Mica siamo la Grecia.

Mentre si celebrano i fasti mediatici di Monti, dalla sua tournee americana al parlamento europeo, e si affonda la Grecia senza un battito di ciglia,val forse la pena ritornare sul monito giunto qualche tempo fa dalla perfida Albione.
Un monito passato alquanto inosservato e tuttavia tanto originale quanto difficile da aggirare.
Alludo all’articolo di James Harding direttore di The Times tradotto e pubblicato da Repubblica.

Si tratta della più forte e puntuale critica al “fiscal compact” che si è fino ad ora avanzata.

Il direttore di The Times non s’avvita in giri di parole:

– Chiedere alla Grecia di ripagare i suoi debiti tagliando a tutto spiano non funzionerà.
-Chiedere alla Germania di pagare per gli stati del sud non funzionerà.
-Un’unione delle politiche di bilancio senza un consenso politico non funzionerà.
-Cercar di ottenere il consenso politico senza un’unione politica non funzionerà.
-E cercare di ottenere l’unione politica senza il consenso politico non funzionerà.

In sintesi : “ l’euro non funzionerà senza una rivoluzione del sistema di governo europeo.

Già.

Il marchingegno fiscale costruito in pompa magna a Bruxelles è solo un modo , pessimo, per prender tempo con il rischio concreto che la deriva dell’euro produca in automatico i suoi effetti con un netto ridimensionamento dell’eurozona.

In quest’ultimo caso non mi pare del tutto scontato un vantaggio del progetto egemonico della Merkel.
Certo si può immaginare che una Germania, con ambizioni di potenza globale, possa puntare tutto sull’esportazione verso paesi extraeuropei.
Già adesso l’export tedesco comincia a rivolgersi sempre più verso la Cina, gli Usa e in genere l’area del BRIC che non verso l’Europa.
Tuttavia se non ci si oppone alla recessione in atto con un’inversione netta delle politiche sin qui seguite anche le ambizioni della Germania saranno sottoposte a dura prova.

Forse per questo la Merkel, dopo aver imposto manu militari il rigore di bilancio ha fatto balenare l’idea di “più Europa per uscire dalla crisi”(discorso di Berlino del 7 febbraio).

O forse è solo tattica.

Anche perché la provocazione di Harding :” creare uno stato democratico guidato da politici tenuti a rendere conto ai cittadini del loro operato” cioè nientemeno che la costruzione di un’Unione Federale come condizione per governare la moneta unica, incontra attualmente un’ostilità diffusa anche tra i cittadini europei grazie ai fallimenti di un intero decennio.

Qualcuno forse ricorderà il manifesto di Lisbona 2000: “fare dell’Europa l’area economica più competitiva del mondo con la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro”.
Sembrano trascorsi cent’anni.

Per inciso osservo il paradosso di una Germania che dalla riunificazione in poi sembra lasciarsi alle spalle la sua vocazione europeista mentre giungono proprio dal Regno Unito- da sempre intransigente oppositore di ogni avanzamento dei processi comunitari- curiosi e sospetti appelli a fare quella rivoluzione politica che neppure s’immaginò all’epoca della decisione sulla moneta unica.

In Italia intanto s’accredita a Monti l’intenzione e la possibilità di portare la Merkel a più miti consigli per quanto attiene alla gestione del debito.

Probabile che tale sia la tattica montiana.

Si tratta in ogni caso di perseguire un obiettivo minimo che non dice nulla sull’Europa che verrà.

Da quel pochino che credo di capire Monti è, per cultura ed esperienza, essenzialmente l’uomo del mercato, convinto della necessità di spianare ogni “ostacolo” sociale all’avanzamento di un mercato unico, integrato e dunque efficiente e  provvidenziale.

Non contano, in questa visione, politiche economiche e strategie industriali comuni, quanto piuttosto regole fiscali volte a regolare la concorrenza e perciò stesso tese a far crescere competitività.
Temo che in cuor suo Monti consideri la rivendicazione degli eurobond ,( quelli alla Delors per intenderci), come una caccia alle farfalle.

Non a caso,il presidente del consiglio negli Usa, si è a lungo soffermato nella descrizione dello smantellamento del sistema previdenziale e sull’imminente ulteriore riforma del mercato del lavoro allo scopo di togliere di mezzo ogni residua rigidità.
La quale rigidità come ognuno sa è immaginata , ideologicamente descritta e illustrata, ma del tutto inesistente da molto tempo a questa parte.
Ma non importa.
Anche il modesto scalpo dell’Art 18 va gettato ai piedi dei mercati.
Un atto di “buona volontà” e un’ulteriore esibizione di forza volta a rendere simbolicamente affidabile l’Italia tramite una disciplina ferrea del corpo sociale.
Mica siamo la Grecia come ha chiarito anche Napolitano. Peccato che proprio la Grecia abbia dato nome all’Europa.

Bah. Adesso, sarebbe il momento della sinistra europea.
Per sollevare il capino.

Il momento per tornare ad intestarsi , l’idea di un’Europa politica sottoposta al giudizio dei cittadini come unica condizione per opporsi in modo non velleitario allo smantellamento puro e semplice del modello sociale europeo sotto le mentite spoglie di una sua riforma.
Come sempre non si tratta di esser contro il mercato ma di tornare a consideralo un mezzo e come tale fortemente condizionato da politiche pubbliche connesse ai bisogni dei cittadini. Questo peraltro, come si sa, è tema globale e ineludibile per chi voglia ridare senso alla rappresentanza politica.

Ho spiegato qualche tempo fa quanto sia complessa, anche tecnicamente, la via di una riforma dei trattati dopo i fallimenti cumulati, e quanto tempo sia occorso  per partorire un topolino come quello di Lisbona.

Mi domando adesso se non siano possibili forme nuove e incisive di coinvolgimento degli elettori.
Mi rispondo che bisognerebbe provarci avanzando intanto un progetto politico rinnovato per l’Europa.

A tal fine non è sufficiente eleggere un parlamento, bisogna anche che il parlamento elegga un governo e che questo governo possa contare su di un bilancio europeo.

La delega in bianco a Monti, o a chi per lui in futuro, non serve a questo scopo .

Anzi è dannosa.

Corrisponde ad una sospensione della politica democratica ,quella dei partiti  che s’è sin qui, nella storia, incaricata di dar forma e sostanza alla democrazia.

Il pericolo,nell’autismo della sinistra della sinistra europea e italiana a fronte del destino dell’Unione, risiede proprio nell’eventuale, probabile, passaggio dalla democrazia incentrata sui partiti ad una democrazia affidata alle tecnostrutture che hanno sempre prosperato entro un ’Unione politicamente fragile orientata alla strategia dei piccoli passi dei padri fondatori, al netto della concessione, dovuta, alla visione federalista di Altiero Spinelli.
In quest’ambito si situa il peccato originale di Maastricht : da cosa nasce necessariamente cosa, si fece mostra di pensare.
Una casa comune progettata a partire dal tetto (la moneta) per poi costruire in un tempo indefinito e nebbioso le fondamenta (le istituzioni di governo). Con in più un grande e frettoloso allargamento ad est e con quel muro di gomma dura alzato ai confini con la Turchia.

A questo punto il passaggio ad una democrazia delle competenze (tecno democrazia) provvisoriamente funzionale alle ambizioni geopolitiche di Germania , Francia e Regno Unito nel mondo dell’economia globalizzata, appare inevitabilmente destinato a ridestare i nazionalismi e a incentivare, a partire dalla Grecia stremata, le varie formazioni di “nuova democrazia” (che contengono in nuce nuovi fascismi) di stampo populistico.

Il campo europeo rischia d’esser tenuto in futuro da due nuovi blocchi di forze: l’uno organizzato, seppur con sfumature e interessi diversi, intorno agli imperativi del capitalismo finanziario, l’altro aggregato in una reazione nazional-popolare, sull’onda della quale avviare persino una sorta di Roll Back nei confronti delle politiche comunitarie e degli accordi sovranazionali fin qui consolidati.

Sono, quest’ultimi, i nuovi No Global che s’avanzano sulla scena dopo che la sinistra ha contribuito ad isolare tutti i movimenti New global con la sua, ormai lontana e consolidata, rinuncia ad una critica radicale alla globalizzazione eterodiretta dal capitale finanziario.

La tristezza che s’accentua, in questo quadro assai poco consolante, si riassume nella sfida che s’avanza con perfidia  proprio da quel cavallo di Troia che ha sabotato con ogni mezzo la costruzione dell’Europa : fate la rivoluzione politica ..se ci riuscite.

Già.
Questa sfida suona,paradossalmente,(considerato il pulpito) come ultimo appello alla sinistra europea.

Non è detto venga raccolta.
Anzi.
Mica siamo la Grecia..mica siamo europei….

PS. Intanto nel PD avanza l’idea di una resa senza condizioni : candidare Monti, col suo 55% di consensi virtuali. Auguri.

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Una Risposta to “Mica siamo la Grecia.”

  1. Gabriele Giovannini Says:

    Quel che mi impressiona è il non considerare che esisto io, il signor Rossi e la famosa “casalinga di Voghera”. Il Senatore Monti, proprio oggi, ci ha fatto sapere che la “Riforma lavoro” si farà con (o senza) intesa coi Sindacati. Non c’è più il buffone ma un titolare che sta dicendo a me, a Rossi e alla casalinga che qui decide lui. Veltroni ci fa sapere che, sempre il Senatore Monti, è “un Riformista e che sarebbe errato regalarlo alla Destra. Io, Rossi e la casalinga di Voghera (insieme agli altri 60 milioni di Italiani) esistiamo, possiamo dire la nostra oppure, se il buffone è una persona seria, passa l’idea del “Ghe pensi mì”?.

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