politica o antipolitica?

Sull’abolizione delle province Bersani dice che “ci siamo un po’ incartati”.
Già, alquanto.

Anche se , per amor di verità, va detto che l’abolizione delle province con tutta probabilità avrebbe avuto un peso più che altro figurativo nella manovra finanziaria. Tanto per dirne una non si aboliscono i dipendenti di 110 province e non se ne trasferiscono le funzioni da un giorno , o da un anno all’altro.
Roba lunga. In più tale abolizione, nella stessa proposta di legge del PD viene, giustamente messa in connessione con la nascita delle autorità metropolitane di cui si discute a vuoto da almeno un ventennio.

Ricordo che, orsono trent’anni, avanzai l’idea di allargare i confini del Comune di Bologna a tutta l’area dell’allora piano intercomunale (PIC) considerando che “quando e se si istituiranno le autorità di governo metropolitano saremo già molto in là con gli anni “.

Infatti siamo ancora qui a pestar acqua nel mortaio delle province. E ci rimarremo un altro paio di decenni.

Ciò non toglie che il PD avrebbe dovuto cogliere la palla al balzo, incassando un risultato politico nell’immediato e riportando d’attualità il processo di riforma immaginato nella seconda metà degli anni ’80.

Invece s’è incartato anche perché governa ben 40 province.

Ma, abbiate pazienza, questa era solo una premessa per venire al punto più generale e ampiamente significativo dell’incartamento del PD insieme alla confusione che regna nel campo di un possibile centrosinistra.

E tale punto riguarda ancora una volta l’analisi (sempre e ancora il vecchio vizio dell’analisi) di ciò che è avvenuto con la vittoria delle amministrative e quella , clamorosa, dei referendum.

Miguel Gotor su la Repubblica del 30 giugno scorso mette in guardia da una visione semplicistica intorno alla cosiddetta “primavera italiana” e getta secchiate d’acqua gelata sull’idea di una vittoria della società civile contro i partiti sostenuta “dall’antipoliticante Flores D’Arcais”.

Val la pena citare un passaggio del suo ragionamento: “ …. ci si dimentica che se tutti rubano nessuno ruba e se tutti sono dei corrotti nessuno lo è : il discorso così impostato produce irresponsabilità individuale alimentando una fuga dalla politica che è diventato senso comune ed è il prerequisito per l’affermazione, nuova e ventura, di un’altra destra”.

Per contro , Umberto Eco interrogandosi sul “catalogo degli sconfitti” e dopo aver riportato un lungo passaggio dell’intervento di d’Alema nel castello di Gargonza(1997) nel quale si riafferma con orgoglio che :” io non conosco questa cosa, questa politica che viene fatta dai cittadini e non dalla politica. La politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali… l’idea che si possa restituirla tout court ai cittadini è un mito estremista che ha prodotto dittature sanguinarie..”

Insomma D’Alema spiegava che il cosiddetto valore aggiunto dell’Ulivo in quanto partecipazione della società civile non poteva essere contrapposto al ruolo della politica e dei partiti che la politica la fanno.

D’altro canto anch’io pensavo e penso tutt’ora che la vittoria del ’96 fu in non poca parte dovuta alla perizia, (tutta partitica) finalmente raggiunta nello sfruttare al meglio i meandri del “mattarellum” tra scorpori e apparentamenti vari. E scelta accurata dei candidati nei collegi uninominali. Temo però che solo chi ha trascorso con me tutti quei giorni e quelle notti di trattative per tener insieme la coalizione scegliendo le persone giuste da mettere nel posto giusto, può capire di cosa diavolo sto parlando.

Epperò, Eco ha ragione da vendere quando coglie il punto debole e fuorviante di quel discorso a Gargonza che oggi viene di fatto riproposto in forma raffinata da Gotor nell’individuazione di “un’ideologia post-politica” in azione dopo il risveglio civile della primavera italiana.

Secondo Eco infatti quel risveglio civile cui abbiamo assistito non mette in discussione la funzione della politica e dei partiti ma spinge verso una assunzione di responsabilità che consiste precisamente nel garantire continuità alle espressioni della società civile, nel “sollecitare le sollecitazioni” per poi accoglierle nei partiti che restano il veicolo fondamentale per garantire un accesso e una rappresentanza delle istanze sociali nelle istituzioni.

Solo che , aggiungo io, ci vogliono partiti diversi dagli attuali. Un bel po’ più accoglienti.

A partire dal PD.

A tal proposito ho letto subito il libro di Goffredo Bettini “Oltre i partiti” nel quale si pone l’accento critico sulla necessità di ritrovare “le nostre parole”.

Parole che corrispondono a visioni del mondo in grado a loro volta di corrispondere alle istanze primordiali, e alle pulsioni psichiche , esistenziali, del conflitto inestinguibile tra destra e sinistra.
Uguaglianza e libertà come coppia dialettica di un conflitto perenne volto alla promozione umana.

Scorrendo quel libro ho ritrovato quasi tutte le parole che ho scritto e ribadito alla noia in questo blog.
Le parole che richiamano la lunga deriva e l’inconcepibile subalternità della sinistra alle idee dell’avversario: “senza difese,sospesi a mezz’aria, ed esposti all’egemonia dell’avversario”.

Proprio così.

Solo che Bettini mentre ben descrive la situazione attuale del Pd come quella di un partito ridotto ad una sorta di seppiato dagherrotipo del PCI e in parte della DC ,ci dice poco o nulla sulle parole del PD veltroniano.

Sull’idea di fondo di quel progetto che auspicava apertamente un approdo liberaldemocratico nel quale v’era forse spazio per i sogni ma non per quel conflitto sociale che resta il motore di ogni progresso civile.

A suo modo , in un modo del tutto originale ed eclettico, il PD di Veltroni ( e di Bettini) inseguiva, inconsapevolmente, la “rivoluzione passiva” operata dal berlusconismo, proponendosi di cavalcarla per civilizzarla.

Resta tuttavia a Bettini il merito d’aver inteso che “todo cambia” e che per influenzare (se non dirigere) il cambiamento è necessario , urgente, ritrovare le PAROLE.

Non bastano appunto i programmi. Un tempo si sarebbe detto che ci vuole un progetto.

Ora Bettini richiama l’attenzione sui modi attraverso i quali si forma la “mente politica” del cittadino. Che si forma sulle idee- forza non sulle pagine di un programma.

Quella “mente politica” che a mio avviso dopo una lunga incubazione è scesa in campo nella primavera scorsa , dicendo a voce alta che il paradigma culturale invalso nell’ultimo quarto di secolo secondo cui il pubblico fa schifo e il privato è bello va rimesso in discussione alla luce dei fatti. E tra i fatti vanno collocati anche i misfatti di un privato aggressivo, tutto teso a far soldi in modi leciti e spesso illeciti grazie alla debolezza indotta ad arte nelle istituzioni pubbliche , locali e nazionali.

Quella “soggettività politica” che ha ben compreso tutto questo, deve trovar spazio in una formazione politica di tipo nuovo.

In un partito che attualmente non c’è. E che non sorgerà dalla sera alla mattina nelle more (pericolose) dell’agonia dell’attuale regime politico.

Consapevoli della difficoltà, nel 2007, alcuni di noi traguardarono la nascita di un partito nuovo di tutta la sinistra italiana alla scadenza della legislatura prevista per il 2011.

Oggi lo si potrebbe fare, non con una fusione a freddo volta a salvaguardare la continuità di un ceto politico, ma sull’onda di quella mente politica collettiva che ha tenuto il campo nella primavera italiana.

C’è però un piccolo dettaglio.

Il PD è stato premiato dai movimenti d’opinione e dall’attivismo concreto che ha coinvolto tanti cittadini ed elettori, a dimostrazione che siamo ben distanti dall’antipolitica di stampo qualunquistico.

Dunque i dirigenti del PD, secondo una classica e pigra percezione degli eventi non hanno alcun motivo immediato per cambiare.

E così, dopo essersi ulteriormente incartati con il contributo , nel bene e nel male, di Di Pietro e Vendola , chissà l’antipolitica potrebbe avere ancora una chanche nel post- Berlusconi.

Morale. La strada è ancor lunga e tutta in salita.

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11 Risposte to “politica o antipolitica?”

  1. stefano marcacci Says:

    concordo con la tua analisi, credo comunque che la vecchia proposta del pci ul riordino degli eni locali sia più attuale che mai mi riferisco a quella del 1975, accorpameno dei comuni e nascita dei comprensori al posto delle provincie. se si accorpano i comuni, 15000 abitanti in montagna, e 30000 in pianura, in un colpo solo si superano provincie, comunità montane, prefetture, e si impone un riordino della giustizia inmodo razionale e non provinciale, ma già allora quellaproposta ebbe uno schieramento di sindaci contro, difendevano aime la loro poltrona, non penando che nei piccoli comuni non vengono soddisfatti nemmeno i più elementari servizi, spesso bisogna attendere mesi per cambiare una lampadina di un lampione, con sprechi indicibili in mezzi scarsamente utilizzati, con servizi alla persona solo annunciati e mai realizzati per mancanza di fondi e spesso di idee, ed allora cera berlinguer con la sua levatura sia politica che morale.oggi con i dirigenti che dovrebero guidare la sinistra, anche uno sbadiglio è una utopia, il pessimismo non mi ha mai lambito, ma oggi realisticamente, dopo un lavaggio scientifico delle coscienze attuato da berlusca in questi15 anni, non vedo alternative nel breve. solo quando le condizioni di vita saranno diventate insostenibili per i più,forse si può ipotizzare una sollevazione delle coscienze ed attuare un cambiamento trutturale , dopo il 2015, quando dovremocominciare a ridurre il debito pubblico del 5 per cento all’anno, e obiettivamente si imporranno scelte drastiche, forse allora si potra pensare come cosa possibile il riordinamento amministrativo del paese

  2. agostino Says:

    Ho appena terminato di leggere il libro di Bettini.
    In alcune parti l’ho trovato generico (fine esperienza solidarietà nazionale, la svolta dell’89, la nascita del PD); in altre parti assolutamente carente.
    Nel libro non c’è un riga che riguardi l’economia, la mutazione del capitalismo, i nuovi assetti internazionali. Per un saggio che si pone l’ambizioso obiettivo di indicare parole nuove alla sinistra non mi pare una carenza di poco conto.

  3. Atos Benaglia Says:

    Caro Mauro, leggendo con attenzione ciò che hai scritto, che condivido come al solito m’accade, non riesco a non pensare a come la Sinistra possa privarsi delle lucide analisi, delle tesi e sopratutto delle sintesi di compagni (veri) del tuo calibro : è uno spreco .
    A presto .
    Atos

  4. giovanni Says:

    L’unico progetto politico in campo al momento é quello organizzato dalle donne riunite a Siena per ottenere posti in parlamento.Che tale idea si realizzi per alcune di loro é ovvio.Ma tutto questo certamente non fa una primavera.
    Klien continua a bruciare nel rogo dei suoi libri e le fiamme ad accecare chi vuole riproporre la via.
    Forse i vecchi ferri del mestiere sono stati utili a D’Alema & C ma certamente non al benessere mentale degli uomini e donne del nostro paese,costretti da un ventennio ad un perpetuo autodafé

  5. giovanni Says:

    Caro Mauro,hai visto la manovra economica approvata con l’alto patrocinio di Re Giorgio?
    Va nell’esatta direzione opposta alla”mente politica”che tu hai visto scendere in campo a primavera Non é ovviamente mia intenzione canzonare alcuno,quanto piuttosto rimarcare l’abissale distanza che esiste tra fatti ,percezione politica dei fatti a sinistra e politica fatta dal centro-sinistra.
    Alla prima occasione si approfitta delle difficoltà del paese per mangiarsi il paese.
    Le nuove privatizzazione delle utility genereranno nuove e più gravose tariffe private di acqua,luce e gas con profitto per i soliti e tasse perpetue per chi vive del proprio lavoro
    Qualcuno ha detto qualcosa?Tutti fanno finta di non capire. Ecco perché il rogo di cui parlo sopra continuerà a bruciare e bruciare ancora. Perché nessuno vede o vuol vedere la sostanza delle cose

  6. Gianni Says:

    Dopo l’approvazione della “manovra economica” ha un bel da dire Bersani che è “l’ultima volta”, son già state troppe le ultime volte (vedi voti su Provincie) e ultimi 40 anni!
    Mi sono rotto, Napolitano o non Napolitano, non cè motivazione che tenga se Berlusca tiene il paese in una agonia permanente, è anche colpa del centro sinistra o come cavolo si chiama e colpa
    di un concetto della politica fatta per autoconservazione di un ceto dirigente (vedi PD ma non solo….) che và dai parlamentari agli enti locali e non solo (vedere gli ex che si aggirano tra SEL, IDV, PSI, UDC, ecc.)!
    Credo proprio che il problema sia un ricambio della “classe dirigente” (di dalemiana memoria come dice ECO), questi PD, SEL, IDV non andranno mai d’accordo, troppi rancori accumulati negi anni, tatticismi politici, personaggi inamovibili, la politica è ormai ridotta a una poccotiglia, con scenari di governi tecnici, aperture all’UDC al terzo polo, mentre il paese và in malora.
    Non me nè accorgo ora è che la leggerissima speranza che avevo dopo le amministrative e il referendum,nel giro di 20 giorni è stata spazzata via da un ceto politico vergognoso (e non stò PARLANDO DEL CENTRO DESTRA ……..)
    Ma possibile che girino ancora veltroni con i referendum elettorali, D’alema per difendere la sua fondazione’! E Bersani a far l’equilibrista……. ma basta!!!
    Ma perchè non danno spazio a stì giovani che (dicono) ci sono all’interno del PD? E Vendola? Che cacchio aveva bisogno di metterci in mezzo la discussione tra amici e compagni? Saran tutti cretini, non hanno capito,……….ma pensare prima di fare una”interlocuzione”? Son solo parole ma cavolo………….. e di Pietro? fà il centrista? mah,
    Come si fà a cambiare una classe dirigente incancrenità sclerotizzata come la nostra???
    Mandando avanti dei giovani (poi và beh ci sono i giovani nati vecchi e quelli nati per la poltona, vedi Renzi) e sostenendoli, avendo chiaro che faranno anche errori ma sempre meglio di questi “sepolcri imbiancati”!
    Premetto Grillo mi stà sulle balle: nè abbiam visti troppi in 40 anni di qualunquisti e benaltristi di “sinistra o presunti tali” ma il movimento 5 stelle è l’unico che mette in campo giovani… Poi sbaglieranno ma che cazzo sempre meglio di chi li tiene in nafralina, sempre in quarta o quinta fila (se và bene) o annullati in una qualche corrente!
    Caro Mauro condivido quanto scrivi e le conclusioni “…. i dirigenti del PD, secondo una classica e pigra percezione degli eventi non hanno alcun motivo immediato per cambiare”, beh io dico che si toveranno delle sorprese alle elezioni, e forse anche prima, sempre che …….”L’antipolitica potrebbe avere ancora una chanche nel post- Berlusconi” io dico si anche 3o 4, purtroppo…………….e se và a finire così la pagheremo molto cara tutti…… aspettando godot…….
    Con stima Gianni
    P.S.: ma qualche Bolognese per favore mi spiega chi ha progettato e realizzato Nuovo Municipio ? Sindaco era Vitali, Guazzaloca o Cofferrati? grazie

  7. mauro zani Says:

    Giovanni.
    Autodafé? Mi par proprio così…

  8. roberto Says:

    @ Gianni
    terra terra, un’informazione di servizio.
    Il progettista del nuovo palazzo comunale è l’arch. Cucinella che recentemente ha dichiarato che l’impiantistica non lo ha mai riguardato. Quindi nessuno conosce la classe energetica dell’edificio, neppure il progettista.
    Ma Cucinella era l’architetto di corte di Re Giorgio (Guazzaloca) che ha firmato i primi contratti; la presa in carico, compresi i protocolli che regolano il facility management, è stata fatta da Cofferati che, con Guazzaloca presente ha provveduto all’inaugurazione.
    Il numero di persone trasferite è stato sensibilmente inferiore al previsto: il calcolo era stato fatto su tot metriquadri per persona, calcolati sulla pianta pare senza tener conto di angoli acuti e sottosquadri che rendono inutilizzabile parte della superficie.
    Le lamentele sul microclima sono state parecchie da subito.
    Per l’architettura e l’involucro, l’inutile sovrastruttura reticolare che sovrasta e collega gli edifici è sotto gli occhi di tutti: brutta (a mio avviso) da fuori, chi è dentro ha una percezione disturbata dell’esterno e perdipiù nelle giornate di vento vibra e fa rumore.
    Negli anni in cui Renzo Piano costruiva a Londra edifici direzionali praticamente senza parcheggi, vi è stato costruito a fianco un grande parcheggio multipiano, non recuperabile ad altri scopi per via dell’altezza interpiano, rimasto pressochè vuoto e per il quale è in corso un contenzioso col comune per una qualche inadempienza contrattuale.

    Per le cose più alte, non ho più cuore.
    Ma qualcuno può ascoltare D’alema che rivendica i voli scroccati ad un privato, argomentando che si tratta di un risparmio per la collettività tanto i parlamentari volano comunque gratis, senza voglia di menarlo?
    E’ recidivo perche quando anni fa usò un volo di stato per andare da Bari a Trieste per affari di partito, e fu denunciato, il suo avvocato (e non lui, perbacco!) motivò la scelta come attenzione per i privati cittadidini che viaggiavano su voli di linea (che non c’era da Bari a Trieste), nel caso di attentati contro il presidente del Consiglio.
    L’intelligentissimo ritiene davvero che le aziende finanzino (legittimamente) le fondazioni perchè le scambiano per una specie di Cottolengo, e non per avere una sorta di accreditamento che possa in qualche misura tornare utile?
    Se la politica è questa, l’antipolitica è un dovere civile.

  9. Gianni Says:

    @roberto
    grazie, insomma un bella storiella stò “nuovo comune”…….
    @ tutti
    Quanto all’antipolitica se avrà il sopravvento la vedo nera per il paese, ma non deve servire per zittire la società, la gente, insomma a zittire chi ha oppinioni diverse.
    Qui non fanno altro che alimentarla l’amtipolitica, ci mancava anche Penati! Sembra che facciano a gara a chi ha più indagati……
    quanto ai costi della politica mi piace questo articolo:

    La casta paghi (Stella e Rizzo) 18 07 2011 Corriere dlla sera
    No, non possono chiedere ai cittadini di fidarsi ancora. Se Gianfranco Fini si dice «certo», in una lettera a il Fatto quotidiano, che «entrambe le Camere faranno la loro parte» e che i tagli ai costi della politica saranno «votati in Aula prima della pausa estiva» non può pretendere che gli italiani gli credano sulla parola. Sono stati già scottati troppe volte. Carta canta. Le promesse, le rassicurazioni e gli impegni non bastano più. Il presidente della Camera, nella sua prima intervista dopo l’insediamento, convenne che «il primo dei buoni esempi che devono dare i parlamentari è quello della presenza» perché «il vero costo che produce la “casta” è quello della improduttività». E ammonì: «I parlamentari devono essere presenti e lavorare da lunedì a venerdì, non tre giorni a settimana». Risultato? Prendiamo quest’anno: dal 1° gennaio a oggi, su 28 venerdì in calendario, quelli con sedute in Aula sono stati 2. Non sarà colpa sua, ma è così.
    Quanto a palazzo Madama, Renato Schifani si prese mesi fa lo sfizio, nel corso della seduta imposta per varare la riforma universitaria voluta dal governo, di bacchettare i soliti criticoni: «Oggi, 23 dicembre, antivigilia di Natale, siamo qui a lavorare». Ciò detto, diede appuntamento a tutti al 12 gennaio 2011: 20 giorni dopo. Da allora, l’Aula è stata convocata 68 giorni su 198 e mai (mai!) di venerdì. Come del resto era successo in tutto il 2010: mai. C’è il lavoro in commissione? Anche a Washington. Eppure lì, dice uno studio di Antonio Merlo della Pennsylvania University, il Senato lavora in media 180 giorni l’anno: il 54% in più. Con un assenteismo 10 volte più basso.
    Quanto ai costi, la Camera e il Senato Usa nel 2011 pesano insieme sulle pubbliche casse circa cento milioni meno dei nostri. Ma in rapporto alla popolazione, ogni americano spende per il suo Parlame euro l’annonto 5,10, ogni italiano 27,40: cinque volte e mezzo di più. Diranno: ma poi lì ci sono i parlamenti statali. Vero: ma in California c’è un parlamentare locale ogni 299mila abitanti, in Lombardia ogni 124mila. Nel Molise ogni 10.659.
    Questo è il quadro. C’è poi da stupirsi se una pagina di Facebook aperta domenica mattina da un anonimo ex dipendente della Camera deciso a vuotare il sacco sotto il titolo «I segreti della casta di Montecitorio», alle otto di sera aveva 135 mila «amici»? L’impressione netta è che, mentre chiedono ai cittadini di mettersi «una mano sul cuore e una sul portafoglio», per usare un antico appello di Giuliano Amato riproposto da chi aveva seminato l’illusione di non mettere mai le mani nelle tasche degli italiani, quelli che Giulio Einaudi chiamava «i Padreterni», non si rendano conto che il rifiuto di associarsi a questi sacrifici rischia di dar fuoco a una polveriera.
    Come possono imporre «subito» i ticket sanitari fino a 45,5 euro a operai e impiegati rinviando a «domani» (quando?) l’inasprimento del costo a carico dei parlamentari dell’assistenza sanitaria integrativa? Come possono imporre «subito» un taglio alla rivalutazione delle pensioni oltre i 1.400 euro rinviando a «domani» (quando?) quello dei vitalizi loro, che nel 2009 hanno pesato per 198 milioni di euro e pochi mesi fa sono stati salvati con voto plebiscitario dalla proposta che voleva trasformarli in pensioni «normali» soggette alle regole comuni? Come possono imporre «subito» il raddoppio della tassa sul deposito titoli che colpirà i piccoli risparmiatori rinviando a «domani» (quando?) l’abolizione di quell’infame leggina che consente a chi regala denaro ai partiti di avere sconti fiscali 51 volte più alti di quelli concessi a chi dona soldi alla ricerca sulle leucemie infantili?
    Nessuno contesta la necessità di provvedimenti anche duri. È irritante subirli dopo aver sentito e risentito che «la crisi è già alle spalle» (Renato Brunetta, agosto 2008), che occorreva «finirla con i corvi del malaugurio» (Claudio Scajola, febbraio 2009) e che chi diffidava dell’ottimismo era un «catastrofista» che alimentava, come tuonò Silvio Berlusconi nel maggio di due anni fa, «una crisi che ha origini soprattutto psicologiche». Ma è così: quando la casa brucia, va spento l’incendio. Costi quel che costi. Ma il golpe notturno che, con un paio di emendamenti pidiellini, ha stravolto all’ultimo istante la manovra di Tremonti che prevedeva l’adeguamento delle indennità dei parlamentari italiani a quelle dei colleghi europei, non è solo un insulto ai cittadini chiamati a farsi carico della crisi. È una scelta che rischia di delegittimare la stessa manovra delegittimando insieme la classe dirigente che la propone al Paese. Non è più una questione solo economica: è una questione che riguarda il decoro delle istituzioni. La rappresentanza. La democrazia stessa.
    Il governo, la maggioranza e la stessa opposizione sono certi di essere nel giusto e che quanto prima metteranno mano sul serio ai costi della politica? Mettano da subito tutti i costi in piazza, su Internet. Tutto pubblico: stipendi, prebende, assunzioni, distribuzione delle cariche, consulenze, curriculum dei prescelti, voli blu, passeggeri a bordo, tutto. Barack Obama, pochi giorni fa, ha rivelato che i suoi più stretti collaboratori alla Casa Bianca prendono al massimo 172.200 dollari lordi: 118.500 euro. Cioè 15 mila in meno di quanto poteva guadagnare quattro anni fa un barbiere del Senato. Hanno o non hanno diritto, anche i cittadini italiani, a essere informati?
    È stupefacente, oltre che offensivo, che in un momento di difficoltà qual è questo, una classe politica obbligata a farsi «capire» da un Paese scosso, impoverito, spaventato, non capisca la drammatica urgenza di una svolta. Ed è sconcertante che ancora una volta, a chi chiede conto dell’arroccamento in difesa delle Province o dei rimborsi elettorali cresciuti fra il 1999 e 2008 addirittura 26 volte di più del parallelo aumento degli stipendi dei dipendenti pubblici (per non dire di quelli privati…) risponda rinviando tutto a una riforma complessiva ormai entrata nel mito come l’«Isola che non c’è» di Peter Pan.
    Una riforma che, in un futuro rosa pastello, vedrà finalmente ricomporsi in un magico e perfetto equilibrio la Camera e il Senato, il Quirinale e le città metropolitane, le province e le circoscrizioni e i bacini imbriferi montani. Un mondo meraviglioso dove tutti vivremo finalmente felici e contenti. Con Biancaneve, Pocahontas, Cip e Ciop.
    Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

  10. Roberto Says:

    Sembraa che tutti siano in vacanza: è passato inosservato uno studio di Matteo Pelegatti (Università Milano Bicocca) che commisura lo stipendio dei parlamentari al benessere economico dei propri cittadini, e quindi al Pil pro capite.
    Nel grafico si vede che esiste una relazione lineare piuttosto precisa tra il Pil pro capite e gli stipendi dei parlamentari europei.
    Con l’eccezione dell’Italia che si trova ben al di sopra della retta di regressione, un puntolino solitario come lea particella di sodio nella pubblicità di un’acqua minerale.
    Vedere per credere: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002445.html

  11. Gianni Says:

    Più che le ferie, forse, potè la desolazione del “quadro politico” (si diceva un tempo) dimostrato anche dai sondaggi che danno in aumento, in caso di elezioni, le astensioni e le schede bianche e nulle!
    Altro che alternativa e/o opposizione, qui assistiamo alla lenta agonia di Berlusca e di Bossi come capi bastone, ma soprattutto all’agonia del paese e nessuno a destra o a sinistra che “molli l’osso” posizioni di potere e/o privilegi, pubblici o privati che siano……………..
    Un saluto da uno sconsolato Gianni
    Mauro se ci sei batti un colpo……………..

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