Archive for febbraio 2012

Una buona notizia.

febbraio 21, 2012

Ancora qualche anno addietro (quand’ero in servizio) mi sforzavo di chiarire che andava demistificata l’idea perniciosa e falsa secondo cui il debito di uno stato può esser paragonato al debito di una famiglia. La sciocchezza da bar dello sport che riecheggia ancor oggi ad ogni piè sospinto in qualsiasi talk show.

Da qui cercavo ,inutilmente, di chiarire che non è in alcun modo possibile ed anzi è del tutto fuorviante e malandrino l’approccio in base al quale i sacrifici di oggi servirebbero a togliere dalle spalle delle generazioni future l’elevato debito procapite.

Inutilmente perché uno dei luoghi comuni del pensiero unico secondo cui noi viviamo da sempre al di sopra delle nostre possibilità ha attecchito col suo banale buon senso nelle teste di molti anche a sinistra.

Del resto, le mie argomentazioni erano, come sempre, più basate sullo studio della storia e sulla intuizione politica con relativa e spicciativa irruenza che non su solide competenze in campo economico/finanziario.

E comunque il mainstream era sempre quello che dettava legge. Si son fatti debiti e dobbiamo comportarci come il buon padre di famiglia: ripagarli con i relativi interessi.

Questa storia del buon padre di famiglia nella sua insulsaggine ad uso e consumo del popolo mi faceva regolarmente uscire dai gangheri al punto da andare spesso fuori misura nel contrastarla.

Anche adesso quando sento parlare i “tecnici” spesso mi salta la mosca al naso. Sono supponenti, spesso arroganti. Come dice la Fornero a chi gli chiede cosa intende fare sull’art 18 :”Lei vorrebbe sapere subito il voto che prenderà alla fine”.

Ma vai a ca…..verrebbe da dire.

Oppure Super Mario che alla borsa di Milano chiarisce che se la trattativa sul lavoro si chiude con l’accordo sulle sue posizioni, bene, altrimenti bene lo stesso dato che si procederà comunque.

E avanti con i compiti per ridurre il debito mentre la banca d’Italia prevede un calo del PIL dell’1’5% nel 2012.

Insomma tutto in linea col pensiero unico.

C’è la recessione?
Bene noi deprimiamo ulteriormente la domanda anche abolendo la cassa integrazione straordinaria.
Insomma si deve essere puniti dato che si son perse di vista le buone regole del buon padre di famiglia.

C’è invece,oltre atlantico, chi finalmente approda all’idea che il deficit non è necessariamente un peccato.

Ce ne informa Rampini da New York.

Sembra che il figlio di John Kenneth Galbraith cappeggi un gruppo di economisti di un qualche valore secondo i quali la crisi non si cura con l’austerity. E’ la Teoria Monetaria Moderna (MMT) la quale considera alla stregua di ciarpame ideologico tutto il combinato disposto messo a punto in Europa per fronteggiare il debito da Maastricth in poi.

Secondo costoro va demistificata la falsa equivalenza tra il bilancio di uno stato e quello di una famiglia.
Li abbraccerei.

Alla buon’ora!

Aggiungono, costoro, che in tempi di recessione bisogna fare l’esatto contrario di quanto si fa in Europa: più spesa pubblica e più debito da finanziare da parte delle banche centrali.

Rampini c’informa inoltre che la teoria Monetaria Moderna appare “ben più radicale del pensiero keynesiano di sinistra” e che va oltre quanto vanno predicando da sempre i due premi nobel Stiglitz e Krugman.

Vedremo.

Se son rose fioriranno.

Io intanto resto fermo a leggere(studiare sarebbe supponente nel mio caso) tanto Krugman che Stiglitz.

Ciò nondimeno cominciano ad aprirsi crepe nella pesante cappa di piombo di un pensiero idiota e criminogeno che ha dato tanto agio a quelli che Obama ha definito come terroristi della finanza.

Insomma, Rampini ci dà una buona notizia.

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Mica siamo la Grecia.

febbraio 20, 2012

Mentre si celebrano i fasti mediatici di Monti, dalla sua tournee americana al parlamento europeo, e si affonda la Grecia senza un battito di ciglia,val forse la pena ritornare sul monito giunto qualche tempo fa dalla perfida Albione.
Un monito passato alquanto inosservato e tuttavia tanto originale quanto difficile da aggirare.
Alludo all’articolo di James Harding direttore di The Times tradotto e pubblicato da Repubblica.

Si tratta della più forte e puntuale critica al “fiscal compact” che si è fino ad ora avanzata.

Il direttore di The Times non s’avvita in giri di parole:

– Chiedere alla Grecia di ripagare i suoi debiti tagliando a tutto spiano non funzionerà.
-Chiedere alla Germania di pagare per gli stati del sud non funzionerà.
-Un’unione delle politiche di bilancio senza un consenso politico non funzionerà.
-Cercar di ottenere il consenso politico senza un’unione politica non funzionerà.
-E cercare di ottenere l’unione politica senza il consenso politico non funzionerà.

In sintesi : “ l’euro non funzionerà senza una rivoluzione del sistema di governo europeo.

Già.

Il marchingegno fiscale costruito in pompa magna a Bruxelles è solo un modo , pessimo, per prender tempo con il rischio concreto che la deriva dell’euro produca in automatico i suoi effetti con un netto ridimensionamento dell’eurozona.

In quest’ultimo caso non mi pare del tutto scontato un vantaggio del progetto egemonico della Merkel.
Certo si può immaginare che una Germania, con ambizioni di potenza globale, possa puntare tutto sull’esportazione verso paesi extraeuropei.
Già adesso l’export tedesco comincia a rivolgersi sempre più verso la Cina, gli Usa e in genere l’area del BRIC che non verso l’Europa.
Tuttavia se non ci si oppone alla recessione in atto con un’inversione netta delle politiche sin qui seguite anche le ambizioni della Germania saranno sottoposte a dura prova.

Forse per questo la Merkel, dopo aver imposto manu militari il rigore di bilancio ha fatto balenare l’idea di “più Europa per uscire dalla crisi”(discorso di Berlino del 7 febbraio).

O forse è solo tattica.

Anche perché la provocazione di Harding :” creare uno stato democratico guidato da politici tenuti a rendere conto ai cittadini del loro operato” cioè nientemeno che la costruzione di un’Unione Federale come condizione per governare la moneta unica, incontra attualmente un’ostilità diffusa anche tra i cittadini europei grazie ai fallimenti di un intero decennio.

Qualcuno forse ricorderà il manifesto di Lisbona 2000: “fare dell’Europa l’area economica più competitiva del mondo con la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro”.
Sembrano trascorsi cent’anni.

Per inciso osservo il paradosso di una Germania che dalla riunificazione in poi sembra lasciarsi alle spalle la sua vocazione europeista mentre giungono proprio dal Regno Unito- da sempre intransigente oppositore di ogni avanzamento dei processi comunitari- curiosi e sospetti appelli a fare quella rivoluzione politica che neppure s’immaginò all’epoca della decisione sulla moneta unica.

In Italia intanto s’accredita a Monti l’intenzione e la possibilità di portare la Merkel a più miti consigli per quanto attiene alla gestione del debito.

Probabile che tale sia la tattica montiana.

Si tratta in ogni caso di perseguire un obiettivo minimo che non dice nulla sull’Europa che verrà.

Da quel pochino che credo di capire Monti è, per cultura ed esperienza, essenzialmente l’uomo del mercato, convinto della necessità di spianare ogni “ostacolo” sociale all’avanzamento di un mercato unico, integrato e dunque efficiente e  provvidenziale.

Non contano, in questa visione, politiche economiche e strategie industriali comuni, quanto piuttosto regole fiscali volte a regolare la concorrenza e perciò stesso tese a far crescere competitività.
Temo che in cuor suo Monti consideri la rivendicazione degli eurobond ,( quelli alla Delors per intenderci), come una caccia alle farfalle.

Non a caso,il presidente del consiglio negli Usa, si è a lungo soffermato nella descrizione dello smantellamento del sistema previdenziale e sull’imminente ulteriore riforma del mercato del lavoro allo scopo di togliere di mezzo ogni residua rigidità.
La quale rigidità come ognuno sa è immaginata , ideologicamente descritta e illustrata, ma del tutto inesistente da molto tempo a questa parte.
Ma non importa.
Anche il modesto scalpo dell’Art 18 va gettato ai piedi dei mercati.
Un atto di “buona volontà” e un’ulteriore esibizione di forza volta a rendere simbolicamente affidabile l’Italia tramite una disciplina ferrea del corpo sociale.
Mica siamo la Grecia come ha chiarito anche Napolitano. Peccato che proprio la Grecia abbia dato nome all’Europa.

Bah. Adesso, sarebbe il momento della sinistra europea.
Per sollevare il capino.

Il momento per tornare ad intestarsi , l’idea di un’Europa politica sottoposta al giudizio dei cittadini come unica condizione per opporsi in modo non velleitario allo smantellamento puro e semplice del modello sociale europeo sotto le mentite spoglie di una sua riforma.
Come sempre non si tratta di esser contro il mercato ma di tornare a consideralo un mezzo e come tale fortemente condizionato da politiche pubbliche connesse ai bisogni dei cittadini. Questo peraltro, come si sa, è tema globale e ineludibile per chi voglia ridare senso alla rappresentanza politica.

Ho spiegato qualche tempo fa quanto sia complessa, anche tecnicamente, la via di una riforma dei trattati dopo i fallimenti cumulati, e quanto tempo sia occorso  per partorire un topolino come quello di Lisbona.

Mi domando adesso se non siano possibili forme nuove e incisive di coinvolgimento degli elettori.
Mi rispondo che bisognerebbe provarci avanzando intanto un progetto politico rinnovato per l’Europa.

A tal fine non è sufficiente eleggere un parlamento, bisogna anche che il parlamento elegga un governo e che questo governo possa contare su di un bilancio europeo.

La delega in bianco a Monti, o a chi per lui in futuro, non serve a questo scopo .

Anzi è dannosa.

Corrisponde ad una sospensione della politica democratica ,quella dei partiti  che s’è sin qui, nella storia, incaricata di dar forma e sostanza alla democrazia.

Il pericolo,nell’autismo della sinistra della sinistra europea e italiana a fronte del destino dell’Unione, risiede proprio nell’eventuale, probabile, passaggio dalla democrazia incentrata sui partiti ad una democrazia affidata alle tecnostrutture che hanno sempre prosperato entro un ’Unione politicamente fragile orientata alla strategia dei piccoli passi dei padri fondatori, al netto della concessione, dovuta, alla visione federalista di Altiero Spinelli.
In quest’ambito si situa il peccato originale di Maastricht : da cosa nasce necessariamente cosa, si fece mostra di pensare.
Una casa comune progettata a partire dal tetto (la moneta) per poi costruire in un tempo indefinito e nebbioso le fondamenta (le istituzioni di governo). Con in più un grande e frettoloso allargamento ad est e con quel muro di gomma dura alzato ai confini con la Turchia.

A questo punto il passaggio ad una democrazia delle competenze (tecno democrazia) provvisoriamente funzionale alle ambizioni geopolitiche di Germania , Francia e Regno Unito nel mondo dell’economia globalizzata, appare inevitabilmente destinato a ridestare i nazionalismi e a incentivare, a partire dalla Grecia stremata, le varie formazioni di “nuova democrazia” (che contengono in nuce nuovi fascismi) di stampo populistico.

Il campo europeo rischia d’esser tenuto in futuro da due nuovi blocchi di forze: l’uno organizzato, seppur con sfumature e interessi diversi, intorno agli imperativi del capitalismo finanziario, l’altro aggregato in una reazione nazional-popolare, sull’onda della quale avviare persino una sorta di Roll Back nei confronti delle politiche comunitarie e degli accordi sovranazionali fin qui consolidati.

Sono, quest’ultimi, i nuovi No Global che s’avanzano sulla scena dopo che la sinistra ha contribuito ad isolare tutti i movimenti New global con la sua, ormai lontana e consolidata, rinuncia ad una critica radicale alla globalizzazione eterodiretta dal capitale finanziario.

La tristezza che s’accentua, in questo quadro assai poco consolante, si riassume nella sfida che s’avanza con perfidia  proprio da quel cavallo di Troia che ha sabotato con ogni mezzo la costruzione dell’Europa : fate la rivoluzione politica ..se ci riuscite.

Già.
Questa sfida suona,paradossalmente,(considerato il pulpito) come ultimo appello alla sinistra europea.

Non è detto venga raccolta.
Anzi.
Mica siamo la Grecia..mica siamo europei….

PS. Intanto nel PD avanza l’idea di una resa senza condizioni : candidare Monti, col suo 55% di consensi virtuali. Auguri.

Fanti.

febbraio 12, 2012

La prima volta che ho visto Guido Fanti era estate.
Sala Rossa di via Barberia. Campeggiava ancora, incisa su una stele di vetro l’ode al partito di Majakovskij: ”Il partito è un uragano di voci flebili e sottili e alle sue raffiche crollano i fortilizi del nemico….”.

Poesia che riassumeva bene ,così pensavo allora e anche adesso ,una delle caratteristiche del PCI emiliano. Disciplina, fedeltà, dedizione stalinista alla causa comune incarnata dalla militanza nel partito, perche l’uomo è facile preda quando è solo, ma “quando dentro il partito si uniscono i deboli di tutta la terra, arrenditi nemico, giaci e muori”.

Ma già il corso di quella riunione- cui ero invitato ad assistere senza diritto di parola in qualità di giovane studente – fece emergere tutt’altra anima del partito bolognese ed emiliano, proprio nelle parole di Fanti .

Parole come progetto, programmazione, governo dello sviluppo nel rapporto tra Comune di Bologna e politiche regionali.
Assistevo ad uno scontro tra Bologna e il resto del mondo e Fanti andò giù duro nel rivendicare scelte di governo locale che andavano prese ad esempio, senza mezze misure, in tutta la regione, la quale peraltro in quanto istituzione elettiva non esisteva ancora.

Metodo stalinista e sostanza socialdemocratica,pensai.

Rividi quell’uomo poco tempo dopo.
Ho rievocato con lui ancora di recente quell’episodio.

Aldini Valeriani alla prima occupazione.

Il sindaco Fanti grazie alla nostra insistenza di figiciotti veniva in visita per rendersi conto della situazione e anche (nelle nostre intenzioni) per darci una mano contro le sparute componenti estremiste del movimento.
Lo attesi davanti al portone d’ingresso per sconsigliarlo con brutalità eccessiva volta a superare la timidezza, dal “venire a fare il pompiere”.

Ma non ce n’era bisogno. Fece invece l’incendiario chiarendo che se noi incontravamo il sindaco era perché avevamo alzato la voce, ci eravamo fatti sentire.
Ed era così che bisognava fare per rivendicare i propri diritti.
Un diavolo d’uomo pensai, mentre concludeva tra gli applausi invitando a cercare lo “sbocco politico” alla nostra sacrosanta lotta.
“Ricordatevi ,dovete ottenere qualcosa, magari non tutto, come condizione per lo sviluppo del vostro movimento”.

Fantastico. La nostra egemonia di FGCI sul movimento era stabilita e l’accusa di “revisionismo” spuntata.
Fu così che superai di slancio , grazie a Fanti , le residue perplessità e m’iscrissi al PCI.

Molti anni più tardi mi scontrai duramente da segretario regionale del neonato PDS con Fanti allorché propose di costituire un gruppo politico unico in Regione all’insegna dell’Unità Socialista.

Lo attaccai duramente nelle conclusioni di un direttivo regionale. Tanto duramente che mi vennero ogni sorta di cattivi pensieri.
Lo scontro era stato così aspro che mi rimproverai per non aver tenuto conto che Fanti aveva avuto un infarto.
Rimuginai a lungo e poi mi decisi a chiamare Antonio La Forgia che aveva sempre mantenuto con Fanti un rapporto di amicizia .

-Come sta Guido?
-Sta benissimo mi ha detto che si è molto divertito….

Ah beh.
Così era la stoffa dell’uomo.
Ci voleva altro per impensierirlo. Altro diverso da me . Di sicuro.

L’ultima volta che ci siamo visti nella sua casa di via Zamboni aveva una gran voglia di parlare.
Aveva appena avuto un problema di cuore mentre era solo in casa.

-Ho chiamato Pinelli che m’ha detto di farmi ricoverare, ma sono solo andato per un controllo e poi son tornato.
Lo aveva accompagnato in auto Sergio Caserta che gli è stato molto vicino negli ultimi tempi. E da qui mi ha spiegato la “logistica” del suo infarto di tanti anni prima.

-Stavo per imbarcarmi a Bruxelles quando ho sentito come un pugno forte sul petto e un dolore acuto. Ho capito subito e allora mi son infilato nell’aereo per Roma e poi son andato dall’aeroporto direttamente all’ospedale.

Breve parentesi e poi abbiamo continuato a parlare della politica locale.

Voleva assolutamente che mi dessi da fare in qualche modo.
Ma questa è un’altra storia.

Guido non mollava , mai.
Non concepiva neppur l’idea di starsene inattivo.
E’ stato sulla breccia fino all’ultimo.

Ed è giusto e doveroso che oggi i giornali ricordino che quasi tutti i progetti innovativi che hanno costruito il mito di Bologna risalgono di fatto al suo impegno e alla sua intelligenza.

Ha fatto il sindaco per solo quattro anni, ma ha influenzato la vita di una città per i 30 anni successivi.

Fino a che è subentrata la decadenza.
Ma questa è ancora un’altra storia.

Mi mancherà.

Il comandante Schettino.

febbraio 9, 2012

Torno a spulciare i giornali dopo una moratoria impostami dal senso d’impotenza e di inutilità nei confronti di un mainstream che non lascia ormai più spazio alcuno a chi si pone all’esterno della macchina informativa.
La manipolazione del senso comune a ridosso del governo dei tecnici ha ormai raggiunto vette difficilmente scalabili.

Gli imperativi dell’economia della finanza la fanno ovunque da padroni.
La politica specie dopo la gabbia di ferro imposta dalla Germania all’intera Europa con il cosiddetto fiscal compact si è consegnata a tempo indeterminato alle ragioni della finanza.

Giunge alle sue logiche conclusioni un lungo ciclo forse inaugurato nel 1992 da Bill Clinton con il suo: “It’s the economy,stupid”.

In realtà lo slogan fortunato, elaborato dalla staff di Clinton per la campagna elettorale contro Bush padre, mirava in quella contingenza a riportare attenzione sui temi economici che stavano a cuore all’elettorato ben più della presenza americana nel mondo.

E tuttavia, quantomeno per coincidenza , si aprì allora il lungo cammino che ha portato la politica a sottoporsi alla dittatura della finanza globale.

Ciò non significa che la politica sia morta, né che nella globalizzazione siano scomparsi gli stati –nazione, come s’è detto troppo presto e superficialmente.

Si è aperta invece una dura lotta per l’egemonia, anche in Europa dove la colpevolizzazione unilaterale e persino la riprovazione morale nei confronti dei paesi debitori consente alla grande e virtuosa Germania di prendere le redini del comando a spese della costruzione politica europea.

In tal contesto se il debito sovrano dei paesi “maiali” come l’Italia non vi fosse , sarebbe utile (per la Germania) inventarlo.

E’ solo grazie a quel debito , che s’è a suo tempo persino sotterraneamente incentivato nel caso della Grecia, che oggi la Tedesca può imporre a tutti di fare i compiti a casa mentre s’adopra a far divenire sempre più la Germania una potenza globale.
A nostre spese.

Insomma la Tedesca fa politica.
Eccome se la fa.

E, infatti, s’impegna apertamente nella campagna elettorale francese tenendo al guinzaglio il buffo Sarkosy e contemporaneamente loda il nostro Monti per la disciplina teutonica che impone in Italia.
Eh già!
L’inflessibile Robespierre della rivoluzione liberale di mercato, alla stregua di un novello grande timoniere ce le canta chiare a noi italiani: “ I governi politici hanno avuto troppo cuore” .
Adesso si cambia musica.

Basta con il “noioso” posto fisso, che vuol dire basta con la pigrizia di operai e impiegati che non vogliono assumere alcun rischio nella meravigliosa avventura , densa d’opportunità, che è garantita da un buon funzionamento del mercato.
E basta con gli sfigati che si laureano a 28 anni s’avanza (con la faccia come il culo)  tal Michel ,un figlio d’arte allevato nella bambagia al pari degli altri figli dei “tecnici”.

E dunque avanti con le liberalizzazioni …..da operetta.

Tanta immagine niente sostanza come ha ben intuito Berlusconi col quale s’è evidentemente stretto un patto di non belligeranza.

Son tecnici mica stupidi.

In verità dopo la liquidazione della previdenza pubblica e dopo la grande riforma del mercato del lavoro gli unici ad esser gettati in pasto al mercato e alle logiche finanziarie saranno quel 44,8% di figli di operai che secondo le statistiche “ristagnano” battendo il passo sul posto. Sempre quello. E quel 22,5% di piccoli borghesi che “scivolano” sempre più giù nella scala sociale.

A meno che non si creda all’ oscena barzelletta liberista secondo cui ,come nel sogno americano, tutti possono arrivare in alto sol che lo vogliano.

Strano mondo quello in cui viviamo e nel quale si vuol integrare l’Italia e l’Europa senza colpo ferire.

Si aprono davvero meravigliose opportunità.
Se hai basso reddito e un lavoro precario puoi sempre farti tatuare un logo sulla pelle .
Ti fai marchiare a vita.
Diventi un “ebreo” per avere uno sconto dalla nazi –economia.

Oppure, se ti trovi in migliori condizioni sociali ,tramite la Deutsche Bank, puoi investire scommettendo sulla morte di un gruppo selezionato di persone anziane e malate.

Certo, tutto ciò non ha direttamente nulla a che fare con la situazione italiana.

Intanto il signor Spread, grazie alla disciplina sociale introdotta dai tecnici sta scendendo.
E’ una gran bella cosa.

O no?

Intanto la politica dei partiti s’occupa di riforma elettorale con sbarramento al 10%.
Altra gran bella cosa dopo che s’è chiusa la stagione delle speranze referendarie.

O no?

Tutto bene.

Salvo che l’economia detta “reale” , quella che fornisce pane e companatico sotto forma di reddito, sembra destinata a colare a picco nei prossimi anni.
Dato che non si capisce come e quando ,dopo il grande salasso effettuato dai “tecnici” ci si potrà risollevare.
Una generazione?
Forse.

Non tanto di meno,comunque.

A questo punto credo che il governo dei tecnici dovrebbe cominciare , doverosamente, a pensare di ricandidarsi a governare presentandosi alle prossime elezioni, magari col supporto di partiti che lo sostengono attualmente.

E’ giusto che i “tecnici” nella loro civile generosità,non disgiunta da un’incivile arroganza, s’accollino anche gli oneri di una lunga stagione di cupa recessione.

Tanto per non essere accusati d’abbandonare la nave mentre affonda.

Come è successo al comandante Schettino.