Archive for aprile 2013

capolavoro.

aprile 24, 2013

1)La cosa che mi ha più colpito dopo l’implosione del PD è che ieri Letta va dal vecchio presidente e non offre a Lui alcuna indicazione per la carica di presidente del consiglio.
Credo non sia mai avvenuto prima nella lunga storia della repubblica parlamentare.
E’ il sintomo più evidente dello stato confusionale nel quale versa il PD.

D’altro canto il giovine turco Orfini chiarisce che “nella direzione abbiamo deciso che il PD non esiste”.

Come effetto collaterale dell’unico suicidio collettivo di un grande partito, che si ricordi, (effettuato con tale straordinaria rapidità) spero che nel PD, iscritti e attivisti, abbiano alfine compreso la stolta inutilità delle elezioni primarie che son sempre essenzialmente servite a coprire l’assenza di politica, di un programma e di un progetto.
Bersani ha vinto le primarie indette per indicare in caso di vittoria elettorale il premier , ma i democratici oggi sceglierebbero Renzi , il perdente.
E , di fatto l’hanno già scelto come curatore fallimentare del partito malnato.
La pratica val più della grammatica.
L’azione politica sembra destinata ad imporsi sulla stessa operazione Barca il cui progetto di riforma del partito, già concepito sui tempi medio-lunghi, è destinato ad andare alle calende greche mentre ha avvio la “rifondazione democratica” di Renzi.

2)Avevo notato che se il PD non avesse votato Rodotà sarebbe semplicemente morto.
Così è avvenuto.
Al di là di ogni ragionevole dubbio.
E il modo in cui è avvenuto ancor offende.

Un giorno si vota Marini per mallevare un governo con Berlusconi.
Il giorno dopo lo si molla repentinamente alla guazza per proporre Prodi che incarna a furor di popolo l’esatto opposto.

Demenziale.

Prima ancora si è condotta una campagna elettorale tutta incentrata sull’improbabile alleanza con l’esangue Monti in funzione anti Berlusconi, poi si va a cercare il consenso di Grillo.
E lo si vuol ottenere a gratis.
Quest’ultimo propone un uomo della sinistra storica italiana a capo dello stato e se ne rifiuta la candidatura senza alcuna motivazione pubblica.

Demenziale.

3) Non so , mentre scrivo chi sarà l’uomo di Napolitano.
Credo di sapere che in questo 25 aprile la repubblica parlamentare nata dalla resistenza ha ormai terminato il suo corso.
La repubblica presidenziale s’è ormai instaurata nel lungo stallo della politica. Anche chi ha manifestato nelle piazze per Rodotà esprime questa convinzione .
Resistere a questo senso comune ormai largamente diffuso risulterà , alla fine , semplicemente vano.
Piaccia o non piaccia , converrebbe muoversi con grande e allarmata urgenza per predisporre gli opportuni contrappesi istituzionali al semi-presidenzialismo che alla fine s’imporrà.
Se si deve a questo punto cambiare la forma repubblicana facendone salvi i principi costitutivi e valoriali , allora lo si dovrebbe fare tramite l’elezione diretta e rigorosamente proporzionale di una sorta di commissione costituente.

E in nessun altro modo.

4) Letta , tradizionale custode dell’ortodossia rigorista, uscendo dall’incontro con Napolitano ha indicato la necessità di cambiare la linea europea sull’austerità.
Meglio tardi che mai , direte voi.
Purtroppo l’eventuale merito (tutto da verificare) di un diverso atteggiamento del prossimo governo sulla linea europea del rigore verrà quasi naturalmente intestato dagli elettori a Berlusconi e non a “Rifondazione Democratica” .
Intanto Grillo s’incaricherà di una forte , comoda ed efficace opposizione popolare a quel governissimo che , Bersani dixit : “ Mai e poi mai”.

Un capolavoro.

PS. Intanto in Italia,molte persone continuano ad ammazzarsi ad un ritmo impressionante. E qualcuno su facebook mi comincia a far notare che senza violenza la situazione non cambia.
C’è un pericolo che s’avvicina a grandi passi. Temo.
Solo una rifondazione della SINISTRA potrebbe sventarlo.
Ci credo poco, ma spero ancora che i trentenni che occupano le sedi dell’ex PD la piantino di sproloquiare su primarie, trasparenza, partecipazione e stronzate varie per accedere alla costruzione di una linea e di un progetto di cambiamento politico e sociale.

Il Presidente.

aprile 17, 2013

Stimo sia Franco Marini che Stefano Rodotà.

Ricordo Marini nella lunga trattativa per la spartizione dei collegi nel 1996.
Un abile sindacalista, duttile, intelligente e realistico.
Avevo predisposto condizioni logistiche a me favorevoli.
La trattativa si svolgeva, senza interruzione  e per  comune accordo, a Botteghe Oscure.
Potevo cambiarmi la camicia ogni giorno a differenza di Marini e degli altri alleati.
Ammaestrato dall’esperienza del 1994 .
La trattativa allora la conduceva Davide Visani ed io ero di rincalzo.
Alla fine mi ritrovai al pronto soccorso con la minima a 130 e la massima a 220.
Ergo decisi che la tenuta fisica oltre che psicologica era fattore essenziale.
Per circa 20 giorni bevvi solo acqua minerale e caffè d’orzo.
Niente sigarette. Solo sigaro.
D’altro canto il mandato (dalemiano) era di ottenere il 51 % degli eletti al PDS.

Per la serie : provaci se ci riesci.

Con Marini mi son trovato bene e anche con il rappresentante dei verdi, Pieroni (ottima persona).
Meno , molto meno con la rappresentante occulta del “Si” (lo so che non lo ricordate) cui aderiva anche Boselli .
Trattavasi della moglie di Dini, Signora Donatella che ha molte terre al sole in Costa Rica e che inviava fax con liste di nomi da cui era depennato regolarmente il nome di Boselli ,che pure aderiva con tutto il residuo PSI all’Ulivo proprio entro la formazione di Dini .
Ebbi , lo noto per inciso, occasione di dire alla signora (a casa sua dopo che il maggiordomo in livrea rilevò con malcelato disprezzo il mio impermeabile privo di un bottone)) che far fuori un partito come il PSI era per me, al netto di Craxi, contrario a tutta la storia nazionale.
Comunque e per farla corta da quell’esperienza mi è rimasto un buon ricordo di Marini.
Con la sua camicia fradicia di sudore.
Col suo mezzo lapis col quale annotava richieste e domande su brandelli di carta.

Vespa in un suo libro ebbe a scrivere che durante quelle otto notti Zani e Marini fecero strage di galline (prodiane).

Non è vero.

Solo stabilimmo un asse di governabilità entro la complessa formazione dell’Ulivo.
Chi doveva arrivare primo, chi secondo e chi terzo .
Terzo Prodi, appunto.
Il quale simpaticamente non me la perdonò .
Per lui il sottoscritto rappresentava la Grande Serbia, mentre Marini rappresentava la Croazia e Dini la piccola Bosnia.

Semplicemente ci spartimmo i collegi cercando di mettere ogni persona nel collegio giusto mantenendo un rigoroso criterio di proporzionalità.
Ed io difesi ad oltranza e con molto successo l’Emilia- Romagna dai paracadutati di qualsiasi colore, foggia e dimensione.
Si vinsero poi le elezioni , per soli 7 voti alla camera , proprio grazie ad una precisa valutazione delle potenzialità di tizio o di caio nei vari collegi elettorali.

Dunque la mia esperienza di combattimento con il “lupo della marsica” non fu affatto infelice.

Con Rodotà invece avrò scambiato non più di qualche parola in due diverse occasioni.

Trattasi di persona tutt’altro che ingenua sul piano del combattimento politico.
Abile, culturalmente forte, e tutt’altro che sprovveduto nel muoversi nei labirintici meandri degli arcana imperii della politica.

Tra i due scelgo Rodotà (scusa Franco) per l’ottima, obiettiva ragione che Rodotà potrebbe incarnare,il cambiamento che Bersani reiteratamente invoca.

Alle corte.

Domani si decide la sorte del PD (Grillo o non Grillo) : o si produce visivamente una svolta , oppure ci si condanna all’offensiva , a quel punto irresistibile, di Renzi.

Cari amici , e spero in futuro compagni, del PD non fatevi ottenebrare dal ricatto Grillo/ Casaleggio.

Nel bene ed eventualmente nel male (ad esempio io non avrei mai voluto Rodotà presidente del consiglio) lui e nessun altro , a questo punto, rappresenta il cambiamento.

Votatelo.
Snidate Grillo e innalzate al più alto colle una persona al di sopra di ogni sospetto..politico.

Solo dopo Rodotà potrete eventualmente e a quel punto ragionevolmente votare Prodi.

Se sbagliate questo passo siete morti.

E che la terra vi sia lieve.

Osservazioni sparse.

aprile 13, 2013

Osservazioni sparse e disordinate sul documento di Barca ,dopo averlo letto in fretta e dunque soggette a precisazioni e più ponderate riflessioni .

Del resto il pregio dell’operazione sottostante al documento è proprio quello di presentarsi aperta a contributi e sviluppi.

Certo la forma del documento sulla forma partito non è agevole a questo scopo.
Lasciando da parte la critica al catoblepismo (ci vuole wikipedia), il pensiero di Barca poteva benissimo esser riassunto in 10-15 cartelle.

La sua idea di fondo può, in prima approssimazione, riassumersi in un nesso stretto tra partito e buon governo.
Quest’ultimo non può aversi se non tramite partiti radicalmente riformati.

Nella fattispecie si parla del PD.

La riforma proposta è piuttosto un metodo più che un progetto in sé compiuto, quello dello “sperimentalismo democratico” (vanno lette le note a piè di pagina per darsi conto dei riferimenti culturali/scientifici/accademici di questo approccio) da attuare tramite una “mobilitazione cognitiva”.
Ciò comunque assume in partenza un primo chiaro significato: quello di rivoltare il partito attuale come un calzino.

Per esemplificare : un PD soggetto e oggetto, di una mobilitazione cognitiva, nel quadro di una democrazia deliberativa(altro punto cardine del documento) non avrebbe potuto, a parer mio, restare a lungo fermo sulle sue granitiche posizioni su di una vicenda  come la TAV.

Nè avrebbe potuto, caro Barca, sostenere e votare senza colpo ferire una nefandezza come la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio.

A parte ciò c’è del metodo, a lungo pensato, nell’idea di Barca.

Riassumerei il metodo nel recupero del meglio del vecchio partito di massa ricollocandolo in una forma partito che s’avvale dei più moderni approdi relativi alle best practice, e nello stesso tempo in un sistema d’organizzazione che implementa il processo decisionale(per dirla in modo rozzo) entro uno scambio continuo tra base e vertice e tra partito e società.

Ciò presuppone un confronto interno che non si separa da un conflitto aperto tra le diverse posizioni emergenti in campo sociale. Una diversità e un’articolazione di interessi particolari e anche di visioni del mondo che è ormai insita da tempo nella morfologia e nella dinamica sociale dei nostri tempi.

Ma il conflitto, può assumere anche la forma di una “resistenza” all’azione dello Stato separando nettamente i ruoli elettivi e istituzionali e quelli di partito e recuperando, di quest’ultimo, una sua piena autonomia anche a fronte di un governo (locale o nazionale) da esso stesso espresso.

A me tutto sommato non spiace neppure l’idea di comporre entro un quadro di nuove regole la attuale contrapposizione tra legittima ambizione personale( l’IO prevalente del leaderismo attuale) e il senso di un’ appartenenza collettiva.

La molla dell’egoismo individuale diventa utile , nella visione di Barca, se coerentemente funzionalizzata al raggiungimento di fini collettivi, stabiliti a priori nei suoi aspetti essenziali, ma pur sempre soggetti a mutamenti adattivi nell’evoluzione delle concrete situazioni.

Insomma c’è di che discutere.
Stavolta seriamente.

Naturalmente bisogna aggiungere che mentre avanza la sua riforma Barca non può eludere i nodi di fondo relativi alla nascita del PD.

Tra liberismo e socialdemocrazia Barca preferisce, ovviamente quest’ultimo modello ma ne propone il superamento in avanti.
Una sintesi dinamica e bilateralmente critica  tra due fasi storiche, sembrerebbe.
E qui la faccenda si fa più stringente.
Se ne riparlerà in seguito.

Personalmente avendo proposto a suo tempo un nuovo modello, tramite la teorica ed esemplificativa definizione (campagnola, sorry) di “democraticiesocialisti” (tutt’attaccato come sempre specificavo) non sono favorevole né alla terza via blairiana ,né ad un ritorno puro e semplice al passato socialdemocratico.

Sarebbe urgente, infatti, superare i limiti evidenti dell’esperienza socialdemocratica con la traversata dell’attuale desolante deserto di idee per giungere alfine alla costruzione di una nuova sinistra: rivoluzionaria e riformista,insieme.

Per dirla in modo più semplice ed abbordabile anche dagli stomaci deboli : una forza riformatrice capace di mettere in discussione il paradigma liberista tutt’ora pienamente vigente, nonostante la sua evidente crisi.

A tal fine è utile ribadire che a questo paradigma culturale non si sottrae , nei fatti e nella prassi politica concreta, il socialismo europeo.

Dunque il tentativo di lunga prospettiva di Barca mi appare nella sostanza fondato e giustificato proprio da uno stallo evidente: l’assenza drammatica del “buon governo” entro la globalizzazione economica. Non solo in Italia, Barca.

Forse è un caso o forse no che non si faccia alcun cenno al dibattito che infuria in tutto l’occidente sul dominio assoluto della finanza .
Un difetto non da poco , dato che non si può neppur immaginare un nuovo partito della sinistra senza avanzare a priori l’assoluta necessità di uno scontro frontale, sociale , politico e culturale con il capitalismo di rapina incarnato dalle cupole finanziarie globali.

Senza affrontare di petto il tema strategico delle cosiddette compatibilità.

Senza proporsi di mettere la museruola al mostro finanziario che ci condanna al declino sociale ed umano. Basta leggere le statistiche sull’enorme aumento delle diseguaglianze per rendersi conto della estrema gravita del problema.

In fin dei conti comunque si tratta di un approccio innovativo per davvero.
Nel quale se posso capire la volontà di non infilarsi in vecchie trappole ideologiche, per il tramite di un metodo innovativo (sperimentalismo democratico e mobilitazione cognitiva verso una democrazia deliberativa), non posso tuttavia esimermi dal notare la carenza di qualcosa che assomigli ad un sistema di idee, senza del quale non si dà un partito di sinistra costruito su di una salda base valoriale e ideale.

Certo c’è l’addendum finale dove si stabilisce una coincidenza tra i valori della sinistra e la parte più progressiva della nostra costituzione.

Ma non pare a me bastevole a riempire un vuoto drammatico come quello scavato dal riformismo post comunista e post democristiano prima, e dal PD poi.

Infine Barca avanza una lunga serie di interrogativi aperti in relazione alla concreta forma organizzativa.

Mi scuso per l’immodestia. Credo potrebbe trovare su questo terreno più di una suggestione nella riforma del partito che avanzai , dopo un lavoro lungo più di un anno, nel 1993.

L’asse di quella proposta verteva, all’ingrosso, su di una forma partito di tipo federale e federativa con l’idea di fondo che un grande partito non può essere organizzato nello stesso modo a Palermo e a Trento.

In quest’ambito anche la formazione dei gruppi dirigenti procedeva essenzialmente dagli ambiti locali e dai contesti settoriali di competenza in una selezione resa severa dal confronto con i problemi e dalla capacità di avanzare soluzioni. Avviando nel tempo a morire l’attuale e sempre uguale metodo della cooptazione per conformistico consenso.

Ma queste sono solo prime impressioni molto a caldo.

 

 

 

 

 

 

 

PS. Sono interessato al confronto sulla proposta di Barca. Sono naturalmente ben edotto dell’impatto politico immediato di un tal approccio.
Non mi sfugge, in altri termini, la valenza immediatamente politica della proposta Barca , che di fatto congiura a stabilire una complementarietà tra il giovin rottamatore e il superamento, già avviato (la ruota deve girare) della segreteria Bersani.
E qui la faccenda diventa più complicata e , a mio avviso, mette a repentaglio una seria e necessariamente lunga discussione sul documento Barca.
Caro Barca, sai benissimo, come lo sapeva bene tuo padre, che non si lavora mai in vitro.

La mia riforma fu intercettata e dispersa ai quattro venti dallo scontro tra Occhetto e D’Alema.
La tua può perdere quantomeno di credibilità entro lo scontro , semplicemente mortale, tra Bersani e Renzi. Considero questa possibilità assai probabile.

Del resto caro Barca tu vuoi “una palestra” e non un “pensatoio”.
Ben giusto.
Tieni conto che nella palestra se le danno di santa ragione: botte da Sant’uffizio. Prima o poi sarai chiamato a partecipare alla zuffa.

Letture.

aprile 12, 2013

Come promesso torno dalla vacanza lasciando da parte l’attualità politica/politica.
Durante la vacanza ho letto il nuovo libro di Giulietto Chiesa.
Come sempre leggo in fretta e poi mi riprometto di rileggere.
Cosa che non faccio regolarmente mai, dato che c’è sempre un nuovo libro da aprire .
Per dire, adesso c’è il “solito” Stiglitz con il suo “Il prezzo della disuguaglianza”.

Musica per le mie orecchie.

Comunque Chiesa sostiene una tesi che m’appare improbabile , eppure il suo libro è un buon libro.

Che mi permetto di consigliare a chi ha tempo e voglia.

Il taglio è, come sempre attivistico/ divulgativo.

Contiene una messe di citazioni e dati che è sempre utile conoscere o riconoscere. Tanto per farsi un’idea di come siamo messi nel mondo globale.

La tesi che non condivido riguarda la cosiddetta “singolarità” cui stiamo rapidamente arrivando.
Un complesso di fattori che riuniti insieme rompono d’incanto e di colpo la continuità (anche quella del ciclo naturale del rapporto tra attività umane e natura) e c’impongono di combattere per la nostra sopravvivenza contro la dittatura di una cupola (coloro che producono il denaro dal nulla) che giunta ormai a fine corsa dopo la grande crisi del 2008 è pronta a reagire con la più dura repressione (guerra compresa) nei confronti delle loro medesime creature : tutti noi, plasmati e indotti ad accumulare debito pur di conservare il nostro status di consumatori .

Noi abitanti di Matrix.

La tesi è suggestiva e tutt’altro che priva di elementi di fatto.

In effetti per molti decenni ci hanno indotti a credere nel progresso continuo e lineare, nella possibilità di soddisfare comunque bisogni largamente artificiosi e indotti da ciò che Chiesa, sulla scorta di Guy Debord, chiama “la società dello spettacolo”.

Matrix appunto.

Società nella quale la vecchia distinzione tra struttura e sovrastruttura risulta oltremodo deviante .
Altre sono le contraddizioni , altrove è il nemico.
Quantunque in un altrove indefinito.

Il tempo è poco per organizzare una reazione collettiva che tuttavia resta possibile nel quadro di un completo e radicale ripensamento del modello sociale.

Ma si badi non sulla scorta di uno sviluppo compatibile o sostenibile ma all’opposto nell’ambito di una presa d’atto definitiva dei limiti “naturali” allo sviluppo.

Presa d’atto che m’appare tributaria di quella teorizzata “decrescita felice” di cui molto si parla e spesso a vanvera.

Roba che continuo a prendere con le pinze pur avendo io concordato con l’idea di austerità come leva per cambiare la direzione dello sviluppo avanzata a suo tempo da Enrico Berlinguer.

Comunque Chiesa introduce, al fine di dimostrare l’urgenza di un cambiamento del modello sociale, il concetto di “finitezza”.

E cita ripetutamente i moniti inascoltati del Club di Roma in ordine al punto di non ritorno, oltre il quale ci s’affaccia sull’orlo dell’abisso.

Stessero così le cose , almeno potremmo assistere ad una magnifica catastrofe .
E forse (dipende dal carattere di ognuno), reagire dando finalmente un senso forte al nostro impegno civile ed umano.

Penso invece ,come ho notato altre volte,che la transizione dal capitalismo morente, nella sua classica formazione economico- sociale, altro non sarà che un progressivo scivolamento nella più cupa rassegnazione dentro una crisi permanente e anemica.

Agnelli non portati al macello, ma salassati fino all’estenuazione.

S’agisce con destrezza.
Mentre si ciancia di startup s’offre il tempo necessario per un adattamento progressivo a condizioni di vita molto vicine alla povertà e per molti all’indigenza assoluta, con nessuna vera speranza ma con buone parole di conforto.

“Prima o poi arriverà la ripresa. Non sarà per la vostra generazione ma per coloro che verranno dopo di voi”.

E le persone , dato che si deve pur vivere, non usciranno da Matrix.

 

Ma qui viene in soccorso Chiesa (e per ciò m’è sempre stato simpatico con quella sua aria da uno che penetra le segrete cose) che criticando implicitamente il grillismo dei nostri tempi spiega che va tutto bene: tipo democrazia partecipata mentre la democrazia rappresentativa, che pur andrebbe restaurata, è attualmente ridotta al ruolo di maggiordomo della cupola finanziaria.

 

Ma resta pur sempre necessaria un’avanguardia.

Quella degli evasi da Matrix.

Per risalire ad un partito di tipo nuovo e per darsi un’organizzazione.
Poiché sono solo le avanguardie fortemente motivate e organizzate che decidono le sorti dello scontro.

Simpatizzo.

Non a caso non mi son mai unito al coro dei detrattori di Lenin.

 

Con l’avvertenza Giulietto, che viviamo in tempi nuovi, dentro la complessità degli impulsi emotivi e della differenziata materialità della attuale condizione umana.

In più, come ho scritto, credo poco alla “singolarità”.

Trovo le cose più complicate.
Non potremo combattere.
E magari combattendo perire sul campo dell’onore.

Viviamo in un tempo presente, infinito e sospeso, nel quale le persone s’adattano allo “spaesamento”. (sarebbe Gramsci).

Giocoforza.
Si piegano per sopravvivere procedendo a tentoni.

Non si capirebbe altrimenti il consenso che è stato lungamente registrato sulla persona del mediocre Monti.

 

Per altro verso vi potranno anche essere minoritari moti popolari, magari d’opposto segno, ma si troverà sempre un generale Pelloux pronto a disperderli a cannonate.

Vabbè.

A parte la tesi che comprende una possibile alternativa(ottimistica) c’è un aspetto molto politico , concreto e documentato che Chiesa mette in luce.

Il debito.

Qui , solo qui, effettivamente anch’io vedo un’alternativa al macello sociale in atto. Forse possibile.
Comunque praticabile come extrema ratio.

Un audit europeo sul debito imposto in qualche modo dal basso.

Chiesa cita Aleksander Sack . “ Il debito contratto da un regime dispotico per degli obiettivi estranei agli interessi della nazione è illegale”.

Già, proprio così.

Vale per le dittature come per le democrazie.

Si tratta dunque di dichiarare illegittimo il debito o parte di esso ,più precisamente.
Beninteso va prima dimostrato che il regime dispotico è esistito ed esiste tutt’ora.
Chiesa la fa e io son del tutto d’accordo con lui.

Però, nella prassi, può dimostrarlo davvero solo un movimento di popolo, tramite un conflitto aspro, magari innescato da quella “mobilitazione cognitiva” che Barca , nel suo documento sul Partito assume come condizione necessaria per la nuova forma partito della sinistra.*
Solo a questo punto , dentro un conflitto ampio ,molto articolato e diffuso, l’audit potrebbe concludersi con proposte di riorganizzazione del sistema finanziario globale.

 

“Occorre regolamentare la finanza mondiale, chiudere i paradisi fiscali, impedire la speculazione sui titoli di stato, rompere il monopolio delle agenzie di rating, tassare significativamente le transazioni finanziarie,nazionalizzare tutte le banche d’investimento e le assicurazioni, dichiarare illegali i derivati tossici, disinnescare congelandoli quelli esistenti, porre termine all’indipendenza delle banche centrali a cominciare dalla BCE, che deve essere trasformata in prestatore diretto degli stati,ristrutturare i debiti pubblici nazionali e interrompere il pagamento degli interessi.”

 

Son d’accordo Giulietto.
Siam già in due.
Se arriva Grillo siam in tre.
Ma non credo si farà vivo.
Lui è occupato a promuovere il suo format.

 

*Naturalmente ho letto il documento di Barca che commenterò tra breve.

Diritta via.

aprile 2, 2013

Interrompo la vacanza.
Poi ci ritorno subito.
Lo faccio per chiarire qual è la mia preferenza in relazione allo sbocco di uno stallo pericoloso sotto molti aspetti.
Viceversa si potrebbe pensare che non ci si vuol sbilanciare per poi criticare ex post.

Vi sarà comunque il tempo , in seguito, per ripercorrere criticamente le tappe che hanno portato allo stallo attuale, il quale non è che la logica conseguenza della sciagurata scelta politica del novembre 2011 con la quale il PD stracciò la foto di Vasto per sostenere il pessimo Monti sulla base di una linea politica che postulava l’alleanza tra “progressisti e moderati europeisti di centro”.

Linea disastrosamente ribadita, con alti e bassi, anche nel corso della campagna elettorale. Linea distante anni luce dagli umori profondi del paese reale.

Dopodiché s’è giunti a urne chiuse al “truello” tra Bersani-Grillo- Berlusconi con Monti acciaccato spettatore in posizione marginale.

“Porco boia mi son dimenticato di caricare la pistola” fa dire Crozza a Bersani sullo sfondo dell’ultima scena delle Iene di Quentin Tarantino.
Ma si potrebbe tornare a Sergio Leone che il truello lo ha inventato.
Protagonisti Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef .
Rispettivamente Bersani, Grillo, Berlusconi.

Nella fiction cinematografica il Buono fa secco il Cattivo tenendo sempre sotto tiro il Brutto, pur con l’intenzione di aprirgli una via di fuga.
Infatti , stabilita la supremazia, il Brutto viene retribuito con un sacco di monete sonanti.

Nella realtà politica dei giorni nostri un tal generoso e comunque altero modus operandi poteva benissimo corrispondere alla presidenza della Camera per il Brutto.

Non lo si è fatto.
Sbagliando.

Così come non s’è interloquito a sufficienza con quei 20 meravigliosi punti recitati come un mantra dai due grilleschi capigruppo che girano e parlano sempre in coppia come i carabinieri d’un tempo, a loro volta sorvegliati da un paio di badanti.
Roba per lo più innocua: per metà acqua calda, per metà acqua sporca.

Di buon vino, tipo fiscal compact, pareggio di bilancio ,patto di stabilità interno, esodati, cassintegrati, non c’è traccia alcuna.
Forse in omaggio alla decrescita felice idealmente abbinata al reddito di cittadinanza concepito come novella trappola di infelice e permanente povertà ed esclusione sociale. Laddove Grillo sembra lavorare per conto terzi togliendo volenterosamente le castagne dal fuoco a tutti i “riformatori” del mercato del lavoro e ai loro mandanti che han dato un contributo notevole ad aumentare la disoccupazione ,in specie giovanile.
Di tutto questo comunque mi riprometto di discutere più avanti.
Per esteso.
Non appena torno stabilmente dalla vacanza.

Per tornare all’oggi.
Al punto in cui s’è giunti anche la straniante campagna elettorale del PD non rileva più. Così come non rileva granchè la loffia performance di Bersani in streaming se non per segnalare che uno scatto d’orgoglio non sarebbe stato inutile ai fini di sedurre almeno parte degli elettori di Grillo.

Acqua passata.

Adesso si tratta di decidere tra due linee politiche in campo.
Non condivido le dietrologie che in queste ore cercano di spiegare l’atteggiamento del presidente della Repubblica.
Non ci son complotti in corso.
Ma uno scontro, tanto sordo quanto aspro, tra due linee diverse e contrapposte.

L’iniziativa di Napolitano è perfettamente coerente con la sua cultura politica, con tutta la sua lunga esperienza di combattente riformista e gran capo dei “miglioristi” fino dai tempi del PCI.

Non c’è niente di ambiguo o nascosto dietro l’iniziativa del Quirinale.
Così come non c’è nulla di contradditorio (al netto di gravi errori di tattica politica) nell’ostinazione di Bersani.

Un’ostinazione che approvo.
Adesso a Bersani non resta che tirare diritto.
Non vedo alcuna possibilità di mediazione.
Bersani, deve andare davanti alle Camere dopo esser stato scongelato dal nuovo presidente della Repubblica.
Cosa concretamente possibile solo se quest’ultimo viene eletto da un’alleanza incentrata sull’asse tra il PD e Grillo.

Guardate fuori dalla finestra.
Non ci son più le mezze stagioni.
Analogamente in politica dopo l’avvento del grillismo non ci son più mezze misure.

Con le mezze misure non si vince.
Tutt’al più non si perde.

Mi sembra francamente curioso che sia Confindustria ben più di Bersani a proporre una radicale svolta rispetto alle politiche austeritarie in atto.

Siamo ormai nei pressi della venticinquesima ora.

E’ tempo di scegliere.
E pazienza se ciò comporta una diatriba lacerante o una vera e propria spaccatura del PD.

Ce ne faremo una ragione.
Volentieri.