Archive for luglio 2011

Relazioni pericolose

luglio 30, 2011

Torno con la memoria ai primi anni novanta.

A Botteghe Oscure si stava come in un fortino assediato.
Inchieste a ripetizione che coinvolgevano esponenti locali del PDS a macchia di leopardo su quasi tutto il territorio nazionale. Altre che puntavano al bersaglio grosso. Direttamente alla responsabilità dei vertici del maggior partito della sinistra.

Al contrario di quanto s’è detto e ripetuto fino alla noia da destra, la magistratura non fece sconti.

Anzi.

Ogni giorno recava la sua pena giudiziaria in un parossistico crescendo.

Solo l’abilità dei gruppi dirigenti unita alla credibilità sedimentata in un diversità fino ad allora riconosciuta e apprezzata dall’opinione pubblica riuscì a contenere il danno politico e d’immagine dell’offensiva giudiziaria.

Per la verità a contenere il danno vi fu anche il contributo di alcune inchieste sgangherate allestite in fretta e furia da toghe che certo non erano rosse palesemente volte a dimostrare che tutti i gatti erano bigi nella notte di tangentopoli.

Non era così.

E la gente lo comprese anche a fronte dei clamorosi buchi nell’acqua con cui inevitabilmente si conclusero talune di queste iniziative.

No, non eravamo uguali agli altri.
E la genetica non c’entrava per nulla .
Ovviamente.

Tuttavia , la mia percezione da topolino di campagna, provvisoriamente alloggiato nel palazzo, mi ha sempre portato a credere che senza Mani Pulite avremmo potuto diventarlo. E anche presto.
Uguali agli altri, dico.

Nella furia iconoclasta che precedette e ancor più seguì la caduta di quel muro a Berlino e nella parallela rincorsa ad una piena legittimazione riformistica caddero molti tabù in ampi settori dei gruppi dirigenti a tutti i livelli.

La questione morale sollevata a suo tempo da Berlinguer che torna oggi d’attualità anche nel monito , non tanto velato, che Scalfari (autorevole azionista di riferimento quantomeno morale del PD) ha rivolto a Bersani aveva esaurito la sua spinta propulsiva.

Vi furono lunghi anni nei quali Berlinguer fu silenziosamente gettato alle ortiche.
C’era una storia da dimenticare e da far dimenticare come condizione per entrare,  alla chetichella, nella nuova epoca inaugurata dalla fine del secolo breve.

Berlinguer , a tal fine era ormai una figura imbarazzante.

Al punto che in occasione di un anniversario della sua morte non si trovò di meglio che mandare il sottoscritto, a Padova a commemorarne l’opera e la figura.
Meno di un centinaio di persone raccolte in un angolino di piazza. Niente palco, come microfono un megafono gracchiante collegato alla batteria di un’auto.

Ma eravamo alfine riformisti.

Per non pochi quest’approdo assunse un significato del tutto “originale”. Quello del “tana libera tutti”.

Liberi da ideologie decrepite ma anche da comportamenti improntati al massimo di correttezza nella conduzione degli affari pubblici e da stili di vita caratterizzati da sobrietà e disinteresse personale.

Al netto della genuina ricerca di una ricollocazione politico-culturale nell’epoca post-comunista, che pure animò per un certo tempo la stessa svolta dell’89, l’approdo riformista, per quei non pochi, divenne nulla più che un alibi per confrontarsi con gli avversari politici, finalmente “ad armi pari”.
Senza complessi moralistici.

Non a caso se non s’era abbastanza disinvolti si veniva tacciati di moralismo.

“Tu non sei un uomo di relazioni” mi si disse una volta col tono bonario e rassegnato di chi pensa che resti ben poco da fare ai fini di una mia eventuale correzione.

In fondo c’era anche qualcosa di vero in quella critica, poiché più osservavo taluni comportamenti altrui ,più mi chiudevo a riccio nella mia originaria corazza di scorbutico campagnolo che peraltro ho sempre indossato con una certa naturalezza e zero disagio.

Tra l’altro non ebbi mai a dolermi di quest’handicap almeno in parte reale.
Dato che c’erano anche relazioni potenzialmente pericolose.

A riprova.
Un giorno, non ricordo più chi dei tanti inquilini del palazzo, introdusse a viva forza nel mio ufficio “una persona che devi assolutamente conoscere”.
Entrò un omino già anziano (come son io adesso)  in giacca e cravatta e con ai piedi,curiosamente, un paio di vecchie pantofole.
Gentile , subito mi disse che voleva solo presentarsi.
Bofonchiai qualche motto di circostanza mentre gli allungavo la mano pensando che m’avevano portato un tipo ben strano e lui subito , timido e garbatissimo, si accomiatò.
Era un imprenditore di più che media stazza come lessi qualche settimana dopo.

Quando fu arrestato.

E veniamo all’oggi.

Molta acqua è passata sotto i ponti ed io non penso oggi come non pensavo allora che si sia diventati uguali agli altri.

Per farla breve la questione principale per il PD è politica più che morale.

Ciò non toglie che sarebbe ora di tornare ad apprezzare l’intreccio , per così dire dialettico, comunque obiettivo, tra la sfera politica e quella morale od etica, come sarebbe meglio dire.

A tal proposito nessuno può togliermi dalla testa il dubbio che la subalternità culturale che ha impaniato la sinistra nel corso di tanti anni possa aver prodotto effetti negativi precisamente entro questo intreccio.

Quando per tanto tempo ci si è lasciati travolgere dal mainstream liberista protetti solo dal fragile velo di un generico riformismo, risulta difficile allontanare da sé il sospetto di liasions dangereuses che già avevano cominciato a stabilirsi in passato e che sono assolutamente tipiche ed anzi insite in via normale, in una certa idea dei rapporti tra politica ed economia e per conseguenza in una certa idea di società.

Talchè, quando Scalfari propone come rimedio ancora una volta il riformismo, vien da sorridere.

Uno come Lui avrebbe forse potuto alludere, in termini più forti ad una rivoluzione liberale. Mentre uno (piccolo) come me, potrebbe alludere ad una rivoluzione socialista e liberale. Recuperando in questa provocatoria (?) formula ciò che ha scritto il democratico Bettini a proposito del tenere in tensione continua il rapporto tra libertà e giustizia.

Vabbè.
Bando alle ciance.
Alla fin della fiera posso arrivare a comprendere, ma non certo a condividere la reazione di Bersani quando tuona indignato sulla macchina del fango.

Non si reagì in questo modo in passato.

Pur sotto assedio non si chiamarono gli iscritti ad assolvere preventivamente gli indagati , poiché tale mi sembra il significato dell’annunciata class action.

Sì può dire , quando si hanno le ragioni per dirlo, che non si crede alla colpevolezza di tizio o di caio.
Certo.
Poi ci si ferma.

Altrimenti la differenza rispetto agli “altri” rischia di sfumare sino a venir del tutto meno.

In questo malaugurato caso ,la primavera italiana delle amministrative e dei referendum sarà, come già avvenne in passato, interpretata nella coscienza del paese, o nella “mente politica” collettiva (come forse direbbe Bettini) dalla magistratura e non dalla politica.

E questo è un guaio. Maledettamente serio.
Destinato tuttavia, inevitabilmente, a prodursi se la politica non assume l’offensiva della proposta e del progetto , costi quel che costi nell’immediato, per rinchiudersi invece nel fortilizio, già in gran parte espugnato, di una pura difesa di sé stessa.

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politica o antipolitica?

luglio 7, 2011

Sull’abolizione delle province Bersani dice che “ci siamo un po’ incartati”.
Già, alquanto.

Anche se , per amor di verità, va detto che l’abolizione delle province con tutta probabilità avrebbe avuto un peso più che altro figurativo nella manovra finanziaria. Tanto per dirne una non si aboliscono i dipendenti di 110 province e non se ne trasferiscono le funzioni da un giorno , o da un anno all’altro.
Roba lunga. In più tale abolizione, nella stessa proposta di legge del PD viene, giustamente messa in connessione con la nascita delle autorità metropolitane di cui si discute a vuoto da almeno un ventennio.

Ricordo che, orsono trent’anni, avanzai l’idea di allargare i confini del Comune di Bologna a tutta l’area dell’allora piano intercomunale (PIC) considerando che “quando e se si istituiranno le autorità di governo metropolitano saremo già molto in là con gli anni “.

Infatti siamo ancora qui a pestar acqua nel mortaio delle province. E ci rimarremo un altro paio di decenni.

Ciò non toglie che il PD avrebbe dovuto cogliere la palla al balzo, incassando un risultato politico nell’immediato e riportando d’attualità il processo di riforma immaginato nella seconda metà degli anni ’80.

Invece s’è incartato anche perché governa ben 40 province.

Ma, abbiate pazienza, questa era solo una premessa per venire al punto più generale e ampiamente significativo dell’incartamento del PD insieme alla confusione che regna nel campo di un possibile centrosinistra.

E tale punto riguarda ancora una volta l’analisi (sempre e ancora il vecchio vizio dell’analisi) di ciò che è avvenuto con la vittoria delle amministrative e quella , clamorosa, dei referendum.

Miguel Gotor su la Repubblica del 30 giugno scorso mette in guardia da una visione semplicistica intorno alla cosiddetta “primavera italiana” e getta secchiate d’acqua gelata sull’idea di una vittoria della società civile contro i partiti sostenuta “dall’antipoliticante Flores D’Arcais”.

Val la pena citare un passaggio del suo ragionamento: “ …. ci si dimentica che se tutti rubano nessuno ruba e se tutti sono dei corrotti nessuno lo è : il discorso così impostato produce irresponsabilità individuale alimentando una fuga dalla politica che è diventato senso comune ed è il prerequisito per l’affermazione, nuova e ventura, di un’altra destra”.

Per contro , Umberto Eco interrogandosi sul “catalogo degli sconfitti” e dopo aver riportato un lungo passaggio dell’intervento di d’Alema nel castello di Gargonza(1997) nel quale si riafferma con orgoglio che :” io non conosco questa cosa, questa politica che viene fatta dai cittadini e non dalla politica. La politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali… l’idea che si possa restituirla tout court ai cittadini è un mito estremista che ha prodotto dittature sanguinarie..”

Insomma D’Alema spiegava che il cosiddetto valore aggiunto dell’Ulivo in quanto partecipazione della società civile non poteva essere contrapposto al ruolo della politica e dei partiti che la politica la fanno.

D’altro canto anch’io pensavo e penso tutt’ora che la vittoria del ’96 fu in non poca parte dovuta alla perizia, (tutta partitica) finalmente raggiunta nello sfruttare al meglio i meandri del “mattarellum” tra scorpori e apparentamenti vari. E scelta accurata dei candidati nei collegi uninominali. Temo però che solo chi ha trascorso con me tutti quei giorni e quelle notti di trattative per tener insieme la coalizione scegliendo le persone giuste da mettere nel posto giusto, può capire di cosa diavolo sto parlando.

Epperò, Eco ha ragione da vendere quando coglie il punto debole e fuorviante di quel discorso a Gargonza che oggi viene di fatto riproposto in forma raffinata da Gotor nell’individuazione di “un’ideologia post-politica” in azione dopo il risveglio civile della primavera italiana.

Secondo Eco infatti quel risveglio civile cui abbiamo assistito non mette in discussione la funzione della politica e dei partiti ma spinge verso una assunzione di responsabilità che consiste precisamente nel garantire continuità alle espressioni della società civile, nel “sollecitare le sollecitazioni” per poi accoglierle nei partiti che restano il veicolo fondamentale per garantire un accesso e una rappresentanza delle istanze sociali nelle istituzioni.

Solo che , aggiungo io, ci vogliono partiti diversi dagli attuali. Un bel po’ più accoglienti.

A partire dal PD.

A tal proposito ho letto subito il libro di Goffredo Bettini “Oltre i partiti” nel quale si pone l’accento critico sulla necessità di ritrovare “le nostre parole”.

Parole che corrispondono a visioni del mondo in grado a loro volta di corrispondere alle istanze primordiali, e alle pulsioni psichiche , esistenziali, del conflitto inestinguibile tra destra e sinistra.
Uguaglianza e libertà come coppia dialettica di un conflitto perenne volto alla promozione umana.

Scorrendo quel libro ho ritrovato quasi tutte le parole che ho scritto e ribadito alla noia in questo blog.
Le parole che richiamano la lunga deriva e l’inconcepibile subalternità della sinistra alle idee dell’avversario: “senza difese,sospesi a mezz’aria, ed esposti all’egemonia dell’avversario”.

Proprio così.

Solo che Bettini mentre ben descrive la situazione attuale del Pd come quella di un partito ridotto ad una sorta di seppiato dagherrotipo del PCI e in parte della DC ,ci dice poco o nulla sulle parole del PD veltroniano.

Sull’idea di fondo di quel progetto che auspicava apertamente un approdo liberaldemocratico nel quale v’era forse spazio per i sogni ma non per quel conflitto sociale che resta il motore di ogni progresso civile.

A suo modo , in un modo del tutto originale ed eclettico, il PD di Veltroni ( e di Bettini) inseguiva, inconsapevolmente, la “rivoluzione passiva” operata dal berlusconismo, proponendosi di cavalcarla per civilizzarla.

Resta tuttavia a Bettini il merito d’aver inteso che “todo cambia” e che per influenzare (se non dirigere) il cambiamento è necessario , urgente, ritrovare le PAROLE.

Non bastano appunto i programmi. Un tempo si sarebbe detto che ci vuole un progetto.

Ora Bettini richiama l’attenzione sui modi attraverso i quali si forma la “mente politica” del cittadino. Che si forma sulle idee- forza non sulle pagine di un programma.

Quella “mente politica” che a mio avviso dopo una lunga incubazione è scesa in campo nella primavera scorsa , dicendo a voce alta che il paradigma culturale invalso nell’ultimo quarto di secolo secondo cui il pubblico fa schifo e il privato è bello va rimesso in discussione alla luce dei fatti. E tra i fatti vanno collocati anche i misfatti di un privato aggressivo, tutto teso a far soldi in modi leciti e spesso illeciti grazie alla debolezza indotta ad arte nelle istituzioni pubbliche , locali e nazionali.

Quella “soggettività politica” che ha ben compreso tutto questo, deve trovar spazio in una formazione politica di tipo nuovo.

In un partito che attualmente non c’è. E che non sorgerà dalla sera alla mattina nelle more (pericolose) dell’agonia dell’attuale regime politico.

Consapevoli della difficoltà, nel 2007, alcuni di noi traguardarono la nascita di un partito nuovo di tutta la sinistra italiana alla scadenza della legislatura prevista per il 2011.

Oggi lo si potrebbe fare, non con una fusione a freddo volta a salvaguardare la continuità di un ceto politico, ma sull’onda di quella mente politica collettiva che ha tenuto il campo nella primavera italiana.

C’è però un piccolo dettaglio.

Il PD è stato premiato dai movimenti d’opinione e dall’attivismo concreto che ha coinvolto tanti cittadini ed elettori, a dimostrazione che siamo ben distanti dall’antipolitica di stampo qualunquistico.

Dunque i dirigenti del PD, secondo una classica e pigra percezione degli eventi non hanno alcun motivo immediato per cambiare.

E così, dopo essersi ulteriormente incartati con il contributo , nel bene e nel male, di Di Pietro e Vendola , chissà l’antipolitica potrebbe avere ancora una chanche nel post- Berlusconi.

Morale. La strada è ancor lunga e tutta in salita.