Archive for febbraio 2013

Lo stallo.

febbraio 28, 2013

Oggi son tornato a compulsare i quotidiani.
Tira una gran brutta aria nel PD.
Io che l’ho sempre criticato dovrei esserne contento.
Invece no.

Ieri chiedevo , nel mio piccolo, che si rispondesse a Grillo avviando una sincera riflessione autocritica con conseguente avvio di una “rivoluzione politica” capace di dare risposta in senso generale e particolare alla domanda civile che s’è così clamorosamente espressa col voto a Grillo.
Non sapevo ancora che dopo qualche ora Bersani si sarebbe rivolto a Grillo escludendo reiteratamente qualsiasi ipotesi di governone.

Ora, Bersani è criticabile sotto molti e diversi riguardi.
Li ho riassunti nella formula del “riformismo col cacciavite” chiaro sintomo di una persona che non aveva visto l’altezza della marea che pure montava di giorno in giorno fino ad assumere appunto l’aspetto di uno tsunami che ha spazzato via qualsiasi possibilità di tener in campo ,con qualche marginale correzione la vecchia politica.

Non è più l’epoca del “calati giunco che passa la piena”. Detto siciliano ma che s’attaglia bene anche ad un certo riformismo all’emiliana in voga da qualche tempo a questa parte.

Né è l’epoca nella quale illudersi di allentare qualche bullone nella macchina schiacciassi dell’austerità messa in moto dalle destre politiche e dalle tecnocrazie europee .

Ma , francamente sono, adesso, ancor più criticabili quelli che, nel PD, si mobilitano dietro le quinte preparando il solito colpo di palazzo dopo che non han speso una parola, in ben quindici mesi per denunciare l’ovvio massacro politico inscritto nel patto tra il PD e Monti.

E ,ugualmente son del tutto destituiti di fondamento taluni guru e soloni dell’intellettualità della sinistra storica che accolsero Monti con benevolente correità e che oggi scoprono il meraviglioso mondo dei grillini.
Bravi , sono secoli che arrivate sempre dopo la puzza.

Al netto di tutto ciò , solo un partito privo di senno può aprire una partita mortale al proprio interno mentre è sotto assedio.

Ci son dei matti in giro.

Ma d’altro canto nel partito mal nato e peggio concepito tutto sembra possibile. Ricordate sempre che il bambino nel 2007 nacque vecchio, raggrinzito in una mera alleanza di potere .
Difetto congenito che non è superato dall’autocentrato ambaradan primariesco e gazebista.

Bisognava mettere a tema strategico , dunque a fondazione di un partito di tipo nuovo la debolezza dei sistemi democratici a fronte dello strapotere della nuova economia della finanza globalizzata. E loro parlavano di innovazione consistente nella cosiddetta vocazione maggioritaria mentre già incombeva una svolta austeritaria in Europa.

Vabbè.
Lasciamo perdere.

“Per noi responsabilità è cambiamento” ha più volte detto ieri Bersani.

Cambiamento vero e non gattopardesco, aggiungerei io.
Uno di quei cambiamenti che mettono in discussione tutto.
Radicalmente.
Ed è ovvio che dopo la svolta i protagonisti saranno altri.
Necessariamente.

Ma adesso altra via da quella delineata da Bersani non c’è.
O se c’è francamente io non la vedo.

Leggo anche D’Alema.
Perfettamente consapevole della situazione “l’Italia non sarà più come prima”.
Esatto.

Solo che delinea un quadro di proposte che mi sembrano spingere ben oltre un breve governo di scopo.
Troppa carne al fuoco che obiettivamente dà adito anche a qualche sospetto per ciò che riguarda il rapporto con il PdL.

Comunque non me lo vedo Grillo accedere ad un approccio così organico.
Non ne ha la convenienza.
Del resto con male parole ha già detto di no a Bersani.

Leggo poi uno dei giovani Turchi ,Orlando, che chiede una sterzata a sinistra, per la verità nell’ambito di una qualche disinvoltura nella valutazione dei contesti storici quando spiega (al Manifesto) che Grillo ha scelto il terreno per un affondo alla democrazia rappresentativa sullo stile di Lenin,Gheddafi e Hitler.

Dura chiedere ad un tal soggetto di aprirti una breccia nell’assedio.

Il basso profilo della risposta agli insulti tenuto da Bersani è molto più efficace: “vieni in parlamento ad esprimere le tue valutazioni, insulti compresi”.

Vieni a dire di no ad alcune ben delimitate proposte di riforma del sistema politico che sono anche le tue.

Probabile che Grillo alla fine non si sposterà di un millimetro dalla sua attuale posizione.

In questo caso farà fatica ad espugnare il castello del sistema politico.

Non potrà approvvigionare di ulteriori slogan le truppe acquartierate che attendono d’entrare con i propri legittimi rappresentati.

Il risultato massimo è già stato ottenuto.

O lo investi o lo disperdi perché la stragrande maggioranza delle tue truppe elettorali caro Grillo , come tu stesso dici son persone normali, gente che s’è impegnata con sincera passione civile per conseguire dei risultati.
Non son rivoluzionari di professione.
Non staranno a lungo in attesa dell’ora X per prendere il palazzo d’inverno ad un tuo cenno.
Questa è l’ora del parlamento caro Grillo.
Lì devi cantare la tua canzone.

Sempre che Bersani irrobustisca ulteriormente e renda del tutto nitida la sua apertura ai cosiddetti programmi del movimento cinque stelle. E che , aggiungo, cominci a sconfessare la totale subalternità a politiche europee che rischiano di far regredire l’Italia, sotto il peso di un debito crescente, ad una provincia agro-turistico –pastorale.

Dopodiché la parola dovrà tornare rapidamente alle urne, non ai soviet.

E se si tornerà alle urne senza aver combinato nulla di nulla, il movimento cinque stelle non avrà il sognato 40% .
Si sarà solo sputtanato.
E tutto sommato sarebbe un peccato.

PS. Anche perché ci sarebbe una bella discussione e un vero confronto da fare sulla suggestione di “un paese più povero ma più solidale”. Qui, al limite, vedo un coltello a doppio taglio. Mi piacerebbe sapere da che parte si taglia.

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Spero si comprenda…

febbraio 26, 2013

Ho qui di fianco il pacco dei giornali .
Stamani ne ho comprato a profusione.
Sbircio i titoli.
Li metto da parte, anche se non è buona norma scrivere senza leggere.
Solo che a me sembra evidente quel che è avvenuto ieri.
S’è verificato un evento di enorme portata che interroga la democrazia italiana.

In seguito se ne riparlerà con calma, distesamente.

Adesso, in breve, m’interessa evidenziare un solo aspetto, anche alla luce di un link ad un articolo di Paul Krugman che mi è stato inviato da un frequentatore del blog(che ringrazio) prima del voto.

Dice il premio nobel che il voto in Italia “sarà il primo , vero referendum sulle politiche di austerità”.

Esatto.

Il referendum c’è stato.

L’Europa guidata dalle politiche austeritarie l’ha perduto.

Da qui , secondo il mio modesto avviso, dovrebbe ripartire il PD che sarà incaricato di formare il governo.
Poiché questo voto interroga severamente soprattutto chi ha appoggiato senza riserva l’esperimento tentato da Monti in Italia.
Quel mediocre professore e curatore fallimentare per conto terzi,come ebbi a definirlo in tempi non sospetti mentre s’inneggiava per ogni dove al Super Mario , ha rischiato persino di non entrare in parlamento.

Se ne prenda atto.

Il voto di proporzioni non previste al movimento cinque stelle, ha anzitutto un tale significato.

L’austerità, uccide.

L’economia e le persone.

Bisogna reagire.

Sul come farlo rimando (tanto per non ripetermi al mio ultimo post) e a tante altre proposte e approcci che sono state avanzate in questi mesi difficili.
Questa è l’unica strada per raccogliere la domanda di cambiamento che viene dal paese che non può mai più esser rapidamente etichettata come populismo al limite del fascismo.

Se c’è la possibilità di fare un governo e tenerlo in piedi passa solo da qui.

Monti non c’è più.

Il cosiddetto centro è da molto tempo una categoria dello spirito.

Personalmente ne son addirittura felice.

Non si vince al centro.

Si può vincere solo con un progetto alternativo foriero di un futuro diverso da quella china eutanasica su cui l’austerità spinge ineluttabilmente l’Italia.

Il riformismo col cacciavite volto a registrare e correggere al margine le politiche d’austerità non può funzionare.
In quest’ambito l’alleanza postulata dal PD (checché se ne dica adesso) con Monti corrispondeva e corrisponde ad un abbraccio mortale.

E sempre in quest’ambito, la carica antistatale che pure è forte nel movimento cinque stelle e anche nella rimonta(relativa) di Berlusconi va interpretata e non esorcizzata malamente e sbrigativamente.

Ci si deve porre di fronte ad essa sapendo che è stata alimentata dall’assenza di un chiaro progetto di cambiamento della politica a fronte dello strapotere dell’economia della finanza.

In quella carica antistatale potenzialmente eversiva c’è una domanda che suona più o meno così: non lasciateci alla mercé del mercato, date una possibilità alla società dei cittadini.

In questo senso il voto a Grillo corrisponde ad una rivoluzione civile in atto la cui dinamica resta aperta a sbocchi diversi.

Vediamo se si comprende, anche all’ultimo momento, che per influenzarne positivamente gli esiti è urgente avviare una rivoluzione nella politica.

Novità dall’Europa?

febbraio 14, 2013

E così l’intransigente finlandese, il liberale duro e puro, il cane da guardia del rigore che ha minacciato d’azzannare l’Italia ogni due per tre da qualche anno a questa parte , ha cambiato atteggiamento di fronte all’impossibilità della Francia di rientrare nel 2013 nel famigerato rapporto deficit /Pil.

Il numeretto del 3% fissato a Maastricht, sulla base di calcoli la cui razionalità è sempre stata avvolta dal più fitto mistero anche presso gli addetti ai lavori, per la Francia non vale più.
Del resto già nel 2003 Francia e Germania se ne fregarono bellamente senza che nessuno avesse da ridire.
Adesso si dirà , e già in effetti si dice da parte dei principali sostenitori dell’austerità, che si tratta di un risultato da ascrivere alla battaglia di Monti in sede europea.
Ma si tratta di una balla clamorosa ad uso e consumo della campagna elettorale.

La verità è che si fa per la Francia ciò che non è stato concesso all’Italia poiché la Germania non può permettersi di incrinare più di tanto quell’equilibrio di governabilità europea che fa perno sull’asse franco –tedesco ormai dalla notte dei tempi.

Al tempo stesso ,dopo la autodenuncia del direttore dell’FMI che ha ammesso l’errore di una politica pro- ciclica in tempi di grave depressione economica, comincia ad aprirsi, se non un varco, almeno uno spiraglio verso una revisione di quella follia che va sotto il nome di fiscal compact e che ha comportato per L’Italia riforme (pensioni e mercato del lavoro, pareggio di bilancio in costituzione) tanto economicamente dannose quanto socialmente inique. Comunque del tutto inefficaci e anzi controproducenti in relazione al controllo del debito pubblico. Il quale è cresciuto d’un balzo nel 2012, mentre è aumentata la disoccupazione in conseguenza di una netta flessione della crescita ben al di là delle risibili previsioni del governo Monti.

I numeri di questo disastro annunciato e perseguito sono arcinoti e incontestabili.
E tutti questi numeri denunciano un clamoroso fallimento della politica montiana che il presidente del Consiglio pone ancor oggi come perno di un’alleanza eventuale (in realtà certa) con il PD e con Sel.

Siamo ancora ben distanti da un’inversione di marcia rispetto alle politiche d’austerità.
Solo s’introduce con la lettera del finlandese almeno una parte minimale di quella flessibilità con cui applicare il patto fiscale, che era richiesto anche dal PD.
In sostanza si cercherà di tener conto dei cosiddetti “saldi strutturali” .
Significa se ben capisco depurare i saldi di bilancio dai dati relativi alla recessione in atto.
Come ciò concretamente avverrà, se avverrà e in che misura resta da stabilire.
Ma a volte contano gli annunci per andare in soccorso di qualcuno.
Nel nostro caso di Monti molto più che del PD.

Resta tuttavia in piedi , un trattato intergovernativo, quindi internazionale, quindi avente valore legale vincolante che comporta di arrivare, con taglio di spese e riforme strutturali ( s’immagina anzitutto sanità e scuola) al 60% di debito in relazione al Pil.

In sostanza l’obiettivo resta sempre il debito pubblico .
Non cambia la filosofia (ideologia) alla base della politica europea.
Si offre, collateralmente alla forza politica della Francia, un pochino di respiro anche all’Italia come condizione realistica affinché possa mantenere un’adesione di fondo alla linea dell’austerità che premia il nord contro il sud dell’europa.

Ciò potrà servire a Monti e al PD in campagna elettorale e anche in seguito, magari evitandogli di raccogliere, con una manovra aggiuntiva proprio all’indomani del voto, quella polvere sotto il tappeto di cui han parlato Fassina e Bersani.

Non servirà invece a scongiurare né ad attenuare gli effetti disastrosi dell’adesione acritica , prima di Berlusconi (checché ne dica adesso) e poi di Monti e anche  del PD al fiscal compact.

Per il vero, da questa pur parzialissima correzione se ne dovrebbe dedurre che uno spazio per la politica quando si vuole si può ancora trovare.

Bisognerebbe partire da qui, senza attendere l’esito delle elezioni in Germania per attaccare frontalmente l’idea malsana, quant’altre mai, che il debito pubblico è sempre e comunque il peggior nemico dell’economia.
Nella fase attuale con il debito conviene convivere.
Molti economisti tra l’altro hanno chiarito a iosa che l’aumento del debito pubblico si è via via accresciuto a partire dall’assorbimento del debito privato.
Il caso dei numerosissimi salvataggi bancari, in USA e in Europa è illuminante.
La socializzazione delle perdite dovute all’impegno disinvolto e incauto nelle più varie operazioni finanziarie ha drenato risorse altrimenti disponibili per la crescita dell’economia reale.

Nel contempo e parallelamente le banche salvate dal fallimento comprano titoli di stato poiché ciò viene loro richiesto dai governi ai fini di continuare a finanziare il servizio del debito.
Un circolo vizioso che mette in mora qualsiasi prospettiva di ripresa economica nel momento in cui s’alimenta attraverso  un drastico taglio del reddito dei cittadini contribuenti e con un’assenza pressoché totale di investimenti pubblici.

Non solo.

In questo vicolo cieco ci si dibatte cercando (quando va bene) il giusto mix tra tagli della spesa pubblica e livello di tassazione.

Ci si divide su come raggranellare un pugno di fichi secchi .
Per tirare avanti con comunità sempre più impoverite dal servizio del debito.

Lasciando da parte le fanfaluche di Berlusconi , è l’ottica in vigore che va stravolta letteralmente.

A partire dalla gestione della moneta unica. Che ha concorso non poco alla crescita esponenziale del debito pubblico. La quale potrebbe benissimo rimanere tale(formalmente unica) anche con tassi di cambio diversi tra le diverse aree dell’eurozona. In attesa di dare una base politica e fiscale comune all’eurozona.

In Italia l’euro deve, attualmente, valere meno che in Germania.

Tale dovrebbe essere la flessibilità da introdurre.

Riassumendo il profano pensiero , dopo aver letto molto del leggibile intorno a questi temi cruciali, appare ( a me) urgente consentire una transizione ,necessariamente non breve, verso una ricostruzione critica del percorso che ha portato alla fuga in avanti della moneta unica.

Rimettere in discussione i parametri e i presupposti liberisti di Maastricht.

In qualche modo fare un passo indietro per farne due avanti: rifondare l’Euro mentre si riprende il percorso interrotto della costruzione politica di un’Europa pressoché federale.*

Non so se si è ancora in tempo.

Ma l’alternativa è il fallimento senza appello.

Se non si fa così, per dirla in chiaro , allora risulterà inevitabilmente vincente l’Europa delle Nazioni.

Se non si vuole davvero quest’esito è necessario non lasciare alle destre la critica. Dichiarare apertamente che a Maastricht e a Lisbona si presero strade sbagliate guidati da un’ideologia che ha privilegiato i mercati e disprezzato le persone.

Illuminare gli enormi interessi privati che  hanno guidato quest’ideologia.

Adesso è giunta la resa dei conti.

S’è ormai largamente compreso che senza lo Stato il mercato non è in grado di perseguire il bene comune.

Sarebbe l’ora di uno scatto e di un riscatto della politica che passa anche attraverso la pubblicizzazione delle principali banche, e la messa al servizio dei governi eletti dai cittadini delle banche centrali. A partire dalla riforma della BCE.

Ciò comporta lo spazzar via i dogmi di autonomie mal concepite e peggio gestite.

C’è chi afferma, ad esempio, che la banca D’Italia è una banca privata e chi afferma che ciò che conta non sono gli azionisti ma il suo carattere pubblicistico ,stabilito anche da una sentenza della Corte nel 2006 .

In verità Bankitalia è tutt’e due le cose.

E’ ben vero che chi detiene il pacchetto di maggioranza delle azioni non ha un corrispettivo proporzionale di voti come accade nel sistema privato.

Ma sarà pur vero che i tre maggiori gruppi bancari del paese sono contemporaneamente (insieme a tutti gli altri)vigilanti e vigilati.

Suvvia.

Anche queste costruzioni volutamente barocche tengono in ostaggio la politica a fronte di un capitalismo che da almeno trent’anni ha progressivamente mutato pelle.
Un ircocervo finanziario guidato da lobbies ristrette, dedite al furto e alla rapina sistematica delle risorse comuni.
Il finanzcapitalismo(Gallino) o come gli storici lo definiranno in futuro.

Solo lo Stato dei cittadini può mettere la museruola a questa bestia feroce.

Può farlo se assume un’ottica e un’operatività sovranazionale.
Ecco perché serve l’Europa.
Un’altra Europa.

Purtroppo quest’altra Europa non è neppur delineata nei vari programmi elettori.

Solo, da alcuni, invocata retoricamente. Come un mantra.

Ciò che provoca da tempo un vero e proprio rigetto tra i cittadini che non sanno che farsene dell’Europa dei sacrifici e dell’austerità.

E a loro non basta, in regime di fiscal compact, il rinvio opportunistico al sogno degli Stati Uniti d’Europa.

A loro questo sogno appare oggi come un incubo in assenza di un contrasto frontale alle politiche austeritarie.

• Pressoché andrebbe spiegato per il lungo e per il largo. Dirò solo che la costruzione politica europea non potrà mai essere come gli USA.
L’Europa dovrebbe adottare una sorta di terza via tra confederazione e federazione. Qualcosa di originale, capace d’interpretare il processo storico europeo, in grado di tener conto dele diversità regionali, linguistiche, culturali. Non per caso lo slogan che fu adottato quando si sperava in “una costituzione per l’Europa” era : “unità nella diversità”. Sentiero stretto e al limite ambiguo . Tuttavia l’unico possibile.