Archive for maggio 2011

La politica nuova.

maggio 31, 2011

Meglio di così non poteva andare.

Si apre , finalmente, una nuova stagione.

Sarebbe importante adesso battere il ferro fin che è caldo. Verso i referendum.
Uniti.
L’imperativo è inseguire sempre il nemico in ritirata, sull’esempio napoleonico.
Una battaglia vinta non si trasforma in sconfitta strategica se non si hanno pronte le riserve di cavalleria per volgere la propria vittoria in vera e propria rotta, definitiva, dell’avversario.

Si può fare.

Catturare gran numero di cannoni e bandiere era sempre l’obiettivo dei fulminei inseguimenti del grande corso. Andare a votare in massa il 12 e 13 giugno dev’essere l’obiettivo della variegata cavalleria del centrosinistra.

Nucleare o non nucleare, la gente andrà alle urne.
E’ indispensabile però che i quartier generali dei partiti facciano, per intero, la loro parte sostenendo anche coi loro mezzi organizzativi, i comitati referendari. Senza voler sovrastarli.

Bersani è stato bravo a capire al volo che il destino elettorale del PD era affidato alla vittoria di candidati altrui. A Milano come a Napoli e a Cagliari. Candidati, in un modo o in un altro di sinistra.
Qualsiasi altro atteggiamento o anche solo un breve tentennamento avrebbe compromesso definitivamente l’immagine del PD.

Non è accaduto , nonostante (come credo per esperienza) pareri assai diversi tra i democratici. Per tutti e per comodità, Cacciari, che come spesso gli accade, tutto preso dagli arcana imperii dell’alta politica, non s’è avveduto della rivoluzione democratica e liberale che si preannunciava con la candidatura di Pisapia.
Mi resta simpatico Cacciari ma non c’azzecca. Non più. A parte forse un’attenzione verso il disagio crescente tra le truppe leghiste, peraltro già individuato e agito dallo stesso Bersani.

Bene.
Molto bene.
Adesso, inseguite l’avversario, volgendo la testa ai referendum e non cominciando a recitare la solita melopea su governi alternativi per la riforma elettorale. La partita parlamentare si aprirà , semmai dopo. E vedremo come. Adesso siete (siamo) ancora in “campagna” e dovete (dobbiamo) andare ventre a terra.
Dopo aver catturato un congruo numero di cannoni e bandiere ne riparleremo.

Intanto per me, vale Flores. Non sempre simpatico, ma sempre coerente.

“La strada maestra del ritorno alla democrazia non passa per il flirt con Casini, Fini (addirittura Rutelli), ma per un centrosinistra serenamente “estremista”, che implora la società civile di partecipare all’alleanza elettorale con liste autonome, e che rinnova i suoi gruppi dirigenti con i Massimo Zedda , non con i Matteo Renzi”.

Son d’accordo. Se non in tutte le parole , nella sostanza.

Aggiungo di mio, che dove si vince meglio i candidati son apparsi, perché lo sono, persone con un netto profilo civico , dotati di forte autonomia dai partiti senza per questo cadere nell’antipolitica.
Candidati che meglio di altri hanno interpretato (per dirne solo una) il senso profondo di quello straordinario impeto di popolo , femminile , ma non solo, che si mosse autonomamente all’insegna del “se non ora quando?”.

Si riapre , nei fatti, un vecchio tema. Quello che dibattemmo a lungo senza sbocco in un’altra “primavera”.

Lo feci anche con Flores che m’incalzava dappresso quando si doveva cambiare il PCI. Dopo l’89 quando il dado era ormai tratto, grazie allo stralunato coraggio di Occhetto, l’ordine del giorno era quello di “un nuovo modo di far politica”, o alternativamente “la riforma della politica”.

Già.

Una manica di anime belle. Non se ne fece nulla.

E anch’io , preso atto della  velleità insita in quel tentativo, ripiegai su posizioni più “realistiche”.

La faccio corta.

Inutile menarla per le lunghe. 

Dopo Milano e Napoli, ma anche dopo Bologna,(basta guardar bene i dati elettorali) torna ad esser chiaro che ci vuol un partito nuovo per davvero.
Di nuova concezione.
Radicale , democratico, socialista.
L’arcipelago variopinto della sinistra va riunito. Ripeto, dopo vengono le alleanze politiche, sulla base di un nuovo modo di far politica che privilegi le alleanze sociali.

Già.

Torna, sia pur in nuova forma, d’attualità il “vecchio” blocco sociale.

 

 

 

 

Postfazione sul color arancione.

Non per far la punta ai chiodi come direbbe Crozza/Bersani. Ma non condivido fino in fondo la scelta dell’arancione.
Capisco la duplice chiave tattica.
Da un lato la liberazione da un regime, dall’altra la presa di distanza dalle rossastre bandiere come possibilità di rendere ancor più anacronistico l’appello anticomunista di Berlusconi.

Però.

Però la rivoluzione arancione in Ucraina non ha mai avuto nulla a che fare con una rivoluzione democratica. Fu, purtroppo un inganno. Un’illusione ottica in gran parte organizzata a tavolino dentro la guerra del gas tra ex Urss e USA. Questi ultimi contribuirono a quella “rivoluzione” con ben 65 milioni di dollari ai fini di costruire l’ambiente favorevole ad una pipeline cui era fortemente interessata la Chevron un tempo diretta da tal Condooleza Rice e all’epoca segretario di stato nell’amministrazione Bush.

Il governo “democratico “ di Yuscenko che seguì alla rivoluzione arancione peraltro non disdegno mai di far affari, del tutto loschi, con gli oligarchi del precedente regime comunista che pure aveva promesso di far arrestare.

Anche la Timosenko, che veniva appellata in occidente come la Giovanna d’Arco della rivoluzione arancione, era in realtà, come s’è ampiamente dimostrato e com’era chiamata in Ucraina “la principessa del gas”, alla quale non gliene poteva fregar di meno della democrazia.

Altro che rivoluzionaria solo un’affarista della peggior specie già arrestata nel 2001 per falso e importazione illegale di metano. Insomma quella rivoluzione arancione fu un’enorme presa per il culo.

Perciò, durante la gran festa del parlamento europeo, quando tutti i deputati, di destra e di sinistra, entrarono in aula con un arancio in mano o con un fazzoletto arancione offerti all’ingresso dai rappresentanti (graziose signorine) della rivoluzione ucraina qualcuno, cortesemente rifiutò: “Sorry , I am red”.

Ma , insomma capisco che nel contesto italiano è solo un curioso peccato veniale.

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Sinistra.

maggio 25, 2011

Stamani m’han fatto lo sconto del 10%.
Già.
Mi hanno riconosciuto. Come anziano.
E’ ufficiale. Non ci son cazzi.
Il mercoledì sconto per gli over sessanta. Non dico dove per non fare pubblicità.
Prendo atto.
Malvolentieri.
Diversamente giovane.

Come tale mi prendo qualche libertà. Gli anziani di solito criticano gli addetti ai lavori. E lo faccio anch’io, in ciò accettando virilmente, uno stato di fatto.

A Milano vincerà Pisapia, dopo aver vinto le primarie contro il candidato del PD.
Lo si capisce anche dall’evocazione dello spirito del Rasputin romagnolo effettuata da la Russa proprio ieri sera per vantare il generoso sostegno che il campo di San Patrignano ebbe sempre dalla Moratti. Ma questa è un’altra storia che prima o poi racconterò. (Se ne avrò voglia).

Resta che Berlusconi è da tempo un morto che cammina.

Spero non venga richiamato in vita dalla maldestra iniziativa di inviare schiere di attivisti emiliani ,o ancor peggio bolognesi, a “dare una mano”.
I democratici bolognesi,dopo il disastro occorso ai ragazzi del ’99 e ai notabili che li sostennero e dopo l’onta del commissariamento, dovrebbero accontentarsi di Merola.

Low profile. Baciarsi i gomiti e avanti coi carri.

Checché ne dica Fuffas nel suo sproloquio progettuale, Bologna gioca in serie B.
Da quel dì.
E lì è destinata a rimanere.
Nessuna gaffe dunque occorse al neosindaco in campagna elettorale.

A Napoli ,non è affatto escluso che vinca De Magistris.
Ha saltato le primarie ma il Pd ,ufficialmente e giustamente converge.
Del resto Morcone, persona perbene e come tale dotato di comune senso del pudore non ce la poteva fare. Né ad eventuali primarie dove la regola impone di descriversi sfacciatamente come migliore di ogni altro sulla terra, né tantomeno ad elezioni secondarie. Specie in quel di Napoli dov’è in atto una vera e propria faida a sinistra che ebbe inizio ai tempi del PCI e che dura tutt’ora con gli stessi,illustri, protagonisti.

Da lunedì prossimo si apre un’altra fase.

Leggo che Bettini, di ritorno dal suo dorato esilio tailandese, ha scritto un documento.

Già, Bettini è uno che sa di lettere e dunque scrive. Spesso anche per colmare le pur modeste lacune di quanti, contando sulla sua sapienza politica, trovano riparo sotto le sue ampie ali prima di spiccare il volo verso più alte e ambite vette. Qualsiasi riferimento a persone e luoghi conosciuti non è puramente casuale. Chiedere al simpatico Zingaretti che amministra con oculata determinazione il suo tesoretto di credibilità (Renzi chi?) conseguita anche grazie alle assidue cure dell’ex coordinatore (o come si chiamava allora) del primo PD.

Secondo Teresa Meli, di solito ben informata, l’idea sarebbe quella di dar luogo ad un progetto politico nuovo di zecca.

Non rifondare il PD. Non una rifondazione democratica al centro come vuole Cacciari e forse anche Prodi il quale, dopo aver decretato la morte dell’Ulivo(o almeno così s’era capito) ha voluto chiarire a urne (bolognesi) chiuse che “ha vinto l’Ulivo”.

No. Non si tratta di questo, bensì di dar vita al partito unico della sinistra italiana nell’ambito del socialismo europeo. Una roba che assomiglia molto a quel partito demosocialista che avevo immaginato e proposto quand’ero ancor giovane e m’era negato lo sconto nei negozi assieme a qualsiasi ascolto critico nei vecchi partiti che s’unirono nel PD, al solo e chiaro scopo di salvar la pellaccia.

Correva l’anno 2007. Gioventù bruciata.

Adesso , dopo che si vince a Milano con Pisapia e forse a Napoli con il novello Robespierre prontamente sostenuto dall’ultrariformista Ranieri, Bersani –per usare il suo linguaggio- è costretto a far una botta di conti.

Non si vince al centro. Almeno questo dovrebbe esser chiaro. Si vince a sinistra attraendo il centro.
Roba stravecchia: egemonia.
Col centro di Casini ci s’allea semmai .
Dopo.
Dopo aver vinto.

E non necessariamente. Solo a ragion veduta.

Lo capirà Bersani?
Ne dubito.

Perché?

Semplice. A Bersani, che mi è simpatico non da ora, non gli entra , “costituzionalmente” in testa l’idea di una sinistra normalmente egemone.
Non è nelle sue corde.
Nel suo DNA. Quello che lo porta a considerare Pisapia un semplice riformista. Definizione sbrigativa, lacunosa, non perché formalmente impropria ma per il carattere anacronistico, ai tempi nostri , di una tal attribuzione.

Bisogna interrogare il mago per saper cosa diavolo significhi , oggi, nel terzo millennio, essere riformisti. E si rischia poi “d’andar nei matti” (altra concessione al Bersani-linguaggio) se si cerca di spiegarlo ad un giovane di venti o trent’anni.

A parte ciò, se Bersani poi provasse, a prender la strada del partito unico della sinistra senz’altre accezioni, una buona parte della vecchia e nuova classe dirigente del PD che lo ha fatto eleggere gli taglierebbe l’erba sotto i piedi.

E, comunque, Bersani pragmaticamente può sempre accreditare il buon risultato del PD che a Milano è ormai alla pari col PDL. E forse non solo a Milano.
Dunque perché cambiare ammettendo, per il dritto o per il rovescio, che il progetto del PD ha fatto fallimento?

Non ce n’è motivo. Almeno non nell’immediato.

Meglio provare a metter su un bel governone di transizione alla D’Alema, o di decantazione alla Veltroni, con l’ottima scusa della riforma elettorale, nel momento in cui la Lega offre disponibilità.

Poi chi vivrà vedrà.

Qui sta l’errore che, com’è noto, per il cinismo insito nella politica è peggio che un crimine.

L’errore politico che rimanda all’errore capitale di continuare a pensare e dire che ci sono valori comuni tra gli opposti schieramenti.

Una balla. Il bipolarismo politico ha un senso solo se si confrontano idee diverse di società, valori diversi e spesso opposti. Chi scrive , ad esempio non ha niente, ma proprio niente in comune con Berlusconi. E non lo vuole avere. Né ora , né mai.

O si è liberali o si è socialisti.

Dopodiché si converge su principi e regole comunemente accettati nei normali regimi democratici.
Ma questo è un altro paio di maniche.
Evidentemente.

Insomma si sta aprendo una finestra di possibilità sol che si guardi alla realtà delle cose.

La si può tener aperta però solo se si butta alle ortiche la teologia del riformismo che ha ammorbato l’aria nella sinistra italiana grazie anche a quell’alleanza perversa tra sinistra “riformista” e sinistra “radicale” ch’ebbe luogo nella breve stagione dell’Ulivo e che delimitava le rispettive rendite di posizione. Si ricorda ,spero, il minuetto: “Oh come son felice che tu mi dia del riformista”. E di rimando: “Oh come son contento d’esser apostrofato come radicale”. La famosa “teoria” delle due sinistre.
Due sinistre tonte. O due tonte sinistre, come volete.

Adesso , mentre Berlusconi cade a faccia in giù, sarebbe ora di mettere in campo la sinistra.

Sinistra e basta.
Una sola sinistra. Può esser davvero grande.
Non la si farà. Temo. Ed è un peccato.

Rifondazione Democratica

maggio 4, 2011

L’Ulivo è morto ha decretato, alfine il suo fondatore, Romano Prodi.
Cacciari rincara la dose.

Già morto.

Da un bel pezzo.

Mi capitò nell’ultimo direttivo nazionale dei DS cui partecipai nel 2004, in un intervento di cui conservo memoria e traccia cartacea, di affermare che : “il cadavere dell’Ulivo giace, da troppo tempo, insepolto. A questo punto si pone un problema di igiene pubblica. Va seppellito con tutti gli onori, che peraltro ha ampiamente meritato. Tale è la condizione, almeno necessaria se non sufficiente, per avviare un nuovo progetto politico.”

Aggiunsi che i funerali andavano celebrati in pubblico per non prender per il culo iscritti, militanti ed elettori e prepararli così attraverso un atto volitivo e sincero, corrispondente ad una classe dirigente degna di questo nome, ad una nuova stagione.

Risolini di scherno percorsero tutta l’illustre platea. Quel giorno cominciò a concludersi la mia resistibile carriera politica. E per questo accettai senza resistere di andare a finire nel cimitero degli elefanti (Coferrati dixit), costituito appositamente presso il parlamento europeo, dopo essermi dimesso dalla camera dei deputati.

Si sapeva che così stavano le cose naturalmente, ma non si doveva in alcun modo prenderne atto. Il cadavere insepolto fu messo sotto ghiaccio e conservato fino alla nascita del PD.

Si doveva stabilire una pacifica continuità senza scosse tra il “partito nuovo” e l’Ulivo come fu poi argomentato per il lungo e per il largo.
Sento ancora il buon Fassino mentre spiega ad oltranza che il PD era già nato da tempo nell’esperienza dell’Ulivo e che dunque si trattava solo di trarne le ovvie conseguenze.

Il PD non era altro che l’Ulivo fattosi partito nella lunga evoluzione da quel generico “soggetto politico” che era sempre stato. Anche se fu sempre e solo una coalizione politica ed elettorale.

Resta che il PD nacque sul cadavere dell’Ulivo, inneggiando alla sua vitalità.

E così il morto ha afferrato il vivo. Com’era prevedibile.

Per questo adesso si dice che occorre rifondare il PD, un partito appena nato.

Già, solo che le rifondazioni siano, esse “comuniste” o “democratiche” non vanno di solito a buon fine poiché ci si rifonda per rimanere uguali. Senza pagar dazio.
Le rifondazioni son sempre operazioni gattopardesche.

Servono a mantenere in vita un ceto politico che ha fallito.
Coloro che non vollero decretare una morte per sollecitare una rinascita della sinistra.
Coloro che vollero andare oltre.
Oltre la destra e la sinistra, oltre il novecento,oltre sé stessi, pur di rimanere ..sé stessi, con tutti gli annessi e connessi.

Per conto mio vi sarebbero tutte le condizioni per ripartire.

Da un’altra parte. Con altri protagonisti.

Radunare la sinistra e il centrosinistra che c’è e che continua ad emergere dai sondaggi da ormai molti mesi e cercar di vincere. Dato che si può vincere.

Poi si governa con un’alleanza più larga, come avviene quasi ovunque in Europa.
Lo si potrebbe fare trattando programmi e obiettivi dell’alleanza da posizioni di forza, sancite nelle urne elettorali.

Se invece si vuol dar vita, preventivamente a “Rifondazione Democratica” magari con Casini: auguri .

Rimarranno solo gli occhi per piangere.
E dopo la caduta di Berlusconi sarà il trionfo della Lega.

Bin Laden

maggio 2, 2011

Esco momentaneamente dal torpore che mi provoca questa straniante primavera per un breve commento alla news del giorno.

Osama bin Laden.
Ucciso e sveltamente gettato in pasto ai pesci.
Funerale islamico. Boh, non saprei.

Comunque il mondo esulta e festeggia unanime , in occidente, la morte del discepolo di Satana.
Osama è defunto.
Obama s’avvia alla rielezione.
E’ politica.
Naturalmente.
Un colpo ben piazzato vale molto più di molti e disertati programmi,compreso quello di por fine alla guerra in Afghanistan.

Non m’associo ai complottisti ad oltranza.

Solo ai realisti.

Il miliardario saudita, la cui famiglia è sempre stata in rapporti di amorosi e dollarosi sensi con la dinastia petrolifera texana dei Bush era, secondo le prime notizie, tenuto al caldo in un ben protetto compound dei militari pakistani.
In attesa di tornar di nuovo utile alla politica degli United States.

Lo era già stato in passato. Coi soldi della dinastia dei Saud e con le armi made in USA che tanta e decisiva parte ebbero nella sconfitta dell’armata rossa.

Adesso vedrete, sarà tutto e di nuovo uno straparlare di lotta al terrorismo islamico.
Lotta che paradossalmente si rilancia in attesa di vendette annunciate. Vere o presunte.

Mentre, in occidente, non si vede ancora la luce in fondo al tunnel della crisi torna ad aggirarsi, con l’opportuna e tempestiva morte di Bin Laden, lo spettro del terrorismo di matrice islamica fondamentalista.

Ciò non impedisce a tutti , governanti e corifei dell’informazione globale, di esultare perché con la morte del capo (?) di Al Qaeda “il mondo è migliore” come già migliorò, com’è noto, dopo l’impiccagione in diretta mondiale del dittatore irakeno. Nel contempo si mette in guardia l’opinione pubblica dall’abbassare…… la guardia.

Insomma, allo scadere del decennale del massacro alle torri gemelle, il momento di uccidere Bin Laden era ormai giunto , epperò vi era e vi è pure l’urgente bisogno di riattualizzare la lotta al terrorismo mentre s’accendono fuochi di rivolta nel mondo arabo e musulmano.

Mubarak era un sicuro baluardo come pure Ben Alì. Lo era diventato anche Gheddafi prima che gli anglo- francesi forzassero gli eventi sulla base di un’ambigua risoluzione dell’ONU.

Adesso ricomincia la rumba della lotta al terrorismo internazionale.

Per conto mio non ho mai creduto che il barbuto e sgangherato messia della Jihad fosse la testa del serpente.

Né ho mai creduto, anche sulla scorta delle analisi di Gilles Kepel, che il terrorismo di stampo fondamentalista potesse avere una qualche stabile presa nel più vasto mondo islamico.

Ho invece sempre pensato e ancora penso che l’esistenza di un nemico che incarni il male assoluto è assolutamente necessaria ad un occidente in crisi d’identità e di valori positivi da proporre universalmente, oltre gli angusti confini del “libero” mercato.

Anche il tentativo di affermare la dottrina dell’ingerenza umanitaria come nuova frontiera ideale, appare – a chi ha in zucca almeno due o tre neuroni circolanti e tra loro dialoganti- come una via di fuga , una sorta di exit strategy rispetto alla difficoltà, ormai cronica, della democrazia in occidente di rispondere agli interrogativi fondamentali del nostro tempo.

Dato che da noi la democrazia fatica a cavare un ragno dal buco, la si esporta.

Per restare tuttavia alla sostanza di questo commento: Bin Laden è morto poiché aveva ormai esaurito le proprie potenzialità. Quelle che inizialmente gli avevano attribuito e quelle che, in seguito, s’era inopinatamente attribuito lui stesso nel suo delirio.

Gli strateghi della guerra infinita al terrore rimangono orfani , di un assassino e di un cialtrone.

Ma tutto sommato Osama li ha ben serviti.
A lungo.

Al bisogno non sarà difficile trovare un altro inviato del demonio per proseguire il confronto infinito tra tutto il bene e tutto il male del mondo.
Tanto per distogliere l’opinione pubblica dai prosaici problemi cui una politica del tutto prostituita all’economia e alla finanza degli affari, spesso anche criminali, non sa e non può dar soluzione alcuna.