La versione di Spinosa.

Tra ieri pomeriggio e questa notte ho letto ,necessariamente in fretta il libro di Giovanni Spinosa “L’Italia della Uno bianca”.
Dopo tanti libri, arriva la versione di un magistrato che fu pienamente coinvolto dalle indagini del tempo.
Conobbi , occasionalmente, Spinosa nel quaternario , quando eravamo entrambi impegnati, nei rispettivi movimenti giovanili (DC e PCI).
Un giovane democristiano retto, colto e intelligente. Mi fece subito simpatia.
La precisazione è necessaria dato che rimasi stupito per la sua, quantomeno obiettiva, adesione alla tesi della cosiddetta “quinta mafia del Pilastro” che avrebbe ordito l’agguato ai carabinieri nel gennaio del 1991.
Per me era del tutto fuorviante quella pista d’indagine dato che non ritenevo assolutamente possibile che lo spessore criminale dei fratelli Santagata, pur in collegamento con Medda luogotenente di Cutolo, fosse tale da concepire e poi realizzare un evento criminoso di quella portata.

Adesso, Spinosa precisa , anche a suo discarico, che la definizione di “quinta Mafia” fu coniata dal procuratore nazionale antimafia Bruno Siclari con riferimento ad un’indagine che riguardava 192 indagati dopo che vi furono molteplici episodi criminosi che coinvolsero per un certo periodo di tempo il quartiere del Pilastro.
Si tratta del processo Medda.

D’accordo.

Resta tuttavia il fatto storico che le indagini furono indirizzate nella direzione sbagliata ad opera della stessa Digos di Bologna che si basava sulle dichiarazioni rese dalla “supertestimone” (una ragazza di 16 anni) sulla cui base uno dei fratelli Santagata aveva sparato quella sera contro i carabinieri.

E resta che se si fosse aderito a quella tesi i Savi non sarebbero stati coinvolti. E scusate se è poco.

A parte ciò il libro, quand’anche basato sul comprensibile desiderio di “riscatto”, è particolarmente importante perché da parte di un magistrato si avanza finalmente (alla buon’ora!) l’idea che ancora oggi non sappiamo davvero nulla sulla banda Savi dato che l’intera impalcatura processuale si è basata sul riconoscimento della “sostanziale genuinità delle dichiarazioni dei Savi”.

Già.

Su questo punto mi permetto di rinviare al mio post “Perdono per i Savi?” del 7 gennaio 2010 .
Ed è altrettanto importante che fuori dai circuiti alternativi ,che pure hanno avuto il merito di tener desta l’attenzione critica sul fenomeno della Uno bianca, s’avanzi, la tesi complessa secondo cui per capire i Savi occorre far ricorso alla teoria evoluzionista : “modello evolutivo definito a intermittenza e simboleggiato dal cespuglio che sta ad indicare come, da un lontano tronco comune, si siano formati vari arbusti”.

Insomma qualcosa di assai diverso dal modello di “banda familiare” sancito dalle sentenze e autorevolmente quanto superficialmente avanzato dal Dottor Di Pietro alla Commissione stragi, contro il quale mi battei inutilmente quanto isolatamente.

D’altro canto quella di Di Pietro era la versione della Polizia di stato. Come mi confidò riservatamente un funzionario della Commissione .  “Sa…..onorevole la relazione è arrivata su carta intestata dello SCO….” (servizio centrale operativo della polizia).

Già.

Peccato che quando vent’anni addietro mi capitò di reiterare , in pubblico (conferenza stampa) e in privato (a rappresentanti delle forze dell’ordine) la mia tesi della “ibridazione” (metafora agrobiologica) fui del tutto ignorato.

Il solito trinariciuto complottista.

 

Adesso c’è un magistrato che dopo aver riflettuto e lavorato sul tema per 17 anni giunge alla conclusione che :” dovrebbe essere ormai chiaro che i Savi furono solo una delle componenti della banda della Uno bianca”.

E che : “ la linea di sviluppo della banda si è mossa su un doppio binario. Nel novembre 1991 i due percorsi evolutivi confluiscono. Nasce cioè un soggetto criminale con caratteristiche genetiche nuove, risultato della contaminazione tra due linee evolutive preesistenti”.

 

Bravo.

Son contento.

Non mi par cosa molto diversa dall’idea dell’ibridazione o da ciò che potete trovare nel post del 14 gennaio 2010 laddove (mi scuso per l’autocitazione) scrivevo che : “ La cosiddetta (si noti quel cosiddetta) banda della Uno bianca fu parte di un disegno criminoso più ampio, perseguito nell’ambito di un’agenzia poliedrica del crimine che aveva tra le sue finalità (quindi non uniche o univoche , si noti anche questo) quella di seminare paura e insicurezza tramite l’uso del terrore”.

In quest’ambito per me ( e sembra anche per Spinosa) i Savi sono sempre stati, insieme, manovalanza e protagonisti. Anche altri hanno sparato con la copertura dei Savi, altri più “professionalizzati”.

Spinosa avanza infiniti dettagli a tal proposito. A partire dalla stessa dinamica lungamente descritta dell’agguato al Pilastro.

Agguato.

Per me risulta ancor oggi del tutto inverosimile che al Pilastro , come a Castelmaggiore, come in via Volturno , come al campo nomadi i Savi abbiano fatto tutto da soli.

E’ una pura e semplice scemenza.

I Savi sempre hanno mentito.

Su quasi tutto.

E le tracce che hanno lasciato, a partire dalle armi come avverte con ulteriore dovizia di dettagli Spinosa servivano ad accreditare la tesi di una loro totale solitudine a copertura di altri protagonisti.
Del resto una volta intercettati e “ibridati” a dovere non potevano fare altrimenti.
O forse neppure lo volevano(come avverte sofisticatamente  sempre Spinosa) nell’ambito del patto criminoso di tipo nuovo che avevano ormai siglato mettendo in gioco la loro pelle.

E’ per tutti gli episodi sintomatico, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’attentato ai carabinieri in quel di Rimini quando si spara solo per lasciar traccia di sé dopo il Pilastro. Affinché si possa dire :sono loro, sempre gli stessi.

Il problema vero in tutta questa lunga sporca e sanguinosa vicenda è che non si è mai voluto rintracciare il contesto storico entro il quale agirono ne furono coinvolti i Savi.

E senza il contesto nulla davvero si capisce.

Per Spinosa il contesto è quello delle stragi di mafia fondamentalmente.
Quello delle “menti raffinatissime” dell’Addaura (fallito attentato a Falcone)
Insomma come recita il sottotitolo del libro (con gran soddisfazione di Travaglio prefatore del libro) la mafia protagonista nel suo intreccio con la politica.

Per me il contesto è più ampio.

Non c’è solo l’attacco allo stato , c’è lo stato contro sé stesso.

Ci sono centri Sismi di tipo nuovo, a Brescia e altrove, Palermo compreso, con nuclei interni e impenetrabili tipo GOS (gruppi operativi speciali); Gladio che viene portata allo scoperto da Andreotti; la Falange armata che dedica la maggior parte dei suoi comunicati (terrorismo mediatico parallelo dice Spinosa) proprio ai delitti della Uno bianca; c’è la cupola della P2 che aveva già fatto il suo gran colpo a Bologna (do you remember il caso Montorzi?) per radere al suolo la tesi d’accusa sul processo due agosto che vede coinvolti per depistaggio gente del Sismi.

C’è una lotta furibonda DENTRO LO STATO, caro Spinosa, non mere schegge impazzite . Lo stesso accanimento contro i carabinieri avvalora la mia tesi. Sono agguati veri e propri non incontri occasionali. I Savi stramentono su questo punto e solo un imbecille fatto e finito può credergli. Non bastano verosimilmente i Savi. Killer della mafia anche. Certo è possibile ma per conto di un pezzo dello stato o in alleanza con esso.

 

Una lotta senza esclusione di colpi che avviene nel momento della grande transizione quando un vecchio sistema di potere sta morendo e un altro deve ancora sorgere e si deve stabilire, anche nel sangue, quanta parte del vecchio può transitare nel nuovo e in che modo ciò possa avvenire.

Sì la vera storia della Uno bianca è ancora tutta da raccontare.

Stabilito che la “banda familiare” è favola per bambini neanche tanto dotati, resta da aggiungere che non è solo storia di mafia.

Si spara dal 1987 al 1994.
Nella totale impunità. 23 morti. Centinaia di feriti.

Solo l’arresto “strabiliante” dei Savi pone fine alla strage continua.

Strabiliante .

Già.

Per me , inopinato e tuttavia accuratamente preparato per quel tempo esatto.

Non prima nè dopo.

Nel 1994 l’opera criminosa doveva  aver già raggiunto lo scopo.

Evidentemente.
O no?

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4 Risposte to “La versione di Spinosa.”

  1. Giovanni Spinosa Says:

    Gentilissimo Zani, perdonami, innanzitutto, la licenza che mi prendo dandoti del “tu”; non è certo una mancanza di riguardo nei confronti del tuo prestigioso ruolo. E’ solo una debolezza; è un modo per ricordare i banchi del liceo Minghetti, ove sedevo quando, occasionalmente, ci conoscemmo. Ma, come tu ricordi, era il quaternario.

    Peccato, perché, se non ci fossimo persi di vista, la vecchia e reciproca stima non sarebbe stata venata dalle incomprensioni che leggo nel tuo pezzo del 3 maggio 2012 dedicato al libro “L’Italia della Uno bianca” che ho recentemente pubblicato con Chiarelettere.

    Peccato davvero, perché, nonostante le belle parole che riservi al libro, vi sono delle imprecisioni su cui mi consentirai d’intervenire; senza alcuna polemica, ma, come cento anni fa, solo per amore della conoscenza.

    a. Non è vero che io abbia atteso 17 anni per dire il mio pensiero sulla Uno bianca. L’ho gridato, sin dall’inizio. Di più. L’ho gridato con successo. I processi cui mi è stato consentito di partecipare, hanno affermato l’organicità dei fratelli Savi in un contesto criminale ed eversivo ben più ampio (cfr. sentenza Medda, ove gli imputati di quel processo ed, in particolare, Marco Medda, seppur assolti, furono contestualizzati assieme ai Savi in occasione dell’eccidio del Pilastro). Disinformazione e ignoranza l’hanno taciuto. Varrebbe la pena riflettere su questo. Per certo, tuttavia, non vorrai farmi una colpa … di quello che gli altri mi hanno fatto, insultandomi per anni.
    b. Non è vero che il rapporto della Digos su cui s’incardinava il processo Medda presupponesse l’estraneità dei Savi all’eccidio del Pilastro. Anzi. Ben prima del loro arresto, quello stesso rapporto ipotizzava il concorso di Medda e dei suoi coimputati con tre persone, all’epoca sconosciute, a bordo di una Fiat Uno bianca (appunto, i fratelli Savi).
    c. Le indagini della Digos che costituirono l’ossatura dell’impianto d’accusa del processo Medda, non hanno nulla a che vedere con l’indagine sulla c.d. Quinta Mafia.
    d. Non è vero che io, ricordando come tale nome sia stato coniato dal Procuratore Nazionale Antimafia, Bruno Siclari, abbia inteso prendere le distanze da quella indagine. Aggiungo che non condivisi allora e non condivido oggi, la definizione Quinta Mafia. Non ti tedierò con valutazioni tecnico-giuridiche sulla struttura del reato di cui all’art. 416 bis che descrive l’associazione di tipo mafioso. La sorte mi ha consegnato l’onore di scrivere, quale presidente della sezione penale di un Tribunale della Calabria, importanti e fortunate sentenze in materia di mafia. Sono state più volte riprese dalla letteratura e dalla giurisprudenza. Sarà mia premura fartele avere, se ti dovessero interessare.
    e. In ogni caso, qualunque sia il nome, rivendico con orgoglio, l’indagine passata alle cronache come Quinta Mafia. Perdonami la brutalità: è del tutto evidente che non la conosci abbastanza. Vennero arrestati e condannati centinaia di pregiudicati, fra cui alcuni organici delle cosche più torbide della criminalità italiana: i clan Vottari, Mammoliti, Romeo, Strangio, Gumari, Menzo, Covelli, Di Giacomo, etc. Per la prima volta, nell’ambito di una indagine, un pentito ha parlato dei gradi c.d. massonici nella ‘ndrangheta. Un altro pentito, oltre a un omicidio avvenuto a Modena, ha dato un colpo mortale alla stidda confessando oltre 20 omicidi avvenuti a Gela. Sullo sfondo un traffico di stupefacenti che coinvolgeva il quartiere Pilastro. Non riscriverò, ora, tutta l’indagine, di cui, visto che ne parli, è importante capirne il senso. Ha documentato la sistematicità dei rapporti fra pregiudicati appartenenti a storiche famiglie criminali e soggetti del territorio emiliano romagnolo. Fra gli altri, Marco Medda e personaggi del quartiere Pilastro. Questo profilo supportò l’indagine della Digos nella contestualizzazione di Marco Medda al Pilastro, la sera dell’eccidio dei carabinieri Moneta, Mitilini e Stefanini. Le interferenze fra le due indagini finiscono qui. L’assoluzione degli imputati dal reato di cui all’art. 416 bis cp non ha snervato la sostanza storica dei fatti documentati in quei processi.
    f. La mia critica alle teorie delle schegge impazzite non vuol dire che ignori la totale compenetrazione di pezzi dello Stato nelle stagioni dello stragismo golpista, prima, ed in quelle dello stragismo mafioso, dopo. Lo dimostrano le mie indagini sulla figura di Marco Medda o sulla banda delle COOP. E’ incredibile, che nessuno si sia mai preso la briga di ricordare che, in quest’ultima indagine, avevo, senza enfasi, ma con metodo e consapevolezza, delineato il quadro in cui si muovevano quelle rapine. Se qualcuno si fosse preso la briga di leggere i documenti, avrebbe, ad esempio, ritrovato ambigui figuri già condannati per il depistaggio dell’Italicus. Inutile dire che, grazie al … tana, liberi tutti, seguito all’arresto dei Savi, anche costoro furono assolti, dopo che erano stati già condannati sia in primo che in secondo grado.
    Critico con forza, tuttavia, la teoria delle schegge impazzite, perché se i fatti vengono estrapolati dal contesto criminale ed eversivo in cui avvengono, diventano il miglior alibi per le teorie minimaliste. Ed, infatti, è quello che è successo nella lettura della vicenda dei fratelli Savi.
    g. Dovrebbe esserti, a questo punto, chiaro che non ho nessun comprensibile desiderio di riscatto, come tu scrivi, per l’ovvia ragione che non ho nulla da cui riscattarmi. Ho vissuto in silenzio anni d’insulti gratuiti, delegittimanti e ingiustificati. Li ho vissuti con amarezza, ma anche, con la fierezza e l’orgoglio forte e sereno, di chi ha fatto il proprio dovere. Anche quando era difficile farlo. Oggi, scopro che, in fondo, sono in tanti a pensarla come me. Anzi, sembrerebbe, quasi, che ci sia una gara a … spiegarmi le mie idee senza farmele capire! Peccato che abbiano taciuto per anni, accreditando le tesi minimaliste o inseguendo scenari fantasiosi sganciati dai fatti. Perché i fatti, se studiati e analizzati davvero, si stagliano con contorni superiori ad ogni fantasia.

    Peccato, anche, che tu non abbia avuto il tempo per leggere con calma “L’Italia della Uno bianca”. A proposito, se posso permettermi, ma per quale ragione hai dovuto leggerla “necessariamente in fretta”?

    Teramo, 6 giugno 2012.

    Giovanni Spinosa.

  2. maurozani Says:

    Caro Giovanni scrivo in breve perchè, dove sono ora, ho qualche difficoltà con internet. Anzitutto ti ringrazio per il tuo intervento su questo mio misero foglio elettronico. E, ancora anzitutto ti riconfermo la mia stima e considerazione in toto.Ho letto in fretta Giovanni. Poi magari rileggerò. Lo faccio sempre per le letture che considero “avvincenti”. E finalmente ho letto qualcosa di decisivo su di una vicenda che mi ha fatto molto penare. Come quando cercavo, disperatamente, di spiegare a carabinieri e poliziotti che eravamo di fronte ad una banda armata che agiva con scopi chiaramente terroristici e che dunque avevano alle spalle un retroterra politico. Ma ero comunista…Ciò detto le tue considerazioni critiche non mi colpiscono affatto, le considero per quelle che sono. Opportuni rilievi ad uno che scrive senza aver potuto conoscere tutti gli atti ,seppur pubblici a disposizione. A mio discarico metto solo le nostre diverse esperienze e competenze. Non sono certo in grado di incrociare la spada con un magistrato della tua statura, un magistrato che sempre , comunque , ho considerato non solo corretto ma estremamente scrupoloso e competente. Insomma almeno questo s’evincerà dal pezzo che ho scritto , o no?
    In quest’ambito devo però farti notare che sempre io ho dovuto osservare l’andamento delle varie indagini dall’esterno.Per esempio quando tu chiarisci che hai gridato nei processi il più vasto contesto criminale ed eversivo nel quale si collocava l’azione dei Savi, ebbene io non ho potuto coglierlo.Da un lato un uomo poltico s’occupa necessariamente di molte e diverse cose contemporaneamente, dall’altro la definizione di quinta mafia del Pilastro lasciava ampio spazio all’idea che si volesse sminuire fino ad annullarlo il carattere e lo spessore anche “politico” della vicenda.Tieni conto che un rapporto sullo stato dell’arte nel paese redatto dai servizi chiariva che l’Emilia romagna era una regione con un tessuto compatto tale da respingere le diversità e dunque suscettibile di per sè, di dar luogo a fenomeni di violenza “anticonformistica”. In tal contesto quando si accusarono i Santagata mi misi , necessariamente in forte sospetto, così come fortememente mi insospetti la “quinta mafia”, come a dire son cose vostre : mostri da voi generati.
    A tal proposito tra l’altro io non son mai stato prevenuto nei confronti di ipotesi e /o indagini sulle mafie nel territorio emiliano. Anzi ,ricordo a mio discarico, che le sollecitai.Come quando all’areoporto di Bologna intendeva sbarcare il Costanzo uno dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, secondo , se ben ricordo, il generale dalla Chiesa. Combattei anch’io soletto quella battaglia sfidando pregiudizi consolidati anche a sinistra. Confesso qui che mi ebbi moniti e “consigli” da persone (non degli ultimi della mia parte) a lasciar perdere. Qualcuno anzi mi avvisò (in modo cordiale , naturalmente) che i fratelli Costanzo avrebbero , di fronte ad una mia insistenza comprato un’intera pagina del Corriere della Sera per attaccarmi personalmente. Si riteneva che un ancor giovane e modesto topo di campagna , come me, demordesse di fronte a tale potenza di fuoco. Invece no.
    Insomma Spinosa, un conto è ciò che tu hai fatto altro è quello che la tua riservatezza(della quale devi giustamente esser fiero) ha consentito che apparisse. Anche a me. A me che non ho condiviso motivazioni di sentenze definitive pur redatte in buona fede da persone (cui ti riferisci anche nel tuo libro) che pur stimo e con le quali mantengo una consuetudine di consolidata amicizia.
    Ciò detto (ancora una volta in fretta) conta che condivido ( e l’ho scritto) la tesi centrale del tuo bel libro, relativa alla teoria evoluzionistica. Questo conta, almeno voglio credere, tra noi due. Mi spiace solo che tu non l’abbia colto con la sufficiente enfasi. ma se c’è una cosa che ti manca è proprio l’enfasi. E va bene, molto bene, così.
    Infine mi è molto piaciuto risentirti a distanza di tanto tempo.

  3. Giovanni Spinosa Says:

    Caro Mauro, sono davvero felice di questo nostro scambio di opinioni. Mi avevano ferito alcune tue critiche, non per le critiche in sé, ma per la loro provenienza da persona che stimo e che ho sempre seguito, seppur da lontano, con considerazione. In particolare, mi ferivano per essere inserite in un brano che apprezzava le idee da me espresse nel libro L’Italia della Uno bianca.
    Hai certamente ragione quando dici che, all’epoca dei processi da me istruiti, non ero riuscito a far capire il senso dei processi stessi. Pensavo che bastassero i nomi e le situazioni che documentavo. Evidentemente sbagliavo.
    Ma, forse, qui la riflessione diviene davvero importante. Si tratta di capire il ruolo delle sentenze e dei processi nell’impalcatura costituzionale. Non credo abbiano il compito di scrivere la storia. La statuizione giudiziaria deve definire, nelle regole e con le regole, il rapporto fra la pretesa punitiva dello Stato e il diritto alla libertà dell’individuo. Alla ricerca storica e/o giornalistica spetta il compito di estrapolare dalla cronaca e dagli atti dei processi stessi, gli elementi utili per dire i fatti di una nazione.
    Ma, come vedi, è un discorso complesso con cui, però, bisognerebbe verificarsi. I disastrosi risultati della ricerca giornalistica sulla Uno bianca dovrebbero farci riflettere. L’incapacità di superare la deviante dicotomia fra chi si è appiattito sulla banalità delle sentenze e chi ha inseguito fantasie senza riscontro, costituisce la spia di un sistema culturale inadeguato.
    Intanto, mi godo il piacere di averti risentito dopo tanti anni e ti saluto con cordialità.
    Giovanni Spinosa.

  4. mauro zani Says:

    Caro Giovanni, non c’è alcun dubbio: abbiamo visto le cose da un piano molto diverso. Necessariamente. Avevamo ruoli del tutto diversi. Forse è semplicemente tutta qui la questione. Hai ragione da vendere quando chiarisci a cosa serve la statuizione giudiziaria.Ho ragione anch’io nell’essermi fatta un’idea storicamente non infondata della vicenda della Uno Bianca. Tra l’altro il tuo libro mi conferma in quest’idea. Giovanni, dovevi scriverlo prima! Solo questo ti contesto. Per il resto trovo semplicemente originale (per non cadere nel patetico) che a distanza di 40 anni, e dopo una conoscenza occasionale , io possa confermare l’impressione ch’ebbi della tua persona.E questo , coi tempi procellosi che corrono mi conforta assai.
    Abbiti la mia stima sicera
    mauro zani

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