Archive for aprile 2012

Spunti….

aprile 18, 2012

Prima è arrivata l’OCSE seguita dalla Banca d’Italia e adesso è lo stesso FMI a riportare con i piedi per terra le velleità relative ai conti pubblici e soprattutto alla crescita. L’idea che nel terzo trimestre di quest’anno si avvierà la fase due , quella della ripresa economica, appare del tutto destituita di fondamento. Esattamente come l’idea che solo un radicale ridimensionamento del reddito (salari e pensioni) possa generare un aumento di competitività quando è assolutamente ovvio che solo un deciso aumento della domanda può servire allo scopo.
Al contempo mentre il vice ministro Grilli ci dice che i conti sono in ordine viene spostata di due anni la possibilità di un pareggio di bilancio.
Monti infine preconizza , come fosse un obiettivo dietro l’angolo, che entro il 2020 il Pil sarà cresciuto del 5%.
Non si capisce da dove vengono tratte queste certezze di breve e lungo periodo nel momento in cui siamo in piena recessione con un differenziale negativo rispetto alla tutt’altro che rosea tendenza europea.

Ma tant’è.
La deriva tecnica che ha progressivamente assunto la gestione dell’economia trainata negli ultimi vent’anni dalla bolla della finanza privata lascia poco spazio, nella vulgata corrente, ad un confronto con gli aspetti strutturali della crisi in atto.

Stiglitz tra gli altri aveva già chiarito che : “ ogni economista degno di questo nome avrebbe potuto prevedere che le politiche di austerità avrebbero provocato un rallentamento dell’attività economica e che gli obiettivi di bilancio non sarebbero stati raggiunti.
Lo diceva a proposito dell’Argentina, ma vale a maggior ragione per l’Europa dopo il fallimento della cura Greca.

Per conto mio mi limito a rilevare, con la pochezza dei miei mezzi, che si continua imperterriti ad eludere , anche a sinistra il cuore della faccenda.
La “causa efficiente” dell’attuale stato di fatto.

La quale risiede, ormai con ogni solare evidenza, nel trattato di Maastricth, cioè nell’avvio della costruzione della moneta unica sviluppatasi nel corso del tempo intorno alla centralità della Germania dopo la caduta del muro di Berlino.

C’è chi al di fuori del mainstream ritiene che ciò abbia generato una sorta di deflazione da debiti, e una concorrenza al ribasso dei salari imponendo il punto di vista del creditore anche nella convinzione dei debitori.

Se sei indebitato è solo colpa tua e dunque il riequilibrio è cosa che riguarda solo te. Quando avrai rimesso in ordine i conti si raggiungerà un “equilibrio naturale” nel mercato e si riavvierà la ripresa.
Cosa vi sia di “naturale” nel mercato per me è sempre stato un esotico mistero.

E’ tuttavia a questa visione magica e/o teleologica che si sono ispirate e imposte le politiche restrittive e di austerità in tutti questi anni.

Ed è precisamente entro quest’ottica che la moneta unica può collassare.

Sì perché ormai molti fanno notare che eventuali default non si risolverebbero entro la zona euro dato che la logica conseguenza per i paesi oggetti di fallimento sarebbe una e una sola : abbandonare l’euro, riprendere sovranità sulla propria moneta nazionale per compiere svalutazioni competitive in grado di abbattere il deficit commerciale o comunque di attenuarlo di molto e per questa via riprendere a crescere in futuro.
O ,in ogni caso, almeno avere qualche possibilità di combattere per la propria competitività, con la consapevolezza che se la Germania è il principale creditore verso tutti i paesi dell’eurozona del sud, è perché la sua crescita ha potuto contare proprio sulle esportazioni verso i paesi periferici. Cioè sul loro progressivo indebitamento, relativo non tanto e non solo al debito interno quanto ai deficit commerciali che si sono generati .

In quest’ambito non mi stanco di ribadire che l’idea banale che è stata fatta entrare nella testa degli italiani secondo cui un bilancio statale è paragonabile ad un bilancio famigliare è del tutto fuorviante.
Le relazioni che intercorrono tra i bilanci degli stati sono infatti tutt’altro che intuitive.

Secondo Brancaccio e Passarella ( “L’austerità è di destra”Ed. il Saggiatore) due economisti che lavorano intorno ad un paradigma alternativo: “ A livello macro ,infatti, il reddito dei creditori dipende in ultima istanza dalla spesa dei debitori, non dai risparmi di questi ultimi”.

Da qui se ne dovrebbe trarre che in Europa siamo tutti sulla stessa barca e che la salvezza dell’euro, a questo punto, è affare che riguarda tutti : debitori e creditori.

E sempre da qui l’inefficacia impressionante del governo Monti che ha rinunciato in partenza ad aggredire il nocciolo duro di questa crisi derivante dallo squilibrio crescente avvenuto dentro l’Europa di Maastricth tramite una centralizzazione di capitali in capo alla Germania.

“Tale squilibrio in seno all’Europa costituisce indubbiamente un sintomo della competitività del sistema produttivo tedesco . Ma rappresenta anche una prova del fatto che per anni la crescita della produzione del reddito tedeschi è stata in larga misura stimolata dalla domanda e dal relativo indebitamento dei paesi periferici”.

In quest’ambito l’invito di Monti a fare come la Germania (i compiti a casa) qualora si traducesse in realtà costituirebbe semplicemente un gioco a somma zero.
Se tutti , assumendo il punto di vista del creditore, potessero diventare come la Germania ,beh allora non si capisce da dove diavolo si originerebbe la domanda interna alla zona euro assolutamente necessaria anche per reggere la concorrenza sul mercato mondiale.

In verità, al punto in cui si è giunti occorre andare , ripeto, al cuore del problema assumendo un punto di vista nettamente alternativo ai presupposti su cui s’è fondata la moneta unica.

Ciò si può fare solo generando un conflitto entro l’Europa (come condizione unica, tra l’altro) per salvare l’Euro e rilanciare in un ottica solidale tra debitori e creditori la capacità competitiva verso il resto del mondo dell’intera eurozona e non solo di una sua parte.

Di questo conflitto dovrebbero far parte molte e diverse cose.
Mi limito ad avanzare, in rozza forma, la seguente.

Se con il fiscal compact volete marginalizzare l’intera Europa del sud e tenerla al limite del fallimento per continuare il processo in atto di centralizzazione dei capitali tramite anche un rapace shopping delle sue capacità produttive residue (cosa che sta avvenendo da tempo) , beh allora dovete tener ben conto che ad un’uscita necessitata e assai gravosa dall’area euro s’accompagnerà , necessariamente,anche la fine del mercato unico europeo.

Dovrete pagare dazio per entrare col vostro export e coi vostri capitali finanziari nei paesi che hanno recuperato sovranità sulla propria moneta e anche la vostra potenzialità di penetrazione nei mercati esteri (Cina , India America) sarà di molto ridimensionata in quanto a massa critica.

Minaccia velleitaria?
Non credo.
Previsione realistica, semmai. A bocce ferme.
Nel momento in cui nei circoli finanziari che contano s’apprestano piani in vista del collasso dell’Euro (se ne discute anche in Germania) una sinistra degna di questo nome dovrebbe dotarsi di una visione realmente autonoma e rilanciare su nuove basi la prospettiva europeista.
Nell’unico modo possibile.
Con l’apertura di un conflitto, che andrebbe concepito ben oltre la contesa interstatale per riaprire finalmente un serrato confronto politico e sociale tra capitale e lavoro.
Forse è proprio questo il modo per salvare l’Europa e la sua moneta unica: costringere la Germania e i paesi del nord Europa a fare i conti con le ragioni della loro forza in rapporto alla debolezza altrui.
Chiarendo che l’attuale forza è destinata al declino se non si fa carico della ricerca ,urgente, di un riequilibrio sociale che passa attraverso un’inversione di tendenza rispetto alla continua concorrenza innescata entro l’Europa nel comprimere il monte salari e i sistemi di welfare.

Ciò comporta lo smantellamento dei luoghi comuni, con il rifiuto definitivo del già screditato paradigma liberista, per battere nuove strade, per non lasciare alla destra populista e protezionista una rendita politica ed elettorale, enorme, conseguente al fallimento del liberismo economico.

Quali strade?

Ne riparleremo.

Intanto maturiamo l’idea (esatta) che questo governo non cava un ragno dal buco essendo in gran parte legato ad una cultura economica, (con relativa deriva tecnica) e ad un’ideologia che hanno già ampiamente dimostrato la loro inefficacia nell’affrontare i problemi enormi generati da una globalizzazione senza freni, regole e limiti sociali.

A riprova l’ineffabile Passera sfodera un pasticciato eloquio in bilico tra idee e ideone . Chiarendo così, in un modo che più plateale non si può, che non sa che pesci prendere, salvo affidare la crescita agli automatismi (inesistenti) della riforma del mercato del lavoro, mentre Monti ci dà appuntamento al 2020.

Per quanto mi (ci ) riguarda ,come si diceva un tempo: se si sbaglia l’analisi …….si prendono lucciole per lanterne.
Lo si è fatto per un bel paio di decenni.
Adesso l’evidenza del cul di sacco nel quale si è finiti dovrebbe dar luogo (non rinuncio a sperarlo) ad una ripresa del pensiero critico.

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Diaz

aprile 17, 2012

Sabato 21 luglio 2001 in tarda serata. Ricevo un telefonata che ricordo più o meno così: “guarda che qui c’è una situazione cilena, hanno sfondato il cancello della Diaz”, arrivano anche da noi, stanno salendo le scale”.
Non penso neppure per un nanosecondo che il racconto che prosegue in diretta telefonica sia esagerato. Conosco l’interlocutore, e soprattutto mi è assolutamente chiaro che a Genova la destra vuole a tutti i costi produrre qualcosa di “esemplare” nella gestione dell’ordine pubblico.

A riprova il giorno prima era morto Carlo Giuliani, ucciso con un colpo in testa e successivamente travolto, per ben due volte dalle ruote dalla Land Rover Defender dei CC.
A caldo ,l’aggressione in atto contro le forze dell’ordine,le devastazioni del tanto temuto e propagandato “blocco nero” , non m’appaiono sufficienti , pur nella loro gravità, a giustificare il panico di uomini appartenenti se non erro alla “Compagnia di contenimento e intervento risolutivo”.
Gente dai nervi, presumibilmente, saldi che dovrebbe esser addestrata ad ogni evenienza senza por mano alla pistola.

Difficile dunque quella sera consigliare qualcosa di pratico in quel particolare contesto .
Mi vien solo da dire di tener aperto il cellulare , di alzare le mani ben in alto e di far sapere che “sei al telefono con un parlamentare”.

Puerile, naturalmente.
Fotte niente a quella marmaglia dei parlamentari. Anzi.

Altrettanto puerile pensare (come ho pensato) di mettermi in auto alla volta di Genova.
Per far che , esattamente?

Adesso, dopo oltre un decennio si riporta tramite film e documentari l’attenzione sui “fatti del G8” e in particolare sui misfatti della polizia.

Poco, molto poco, invece si riflette sulle responsabilità enormi del governo in carica. Gente come Scajola ministro degli interni, ma anche come Fini, all’epoca vice presidente del consiglio che oggi s’atteggia a liberaldemocratico. Cosa diavolo ci faceva quest’ultimo nella sala operativa della Questura?

Adesso non ho voglia di andar a rivedere tutta la documentazione nella quale tuttavia non sarebbe difficile scorgere traccia anche di altri politici che son passati a consigliare, dirigere, controllare e garantire impunità assoluta.
Sembra anche nel “campo” di Bolzaneto.

Tra l’altro sarebbe compito precipuo di una indagine parlamentare.

Ma una cosa resta agli atti ed è certa.

La destra volle fortissimamente impartire una lezione indimenticabile a quanti erano convenuti a Genova a rompere le uova nel paniere, non tanto e non solo al G8 (istituzione più inutile che dannosa) , quanto al capo del governo italiano che faceva gli onori di casa trincerato dietro la zona rossa, in attesa di abbattere lo stress attorno a un palo di lap dance.

Insomma la responsabilità politica per quei fatti è stata sempre quasi del tutto occultata.

Chi si ricorda più che Scajola, quello che compra casa al Colosseo a sua insaputa, ebbe a dire :”Fui costretto a dare ordine di sparare se avessero sfondato al zona rossa”.

Aveva parlato a sua insaputa per difetto di connessione neuronale come s’evinse in seguito da una ritrattazione malamente concepita che , di fatto , confermava.

La verità, almeno la mia, è chiara.

Furono impartite disposizioni inequivocabili: avete mano libera, andate,fate quel che volete noi vi copriremo in ogni caso e per ogni evenienza.
Questo fu senz’altro comunicato ai reparti speciali inviati a massacrare alla Diaz , a torturare fin negli ospedali e nel campo speciale allestito per tempo a Bolzaneto.

Niente di diverso da Abu Ghraib e da Guantanamo Bay.

E , in effetti così è stato.
Tutti i responsabili principali della “macelleria messicana” furono prontamente tutelati attraverso la loro promozione anche dopo le condanne. Anzi , a maggior ragione.

Per tutti l’immarcescibile Gianni De Gennaro, portato sempre sugli scudi anche dal centro sinistra che, allora capo della Polizia, è oggi a guidare i servizi segreti.

La responsabilità politica non è mai stata accertata tramite una seria inchiesta parlamentare come si sarebbe fatto in ogni altro paese civile.
Anche a sinistra si è fatto poco, quasi niente.
Dopo l’11 settembre le ragioni supreme della lotta al terrorismo fecero premio su di ogni altra considerazione. E la banda di delinquenti in divisa, torturatori e fascisti che agì alla Diaz e a Bolzaneto è destinata a restare per sempre nell’ombra.

Allora è inutile far mostra di scandalizzarsi se in Italia continua ad esser possibile che un povero diavolo venga fermato e pestato a sangue sulla base di semplici sospetti o reati minori o che resti vittima delle famigerate “squadrette” che imperversano da sempre in talune carceri.

Non sapremo mai chi furono i buoni padri di famiglia che si dedicarono sadicamente al massacro della Diaz perché in Italia puoi essere pestato a sangue da un tale che indossa sì una divisa ma che in mancanza di codice identificativo potrebbe essere chiunque.
Un anonimato che consente qualunque sopruso.

E nessuno sarà mai processato per le torture inflitte a persone pacifiche e del tutto inermi per la semplice ragione che in Italia la tortura non è prevista come fattispecie di reato.

E qui la responsabilità politica va molto oltre la destra.

La “timidezza” della sinistra di allora e quella del centrosinistra di adesso (comunque connotato) ha origini lontane, afferenti a quell’ansia di legittimazione democratica come forza di governo (e dunque d’ordine) che ha sempre reso difficile una critica aperta e circostanziata all’operato delle forze di polizia.

Prima di Genova lo si doveva fare già a Napoli nel marzo del 2001 quando governava il centro sinistra.
E non lo si fece. E si sbagliò perché proprio a Napoli si mise in scena una specie di prova generale in vista del G8.

Non per caso, invece, nel giugno del 2000 al No Ocse di Bologna non accadde quasi nulla.

Perché?

Semplice.
Perché non si voleva che accadesse nulla e anzi si tenne aperto, pur a distanza, un filo di confronto e dialogo con le ragioni dei manifestanti e lo si fece presente alle forze dell’ordine in modo chiaro da parte anzitutto di quel partito che aveva pur perso le elezioni comunali del 1999 ma che, tuttavia, restava la formazione politica di gran lunga maggioritaria.

La politica conta, dunque. Sempre. E senza bisogno di intromettersi nelle procedure operative delle forze addette all’ordine pubblico può esercitare appieno il suo legittimo potere d’indirizzo .

All’esercizio di questo potere va sempre fatta risalire ogni conseguenza di gestioni contingenti e decisioni sbagliate o addirittura (come a Genova) di comportamenti apertamente criminosi.

Morale conclusiva?
E’ stato grave e sbagliato dar la sensazione di chiudere un occhio sui fatti di Genova. Poiché questo è avvenuto.
La politica ottiene rispetto e si “legittima” quando non ha peli sulla lingua anche nel criticare comportamenti anomali delle forze dell’ordine.
E , ultimo ma non ultimo, di questa critica possono avvalersi proprio coloro (la maggioranza secondo la mia esperienza) che da dentro gli apparati e i corpi di polizia sentono il bisogno di una salda e leale sponda politica anche per denunciare il marcio quando c’è.

Cresci,Italia!

aprile 5, 2012

Beh, alla fine le cose son andate come si diceva.
S’è raggiunto il “buon compromesso”.
Abbiamo la riforma del mercato del lavoro che Super Mario- totalmente sprovvisto di comune senso del pudore – definisce di portata “storica”.

Contenti tutti:
1)Monti che ha potuto andare in giro per il sud-est asiatico a vendere la pelle dell’orso già agonizzante ancor prima d’avergli inferto il caritatevole colpo di grazia.

2) Bersani che ha ottenuto la sua “manutenzione” tenendo insieme il PD e la Cgil.

3) Il PDL che deve pur aver ottenuto qualcosa nel merito e forse anche a latere.
Nel merito, perché la storica riforma è, in gran parte solo fuffa.
A latere perché vige il legittimo sospetto che qualcosa si sia dovuto concedere ad Alfano affinché non alzasse alti lai contro la manutenzione “snaturante” della riforma avanzata da Bersani.
Forse l’accordo, vitale, sulla legge elettorale che libera il PD dalla fatica delle alleanze elettorali e che ,come effetto collaterale, apre un’autostrada al proseguimento sotto altre spoglie all’esperienza del governo tecnico ?

Per conto mio leggo a volo d’uccello il testo governativo .
Lascio ad altri meno pigri e più ferrati in materia la disamina sui singoli articoli.

Capisco solo che per quanto riguarda la cosiddetta flessibilità in entrata è successo ben poco di quello (sembrano passati cent’anni) che la Fornero annunciava,con competente cipiglio, quando spiegava a noi profani e ignoranti che ci sarebbe stato un unico(poi corretto in tendenzialmente unico) contratto d’ingresso e un moderno e universale sistema di ammortizzatori sociali.

Balle.
Con uno virgola sette miliardi non succede un bel nulla.
Una sottile foglia di fico che, politicamente parlando, serve a malapena a coprire il mazzo alle parti in causa.

Quanto all’apprendistato, tanto decantato , la quota del 30% di assunti a tempo indeterminato per continuare a farvi ricorso non mi par granché come sbarramento al precariato.
Per il resto , adesso le categorie imprenditoriali protestano per il minimo aumento contributivo a valere sui lavoretti precari, ma sanno benissimo che il modesto maltolto può essere agevolmente scaricato sui lavoratori ,giovani o vecchi che siano.

Sulla flessibilità in uscita è da riservarsi un’analisi più approfondita. Almeno per me , che poco ne capisco e che tuttavia m’ostino, spudoratamente a scriverne e discuterne, con il malvagio preconcetto che m’anima nei confronti della “classe tecnica” tanto competente quanto sbadata, almeno a valere sugli “esodati”.

Tuttavia , ad occhio e croce, nonostante la “manutenzione “ ottenuta, l’art 18 mi sembra aver ricevuto un assai brusco ridimensionamento con quella paroletta: “insussistenza”, vergata da Monti.
La stessa rapida e contratta dinamica che viene descritta nel testo governativo lascia pochi o punti spazi ad un utilizzo antidiscriminatorio della nuova norma. Il reintegro, che pur riappare sulla carta, sembra presto destinato a scomparire del tutto nella realtà fattuale.

Alla fin della fiera, tra flessibilità in entrata e flessibilità in uscita, la riforma storica che all’inizio veniva spacciata per flexsecurity (modello danese o tedesco o quel che volete voi) si caratterizza per il mantenimento di un elevato grado di insicurezza e precarietà e nel 2017 nessuno andrà a chiedere conto al duo Monti-Fornero.

Sia come sia , “Cresci Italia” dice la propaganda montiana. E avanti coi carri.
Che bella cosa!

Ma dove? Ma come? Ma quando?

La disoccupazione è tornata ai livelli record dell’inizio degli anni ’90, mentre il record s’è raggiunto anche nell’ammontare del debito pubblico, i prezzi salgono e i consumi calano in modo allarmante , il PIL è previsto in calo dell’1’5% secondo i tecnici, mentre andrà grassa se diminuirà “solo” del 2’5%. (Per verificare questa infausta previsione basterà attendere la fine del 2012).
E, intanto, il signor spread impazza di nuovo.
Frega niente a Lui (lo spread) della riforma storica.
Anche perché non c’è mai stato alcun, seppur fuggevole, rapporto tra Lui e il lavoro.

Che c’azzecca l’industria della finanza con la creazione di valore attraverso il lavoro umano?
Niente, appunto.
O meglio: meno lavoro si crea, più s’indebolisce l’economia e ciò che un tempo si soleva definire come “base produttiva” e maggiori vantaggi ne traggono i finanzcapitalisti che anche dopo il 2008 nella deregolazione totale continuano, indisturbati e impuniti, a scommettere sui principali fattori di crisi non certo sulla crescita.

Comunque abbiamo avuto il “Salva Italia” adesso ci danno il “Cresci Italia”, resta da capire cosa hanno in serbo per occupare il tempo che resta alla fine della legislatura.

E’ da sperare non si tratti di “Un’asta per l’Italia”.