu Aroldo Tolomelli, fu un atto di coraggio.
Una testimonianza preziosa.

La conservo insieme al suo ricordo.
Solo con una punta di rimpianto per non esser stato all’altezza del suo vero insegnamento: mai arrendersi, combattere sempre.

Annunci

28 Risposte to “Tolomelli.”

  1. lorismarchesini Says:

    Grazie Mauro per questo tuo bel ricorso. Ad Aroldo (o Araldo, non l’ho mai capito) sarebbe piaciuto. Il 2 agosto dell’anno scorso ho fatto un pezzo di Via Indipendenza parlando con lui. Mi era molto piaciuto il libro in cui racconta la sua vita. Ma lui diceva che era merito di chi aveva raccolto la sua storia …

  2. Fausto Anderlini Says:

    Non riuscendo a comunicare altrimenti, per dove sono, chiedo ospitalita’ per unirmi al cordoglio, e, se possibile, estenderlo per tramite alla figlia Karen. Cio’ che colpiva nell’Aroldo era il suo indomabile ottimismo e l’eruttiva energia vitale. Tratti condivisi con una intera generazione. Con lui, infatti, se ne va uno degli ultimi sopravvissuti (non l’ultimo, perche’ c’e’ ancora mio padre e spero a lungo malgrado i 95) di quella leva di dirigenti e attivisti politici che il Pci promosse dalle fila delle classi subalterne. Alcuni di costoro degradarono a bonzi burocratici altri conservarono inalterato un indomito spirito di iniziativa, di tendenza al progresso e al miglioramento. Tolomelli era fra questi. Alle note di Zani aggiungerei, di mio, che l’Aroldo non diceva “avanti”, bensi’ “afanti kompagni”. Con la f in grande evidenza, mentre s’inturgidiva al punto da far temere un attacco apoplettico. Tanta era la forza che egli insufflava nell’esortazione. In piu’, all’epoca, viaggiava su Nsu Prinz. Basterebbe quest’ultimo particolare a certificare tutto un tipo antropologico.
    Infine dato l’argomento aggiungerei anche le condoglianze per Dante Cruicchi. Anche lui, sia pure di formazione piu’ intellettuale e riflessiva, esponente della stessa coorte politica dell’Aroldo. Anche a lui l’energia e il coraggio non difettavano. Ricordo le notti che passo’ all’addiaccio in Irpinia all’epoca del terremoto, con un vigile del comune di Marzabotto. Questo era lo spirito militante dei comunisti. Presenti ovunque fosse aperto un fronte di battaglia per il progersso sociale e civile. E’ amaro constatare che chi venne dopo di costoro rischia di perdersi nelle retrovie….

  3. mauro Says:

    Caro Fausto,
    non so se è mio compito ringraziarti per aver unito al mio ricordo il tuo.
    Ma lo faccio lo faccio comunque.
    Solo, lievemente, lasciami dire che non è,forse, in quest’occasione che conviene rinnovar rampogne sui retrogradi…

    PS. Ti sarei grato se volessi portare i miei affettuosi saluti a Mario.

  4. maurozani Says:

    Caro Loris, Tolomelli era battezzato Araldo,(a quanto ne so) ma evidentemente non gli piaceva. Del resto io son battezzato Secondo….
    Quanto al libro, lo abbiamo grazie alla volontà e tenacia di Ugo Mazza che ha convinto Tolomelli a parlare a lungo con chi lo ha materialmente scritto. E immagino con quale sfumata circospezione Tolomelli gli abbia parlato. Ci son uomini che portano con sè ricordi, esperienze, episodi e vite intere e non le confidano mai totalmente. Perchè son forti, pudichi e perchè sanno che non sempre posson esser davvero compresi ai nostri giorni. Ma non se ne fanno cruccio.

    PS. Mazza è sempre stato quello tra noi del “cittadino” più vicino a Tolomelli. Anche e specie negli ultimi anni. E di ciò gli va dato atto.

  5. anna barbuti Says:

    anch’io sono piena di tristezza e vorrei ringraziarti, Mauro, per il ricordo che hai condiviso con noi di Araldo. L’ho conosciuto una vita fa nella sezione Marchesini quando, insieme a Vittorina, prendeva sempre le nostre difese , nei confronti dells Federazione da cui eravamo considerati compagni ribelli.L’ho visto per l’ultima volta lo scorso anno qui a casa mia, dove ci siamo ritrovati in molti di quei compagni. E lui era sempre lo stesso, lucido, combattivo, ma anche preoccupato per la moglie. Sono davvero dispiaciuta, mi mancherà. Grazie ancora

  6. Gualtiero Via Says:

    <> …
    Grazie, Mauro, per questa tua testimonianza e questo ricordo. La capacità di tenere in piedi una comunicazione umana realmente significativa fra le diverse generazioni è -ci ho messo un po’ a capirlo, mentre dovrebbe essere così ovvio- una delle condizioni fondamentali perchè una organizzazione (una istituzione, una collettività…) possa mantenersi vitale e non implodere, spaccarsi, andare alla deriva. Nei pochi anni (1985-89) in cui fui nella FGCI ogni tanto mi veniva da fare considerazioni un po’ amare o perplesse, soprattutto a partire da questo, molto più che per questioni di “linea politica”. Più volte mi sembrò distorta o controproducente la comunicazione che vi era fra il “partito” (voglio dire chi nel vertice “si occupava” della FGCI) e noi, così come a volte dovetti accorgermi, impotente, che l’impatto che noi “dirigenti” FGCI avevamo sui più giovani era -ripeto, a volte- tutt’altro che positivo. Ti risparmio i dettagli.
    Una grande organizzazione che voglia avere un futuro che si misuri almeno in decenni e che si voglia rivolgere a tutte le generazioni dagli adolescenti in su deve sapersi dotare (fra le altre cose) di una pedagogia. E’ una delle chiavi della longevità delle organizzazioni (lo sguardo cade inevitabilmemte sul mondo cattolico, ma potrebbe cadere anche sullo scoutismo, che non è solo cattolico, anzi nasce in altro ambito, e poi sulla ormai vicinissima galassia dell’Islam, la cui conoscenza seria non è più rinviabile). Vabbè. Scusa se sono partito per la tangente (forse).
    E’ bello poter ragionare sulle cose vere della vita, e su persone che la vita l’anno onorata.
    Onore al compagno Tolomelli.
    Un caro saluto, Mauro, a te e alla piccola comunità che grazie a te si raccoglie qui attorno.

  7. Fausto Anderlini Says:

    Nessuna rampogna ad usum personae. E’ solo che morendo appare in tutta evidenza il significato delle vite di quella generazione (intendo i nati fra i ’20 e i ’30, comunque prima dei ’40). Avevano fiducia nel progresso. Del quale il partito era il veicolo. Una fiducia granitica quanto ingenua, che li spronava, naturaliter, al riformismo. Una fiducia contagiosa, capace di trascinare la gente. Una cultura. Per contrappunto, chi e’ venuto dopo (cioe’ i nati nei ’40-’50, i figli di quella generazione, noi) e’ rimasto impaludato nella risacca di quella nozione di progresso. Cosa che sembra impedire, tra le tante tribolazioni, una vecchiaia serena, come quella di cui hanno beneficiato i nostri padri.

  8. umberto.mazzone Says:

    Forse ha ragione Fausto nel richiamare una nostra vecchiaia inquieta e insoddisfatta. Di certo la scomparsa in pochi giorni di compagni come Dante Cruicchi e Aroldo Tolomelli (e anche di Ettore Tarozzi sia pure di un piano assai diverso, più interno alla logica del partito-amministratore, umanamente meno coinvolto nella cucina quotidiana) interroga e lascia vuoto e solitudine.
    Proprio questa sera, tornando a casa a piedi, mi chiedevo se lasciavo a chi viene dopo di me un mondo migliore rispetto a quello che avevo conosciuto, quando iniziavo a stare nelle cose per modificare le cose. La risposta era, purtroppo, inesorabilmente negativa. E qui non c’entra il dispiacere narcisistico per i propri fallimenti o il rimpianto per quello che poteva essere e non è stato. E’ piuttosto l’esito di una disamina del movimento storico, delle forze in campo, della potenza degli interessi economici e materiali a fronte della assoluta insufficienza di quanto siamo in grado di fare noi, in termini di elaborazione, di proposta, di azione, di speranza che mi porta a questa dolorosa, ma credo lucida, conclusione. Mi pare che possa essere verificabile ogni giorno, dalle piccole e banali o infime cose sino alle più grandi e arcane.
    Dove sta la forza di quel gruppo dirigente, che ha invece lasciato un segno, un impronta indelebile nella nostra storia e -usiamo questa parola nel senso vero del suo significato inteso come insieme di vicende di uomini, di opportunità di vita e non in quello di un chiuso localismo che guarda a testa bassa solo per terra- nel nostro territorio, nella nostra grassa terra di Emilia?
    E’la forza di essere riusciti ad incanalare posizioni prepolitiche, ancora ribellistiche, (anche con dolorose e faticose esperienze di vita e di crescita umana e teorica, si ricordino gli anni di Aroldo in Cecoslovacchia) in un compiuto disegno di cambiamento dei rapporti di forza e soprattutto del modo di vita, del ridare viste nuova alla dignità dell’uomo, del suo lavoro. Come dice Fausto senza diventare bonzi ma potendo dire di aver operato “con tutte le proprie forze” in quella direzione.
    Forse noi proprio “tutte le nostre forze” non ce le abbiamo messe. Non voglio cadere nel volontarismo ma un po’ci siamo persi. Il rigore da un certo punto in poi non ha premiato più.
    Ci siamo lasciati andare (quando non abbiamo favorito e qui ho anch’io, pro quota, la mia responsabilità) nell’ adagiarsi e nel non contrastare, sino in fondo e con durezza, sufficienti quella che pur avvertivamo come una pericolosa “mutazione genetica” dell’ agire politico. Ora guardando il craxismo e anche il berlusconismo capiamo che si tratta solo di epifenomeni, che testimoniano di una direzione. Ma siamo ancora troppo in superficie. Il mutamento sta sotto ed è tremendamente radicale, enorme, e coinvolge tutto l’Occidente e il suo pensiero democratico. Alla faccia delle nostre piccole miserie di gruppi e gruppetti.
    Cruicchi e Aroldo, attivi sino ai loro ultimi giorni (e ad multos annos! per Mario Anderlini, medaglia d’argento al valor militare partigiano), ci hanno mostrato che occorre la schiena dritta sempre, che non si può mediare su tutto, che la propria vita è un unico che non si deve frazionare o dividere a pezzetti, che si deve saper dire “qui mi fermo”.
    Poi ora credo che potremo ricordare queste figure cercando di studiarle, collegando gli episodi della loro esistenza a quelli più grandi della vita collettiva. Tutti noi ricordiamo momenti dell’esperienza di Aroldo e di quella di Cruicchi che, nella loro varietà, ci danno un disegno finissimo che mostra tutto il rigore di vite spese senza remore in quegli anni forti.
    Forse ora, giunte alla fine le illusioni sulla modernità e dovendo pensare ad una postmodernità che sia la meno sanguinosa possibile per i nostri discendenti, possiamo provare, con orgoglio, a partire da loro. Sarà la loro ultima battaglia.
    Un saluto, cari compagni.

  9. maurozani Says:

    Non son sicuro che questa sia l’occasione per entrare nella riflessione più distesa che propone Umberto.
    Credo abbia ragione tuttavia.
    In sintesi, certo noi “ci siamo persi”.
    In vario modo.
    Dentro un cambiamento radicale ,dell’occidente e non solo che ha profondamente scavato nel senso comune.
    Uno spiazzamento evidente che dura da almeno cinque lustri e che ancora durerà molto a lungo.
    Nelle mie ultime occasioni d’incontro (non recenti) con uomini come Tolomelli e Cruicchi ho avvertito nettamente , sempre, un’inquietudine e , pur celata anche una sofferenza. Non molto diversa da quella che provano taluni di noi, che siamo venuti ,casualmente , dopo di loro. E forse lo stesso si poteva già dire negli anni ottanta incontrando uomini come Veronesi e Bonfiglioli. Un comunista riformista il primo, un repubblicano coerente il secondo.
    Ma si potrebbero accomunare, nel ricordo, anche tanti dirigenti “minori” di quel ceto politico che si formò nel crogiolo della resistenza e dell’immediato dopoguerra. Due tra i molti: Ettore Benassi e Vittorina Dal Monte.
    Resta importante per me, non imbalsamarne, involontariamente, il ricordo.
    Non son sicuro, ma un modo per evitarlo è anche quello di dire : “qui mi fermo”.

  10. Andrea Says:

    Mio padre fece in modo che in famiglia nessuno potesse seriamente condividere l’idea di progresso dei comunisti, e così mi sono risparmiato di impaludarmi, come effetto secondario e non sempre presente prodotto della risacca, che è un “moto di ritorno disordinato e impetuoso dell’onda respinta da un ostacolo” (Zingarelli 2010).
    Con tutto il rispetto, non mi sento di commuovermi al ricordo della generazione di mio padre, partigiano comunista, morto relativamente giovane: è una generazione che mi ha fatto soffrire molto, in un’età in cui si avrebbe diritto a tutt’altro.

  11. Andrea Says:

    “Dopo una notte insonne appresi che il fascista s’era recato a scuola regolarmente , pimpante al punto da partecipare alle prime due ore di educazione fisica.
    M’avevano mentito.
    Consci di esser troppi contro uno solo, quei pugni e quei calci non produssero neppure un livido, mentre il fascista si fingeva senz’altro esanime”.

    Le avventure di Tintin di Hergé!… del fascista (rexista) collaborazionista Hergé!

  12. maurozani Says:

    Andrea.
    Mi sa che ognuno è in balìa delle proprie risacche.
    Quanto ad Hergé mi sa che anche lui fu vittima, quanto più quanto meno, della sua risacca(nel suo caso depressiva).

  13. Andrea Says:

    Caro Mauro, è comunque bene onorare gli uomini del passato, senza onorare il passato, che fu gravido del presente.
    Onore ai padri che furono disinteressati, pur con gli enormi limiti.
    Benevolenti, certo, ma consapevoli di esserlo: per onorare la vita senza mancare troppo di rispetto alla verità.

  14. Cesare Masetti Says:

    Caro Mauro,
    quello che hai scritto su Aroldo mi ha davvero emozionato.
    Sia perché Aroldo era proprio come tu lo descrivi e questo fa venire una gran nostalgia sia perché parte del tuo racconto si intreccia con i miei ricordi.
    Anche mio padre aveva fatto parte di quel “cittadino” guidato da Aroldo (era il segretario di zona dell’allora Quartiere Malpighi).
    Di riflesso intuivo il fascino che la sua figura morale aveva sui giovani.
    Quando nel mio piccolo ho fatto un po di attività politica, prima nella FGCI e poi nel Pci, ho avuto la fortuna di stringere con lui una amicizia profonda.
    Ci dividevano quasi 50 anni di vita, ma con lui si discuteva alla pari e, come dici, tu fino allo sfinimento (mai suo).
    Nei momenti di scoramento si finiva irrimediabilmente nel suo ufficio in via Barberia.
    Prima che scrivesse il libro-intervista sulla sua vita lo avevo coinvolto con un gruppo di giovanissimi in una sorta di intervista collettiva sulla sua vita.
    Ci trovavamo a casa mia alla sera.
    L’idea era quella del dialogo sulla memoria fra generazioni così lontane, ma alla prima domanda Aroldo partiva e andava di lungo per due o tre ore rosso come un peperone.
    Noi tutti incantati ad ascoltarlo.
    Ho ancora le registrazione e le parti trascritte dei racconti dalla resistenza all’attentato a Togliatti, al periodo di Praga,.
    A parte la memoria storica mi rimane la forza con cui Aroldo cercava di trasmetterci i sentimenti e lo spirito che univa quella generazione e ho nelle orecchie la sua voce mentre ci racconta degli urli e delle incitazioni che provenivano dai partigiani bloccati in via del Macello nella battaglia di porta Lame, della felicità dei partigiani che dalla pianura si avviano verso la città il 21 aprile 1945 (con gli alberi da frutto in fiore che sembravano accompagnarli) e della durezza del dialogo con gli operai del gas (suoi compagni della resistenza) che avevano occupato le officine dopo l’attentato a Togliatti per convincerli a desistere dallo scontro.
    Una vita difficile, una gran vita.
    Ci siamo visti l’ultima volta in gennaio, quando mi ha fatto la sorpresa di passare all’inaugurazione di una mia piccola mostra…un gran dono.

    Cesare Masetti

  15. Rudi Says:

    Aroldo era di Funo di Argelato, io di San Giorgio: quasi inevitabile che provassimo simpatia.
    Negli anni in consiglio comunale – quando le sedute erano interminabili e si pensava di stare in un luogo politicamente significativo – più volte mi sono fermato a chiacchierare con lui.
    Ricordo che gli piacevano i giovani, che seguiva con istintiva fiducia certi movimenti studenteschi che io faticavo a capire, nonostante quasi 40 anni di meno.

  16. alberto girotti Says:

    bel ricordo, mauro.
    sono grato a chi ha fatto memoria anche di dante cruicchi, castiglionese verace e discepolo ed erede del mio prozio mariano girotti, vecchio amico di dozza e mitico combattente della montagna, resistente, fuoriuscito e poi a lungo sindaco di castiglione dei pepoli.
    cari saluti,
    alberto

  17. Andrea Says:

    @Mauro e Giovanni

    Sono sconvolto dall’assassinio di Vittorio Arrigoni… volevo dirvelo. Israele aveva posto una taglia su Vittorio, fin dall’operazione “Piombo fuso”… ci sono riusciti! Che Dio li maledica!

  18. Andrea Says:

    @Giovanni, Mauro e l’ex bibliotecario della “Borges”

    “I nostri contingenti sono schierati nei Balcani, in Medio Oriente e in Afghanistan per promuovere e sostenere quei principi di pace e rispetto dei diritti umani che affratellano i nostri popoli. Sono questi medesimi valori che hanno spinto l’Italia a raccogliere il grido di aiuto del popolo libico”.

    (Il Presdelarep Napolitano oggi a Bratislava)

    Quando si dice vivere una seconda vita (un avatar di second life?).
    Caro Mauro, credo che il Presdelarep, a differenza di te, non si offenderebbe ad essere accostato a BHL.

  19. roberto Says:

    Non credo di essere dietrologo o complottista, ma questo assassinio e le sue ragioni mi paiono più complicati di quanto sembri

  20. Andrea Says:

    Sono dietrologo e complottista e ho scritto nel corso di tutta la giornata di oggi la mia rabbia, il mio dolore e ciò che penso della fine orribile di Vittorio Arrigoni nei siti che mi ospitano. Spero di poter vedere il giorno in cui si potrà fare un pie’ di lista e inviarlo senza preavviso a chi dico io.

  21. giovanni Says:

    Un delitto cosi efferato non può essere un atto gratuito.Perché?C’é qualcuno sul blog in grado di ricostruire la concreta azione svolta da Arrigoni a Gaza?

  22. Gualtiero Via Says:

    http://www.forumpalestina.org/news/2011/Aprile11/15-04-11StateAllaLarga.htm

    per Giovanni e per tutti/e: al link che vedete qui sopra si legge la posizione del Forum Palestina, a cui Arrigoni era molto vicino (riferimento comune è l’ISM, quello della Freedom Flottilla).
    Un saluto a tutti/e
    Gualtiero

  23. giovanni Says:

    @Andrea
    Napolitano mi imbarazza più di Berlusconi,Il secondo infatti é chiaramente malato di senescenza, mentre il primo recita il copione senza più bisogno di maschere Eh,meno male che Silvio c ‘é !!!

  24. Andrea Says:

    @Giovanni

    Il presidente Giorgio Napolitano, in una sorta di involontario botta e risposta con il premier, ricorda che «le nostre missioni all’estero garantiscono la sicurezza dei nostri cittadini all’interno del nostro Paese»

    (Dal Corriere-on-line di oggi)

    Anche una fantomatica Accademia della Neo Lingua Orwelliana credo avrebbe dei problemi ad omologare il periodo del Presdelarep… una versione beta per il Brave New World 2.0?

  25. giovanni Says:

    @Andrea
    Insomma,cosa si vuol dire ? Chè se non partecipiamo alle missioni ci mettono le bombe?
    Negli anni 70-80 le missioni non c’erano ma le bombe non ce l’hanno risparmiate.
    Oppure ci mandano i Salafiti che somigliano moltissimo alle Br

  26. Andrea Says:

    Bene, Giovanni, ora che ci siamo capiti e, credo (ne sono quasi certo), riconciliati, voglio salutarti e salutare tutti, perché, come Mauro, mi sento immensamente stanco, e qui, senza colpa di nessuno, non vi sono gli interlocutori che mi occorrono ora. Un caro saluto.

  27. Andrea Says:

    Per nove anni a partire dal 2001, di questo famoso video che ritrae il crollo del WTC7, il terzo grattacielo che crollò l’11 settembre 2001, non si era vista la parte iniziale. Adesso essa è misteriosamente saltata fuori ed è visibile su youtube. Ben prima dell’inizio del crollo adesso si vede la parte superiore sinistra del tetto crollare. La versione ufficiale è che l’edificio sia crollato a partire dal basso, a causa di un incendio. Questo video dimostra una volta di più l’impossibilità di questa rappresentazione. C’è ancora in giro qualcuno a cui questa non sembri in tutto e per tutto una demolizione controllata?

  28. modisterie Says:

    Senza ombra di dubbio un ottimo intervento.
    Navigo con attenzione il sito https://maurozani.wordpress.com. Avanti con questo piglio!

    scopri codesto blog

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: