La scalata.

La scalata al PD preannunciata dal direttore di Repubblica comincia da Bologna. Scelta giusta e lungimirante dal punto di vista del “partito repubblicano”.

Qui, almeno dal 1999, è il ventre molle.

Contemporaneamente sussiste ancora la base sociale , elettorale e un substrato partecipativo che costituiscono la massa critica dalla quale muovere.
In più vige da tempo una condizione di rassicurante ordinarietà nell’azione politica unita ad una normale amministrazione dell’esistente. L’una e l’altra priva di slanci progettuali.

Presi nel loro insieme questi elementi forniscono il terreno d’elezione per un esperimento di fertilizzazione tramite la Repubblica delle idee.

Già perché la scalata al PD non è un mero fatto organizzativo.

Il PD si è reso scalabile non tramite le primarie. Bensì in assenza di una cultura e di un’identità politica stabile che non derivano , com’è in uso credere, da una difficoltà programmatica. Bensì, e molto prima, da un vuoto ideologico-critico.

Naturalmente un tal “difetto” non è attribuibile semplicemente al tutt’ora neonato PD.
Si tratta di una deriva che ha coinvolto la sinistra italiana ed europea per almeno cinque lustri.

Adesso di fronte ad una crisi  di sistema, nella fase del capitalismo finanziario, ci si presenta nudi all’appuntamento con la storia.

Si teme la crisi, se ne ha paura.

Una paura irrazionale , poiché non si hanno più a disposizione gli strumenti di una cultura critica del capitalismo.

Ci si ritrae dunque orripilati di fronte a quelle che appaiono e sono , a tutti gli effetti, le conseguenze drammatiche del fallimento dell’Utopia Liberale.

Da qui l’appello, reiterato alla noia, ad un generico riformismo al margine della crisi in atto.

“Chiediamo alla cultura di aiutarci a pensare e a capire , a re-immaginare il futuro…” scrive Ezio Mauro

Lodevole intento, sia detto senza ironia.

Ebbene per la politica “scrivere il futuro” significa nientemeno che  assumere su di sé il rischio di tornare ad osare forzando il campo ormai infertile della liberaldemocrazia assumendo una visione del mondo integralmente democratica capace, per ciò stesso, di “farsi sgabello della crisi”, valutandone la estrema pericolosità ma anche sfruttandone le potenzialità di cambiamento.

Come qualcuno ha scritto: affinché l’idea chiave del liberalismo storico (libertà e uguaglianza) sopravviva c’è bisogno dell’aiuto fraterno di una sinistra radicale.

Lo si vede nell’infausta attualità.

L’Euro va a poche settimane ormai.

Tre mesi dice la Lagarde.

Ebbene se si resta immobili, stregati entro il cerchio magico delle compatibilità dettate dai mercati , in balìa di un riformismo gradualista (attesa degli eurobond, o altro) la dinamica della crisi s’incaricherà di fare piazza pulita di primarie e scalate di sorta.

Il 2013 è lontanissimo.

Può valere qualche decennio.

Anche abbattere il debito pubblico gettando nelle voraci fauci dei mercati un bel pezzo di ciò che residua del patrimonio pubblico in Italia non basterà a placarne la fame.

Per questo tra le tante idee che verranno in campo a Bologna, forse una meriterebbe d’esser presa in considerazione: c’è un’evidente irrazionalità insita nel capitalismo globale. Essa va rovesciata nella razionalità consistente in un vero e proprio cambio di paradigma.

I mercati vanno resi strumentali al buon funzionamento dell’economia e al benessere della società degli umani tramite un forte e permanente condizionamento che può provenire solo dall’esterno.
Dalla politica.

La democrazia può essere la gabbia entro cui contenere, con tutta la forza necessaria e legittima, l’irrazionalità del mercato.

Idee, appunto..solo idee.
Cioè forza materiale….

Intanto però si deve bloccare subito, nell’unico modo possibile, l’attuale speculazione (in realtà normale e maligno funzionamento del mercato globale) sui debiti statali con una ristrutturazione in corsa del ruolo della BCE.

Si può fare.
A questo punto si deve, al di là di Maastricth.

Poi, da vivi, si possono elaborare idee nuove.

Considerando che la storia non è finita e che immaginare un’alternativa globale è logico e necessario.

E’ indispensabile però liberarsi di una vecchia idea, corrispondente alla paura che ha paralizzato la sinistra per così lungo tempo: quella secondo cui contrapporsi all’utopia liberale mascherata da un ragionevole pragmatismo debba per forza assumere il significato di incorrere negli errori e negli orrori del novecento.

Se non si riparte da qui , dalla forza delle idee, basate sulla critica radicale e senza appello dello stato di cose esistente, ogni invito alla speranza rischia d’esser presto travolto, in Europa e in Italia, dallo tsunami di un populismo autarchico, razzista e fascisteggiante capace di contrapporsi, nel senso comune, al liberismo tutt’ora imperante.

Niente a che vedere con Grillo.

Ben altra roba.

Roba che mi capita di cogliere ormai, nelle più varie sfumature, proprio in giro per Bologna.
(Più che altro e per la verità , come i lettori abituali sanno, per la provincia.)

Auguri comunque alla Repubblica delle idee…

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29 Risposte to “La scalata.”

  1. Gino Says:

    Come ha ragione signor Zani ! Si vede che l’aria sedentaria della collina le fa bene. Continui, mentre io vado zigzagando senza meta con la mia Prinz fra pantani afosi. Dopo i VaffaDay e i Santoro Day, è l’ora del più impegnato RepubblicaDay. I migliori dopo gli scafati. Il salotto delle buone idee per seminare sul terreno arato dalla bolgia. Non c’è marketing che rinunci a un buon test su Bologna, dove c’è la più alta concentrazione mondiale di consumatori politici. Nel frattempo la politica cittadina resta inchiodata a Piazza Verdi e dintorni. Un Day Hospital. Applicarsi a dilemmi irresolubili (e con tanta passione) è un segno indubitabile dell’assenza di idee.

  2. mauro zani Says:

    Già, Piazza Verdi signor Gino. Mah!

  3. roberto Says:

    Certo che se le idee sono la realizzazione proterva del People Mover (cento e più milioni di euro), il milione e mezzo di euro per l’aggiornamento del sistema Sirio/Rita annunciati dall’assessore Colombo (1,5 M€!!! – tre miliardi di lire), la pavimentazione in porfido di via Indipendenza rifatta coi posatori (qualifica di alta specializzazione nel settore) che ripuliscono dall’asfalto i vecchi cubetti, sarebbe meglio che chi è preposto a tutto ciò dedicasse il suo tempo a dilemmi irresolubili.

    E se il sig. Gino lasciata la Prinz volesse fare l’umarell per qualche giorno girando a piedi per Bologna guardandosi intorno, su, giù, davanti e dietro, e rendicontasse con la capacità e l’intelligenza riconosciutagli, darebbe un contributo al bene comune di cui beneficierebbero i cittadini e fors’anche le nuove generazioni.

    Io sarei per un Enrico Bondi anche a Bologna, come figura metaforica beninteso ma equivalente.

  4. mauro zani Says:

    Un commissario con mandato limitato e definito per spalare la mer….? Mi piace. Quasi quasi mi candido. Però mi manca il curriculum…..

  5. Giovanni Says:

    Mauro ti assicuro che il curriculum non serve,Basta appartenere alla peggiocrazia La verità é che non hai i requisiti dell’utile idiota,senza arte ne parte

  6. roberto Says:

    Però mi aspetterei che Donini e Merola, che frequentano questo sito, un messaggino a Mauro lo mandino…

    Ad esempio CUP 2000, enfatizzata come “società industriale leader in Italia nella sanità elettronica e nelle reti Internet per l’assistenza”.

    La parola magica “industriale” piace molto a Moruzzi, ma non pare che il mercato di CUP 2000 si quello di una società industriale che normalmente è caratterizzata da una pluralità di clienti, se non di mercati.

    I ricavi dichiarati dal Presidente in interviste alla stampa (leggi Repubblica, che parrebbe uno sponsor di Moruzzi) e benchè pubblici non presenti sul sito internet, arrivano a circa 30 milioni di euro, tutto fatturato localmente, con il grosso alla ASL di Bologna.
    Dopo il caso Cracchi e Divani, non ci voleva molta sensibilità a mettere bilanci e relazioni in rete.

    Ammettendo che il servizio reso da CUP 2000 sia ottimo, non si potrebbe spendere (molto) meno, mettendolo a bando?

    Mauro si ricorderà la storia di Vitrociset e del suo boss Cruciani. Vitrociset si è mantenuta a lungo la privativa del controllo del traffico aereo essendo proprietaria dei codici sorgente, e argomentando coi vari governi che un’eventuale gara avrebbe creato un danno economico al paese.
    Poi è arrivata l’infrazione europea, la gestione è stata messa a gara, e Cruciani si è salvato dalla galera perchè fulminato prima da un infarto.
    Allora ho per un momento pesato ad un Dio vindice dei giusti, quello dell’agiografia cristiana, in relazione agli esiti blandi delle punizioni terrene per chi ha divorato le risorse pubbliche.

    Traguardando le cose italiche a distanza di tempo, c’è da pensare che lo stesso Dio si sia molto distratto

  7. roberto Says:

    Aggiornamento con correzione:
    “Il bilancio del 2011 di CUP 2000 si è chiuso in pareggio, con 36 milioni di ricavi corrispondenti al valore della produzione realizzata in progetti di ICT.
    12.312.000 Euro sono stati investiti per la realizzazione del Fascicolo Sanitario Elettronico, SOLE e commesse del sistema regionale.
    18.400.000 Euro è il valore dei progetti realizzati per le Aziende Sanitarie della Provincia di Bologna”.

    è sul sito di CUP 2000, e nella sintesi la chiarezza non è al massimo (ricavi, progetti, servizi ai cittadini non citati come fonte di ricavi ma forse denominati più schiccamente progetti, boh)

  8. Andrea Says:

    Caro Mauro, l’altro Mauro che ha retto anch’esso le sorti del Pci bolognese ha scritto un libro di memorie pubblicato dalla bolognese Pendragon nel settembre 2011: l’ho scoperto oggi per caso… io non cerco i libri, sono i libri che vengono a me, evangelicamente.
    Il titolo è accattivante: “Il comunista che mangiava le farfalle”.
    Maurizio Garuti, già collaboratore di “Bologna Incontri” (“Vogliamo la cicoria”) ne è il curatore.
    Starei per abbandonare un attimo Anna Karenina per inoltrarmi nella lettura… vedrò!
    Purtroppo noto che non c’è un indice dei nomi con riferimento alle pagine, ma solo un indice dei nomi delle persone “che hanno significato qualcosa” e che sono decedute: quindi non compari, per fortuna.
    Posso anche ritenere che tu non abbia contribuito alla realizzazione di questo lavoro, perché non risulti nell’elenco dei ringraziamenti.
    Spero che anche tu un giorno ti decida a scrivere qualche cosa di simile.
    Per quanto riguarda la roba che ti “capita di cogliere ormai, nelle più varie sfumature, proprio in giro per Bologna” vorrei ricordarti la polemica ormai lontana sul sudore dei semplici, che rivendicavi a ottobre scorso come metro della mia presunta lontananza dal popolo che fatica: io rintuzzai dicendo che ritenevo di sudare di più io di te, al netto delle tue uscite dal recinto dell’orto, dove coltivi con successo prelibate verdure biologiche. I semplici scartano a destra quando sudano troppo e la narrazione non è convincente…
    Voglio ricordarti che il fascismo fu un collage di nuance e che “sfumatura” in francese, tedesco e italiano (che lo mutua dal francese, come il tedesco) è “nuance”. Anche il cosiddetto “sentiment” dei famosi “mercati” è un quadro psicologico-operativo di “nuance” e di azzardi. La vita è fatta di nuance. Io ho vissuto di nuance. Continuo a vivere grazie alle nuance.

  9. Andrea Says:

    Sempre a proposito di nuance e fascismo, ho letto recentemente le “Considerazioni di un impolitico” di Thomas Mann e oggi (i libri vengono a me…) mi capita di leggere un freschissimo saggio dell’ottimo germanista Marino Freschi sul grande antifascista reazionario.
    Freschi cita brani della lettera di Mann a Ferdinand Lion:

    “Questo [mio] ottimismo democratico è stato recentemente definito sull’Observer, dal giovane Toynbee (figlio dello storico), almost too good to be true. Ha ragione, il mio atteggiamento democratico non è perfettamente sincero, è solo una reazione irritata all’irrazionalismo dei tedeschi, alle loro profondità fasulle […] e al fascismo in genere, che sinceramente non riesco proprio a sopportare. Gli è riuscito, al fascismo, di trasformarmi temporaneamente in oratore ambulante per la democrazia: un ruolo in cui più di una volta sono apparso abbastanza buffo ai miei stessi occhi. Ho sempre sentito che, al tempo della mia ostinazione reazionaria, nelle Considerazioni di un impolitico, ero stato molto più interessante e lontano dalla banalità.”

    Nuance.

  10. Andrea Says:

    Ora che ho finito il libro di memorie di Mauro Olivi sono di nuovo fra Mann e Tolstoj.
    A parte l’atmosfera umanamente ricca e febbricitante, nel Pci c’era ben poco: antipatico, presuntuoso figlio sciocco e furbetto della grande casa madre russo-sovietica, rifondato come partito di massa dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, degnamente morto all’ombra di una povera, insignificante quercia grazie alla perspicacia di un Mauro Olivi al cubo quale fu Occhetto, ecco ora che viene optato – nel senso di opzione, di Opa – dalla corazzata Repubblica-Espresso.
    Collocato fra la cultura emiliana del porco (di cui non si butta via nulla) e le vuote leziosità del “ceto medio riflessivo”, s’avanza uno strano soldato che somiglia a un cameriere.

  11. Gino Says:

    Lei signor Andrea si lascia troppo prendere dalla buona letteratura, col risultato di finire preda di complessi edipici un poco fuori scala. L’opa, che io sappia, riguarda il Pd, che non c’entra nulla col Pci e persino coi suoi derivati. Quanto a Olivi era (ed e’ ancora) di una originalità’ assoluta, ai limiti del bizzarro. Pero’ le concedo che l’Occhetto come Olivi al cubo mi ha fatto ghignare per almeno cinque minuti rendendo più’ gradevoli le mie escursioni su Prinz. Visto che siamo in tema: avrebbe da consigliarmi qualche buon libro sulla FuhrerPrinzip ?

  12. anventurrea Says:

    Signor Gino, a scanso di fraintendimenti: Olivi mi è molto simpatico.
    Parteciperà, il 12 luglio, alla presentazione di sé stesso presso la Festa dell’Unità di San Lazzaro di Savena.
    Magari ce ne fossero oggi di Olivi… invece ci sono gli ulivi e le olive.
    Con quale cargo ha portato la Prinz in America? La fanno circolare? Come la osservano?
    Le consiglio, quando rientrerà, di leggere David Irving: “La guerra di Hitler”, Edizioni Clandestine(!)
    Che il Pd non c’entri nulla con il Pci è una presa di posizione e una una presa per il *BLIP* che le concedo per via del jet-lag.
    Il rapporto fra jet-lag e Pd invece è noto: solo frastornati si può rinnovare la tessera.

  13. andrea Says:

    Signor Gino, a scanso di fraintendimenti: Olivi mi è molto simpatico.
    Parteciperà, il 12 luglio, alla presentazione di sé stesso presso la Festa dell’Unità di San Lazzaro di Savena.
    Magari ce ne fossero oggi di Olivi… invece ci sono gli ulivi e le olive.
    Con quale cargo ha portato la Prinz in America? La fanno circolare? Come la osservano?
    Le consiglio, quando rientrerà, di leggere David Irving: “La guerra di Hitler”, Edizioni Clandestine(!)
    Che il Pd non c’entri nulla con il Pci è una presa di posizione e una una presa per il *BLIP* che le concedo per via del jet-lag.
    Il rapporto fra jet-lag e Pd invece è noto: solo frastornati si può rinnovare la tessera.

  14. Gino Says:

    la Prinz l’ho caricata su un canotto, pero’ l’ho messa in garage per una più’ comoda Chrysler 200 che d’altronde tengo ferma sotto un albero perché’ fa troppo caldo e ho paura di rigarla (tanto e’ maestosa). Pero’ e’ in errore. Il jet-lag e’ piuttosto correlato allo stracciamento della tessera (e dei propri zebedei) che al suo rinnovo. Il rinnovo non e’ frastornante, ma sana routine per la quale non si butta via nulla se non per qualcosa di meglio. Quando vedrà’ comparire all’orizzonte questo qualcosa, mi avvisi. Mi fido molto del suo acume interpretativo di grande esoterico.

  15. andrea Says:

    In un certo qual modo ha ragione, Signor Gino. Essere fuori casa nella propria città è un’esperienza molto triste, io lo so. Però il suo progressismo a tutta prova non aiuterà neppure i suoi sodali, in quanto sapranno che su di lei si potrà sempre contare, in quanto ormai abituato a tutti i bocconi amari. Infatti, se uno come lei decidesse di saltare almeno qualche giro di giostra, già sarebbe un messaggio abbastanza chiaro, almeno in città.
    Forse farebbero orecchie da mercante e tenterebbero con un paio di telefonate da Via Rivani di recuperarla con benevolenza, e lei, buono e sensibile, non saprebbe dire di no… e il gioco sarebbe finito così. Forse ho capito perché si allontana così spesso e così a lungo… e così lontano!

  16. andrea Says:

    E poi, Signor Gino, quando il cerchio si chiude, non è più l’orizzonte a dover essere scrutato, ma il già accaduto “disastro di Varo”.
    I grandi esoterici si ritirano in biblioteca.

  17. Gino Says:

    Beh, caro signor Andrea, lei è tipo che non l’avesse avuto, il suo esilio, se lo sarebbe ostinatamente cercato. La biblioteca nella quale risiede, del resto, è per lei il migliore dei mondi. Io, per conto mio, viaggio non per liberarmi delle ambasce. Piuttosto per viverle in diverso scenario, possibilmente in cinemascope. Quanto al ‘salto del giro’ potrei onorarmi tirando fuori una stoica reticenza a voler essere ‘recuperato’, ovvero blandito e riabilitato in una nevrotica pulsione passionale. Ma la verità è un’altra. Saltassi un giro, nessuno se ne accorgerebbe, tanto meno il Pd che ha nel ‘legame debole’ il suo fondamento epistemologico. Il Pci sì era altra cosa. Era letteralmente ossessionato dall’eventualità di uscite volontarie, tanto da anticiparle, al caso, con opportune espulsioni. Come in ogni chiesa ogni anima era tenuta in somma considerazione e anche l’ultimo degli sfigati era fatto segno di un oculato controllo. Le punizioni e le quarantene non implicavano alcun sadismo. Erano piuttosto modi di estorsione della redenzione e di remissione dei peccati. Come nella tortura cinese. In quelle circostanze l’exit, o la voice, avevano per l’individuo che le osava un sapore pregnante. Adesso sono letteralmente ridicole.

  18. andrea Says:

    Tortura cinese? Ha a che fare con la visita del Dalai Lama a Mirandola? Non ci siamo Signor Gino: troppo corrivo e per me offensivo. Io non sono il “tipo” che cerca ostinatamente l’esilio.
    E’ l’oscura genìa del Kali Yuga a cui lei fieramente appartiene che mi ha costretto all’esilio.

  19. maurozani Says:

    Kali Yuga.?
    scusa Andrea siam ignoranti su questa sottospecie di blog.
    Per i lettori.Trattasi dell’ultimo degli Yuga: un’epoca caratterizzata da conflitti e diffusa ignoranza spirituale. Mica lo sapevo. L’ho letto su Wikipedia.
    Cmq signor Gino, questo ultra reazionario/rivoluzionario(?) per di più autoesiliato di Andrea resta a suo modo simpatico.
    Nuances, appunto……
    In verità poi l’autoesiliato son io.
    Per quanto con numerosissime ragioni pseudo- storiche….
    E chissà, forse (glielo voglio concedere come ultima possibilità) anche Lei signor Gino.
    C’è ormai una gran ressa fuori delle mura della città.
    Ed è destinata ad aumentare.

  20. roberto Says:

    … e nella prospettiva che la gran ressa aumenti si commissiona alla DEMOS di Ilvo Diamanti (almeno così l’intervistatrice mi ha detto al telefono) una ricerca per stabilire il gradimento dell’amministrazione comunale presso i cittadini bolognesi.
    Ieri è stato il mio turno nel sorteggio del campione.

  21. Gino Says:

    Francamente non capisco perchè il signor Andrea si inalberi tanto. Mi era sembrato che Egli avesse un innato disprezzo aristocratico per la massa, o quanto meno per i luoghi comuni. Di qui una naturale inclinazione a trarsi dai posti affollati da altro che non siano libri. Se poi adesso sostiene di essere stato esiliato suo malgrado vuol dire che cambierò opinione (anche se resto dell’idea che in tempi come questi chi va in esilio se lo cerca, come onestamente ammette il signor Mauro). In effetti gli esuli di sinistra cui Diamanti ha dato una dignità sociologica da feuilleton (come lo Stella alla casta) sono in realtà esuli da sè stessi che per comodità se la prendono con un partito. In questa delirante polluzione, insisto, esercitare l’arma dell’exit (o della voice) è tragicomico. Ps. adesso scopro cos’è il Kali Yuga. Roba braminica che non c’entra col confucianesimo cui mi riferivo. A prima vista mi era sembrato un callifugo balcanico o una sottomarca coreana e trovavo bizzarro l’esservi associato. E anche adesso che il signor Mauro ne ha rivelato il senso mi viene a mente quel siparietto di Toto alla stazione di Milano : Quo vadis ? Ben Hur !. Kali Yuga ? Bramistura !

  22. andrea Says:

    Signor Gino, il tema dell’esilio è troppo complicato per lasciarlo agli esiliati, agli esiliandi, agli esiliofobi e agli esiliofili.
    Io non accuso un partito ma un’epoca.
    In questo blog ci sono tante essenze di quest’epoca, tante sfumature, tante nuance; c’è ricchezza umana e anche onestà, però io mi sento estraneo, da lunghi anni, e sarebbe oneroso e inutile – e stucchevole… e deleterio, probabilmente – che venissi a spiegare la mia lontananza.
    Il Kali Yuga, senza aggiungere null’altro, dimostra che la gente di sinistra legge solo “roba” di sinistra… lei legge Diamanti!… povere pietre preziose, a cosa siete associate!
    Dovrei citare Evola, Eliade, Guénon per il Kali Yuga? Non voglio citare nulla; i libri non c’entrano nulla. Pretesti.
    Buon Texas.

  23. Andrea Says:

    Mettiamola così, Signor Gino: sono “tempi ultimi”, e io mi accosto con chi concorda consapevolmente. Ripeto: consapevolmente.
    Dentro al “consapevolmente” non ci possono stare gli inconsapevoli che hanno in testa (testa?) europeismi platonici, “repubblicones”, osservatori dell’evoluzione del Pd che “è meglio che niente” (allora niente, per dio!), quelli che “per fortuna che c’è Monti”, quelli che “Napolitano è un maestro e un garante”, quelli che fanno somme e calcoli elettorali vacui fra “socialisti democratici europei” più “verdi democratici europei” più “mamme democratiche europee”, ecc.
    Io parto da un punto che non mollerò: c’è un gigantesco stato canaglia, il più grande impero della storia, che è sulla via del tramonto, a Dio piacendo! Se lo goda; faccia pure Tocqueville; ma almeno sappia realmente chi sono loro e chi sono io.
    Vi lascio tutti, mi sono affaticato troppo. Scrivere – scrivere veramente – stanca. Chi vivrà vedrà.

  24. Gino Says:

    E vabbè, alla prossima. Lei, signor Andrea, e lo dico saturo d’affetto, seppure inopinatamente kaliyugato come un lettore di Diamanti, è, in questo, come il signor Mauro. Alle prime schermaglie prendete cappello e ve ne andate. Salvo tornare poco dopo. Per fortuna…

  25. Gino Says:

    …..per fortuna, volevo dire, siamo ancora alle cose penultime…

  26. Andrea Says:

    Schermaglie, schermaglie… si fa presto a dire “schermaglie”.
    Le pare che mi faccia piacere polemizzare all’infinito con la mia generazione (la nostra generazione), con cui ho condiviso tutto?
    Piuttosto: perché le strade si dividono? Perché abbiamo vissuto gli uni accanto agli altri poi ci siamo separati radicalmente? Perché ho sempre avuto il pudore di non inoltrarmi troppo nelle vite degli altri? Perché ho preferito mettere a nudo la mia? (Ha notato l’impudicizia?)
    Non mi sembra che il titolare del blog l’abbandoni, prendendo il cappello e sbattendo la porta; non faccia il viziatissimo giovane comunista a cui era permessa l’eresia… e che ora ripaga con la fedeltà alla non-linea.
    Il problema è che se io fossi un maestro riconosciuto, tutti voi verreste volentieri a prendere lezioni, come fate, mettiamo, con Cacciari, con Tronti; addirittura qualcuno ha fatto con Guido Fanti. Però non sono un maestro e, quindi, la lettura di “Repubblica” sarà sempre preferita al fermarsi, almeno un po’, per capire… perché la “sinistra liberale”, la sinistra/Sistema, in ultima istanza, ha l’ultima parola?
    (Il Sistema, da vent’anni, si amministra “a sinistra”).
    Perché ciò che scrive il “Repubblichiere della Sera” viene ritenuto autorevole? Perché non ci si pone il problema che non è l’ultima istanza dell’informazione ma una fonte – la principale – del Sistema? Perché la menata europeista passa come una fresca birra bevuta in questa calura? Quanti interrogativi! Quindi, nel corso del tempo, sono passato dall’attaccare briga, all’indifferenza, alla nausea.
    Ora sono seduto su un divano, da cui osservo l’evoluzione dei tempi, delle persone; con partecipazione, ma anche con distacco emotivo.
    Sono furioso con le menzogne su Libia, Siria, Iran, Russia… posso forse farci qualche cosa, quando tutti voi “di sinistra” accettate le versioni del Sistema, le balle del Sistema, ripetute ogni volta uguali, e ogni volta trangugiate senza sforzo… “in fondo, Repubblica, oggi, non ha scritto nulla di quello che dici”, quindi, tranquilli tutti, il giornale della serietà e del progresso non avrebbe mancato… non avrebbe rifiutato d’informarci, non avrebbe lasciato soli e al buio noi democratici elettori di sinistra… e via, e via, e via, trangugiando, trangugiando… nemmeno in allegria, ma con i volti compresi, come i partecipanti alla “Repubblica delle idee”.
    Ha capito che i libri non c’entrano, mentre l’esilio, un po’, inevitabilmente, c’entra?

  27. mauro zani Says:

    Beh, in effetti Andrea ha ragione sul prender cappello. Quando mai?E, devo ammetterlo, ha ragione anche sul conformismo mortifero sparso dalla Repubblica delle idee. La quale di idee non ne ha nessuna.Dopodichè non son affatto d’accordo , ma va da sè,su Europa e dintorni. Ma certo anche per me c’è davvero da esser furiosi sulla quantità di balle spacciate dal mainstream, per sua natura progressista e conservatore insieme, su Libia etc…La Russia la terrei a parte ,Andrea.
    comunque signor Gino quando capiremo ciò che si nasconde dietro la retorica dei diritti umani? Si dia un’occhiata a ciò che sta avvenendo in Egitto e si avrà chiaro il vero e proprio depistaggio occidentale sulle primavere arabe.

  28. mauro zani Says:

    Ah , quanto all’esilio signor Gino è stata la mia exit strategy. E anche il mio (stavolta glielo dico in chiaro) sentito disprezzo per taluni della mia ex parte.Gente che non merita energia nervosa, fatica e generosità alcuna.

  29. Andrea Says:

    Del prendere cappello.

    E’ punteggiatura: non è una virgola, non è un punto e virgola; è un punto fermo, dopo il quale si cambia discorso o lo si riprende con un altro registro. Prendere cappello, anche nel cinema, è straordinario: cambia il piano-sequenza, cambia l’ambientazione, cambiano i protagonisti, oppure c’è qualcuno che si ricrede, torna indietro; questo soprattutto nel grande cinema degli anni Trenta e Quaranta.
    Signor Gino, potremmo invece creare un allegato, un’avvertenza: “Dell’impossibile condivisione e della malinconia relativa”.
    In fondo, io, il proprietario, e lei, siamo degli inguaribili romantici.
    Bene, bene, molto bene.

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