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il Renzi

ottobre 30, 2011

I dolori del giovane Renzi si riassumono in quel : “ guazzabuglio di emozioni nel cuore, sono inondato di messaggi in cui le persone mi chiedono di non deluderle…”
Eh già.
Ma non c’è nulla di nuovo.
Altri prima di lui si son trovati nelle medesime circostanze che imponevano di far fronte a responsabilità, a volte grandi, spesso entro una solitudine accentuata dalle incomprensioni e dai concreti interessi di classi dirigenti conservatrici di sé stesse.

Non tutti si montavano la testa.

Adesso invece val la regola Parisi.
Bisogna aver il coraggio o , secondo un altro punto di vista (il mio), l’impudenza di dire “io”.

E quest’ultima a me non pare affatto una novità.

Ma a parte ciò, l’uomo è svelto.
Riempie un vuoto.
Quello lasciato dal progetto di Veltroni.
La sua forza consiste proprio in ciò.
Nel restaurare il progetto originario aggiungendovi una credibilità maggiore dovuta alla facile e radicale presa di distanza dai gerontosauri della sinistra residua dentro e fuori il PD. Facile perché concepita sull’onda della rabbia montante contro la tutta la politica e i suoi maggiori interpreti.

Quando ci provò Veltroni i tempi non eran del tutto maturi. E Walter non aveva più l’età per poter operare quel taglio netto con tutto il passato che, nel bene e nel male, era anche il suo.
Per dirla tutta, nonostante l’evidente buona volontà di prender le distanze da quel passato rossastro, chiunque provenga dal PCI-PDS-DS non è in condizione di spiccare il grande salto: oltre la destra e la sinistra.

Per questo Walter ha semplicemente tirato la volata al Renzi.

L’obiezione più forte è venuta da Vendola. Concettualmente forte poiché riferita ai contenuti che nebbiosamente pur emergono dalle cento proposte di Renzi e sodali.
Solo che non basta.
Cosa diavolo stai a concettualizzare?
Troppo sofisticata la critica di Nichi per i tempi che corrono.

Alla Leopolda non c’era né luogo , né tempo, né voglia per perdersi in analisi sulla evidente crisi dell’ideologia neoliberista. I renzisti non han tempo da perdere e forse neppur testa per soffermarsi su simili bazzecole ad onta della “tempesta cerebrale” eretta a metodo di lavoro.

Son pragmatici e flessibili.
Adeguano i mezzi ai fini sfruttando l’impasse del PD con disinvolta e gaglioffa scaltrezza.

Son già oltre i seguaci del fenomeno Renzi.
Molto oltre programmi e contenuti.
Che palle ‘sti contenuti!

Son sull’onda, ripeto, di un senso comune trasversalmente diffuso, che pone al centro, fin dalle chiacchiere nei bar della penisola, i privilegi della casta identificata anche per colpa propria con la politica, il parlamento e tutte le istituzioni di una democrazia traballante, e non con i padroni del vapore del XXI secolo : la finanza di rapina, le oligarchie interne e globali che decidono in un batter d’occhio tutti i santi giorni sulla vita di quel 99% che ha protestato , con poca forza ormai, in tante città del mondo.

E qui non c’è mediazione possibile.
Non più.
I ragionamenti più o meno pacati e non sempre formalmente azzeccati (vedi quello “scalciare” : un autogol devastante) di Bersani sull’improduttività del conflitto generazionale si scontrano con molte delle parole “riformiste” che fan parte del bagaglio “culturale” dell’attuale classe dirigente.

Oggi si raccolgono i frutti amari di tutte le boiate pronunciate a proposito dei privilegi consolidati(vedi alla voce diritti) dai vecchi operai che impedirebbero ai giovani di prender posto nell’ascensore sociale intasato da legioni di artritici e scaracchianti parassiti che non si decidono a passar a miglior vita proprio grazie alle storture del Welfare da loro stessi concepito e pervicacemente conquistato.

Non si batte in breccia il fenomeno Renzi se non si è in grado di dire alcune sostanziali verità. A partire dalle cosiddette riforme strutturali che continuano a ridursi a generiche liberalizzazioni, privatizzazioni, (in barba ad ogni referendum), prolungamento dell’età pensionabile mentre i giovani rimangono disoccupati o in alternativa in balìa di un mercato del lavoro del tutto deregolato.

Non sento mai dire la verità documentata nel bilancio dell’INPS.
I contributi dei lavoratori bastano e avanzano sol che non si computi nel suo bilancio consolidato la spesa dell’assistenza come avviene negli altri paesi europei nei quali peraltro le pensioni son tassate tra zero e tre per cento a differenza dell’Italia.

Perché non dire alto e forte che mandare in pensione le persone più tardi mentre il lavoro per i giovani non c’è è pura follia poiché corrisponde solo alla razionalità interna al capitalismo finanziario.

Perché non respingere al mittente la lettera della BCE poi ricopiata e reinviata in Europa da Berlusconi.
Volere libertà ulteriore di licenziare, dopo tutta quella che già s’è concessa è come ripiombare nel medio evo .
Tanto vale legalizzare la schiavitù e magari anche l’eutanasia per tutta ‘sta gente improduttiva che s’ostina a vivere tirando il fiato coi denti solo grazie a costose cure sanitarie.

Insomma Renzi si batte con un progetto alternativo, compiuto, volto a smascherare senza mezze misure tutta la congerie di false compatibilità , e tutto il carico di irrazionali stupidaggini entrate nel senso comune.
Radendo al suolo i miti, novecenteschi, del neoliberismo.

Si batte sciogliendo l’equivoco del PD con un progetto all’altezza della sfida globale attuale.

Ma , attenzione, cari lettori, si batte, almeno in parte, anche sul suo stesso terreno.
Troppa gente ormai ha fatto il suo tempo , nel PD.
Facce che non dicono più nulla a nessuno.
Lo ha capito Chiamparino che lascia intendere la possibilità di stare in ticket , come si dice adesso, con il Renzi come condizione per non esser pensionato.

Lo ha capito anche il ricostruttore Civati che tuttavia ha commesso l’errore , tattico, di ripresentarsi alla Leopolda dopo Bologna, ricavandone un mero ridimensionamento da parte del furbo Renzi.

D’altro canto è difficile che un progetto alternativo al neo-neo-blairiano di Firenze possa esser concepito nell’alveo di una classe dirigente che rifiuta l’idea stessa della pensione.

Per conto mio, meglio ,molto meglio il neosindaco di Cagliari.

Se volete un anti-Renzi a tutto campo.

Ma era solo un esempio.

Novità bolognesi? 2

ottobre 23, 2011

Seguo solo dalle cronache la kermesse bolognese che riunisce la meglio gioventù del PD. Posso dunque incorrere in qualche superficialità nel commentarne l’innovativo svolgimento. E di ciò chiedo venia.
Il mio primo pensiero è stato che feci bene a suo tempo ad abbandonare il campo. Non sopporterei facilmente d’essere sottoposto a un linciaggio generazionale seppur nella forma educata di due persone intelligenti come Civati e Serracchiani.
A parte ciò non mi sfugge il senso tutto politico dell’appuntamento bolognese che anticipa il big bang annunciato da Renzi, il rottamatore. Nella partita già aperta , ma non scontata negli esiti, per la successione a Bersani , la meglio gioventù cerca un proprio spazio di protagonismo e comunque d’influenza. E muove, non a caso da Bologna facendo avanzare sul proscenio Zingaretti e avendo cura di non rompere con Bersani mentre inneggia a Prodi.

Son bravi. Manovrano con destrezza, da professionisti, in una situazione assai complicata. E ciò di per sé un evento positivo. Di dilettanti allo sbaraglio ce ne son fin troppi nella politica italiana.

Ma, nonostante i metodi innovativi, anche nell’organizzare il confronto su singoli temi, resta un vuoto. O almeno a me così sembra. Cerco di spiegarmi.

Già il professor Galli aveva notato la prevalenza della forma sui contenuti. Un’attenzione a temi come le primarie, il numero dei mandati parlamentari da limitare, insomma un tentativo di disegnare una situazione organizzativa (democrazia partecipata o robe così) tale da far largo ai giovani pur senza giungere agli eccessi demagogici di un Renzi, il quale alla fine, si dimostrerà assai meno scaltro di quanto appaia se uno dei suoi sostenitori emiliani , Richetti, s’espone ad esser rottamato a chilometri zero quando rispondendo all’invito un pochino ruvido di Merola (occupati della regione) risponde che “io voglio occuparmi del mio paese che sta andando a rotoli”.
Vasto programma.
Non manca l’ego.

Quanto ai contenuti invece convengo appunto con Galli.
Siam scarsini.
Ben giusto occuparsi del paese sull’orlo del baratro.

Anche a fronte della zona grigia nella quale si dibatte l’attuale classe dirigente del PD e del centrosinistra (o come si chiama adesso) bisognerebbe ancora una volta partire dai contenuti. I quali ultimi però rischiano d’essere un’accozzaglia di proposte volte a tamponare questo o quell’aspetto della crisi in corso , poco illuminanti e per nulla trascinanti se non vengono elaborati e concepiti in conseguenza di un’analisi attenta della dinamica della stessa crisi.

E dunque posti e proposti dentro un disegno alternativo all’andazzo attuale che intrecci il piano politico con quello economico e sociale.

E’ qui il difetto.
Il vuoto che impressiona nel partito riformista di Bersani.
Ed è qui che la meglio gioventù deve misurarsi se vuole assurgere a classe dirigente.

Adesso è tutto un dire che la crisi attuale del capitalismo finanziario è ben più grave di quella del 1929 del secolo scorso. Lo dicono tutti. Salvo aderire più o meno acriticamente alle cure proposte dalla BCE o dal FMI.

Bene. Se così è, forse non sarebbe tempo perso muovere da una comprensione della dinamica della crisi.

Vabbè, voi lo sapete . Io son tutto meno che un intellettuale. Non sono mai neppure stato un bravo “uomo politico”. Così a volte, come un topo di campagna, vado a rosicchiare tra vecchi libri, curioso come son gli autodidatti che, come tali, posson sempre prendere grandi cantonate.

Tuttavia vorrei far notare il metodo, innovativo, col quale Gramsci s’interrogava sulla crisi del ’29 , stralciando brutalmente :

“ Si potrebbe allora dire ,e questo sarebbe il più esatto, che la crisi non è altro che l’intensificazione quantitativa di certi elementi, non nuovi e originali, ma specialmente l’intensificazione di certi fenomeni, mentre altri che prima apparivano e operavano simultaneamente ai primi immunizzandoli, son divenuti inoperosi o sono scomparsi del tutto. Insomma lo sviluppo del capitalismo è stato una continua crisi, se così si può dire, cioè un rapidissimo movimento di elementi che si equilibravano e immunizzavano. Ad un certo punto, in questo movimento,alcuni elementi hanno avuto il sopravvento, altri sono spariti o sono divenuti inetti nel quadro generale.”

Occhei. Adesso semplifico facendo torto alla memoria dell’autore.

Ci son differenze date dallo sviluppo storico evidenti, ma vi son anche analogie che almeno sul piano del metodo (per capire quanto sta avvenendo) dovrebbero esser considerate.

Tra tutte il venir meno dei fattori immunizzanti riassumibili in una politica e in una dinamica sociale che equilibravano le tendenze , per così dire , spontanee del capitalismo.

Ergo, per precipitare nel quadro attuale, è precisamente sullo squilibrio, fattosi nel frattempo enorme, tra politica ed economia che bisogna agire. Ciò presuppone la convinzione di dover andare controcorrente rispetto alle logiche meramente e provvisoriamente “riparatrici” , ad esempio, della BCE.

Fare i conti con “l’inettitudine” della politica.

In quest’ambito davvero è del tutto precluso un altro approccio che scongiuri l’idea dominante secondo cui s’abbatte il debito per cadere in recessione come condizione per ridare fiato alla finanza globale?

Credo che , nella “dinamica della crisi” si potrebbe/dovrebbe indicare un’altra strada, che incontri quel simbolico (ma poi mica tanto) 99% che ha manifestato in tante città d’Europa e del mondo per farne una forza immediatamente politica.

Ritrovare il fattore “immunizzante”.
E con esso avviare nella “dinamica della crisi” il necessario e , a questo punto vitale , riequilibrio.

Da qui (vedi post precedenti) la mia insistenza su di una robusta e nient’affatto innocua patrimoniale o sulla tassazione delle transazioni finanziarie. Sarebbero primi ,decisivi, passi in un assetto di marcia che non può accettare l’aut aut dei centristi: o con la BCE o con i No Tav.

Prima delle alleanze deve venire un progetto tale da porsi pienamente dentro una dinamica di crisi che non può esser guidata da coloro che l’hanno in gran parte prodotta.

Ma la scelta è dura assai.

Con tutto il rispetto o stai con coloro i quali svolgono , obiettivamente, il ruolo di cani da guardia del capitalismo finanziario oppure li combatti apertamente nel momento in cui non hai quasi più nulla da perdere.

Viceversa non resta che accettare di gestire un declino, arretrando continuamente, senza avere la forza e il consenso necessario neppure per alleviare le ferite sociali (profonde) che ancora saranno inferte.

Senza contare che sullo sfondo dello squilibrio attuale è persino insensato non scorgere all’orizzonte bagliori di nuove guerre.
Ricordo che quelle che già si son combattute e che son ancora in corso si inscrivono tutte, a ben vedere, dentro la “dinamica della crisi”.

Comunque auguri alla meglio gioventù, quella delle primarie o dei due o tre mandati.

Novità bolognesi?

ottobre 22, 2011

Avevo in animo di commentare lo scannatoio libico in rapporto alle primavere arabe e dintorni. Per la serie: geopolitica e diritti umani. Ovvero l’esportazione della democrazia Spa. Comunque la missione è compiuta. Il dittatore è morto. I morti non parlano. E se è per questo neppure i molti civili, vittime collaterali dei bombardamenti Nato, quelli che secondo la risoluzione dell’ONU dovevano esser protetti dalla furia sanguinaria del regime. E non han più diritto di parola neppure le vittime del pogrom rivoluzionario che , mercenari o lavoratori immigrati, avevano comunque la pelle nera. Liquidati all’ingrosso e prontamente sepolti nelle sabbie del deserto. Ma su ciò ha scritto oggi, molto meglio di quanto non possa fare io, il direttore di Limes. Al quale rimando quanti vogliano farsi un’idea non del tutto conformistica del futuro della democrazia libica.

A Bologna, piuttosto ci son novità. Anche positive. E mi sembra giusto segnalarle.
Dopo il ripudio dell’improbabile Metro sembra infatti cominciare a disgregarsi con l’attuale abbandono del Civis quel pacco ferro cementizio spacciato per anni ai cittadini elettori come indispensabile ammodernamento del sistema bolognese.

Forza.
Ancora un altro passo  e possiamo togliere di mezzo anche quell’idiozia progettuale che ha portato a concepire il treno volante in una città come Bologna. Per parafrasare il logo di una giusta campagna contro il People Mover potremmo finalmente  tornare con i treni per terra.

Lo spero.

Ad alimentare la mia speranza giunge la proposta della Provincia che , sulla scia di una riflessione aperta da più di cinque lustri, cerca d’inserire la mobilità cittadina entro il quadro del sistema ferroviario metropolitano. Basta guardare la cartina pubblicata oggi dal Corriere Bologna per capire che la soluzione è semplice e fattibile. Si tratta di recuperare un tratto di ferrovia dismesso che può collegare tutti i punti d’interesse strategico, dalla stazione centrale fino alla Fiera e con possibilità d’arrivare fino al Centro alimentare. E’ una vera alternativa a quel buco in terra che si voleva pomposamente denominare Metro e perciò potrebbe/dovrebbe esser finanziato con gli stessi soldi a suo tempo stanziati dal governo.

Tutto ciò a patto che non si apra la guerra tra Comune e Provincia.
La quale s’apre senz’altro se non si mette subito in mora il treno volante. La sua stessa esistenza in vita infatti richiama troppo facilmente la necessità di un suo prolungamento dalla Stazione fino a via Michelino. Non a caso  i costruttori del treno per aria han subito avanzato la perniciosa idea di raddoppiare il danno.

E c’è anche una più grave implicazione.

Se si fronteggiano due ipotesi delle quali l’una è a costo zero per il governo e l’altra no, pare evidente che il suddetto avrà tutto l’agio di abbandonare il campo bolognese.
Il People Mover, infatti è realizzato in regime di finanza di progetto e alla fine sarà pagato nel tempo(immagino circa mezzo secolo o giù di lì) dai bolognesi dato che esiste una clausola contrattuale che prevede l’intervento del Comune , cioè dei cittadini nel caso non si raggiungano determinati risultati di gestione.

Ammetto che i treni possono anche volare. Mi rifiuto ancora di credere che lo facciano anche gli asini. Sembra ovvio, infatti, che di riffa o di raffa alla fine pagheranno i bolognesi.
Danno e beffa insieme.

Dunque sarebbe utile una proficua collaborazione tra Comune e Provincia che non lasci spazio alcuno ad una facile ritirata del governo.

Con l’abbandono del Civis da parte del Comune e con la proposta avanzata dalla Provincia c’è l’occasione di sgombrare il terreno dalle macerie di una lunga stagione di governo, improduttiva e deludente per  voltare definitivamente la pagina nera degli anni novanta.

Se si vuole.

Tra violenti e paraculi

ottobre 18, 2011

Adesso è tutto un condannare la violenza .
M’associo.
Ma non mi basta.
Mi serve anche capire le ragioni di quella violenza.

Naturalmente , a destra, e non solo s’avverte  che capire è come giustificare.

E siamo subito a tre passi dal delirio.
Il sindaco di Roma proibisce con un’ordinanza i cortei per un mese.
Di Pietro straparla. Non è la prima volta che gli accade.
Altri accusano i manifestanti, di non aver organizzato un servizio d’ordine adeguato.
Ho sentito persino in tivvù un tale , deputato della destra, esprimere la propria nostalgia per il tempo in cui il PCI o il sindacato erano in grado di tener a bada i violenti ricorrendo a robusti servizi d’ordine.
E poi c’è chi considerando che altrove in Europa e nel mondo non è accaduto nulla, torna sull’anomalia italiana : “sul piano culturale scontiamo una responsabilità antica,quella di non essere stati capaci di fare i conti con la violenza degli anni settanta”, (Miguel Gotor).

Ma andiamo con ordine.

Sulla base della mia esperienza sono in grado di smentire categoricamente che un qualsiasi servizio d’ordine organizzato da normali cittadini sia in grado di opporsi efficacemente ad un gruppo compatto, e organizzato con logica militare composto da più di cinquecento elementi decisi a tutto. Questa roba fa parte della “letteratura” e del mito del PCI degli anni settanta.

Al massimo fu allora possibile tenere a distanza da un corteo (generalmente con un cordone sanitario posto in coda) coloro che issavano le loro bandiere (piccole) su manici(grandi) di piccone. Salvo che poi, una volta staccatasi dal corteo, costoro andavano comunque allo scontro con la polizia.
Spesso però anche questa tattica è risultata inefficace. Come durante l’assalto organizzato dall’autonomia operaia al palco di Lama alla Sapienza. Una enorme massa d’operai si sbandò di fronte al cuneo composto da un gruppo armato di tondini di ferro e di armi da taglio.

Per dirla con sincerità, non ci si può opporre a mani nude a chi intende agire a mano armata.
Chi afferma il contrario o è un idiota o un ipocrita.

Per questo negli anni settanta mentre da un lato tenevamo alta la retorica degli operai “a mani nude” dall’altro ci trovammo costretti a dover spiegare, in via del tutto ufficiosa, a gruppi selezionati di giovani che conveniva attrezzarsi per non farsi spaccare la testa e proteggere i cortei pacifici.

Ciò comportò automaticamente il subentrare di una logica di violenza privata a fronte della manifesta incapacità dello stato nell’organizzare e applicare il monopolio pubblico della violenza a fini repressivi.

Da qui gli slogan degli autonomi rivolti verso di noi: “via , via la nuova polizia”.
Qualcuno ricorderà…

Violenza a fin di bene?
Mah. Soprattutto obbligata dal contesto.
Mai avuto dubbi su ciò.
Ma comunque accettazione, pur entro una situazione d’eccezione, di una logica speculare a quella dei violenti.

Siete violenti, la polizia non basta a contenervi?
Bene, fate attenzione, noi lo siamo di più.

Se c’è qualcuno che nutre nostalgia per quella stagione, di scontri tra servizi d’ordine, beh non sono certo io.
Sembra esserlo la destra per poter poi denunciare l’opposta violenza.
Ciò che sarebbe successo puntualmente se da quel grande corteo di Roma si fosse risposto alla violenza con analoga violenza.

Comunque negli anni settanta del secolo scorso l’organizzazione di un partito pesante e disciplinato com’era il PCI permise di tener sotto controllo la situazione per impedire che s’imponessero logiche autonome d’azione violenta.

Posso assicurare che non sempre fu facile.

Se sei giovane ti può accadere d’appassionarti alla violenza quando la ritieni legittimata da superiori ragion politiche.

Sembra essere esattamente questo ciò che i nostalgici di destra vorrebbero.

Ed è esattamente questo che bisogna accuratamente evitare.
Ed è stato un bene che a Roma lo si sia evitato. Eppur c’è gente che, con la faccia come il culo, rimprovera a quei giovani proprio questo: di non esser stati violenti a sufficienza.

Rimane aperta la questione delle origini della violenza attuale che s’è vista non solo a Roma ma ancor più a Londra e ad Atene.

E qui conviene non portare il cervello all’ammasso dei facili luoghi comuni.

Per me non esiste alcuna continuità o contiguità storica tra gli anni settanta e la situazione odierna.

Allora si trattava di violenza politica e ideologica,e come tale motivata fino all’avvento delle BR e ,qualche tempo prima a destra, delle formazioni del terrorismo nero.

Ora ci troviamo di fronte con lampante evidenza ad una violenza post-politica e post-ideologica.
Una fenomenologia del tutto diversa sulla quale applicare facili etichette come “centri sociali, black bloc” e via dicendo non aiuta a capire quanto ancora potrà avvenire.
Lo stesso Gotor , lucidamente lo avverte, nel quadro della crisi attuale, nei termini di “uno scatto nevrotico, da cui possono scaturire il gesto violento , privo di ragione, poiché è il prodotto di una sragionevolezza quotidianamente vissuta che non si sa più gestire sul piano psicologico”.

Già.
E’ la disperazione di coloro cui è stato promesso molto e che avverte di non poter avere un bel nulla.
Né oggi ,e neppure domani.
Niente.
Meno di zero.
Non lavoro.
Non salario o stipendio decenti.
Non più protezione sociale.
Nessuna possibilità di autorealizzazione tramite studio o/e lavoro.

Ricordate quando s’incitavano i giovani a farsi imprenditori di sé stessi nell’ambito della rivoluzione neoliberista andando oltre le vecchie ideologie novecentesche?

Beh adesso, dopo che tutti i sogni son svaniti, c’è il rischio che rimanga a tanti di loro solo la disperata suggestione di farsi imprenditori di violenza.
Violenza pura, da esercitare ad ogni possibile occasione. In ogni possibile contesto.
Violenza nuda e cruda senza orpelli ideologici.
Destra o sinistra non importa.
Son tutti uguali,  chissenefrega.
Resta solo da sfasciare un presente che ha già abolito il futuro.

C’è da capire a questo punto chi può arginare, contenere, isolare questo scatto violento.
Penso lo possa fare proprio quel movimento che era a Roma e in tante città d’Europa e del mondo.

Ma potrà farlo non certo con i servizi d’ordine, bensì con l’insistenza, nient’affatto ingenua, nel delineare un’alternativa al brutale dominio del capitalismo finanziario sulla vita di ciascuno.

Il paraculismo e il paternalismo degli Obama e dei Draghi non basterà ad ottundere una certezza ben presente in quel movimento.

La certezza che la democrazia è ormai svuotata e la politica esangue, sottoposte entrambe alla legge della finanza globalizzata e che dunque s’impone un cambiamento d’epoca. Qualcosa che assomiglia ad una svolta di civiltà.

Da qui potrebbe e dovrebbe ripartire anche la politica.
E la sinistra.
Senza sperare di addomesticare lo spirito, di fatto, antagonista rispetto all’attuale modello di sviluppo che anima ormai, sia pur con diversi gradi di consapevolezza, una larga parte dell’opinione pubblica.

La rivoluzione liberale non c’è stata.
Conviene pensare in termini di rivoluzione democratica.

E fare in fretta.
Con ottiche e proposte nuove e diverse, dotate di quella radicalità necessaria a fronteggiare un disastro sociale evidentemente incombente .
Mi par l’unica via per dare rappresentanza politica ad un movimento che riesce ancora  a sfuggire alla morsa in cui lo vogliono stringere violenti e paraculi.

Ideologie…

ottobre 13, 2011

E veniamo alla sussidiarietà.
A Bologna dopo l’omelia del Cardinale ferve il dibattito.
Il segretario del PD bolognese non usa mezzi termini. Sembra reduce da una dieta a base di bistecche di leone quando afferma che coloro che si oppongono al passaggio dei servizi ai privati, “un’opportunità da cogliere fino in fondo”, non son altro che dei poveracci avvelenati dall’ideologia.

Ecco, finalmente, l’ideologia.

Ne vogliamo parlare?

Quella che ha prevalso dall’inizio degli anni ’90 e che raggiunge il suo culmine in questo tempo di vacche magre per le casse pubbliche si riassume, senza forzatura alcuna, nel seguente motto: tutto ciò che è pubblico è inefficiente e di pessima qualità, tutto ciò che è privato è , al contrario, efficiente e di ottima qualità.

Tutto ciò essendo entrato nel senso comune rende possibile oggi, chiudere con una mano il rubinetto del finanziamento agli enti locali (è il federalismo bellezza!) e spalancare, più ancora del passato, la porta ai privati.
E per di più in condizioni di assoluta debolezza.

Ora, io non voglio opporre ideologia ad ideologia.

Solo chiarire che un sommo esempio di sussidiarietà, è dato dal fallimento del San Raffaele, la nota struttura ospedaliera d’eccellenza (ovvio) guidata da un prete a quanto pare un tantino spregiudicato.

Il pubblico ha sussidiato con soldi a palate quella struttura.
Senza quei soldi, i nostri soldi, Don Verzé, con quella faccia che si ritrova, non avrebbe certo potuto dispiegare tutta la sua geometrica potenza politico elettorale.

Insomma se la sussidiarietà consiste nell’elargizione di finanza pubblica ad iniziative private, mi par una fregatura pura e semplice. Più o meno come la cosiddetta “finanza di progetto” nella costruzione di opere pubbliche che costituisce, non a caso, un altro aspetto della medesima ideologia.

Naturalmente so bene che le cose sono “complesse”.

C’è, ad esempio, un problema di rapporto tra costi e qualità, valutando il quale per alcuni servizi può esser senz’altro utile aprire all’iniziativa privata. Ma per assicurare la qualità voluta dal sistema pubblico è assolutamente necessario che quest’ultimo tenga le mani in pasta nella stessa GESTIONE di quel particolare servizio o attività.

L’idea che si possa controllare dall’alto e da fuori secondo standard di qualità prefissati è semplicemente illusoria. Oppure è una pietosa balla che serve a mascherare la propria impotenza.

Mi spiego.

Una società mista pubblico privato come Seribo (refezione scolastica) sembra ben funzionare recando anche un utile di gestione al Comune di Bologna proprio perché il pubblico mantiene la sua prevalenza e ne nomina il Presidente lasciando ai privati l’amministratore delegato. Ma il pubblico ,in questo caso, interagisce di continuo, in tempo reale (e so quel che dico, e lo sa anche Donini) con il privato impicciandosi anche dei minimi dettagli. Niente viene fatto senza l’accordo preventivo con chi rappresenta l’interesse del Comune e contemporaneamente dell’utenza.

Se in altri campi, magari non ancora esplorati, qualche privato può e vuole associarsi al pubblico fornendo oltre ad un servizio di qualità concordata anche un UTILE di gestione al Comune ben venga.

Se invece , com’è spesso accaduto in questi anni sull’onda del “privato è bello”, ci si vuol appropriare di funzioni pubbliche per meri ed esclusivi scopi di profitto privato , beh allora rientriamo nel campo della sussidiarietà ideologica e malandrina del San Raffaele.

Ma questo sol per chiarire che in verità l’ideologia della sussidiarietà viene usata dalla destra (e molto spesso dalla chiesa) come un grimaldello politico per aprire la cassa pubblica ai privati e non per supplire generosamente alle indubbie difficoltà e/o carenze del sistema pubblico.

Se si vuol andar oltre le ideologie, bisogna ammettere che in Italia , storicamente, quel tanto di sussidiarietà tra pubblico e privato che s’è introdotto nella gestione dei pubblici servizi è risultato soprattutto utile alla costruzione di veri e propri sistemi di potere.
Privati naturalmente. E spesso d’ordine confessionale.

Comunione e Liberazione tanto per parlare di qualcosa di noto e conosciuto non potrebbe essere quella potenza anche economica che in effetti ancor oggi è senza quel continuo drenaggio di soldi pubblici di cui s’è dimostrata capace.
Eh già ci son molte e diverse cose sotto il mantello delle ideologie.
E molto spesso i preti con l’ideologia della sussidiarietà ci vanno a nozze.
Anche se non potrebbero.

Mangiapreti?
Macché.
Credo d’esser stato uno dei primi amministratori molti anni addietro a contribuire attivamente, anche sul piano finanziario, alla nascita di una comunità per il recupero e cura dei tossicodipendenti in un rapporto diretto con la Chiesa bolognese.
Non son mai più passato da quelle parti ma penso funzioni bene ancor oggi.

Il fatto è che, adesso, s’approfitta della difficoltà degli enti locali per lanciare una vera e propria OPA ostile al sistema pubblico sottoforma di sussidiarietà.

Per quello che conta non sono d’accordo anche se non ho difficoltà a capire le ragioni politiche (e ideologiche?) che portano invece il PD a premere su quest’acceleratore.

Capisco.
E perciò non condivido.

Capitalismo reale.

ottobre 10, 2011

Non so come finirà la contesa aperta nel PDL. E neppure quale sbocco potrà avere la lotta sorda aperta dalla nascita nel PD.
Nel novero delle cose possibili ci sta che la coppia Scaiola- Pisanu, con l’appoggio esterno di Formigoni , imponga il famoso “passo indietro”.
Casini a quel punto diventa determinante e il PD dovrà portar acqua ad un governo di fine legislatura ormai da tutti invocato.
Come dice Bersani bisogna “tenersi larghi”.
Può pure succedere che ,grazie allo straordinario successo nella raccolta delle firme per il referendum elettorale ,s’impongano le elezioni anticipate.
Ma è presto per definire un possibile scenario.

In ogni caso quel che davvero manca è un’idea alternativa, sul piano economico e sociale.
Molta manovra e poca o nulla prospettiva. E’ la ragione per la quale il 30% degli elettori non è ancora disposto a recarsi alle urne.
La maggioranza è ormai in piena decomposizione , ma l’opposizione, nonostante il favore dei sondaggi, non è ancora in grado di parlare al paese.

I soggetti forti sembrano essere piuttosto la Confindustria e, di nuovo, la Chiesa.

Alla fin della fiera, Confindustria e imprenditoria preparano la successione al regime. Come molte altre volte hanno fatto nella storia d’Italia.
Da qui l’iniziativa di Della Valle e il protagonismo di Montezemolo entro il recinto tracciato dal manifesto confindustriale.

La “razza padrona” s’appresta a dar le carte ,ancora una volta. O, almeno ne ha l’ambizione.

Tutto sbagliato.
E inefficace.

Senza una politica forte non s’andrà da nessuna parte.

E , si faccia molta attenzione, per favore.
Non a caso i padroni del vapore s’associano al facile e popolarissimo attacco alla casta.

Si preparano brutti tempi.

D’altro canto da dove potrebbe venire una nuova credibilità della classe politica?

Vedo una sola possibilità.

Quella di reagire col massimo di vigore – magari dopo aver tolto di mezzo l’osso che si offre strumentalmente al popolo incazzato, ridimensionando entro limiti accettabili e decenti le proprie prerogative- al modello di capitalismo imperante.

C’è un capitalismo per così dire teorico, un modello puro dove tutto gira secondo i crismi del libero mercato, con le sue regole e i limiti sociali imposti dalla politica in nome e per conto dell’interesse generale e comune, e c’è il capitalismo reale.

Quel capitalismo finanziario e di rapina che ha messo ormai in ginocchio la democrazia ovunque nel mondo.
Da tempo il nodo di una democrazia imbelle è venuto al pettine anche in occidente.

Forse un partito che ha voluto definirsi democratico dovrebbe occuparsi proprio di questo. Ma lasciamo stare…

In giro per l’Europa , nelle sue istituzioni ad ogni livello, in ogni documento, presa di posizione, insomma nel lessico politico corrente , contenuto enfaticamente anche nei trattati dell’Unione, il capitalismo reale è coperto e tenuto al caldo dall’ingannevole definizione di “economia sociale di mercato”.

Economia sociale di mercato.
Suona bene, e rassicura.

Solo, non esiste.

Anche il buon e inoffensivo Barroso al suo secondo mandato a capo della Commissione ( che dovrebbe essere il governo europeo o , almeno concorrervi), diventato presidente grazie al fatto di aver perso a suo tempo le elezioni in Portogallo ha cercato nel solenne discorso sullo stato dell’Unione di mettere un pochino di carne al fuoco dell’economia sociale di mercato.
Nel seguente modo: Eurobond+ tassazione omogenea del risparmio a livello europeo+Tobin tax.

Naturalmente i governi hanno fatto orecchie da mercante.
Non esistono le istituzioni politiche in grado d’imporre scelte di questo tipo.
Per la semplice ragione che il capitalismo reale che ha in ostaggio i governi nazionali si oppone a qualsiasi idea di governo sovranazionale. In Europa come altrove. Del resto il capitalismo reale ha già le sue istituzioni nel FMI e nelle banche centrali, quella mondiale , oltre alla Federal Reserve e alla BCE.

Tramite questi strumenti operativi il capitalismo reale ha imposto in passato la sua logica di rapina, molto spesso apertamente criminogena.
L’elenco delle malefatte è lunghissimo e ben noto.
Il capitalismo reale andrebbe sottoposto a processo per crimini contro l’umanità per aver provocato morte e distruzione ai quattro angoli del pianeta.

Ci vorrebbe una nuova Norimberga.

Così stando le cose del mondo, in Italia si continua a menar il can per l’aia attendendo un decreto per lo sviluppo a costo zero!
Roba da matti.
Tant’è vero che si pensa a procedere, realisticamente attraverso i soliti condoni.

Ho scritto realisticamente poiché l’alternativa apparente è solo quella di Confindustria: ridisegnare al ribasso i rapporti di forza tra capitale e lavoro con il contentino di una ridicola patrimoniale che Visco giustamente stima in un paio di miliardi o poco di più.

In tal contesto, in Italia e in Europa, chi eventualmente volesse opporsi ad un declino annunciato che presto sfocerà in una disastrosa recessione dovrebbe anzitutto denunciare, senza mezze misure e timori e tremori, il fatto incontrovertibile e ben documentato che il capitalismo reale è nemico giurato della società.

Partire da qui. Ecco. Sarebbe già una mezza vittoria.
E poi delineare un progetto alternativo assieme a quanti nel mondo già da tempo s’oppongono, a livello statuale, continentale e sociale alle logiche finanziarie e monetariste.

Su questo terreno vengon buone le proposte di Barroso.
Ma bisogna crederci.

E’ del tutto realistico e assolutamente fattibile tassare i movimenti di capitale e recuperare risorse per lo sviluppo senza attendere una generica e ormai illusoria possibilità di crescita per le solite vie.

Maurizio Ricci sul supplemento finanziario di Repubblica ha spiegato bene che il modestissimo 0’1% della Tobin Tax proposta da Barroso comportando “L’obbligo di registrare e tassare le transazioni rallenterebbe il frenetico rimbalzare degli affari nel mondo dei mercati computerizzati. Quel fast trade fatto di migliaia di operazioni che si concludono al ritmo dei nanosecondi ,gestiti dagli algoritmi dei software finanziari” , facendo notare anche che alla City di Londra viene già applicato un bollo dello 0’5% sul traffico delle azioni.
Ciò comporterebbe meno volatilità e meno occasioni per la speculazione aprendo spazi per investimenti nell’economia reale a lungo termine.

Certo , in Italia resta la questione enorme del debito.
Si tratta di decidere chi lo deve pagare, nelle giuste ed eque proporzioni.
Da qui la patrimoniale concepita da Modiano per spezzare la spirale perversa della crescita esponenziale degli interessi sul debito.

Ciò di cui si discute invece è tutt’altro.
Pannicelli caldi e propaganda a buon mercato.

E quando e se si giungerà al famoso governo di fine legislatura ,ebbene esso sarà ostaggio ancora una volta di chi oggi cavalca l’antipolitica dopo aver sostenuto, sia pur a fasi alterne, la rivoluzione liberale e fiscale di Berlusconi.

Temo che il programma di quel governo non si discosterà di molto dalle solite litanie confindustriali su privatizzazioni, liberalizzazioni e ulteriori deregolazioni del mercato del lavoro cui s’aggiungerà la svendita del patrimonio pubblico e la liquidazione progressiva di ciò che resta del welfare.

Dopodiché saremo fuori dalla crisi.

Nudi e poveri alla meta.