La politica nuova.

Meglio di così non poteva andare.

Si apre , finalmente, una nuova stagione.

Sarebbe importante adesso battere il ferro fin che è caldo. Verso i referendum.
Uniti.
L’imperativo è inseguire sempre il nemico in ritirata, sull’esempio napoleonico.
Una battaglia vinta non si trasforma in sconfitta strategica se non si hanno pronte le riserve di cavalleria per volgere la propria vittoria in vera e propria rotta, definitiva, dell’avversario.

Si può fare.

Catturare gran numero di cannoni e bandiere era sempre l’obiettivo dei fulminei inseguimenti del grande corso. Andare a votare in massa il 12 e 13 giugno dev’essere l’obiettivo della variegata cavalleria del centrosinistra.

Nucleare o non nucleare, la gente andrà alle urne.
E’ indispensabile però che i quartier generali dei partiti facciano, per intero, la loro parte sostenendo anche coi loro mezzi organizzativi, i comitati referendari. Senza voler sovrastarli.

Bersani è stato bravo a capire al volo che il destino elettorale del PD era affidato alla vittoria di candidati altrui. A Milano come a Napoli e a Cagliari. Candidati, in un modo o in un altro di sinistra.
Qualsiasi altro atteggiamento o anche solo un breve tentennamento avrebbe compromesso definitivamente l’immagine del PD.

Non è accaduto , nonostante (come credo per esperienza) pareri assai diversi tra i democratici. Per tutti e per comodità, Cacciari, che come spesso gli accade, tutto preso dagli arcana imperii dell’alta politica, non s’è avveduto della rivoluzione democratica e liberale che si preannunciava con la candidatura di Pisapia.
Mi resta simpatico Cacciari ma non c’azzecca. Non più. A parte forse un’attenzione verso il disagio crescente tra le truppe leghiste, peraltro già individuato e agito dallo stesso Bersani.

Bene.
Molto bene.
Adesso, inseguite l’avversario, volgendo la testa ai referendum e non cominciando a recitare la solita melopea su governi alternativi per la riforma elettorale. La partita parlamentare si aprirà , semmai dopo. E vedremo come. Adesso siete (siamo) ancora in “campagna” e dovete (dobbiamo) andare ventre a terra.
Dopo aver catturato un congruo numero di cannoni e bandiere ne riparleremo.

Intanto per me, vale Flores. Non sempre simpatico, ma sempre coerente.

“La strada maestra del ritorno alla democrazia non passa per il flirt con Casini, Fini (addirittura Rutelli), ma per un centrosinistra serenamente “estremista”, che implora la società civile di partecipare all’alleanza elettorale con liste autonome, e che rinnova i suoi gruppi dirigenti con i Massimo Zedda , non con i Matteo Renzi”.

Son d’accordo. Se non in tutte le parole , nella sostanza.

Aggiungo di mio, che dove si vince meglio i candidati son apparsi, perché lo sono, persone con un netto profilo civico , dotati di forte autonomia dai partiti senza per questo cadere nell’antipolitica.
Candidati che meglio di altri hanno interpretato (per dirne solo una) il senso profondo di quello straordinario impeto di popolo , femminile , ma non solo, che si mosse autonomamente all’insegna del “se non ora quando?”.

Si riapre , nei fatti, un vecchio tema. Quello che dibattemmo a lungo senza sbocco in un’altra “primavera”.

Lo feci anche con Flores che m’incalzava dappresso quando si doveva cambiare il PCI. Dopo l’89 quando il dado era ormai tratto, grazie allo stralunato coraggio di Occhetto, l’ordine del giorno era quello di “un nuovo modo di far politica”, o alternativamente “la riforma della politica”.

Già.

Una manica di anime belle. Non se ne fece nulla.

E anch’io , preso atto della  velleità insita in quel tentativo, ripiegai su posizioni più “realistiche”.

La faccio corta.

Inutile menarla per le lunghe. 

Dopo Milano e Napoli, ma anche dopo Bologna,(basta guardar bene i dati elettorali) torna ad esser chiaro che ci vuol un partito nuovo per davvero.
Di nuova concezione.
Radicale , democratico, socialista.
L’arcipelago variopinto della sinistra va riunito. Ripeto, dopo vengono le alleanze politiche, sulla base di un nuovo modo di far politica che privilegi le alleanze sociali.

Già.

Torna, sia pur in nuova forma, d’attualità il “vecchio” blocco sociale.

 

 

 

 

Postfazione sul color arancione.

Non per far la punta ai chiodi come direbbe Crozza/Bersani. Ma non condivido fino in fondo la scelta dell’arancione.
Capisco la duplice chiave tattica.
Da un lato la liberazione da un regime, dall’altra la presa di distanza dalle rossastre bandiere come possibilità di rendere ancor più anacronistico l’appello anticomunista di Berlusconi.

Però.

Però la rivoluzione arancione in Ucraina non ha mai avuto nulla a che fare con una rivoluzione democratica. Fu, purtroppo un inganno. Un’illusione ottica in gran parte organizzata a tavolino dentro la guerra del gas tra ex Urss e USA. Questi ultimi contribuirono a quella “rivoluzione” con ben 65 milioni di dollari ai fini di costruire l’ambiente favorevole ad una pipeline cui era fortemente interessata la Chevron un tempo diretta da tal Condooleza Rice e all’epoca segretario di stato nell’amministrazione Bush.

Il governo “democratico “ di Yuscenko che seguì alla rivoluzione arancione peraltro non disdegno mai di far affari, del tutto loschi, con gli oligarchi del precedente regime comunista che pure aveva promesso di far arrestare.

Anche la Timosenko, che veniva appellata in occidente come la Giovanna d’Arco della rivoluzione arancione, era in realtà, come s’è ampiamente dimostrato e com’era chiamata in Ucraina “la principessa del gas”, alla quale non gliene poteva fregar di meno della democrazia.

Altro che rivoluzionaria solo un’affarista della peggior specie già arrestata nel 2001 per falso e importazione illegale di metano. Insomma quella rivoluzione arancione fu un’enorme presa per il culo.

Perciò, durante la gran festa del parlamento europeo, quando tutti i deputati, di destra e di sinistra, entrarono in aula con un arancio in mano o con un fazzoletto arancione offerti all’ingresso dai rappresentanti (graziose signorine) della rivoluzione ucraina qualcuno, cortesemente rifiutò: “Sorry , I am red”.

Ma , insomma capisco che nel contesto italiano è solo un curioso peccato veniale.

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19 Risposte to “La politica nuova.”

  1. Gualtiero Via Says:

    Bravo, Mauro.
    Mai (credo) fui più d’accordo con te.
    Ti ho letto con piacere e condivisione.

  2. atos benaglia Says:

    Grande Mauro . Ottima analisi, come sempre e anche di più . E facciamolo dunque, questo nuovo partito democratico, radicale, socialista ..!! Presto ch’è tardi..!!

  3. lorismarchesini Says:

    Mauro, lasciando perdere l’arancione (che non mi interessa) e il “partito socialista” (che ci piaccia o no, è roba da XX secolo), il resto mi trova d’accordo. Ma tu potresti darci una mano, anche subito con i referendum. Non solo blog, ma anche azioni, con la tua esperienza.

  4. KontroPotere Says:

    Ve ne pentirete!!!…

    Reazione “violenta” nelle parole di Silvio Berlusconi dopo la sconfitta elettorale …….

  5. Fabio Says:

    Gentile Mauro,
    Gentile Mauro,

    pur non conoscendola direttamente, la stimo di fama per via di un (credo) comune amico, che mi ha parlato di lei come di un politico di razza. Un politico che in un “paese normale” avrebbe dovuto fare il sindaco al posto del Cinese. Questo oggi non rileva, essendo passata tanta acqua sotto i ponti e trovandoci oggi immersi, al netto dei recenti lieti eventi, in una discreta fogna.
    Rimane che la buona pubblicità di cui godeva presso mi ha fatto incuriosire del suo blog che nell’ ultimo periodo ho letto spesso e volentieri.
    Spesso condivido quanto scrive e la sua sensibilità politica. Anch’io, come lei, mi sento un socialista sia pure con una forte venatura ambientalista. E, al suo pari, credo proprio che un nuovo partito, nonostante le recenti positivissime evoluzioni del quadro politico, non si farà perchè disturberebbe troppo, tra l’ altro, i poteri di cui è espressione il bravo Romano Prodi che, come avrà notato, non ha perso tempo a sbarrar la strada a Vendola investendo Bersani come leader, ben sapendo che con tutta la stima è evidente che il segretario sarebbe senz’ altro candidato a perdere le prossime elezioni con o senza la stampella di Casini.
    La chiudo con una domanda: che ne pensa della nuova giunta dell’urbe Bolognese? A occhio e croce, direi che poteva andare peggio.
    la saluto e la ringrazio per l’ attenzione.

  6. maurozani Says:

    @Fabio.
    Sì la penso acnh’io come lei. La nuova giunta bolognese non sembra male. Ad occhio e croce sembra una sorpresa positiva. Mi auguro di non esser smentito.

  7. maurozani Says:

    @Loris.
    Sul socialismo non potremo mai esser d’accordo perchè, come sai :”non di solo pane vive l’uomo”.
    Mi capitò di chiudere così il mio intervento a Firenze quando si varò il pasticcio polticista della cosa 2 nel 1998. Naturalmente so bene che la frase tratta a viva forza dal Deuteronomio del vangelo di Matteo riafferma la priorità dei valori spirituali su quelli materiali stabilita dalla parola di Gesù. Dunque potrebbe apparire troppo forzata ed impropria specie se detta da un agnostico. Tuttavia mi serviva allora e mi serve ora per dire anche a te che non è semplicemente pensabile stare in politica senza farsi guidare, o almeno ispirare da un sistema di idee. Quelle dell’uguaglianza e della giustizia sociale ad esempio mi paiono ogni giorno di fresca attualità. Chi rifiuta l’ideologia accetta semplicemente l’ideologia degli altri. Cos’è il berlusconismo se non un sistema di idee che ha dato luogo ad una subcultura fino ad oggi (speriamo ieri) egemone in virtù , esattamente, del fatto che dall’altra parte si è buttato il bambino con l’acqua sporca e ci si è definiti semplicemente riformisti. Cioè nulla. Ma proprio in virtù di questa “assenza”.necessariamente disposti a quasi tutto almeno in via di principio?
    Quanto al mio impegno sui referundum, ti ricordo che già qualche mese addietro nello scetticismo dei più mi son detto convinto della concreta possibilità di raggiungere il quorum.Dopodichè in questi giorni spiego ai non pochi che ancora parlano con me le ragioni di merito e politico per le quali bisogna nadare a VOTARE SI.
    Tu impegnati nel tuo partito e quelli senza partito ,come me,lo faranno per altre ,non meno produttive, vie.

  8. maurozani Says:

    @Per tutti.
    Non ho nessuna antipatia per il color arancione. Volevo solo ricordare la “gaffe” del parlamento europeo quando all’unanimità (meno uno) accolse con una vera e propria apoteosi i rappresentanti di quella banda di affaristi senza scrupoli e non di rado criminali che ingannarono il popolo ucraino sventolando bandiere arancioni. Volevo anche sommessamente ricordare che la poltica odierna dimentica gli errori del giorno prima con una disinvoltura che spaventa.

  9. Loris Marchesini Says:

    @Mauro, non ci sto a non reagire alla tua risposta:

    1) che occorrano spiritualità, idee, pensieri lunghi io ne sono convintissimo; non a caso sono prima cattolico e poi militante della sinistra, formato prima in parrocchia da un prete di Lercaro e Dossetti; quindi sfondi una porta aperta nel 1968-1969, per me; io intendevo il “partito socialista” come partito italiano, ora ridotto allo 0,6% e con una diaspora triste; quindi io penso che siamo sempre carenti di un insieme di idee forti, ancorate appunto all’uguaglianza, alla giustizia sociale ed al merito; siamo carenti di un forte riformismo che non è meno ma più radicale di una sinistra che ha sempre bisogno di un “sole dell’avvenire”

    2) io nel PD, anche in Direzione provinciale (ma soprattutto ad Anzola, in mezzo ai cittadini), mi impegno e mi costa. Sono stato fra i promotori del comitato ad Anzola per il SI ai referendum che raggruppa partiti, associazioni, singole persone. Stiamo lavorando per convincere la gente ad andare a votare e a votare SI

    3) la mia richiesta a te è di impegnarti in modo più visibile e pubblico, proprio perché ti stimo. Io lo faccio già.

  10. maurozani Says:

    Eh appena uno fa riferimento a ideali o valori da affermare nella e con la politica lo si mette in mora con l’arma totale del sol dell’avvenire! Non è un buon modo di discutere. Quanto al “riformismo forte” a suo tempo contrapposto a quello “debole” di Craxi, è senza dub bio roba degli anni ’80 del novecento.
    Quanto all’impegno, essendo fuori dalla politica dei partiti la mia visibilità pubblica (quando c’è) è tutta qua. In questo blog.
    Resta comunque un fatto positivo che nel PD sia prevalsa l’idea di fare campagna per i referendum sia pur sulla scia di Di Pietro.

  11. giovanni Says:

    Lercaro e Dossetti provarono a far fuori politicamente Dozza. senza riuscirci
    Il socialismo è fumo negli occhi per un cattolico.Per fortuna ne abbiamo due dimeno in politica:Moratti e Jervolino

  12. Fabio Says:

    gentile Mauro,

    la ringrazio per la risposta.
    Ho letto gli altri e seguenti commenti e, visto che dichiara il suo si ai referendum, perchè non pubblica un articolo dedicato? Senz’ altro avrebbe il merito di dare vita ad un dibattito interessante.
    Nel merito, per quel che mi riguarda andrò a votare, spero che si raggiunga il quorum che sarebbe un altro uppercut al governo, però, nel riaffermare la mia sensibilità di sinistra e un po’ di conoscenza del mondo idrico, non posso tacere l’ eccessiva schematicità dei due quesiti sull’ acqua.
    Il primo quesito è sacrosanto: evita l’ obbligatorietà della gara, lasciandola però come eventualità possibile a chi, eventualmente, voglia ricorrervi.
    Il secondo, che mira a escludere il ricorso a capitale di prestito, escludendo la sua remunerazione dalla tariffa dell’ acqua mi appare eccessivamente “ideologico” (parola che non mi piace).
    Tento di spiegarmi meglio, per non correre il rischio di passare per un liberista:
    Il settore idrico per le sfide che ci stanno di fronte ha bisogno di quantitativi ingenti di danaro per realizzare gli investimenti ( e non mi riferisco alle grandi opere, ma a manutenzioni delle reti, l’ interconnessione degli acquedotti…). Dove si prendono questi soldi? In linea di principio, da buon socialista di sinistra, direi dalla fiscalità generale. Però, com’è noto, in un contesto finanziario difficile e in presenza di risorse limitate, mettere i soldi sull’ acqua vuol dire non metterli nelle biblioteche, negli asili o nella sanità.A questo punto allora, non mi dispiace, pur in presenza di ingenti correttivi sociali, l’ idea di aderire, sia pure in modo cauto, al principio di recupero dei costi che prevede anche la remunerazione di eventuale capitale di prestito attraverso la tariffa.
    In Emilia romagna, per essere più concreto, pur fra mille contraddizioni e distorsioni che caratterizzano il funzionamento di Hera, l’idea di associare settori più remunerativi, come quello del gas, a quelli meno remunerativi, permetterebbe di spostare un po’ di soldini in un settore povero come quello idrico. L’idea di società esclusivamente idriche, magari esclusivamente pubbliche e neanche tanto efficienti, temo condanni il settore ad una paralisi totale con tutti i danni ambientali annessi e connessi.
    Mi scuso per la vaghezza e la sbrigatività, ma il tema secondo me è di grande importanza.

  13. roberto Says:

    Aneddoto per Fabio
    La municipalizzata di Piacenza era guidata da un galantuomo piemontese, il chimico industriale dott. Ramonda che gestiva la società con la cura e l’attenzione di un’azienda di famiglia.
    Poi arrivarono le grandi manovre, con la proposta della quotazione in borsa.
    Ramonda disse in assemblea che alla società non servivano soldi freschi perchè aveva risorse per lo sviluppo e merito di credito per eventuali operazioni straordinarie (aveva fatto un project financing “vero” per realizzare i 2 inceneritori che si vedono dall’autostrada). La quotazione avrebbe costretto a dirottare gli utili per remunerare gli azionisti, piuttosto che per migliorare il servizio e/o ridurre le tariffe.
    Essendo un uomo all’antica e vicino alla pensione, negoziò con l’azienda uno scivolo e si ritirò.
    Quando vennero fuori le storie dell’immondizia a Napoli (governo Prodi) segnalai a Bersani che c’era disponibile un grande esperto e perbene.
    Sicuramente a Bersani la cosa era nota, pertanto non mi rispose nemmeno, magari attraverso una segretaria.
    A Napoli poi andò una persona che proveniva da SEABO.
    Il problema a mio avviso è la gestione, che deve essere in grado di tagliare le unghie agli avvoltoi.

    E a proposito di project financing, bello quello del People Mover, col minimo garantito!
    Merola bello come il sole dice: “non mi preoccuperei, il traffico di passeggeri che transita dal Marconi permette già di essere a posto con quei numeri”.
    Si sono invece preoccupati i contraenti, che chissà perchè hanno voluto la clausola del milione di biglietti garantiti.

  14. maurozani Says:

    @Fabio. In effetti mi è già stato fatto notare che il secondo quesito rischia d’essere irragionevole non consentendo il collegamento tra tariffe e investimenti. La mia risposta è duplice. 1) E’ ora d’invertire una tendenza a privilegiare il rapporto pubblico -privato fortemente squilibrato su quest’ultimo, lasciando correre l’idea , malsana, e comoda che il pubblico è di per sè inefficiente e condannato ad esser tale.In generale io penso che chi è quotato in borsa (ad esempio) guarda all’interesse degli azionisti e non a quello degli utenti. 2) In continuità con quest’approccio penso che vi siano servizi di primissima necessità che DEVONO godere di risorse pubbliche per garantire il massimo d’efficienza. In sostanza ritengo che entro una visione federalista che non sia l’inganno leghista ,le autonomie locali potrebbero ben far fronte alle necessità relative agli investimenti sui servizi idrici. Discorso lungo ma che bisognerà affrontare. Non dando per scontata l’attuale precarissima situazione di regioni, province e comuni. Insomma , più in generale, fino ad ora si è venduto e svenduto patrimonio pubblico adesso è ora di andar controcorrente. Aggiungo che considero (limitatamente a taluni essenziali servizi) una balla l’idea che basti mantenere il controllo pubblico affidando la gestione a privati. L’esperienza e il buon senso dicono che chi gestisce è sempre il più forte. In taluni settori o gestisci in prima persona o finisci per non contare un bel nulla, nella pratica. Morale della favola il discorso , solito, secondo cui il pubblico può limitarsi a controllare che si raggiungano determinati standard di qualità rischia d’esser fumo negli occhi.
    Nella fattispecie comunque si va a votare SI per dire un bel NO e diventerebbe difficile col poco tempo a disposizione entrare troppo nel merito. La logica politica in questa articolare contingenza deve , giustamente prevalere.

  15. giovanni Says:

    Il buon esito del referendum sull’acqua,dovrebbe aprire la discussione sulla rinazionalizzazione delle reti telefoniche,della distribuzione del gas e del sistema viario(autostrade) .
    Bollette e tariffe ormai costituiscono un sistema privato di tassazione parallelo a quello di stato, province e regioni.Lo sa bene che vive di solo stipendio,figurarsi i milioni di precari italiani
    L’Italia dell’Ulivo ha privatizzato molto più del resto dell’Europa.E non dimentichiamo che la Lanzillotto voleva privatizzare non solo l’acqua..ma anche le latrine.
    Quanto a Bersani speriamo che la sua adesione al referendum abrogativo lo conduca anche ad una seria riflessione sulle politiche di privatizzazioni selvagge di cui è stato un inconsapevole protagonista

  16. umberto.mazzone Says:

    Come diceva Cesare Polacco in un famoso carosello per la brillantina Linetti (penso che oramai saremo in pochi a ricordarlo quindi faccio opera di recupero archivistico) “anch’io ho commesso un errore”. Almeno lui ne aveva fatto uno solo. Io tanti, Tra questi anche quello di aver sostenuto alla fine degli anni ’90 nell’ amministrazione pubblica di cui allora facevo parte, una privatizzazione, quella delle farmacie comunali. Mi spiace di essermi fatto prendere da quella tendenza che partendo dal basta al panettone di stato (Motta-Alemagna) ha poi dato vita alle peggiori speculazioni e arricchimenti (a danno della collettività)..
    Ha ragione Giovanni. Non è solo questione dell’ acqua. Andrebbe ripensato l’intero settore delle fonti energetiche, e delle infrastrutture strategiche. Venendo al nucleare penso che nella tragedia giapponese ancor prima del nucleare in sè, quello che è parso criminale è stato il ruolo della società gestrice, la privata TEPCO. Amici giapponesi me l’hanno descritta come una società assai, con un eufemismo, chiacchierata. D’accordo quindi con il Si al referendum, ma soprattutto sì al ritorno del pubblico nei settori strategici nazionali. E se questo viene chiamato socialismo, ce ne faremo una ragione.

  17. Fabio Says:

    Nel ringraziare tutti coloro che hanno risposto alla mia sollecitazione sul referendum, cerco di spiegare meglio la mia posizione.

    Ribadisco che andrò a votare, spero che si raggiunga il quorum, voterò 3 si e un no, ben sapendo che ogni no è funzionale al si, in quanto, com’è noto, la vera battaglia è quella per il raggiungimento del quorum.

    A tale proposito, pur non essendo un grande estimatore del PD, ritengo che la posizione di Bersani, per tattica che sia, probabilmente darà una bella mano nel difficile obiettivo del 50%+1 di votanti al referendum, sia pure con l’ evidente contraddizione di non corrispondere ad un generale ripensamento sulle politiche di privatizzazione dei servizi pubblici.
    Diversamente, in mancanza dei tragici eventi giapponesi e di questo ritorno di interesse tattico-politico per i quesiti referendari, credo che il quorum non sarebbe stato mai raggiunto.
    Già questa considerazione, che non scalfisce minimamente i nobili intenti della battaglia referendaria, avrebbe dovuto consigliare una maggior cautela. E’ altresi evidente che un referendum senza quorum avrebbe chiuso definitivamente la questione acqua e, conseguentemente, avrebbe aggravato la logica privatizzatrice che affligge tanta parte della politica italiana.
    Condivido molto di quanto ha scritto Mauro Zani, sia dal punto di vista dei principi che della visione strategica, però un punto non mi è chiaro: a suo giudizio oggi, non fra 5 o 10 anni, ci sono le risorse pubbliche per fare gli investimenti necessari al settore idrico? Non mi intendo troppo di bilanci, ma a giudicare da quanto si legge sui giornali e dalle manovre dell’ Unione europea direi proprio di no, quindi escludere il ricorso al capitale di prestito significa aggravare ulteriormente la situazione. Poi, se invece mi si dice che Comuni, provincie e regioni hanno soldi a sufficienza allora cambio idea…ma purtroppo penso che questa possibilità, oggi, non esista.
    Io conosco, sia pure marginalmente il mondo Hera e so bene che la situazione sugli investimenti non è rosea, però negli anni scorsi i numeri ampi dei bilanci permettevano ampio accesso al credito e la sottrazione di qualche risorsa alla sbornbia da dividendi.
    A mio parere Il problema attuale, dentro questa realtà, sta in buona parte nell’ incapacità della maggioranza pubblica di esercitare il proprio ruolo di governo della società attuando una serie di misure capaci di modificarne l’ orientamento. E dal punto di vista formale la quota azionaria lo consentirebbe. Si tratterebbe semplicemente di mettere in campo una precisa volontà politica di controllo, ma oggi con l’ acqua in emilia si finanzano gli asili. E da questa contraddizione non si esce.
    Infine anch’io ho dei dubbi che, in un settore a monopolio naturale, la regolazione pubblica non sia sufficiente a garantire l’ universalità del servizio idrico però a livello europeo il modo migliore di garantire la gestione sembra essere un certo grado di concorrenza tra pubblico e privato. Almeno stando a quanto si legge. Di sicuro bisognerebbe scegliere una volta per tutte ( o almeno per un certo orizzonte temporale) se si vuole la regolazione pubblica del settore o tornare al modello dell’ impresa pubblica pura, ma purtroppo siamo ben lontani da un dibattito di questo tipo…Sicuramente introdurre il rispetto rigoroso di un certo numero di indicatori di qualità-efficienza del servizio sarebbe più utile che rompersi il capo con dibattiti estenuanti sulla proprietà del gestore. La faccio breve: se il pubblico è capace di erogare il servizio ben venga, se invece, come accade in molte zone del sud, il pubblico è oggettivamente impresentabile allora si riapra la discussione alla luce di dati e fatti certi.

  18. roberto Says:

    Consentitemi un copia-incolla di un articolo lucido apparso sull’Unità di ieri

    LE ELEZIONI SONO LA STRADA MAESTRA
    Di Francesco Piccolo

    La strategia di D’Alema non è soltanto disarmante, ma anche irrispettosa nei confronti degli elettori. D’Alema non può continuare a proporre governi di fine legislatura, facendo finta di aver dimenticato che un lungo governo di fine legislatura, capeggiato da lui, ha contribuito non poco a far andare le cose come sono andate.
    I problemi che questa tornata elettorale ha causato ai partiti di governo, dimostrano una volta di più la seguente verità: c’è una sola possibilità che Berlusconi esca dalla scena politica, e sono le elezioni.

    Soltanto una sonora sconfitta elettorale può essere decisiva, non tutte le altre questioni in cui sperano in molti. Ogni altra soluzione in questi diciotto anni lo ha sempre e soltanto rafforzato. Quindi, sia per coloro che sono ancora affezionati al senso della democrazia, sia per coloro che hanno come obiettivo la fine di Berlusconi con ogni mezzo, la strada maestra è identica: le elezioni politiche. In cui deve essere compresa la possibilità che gli italiani vogliano essere ancora governati da lui, perché è l’unico modo per scoprire se finalmente la maggioranza del paese ha deciso che questa epoca lunghissima è finita.

    Alla base del pensiero di D’Alema c’è una fiducia minima verso il parere degli elettori, e una sfiducia massima verso le altre forze di sinistra che non siano il Pd. Ma se il Pd ha avuto un merito in questa tornata amministrativa, è stato quello di accettare senza risentimenti e senza guerre sotterranee i candidati scelti alle primarie, pur avendo subìto molte sconfitte per i candidati proposti dal partito. Insomma, ha mostrato di avere fiducia nell’elettorato, di volerne assecondare il bisogno di cambiamento. Non ha fatto molto altro. E adesso, invece di proseguire su questa strada, si propone un cuscinetto defaticante per riportare tutto alla normalità.

    Ma forse, ormai, è sull’idea di paese normale che con D’Alema non ci si intende più.

    D’Alema ha bollato l’articolo come un insulto nei suoi confronti e come manifestazione di primitivismo politico pericoloso.

  19. giovanni Says:

    L’intervento di Fabio apre un ventaglio di questioni davvero ampio,che consente di mettere alla prova dei fatti le politiche economiche e, quindi, sociali attuate dal centro-sinistra governante, nell’arco di tempo che va dal 1995 al 2008.
    La prima considerazione riguarda il “degrado infrastrutturale”conseguente ai mancati investimenti dei privati nella rete delle telecomunicazioni , nella rete autostradale e nella produzione e distribuzione dell’energia rinnovabili e nonE’ sotto gli occhi di tutti e quindi non necessita di dimostrazione
    Debiti(enormi)dividenti(inusitati) e affari collaterali(intrallazzi) delle societa privatizzate rimarcano,aldila di ogni ragionevole dubbio, quali erano i forti interessi che hanno fatto da motore alle privatizzazioni italiane.
    La esponenziale lievitazione della tariffe private(con profitto minimo garantito)denunzia un vero e proprio progetto di spoliazione dei ceti a” reddito fisso decrescente “in favore della rendita dei grandi clienti delle ex banche pubbliche
    In poche parole nell’arco di !5 anni non più 50 famiglie,si sono appropiate delle pubbliche banche,assicurazioni telefoni,autostrade,acquedotti,,elettrodotti,aeroporti ecc.
    Riassumendo,cattivi servizi,debiti,profitti e alte tariffe,presidiate da “regolatori”da ridere(Guazzaloca,non si dimenti,ha dato il suo alto contributo giuridico nell’Antitrust nostrano)
    E oggi come la mettiamo?votiamo strumentalmente si nella contingenza politica per dare un’altra spallata a Berlusca o per dire basta ad ogni mistificazione?
    Non é civile prendere voti a sinistra per arricchere la destra e impoverire il Paese

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